TOO BIG TO FAIL

 
Titolo Originale: Too Big to Fail
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Curtis Hanson
Sceneggiatura: Peter Gould
Produzione: HBO FILMS, SPRING CREEK PRODUCTIONS
Interpreti: William Hurt, James Woods, John Heard,Erin Dilly,Amy Carlson

I retroscena e gli scandali che hanno provocato la grave crisi economica del 2008 e il fallimento del colosso finanziario Lehman Brothers.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ricostruzione accurata e professionalmente ben fatta di come la crisi finanziaria è stata gestita. Il tono non è accusatorio (tutti sono risultati coinvolti) e prevale lo spirito collaborativo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il racconto, pur senza negare la gravità dei fatti, non nasconde un certo tono apologetico su come la crisi è stata risolta

La crisi finanziaria americana del 2008 causò la disoccupazione di 30 milioni di persone mentre altri milioni di piccoli proprietari persero la casa per la quale avevano aperto un mutuo che non erano più in gardo di onorare. La crisi rallentò solo nel 2009 e si propagò con grande velocità con impatto devastante anche sul resto del mondo.

Si tratta di un evento che non può e non deve venir facilmente dimenticato anche perché crisi strutturali si ripresentano ormai con troppa frequenza: se in precedenza, nel '90 era scoppiata la bolla speculativa su Internet, attualmente è l'Europa a dover sostenere il rischio di una recessione.

Due film si sono recentemente occupati della crisi del 2008: Inside Job del 2010 e Too big to fail del 2011.
Il primo è un documentario che cerca di spiegare l'origine e lo sviluppo della crisi mentre il secondo è la ricostruzione romanzata di come la crisi è stata gestita dall'allora Segretario del Tesoro americano e dal suo staff con attori del calibro di William Hurt e James Woods.
Abbiamo ceciso di analizzzarli insieme, data l'omogeneità del tema.

Le pagine di Familycinematv non sono certo idonee a disquisire temi di economia ma riteniamo che lo siano invece per cercare di rispondere a due domande:

- i due film sono stati in grado di rendere accessibile al vasto pubblico le dinamiche complesse della recente crisi finanziaria in modo da far acquisire maggiore sensibiltà verso un tema che un iimpatto così vistoso sulla vita di tutti noi?

- I due film ci consentono di cogliere l'essenza di quello che è successo, in altre parole di discernere fra ciò che è stata una sfortunata concomitanza di eventi e ciò che è la responsabilità diretta di pochi uomini spregiudicati? In altre parole si può analizzare ciò che è avvenuto nella prospettiva dell'etica della finanza?

La risposta a nostro avviso è sì in entrambi i casi e ancora una volta dobbiamo riconoscere al cinema il merito, quando è necessario,   di svolgere un servizio di  grande utilità civile.

Inside Job, essendo un documentario, può permettersi un respiro temporale più ampio, partendo dalle origini della vicenda, cioè da quando, dopo i quarant'anni di crescita continua che fecero seguito alla crisi del 29, le banche d'affari da private divennero pubbliche e con l'aiuto della deregulation attuata dal Presidente Reagan finirono per assumere un'importanza determinante per la finanza americana.
Il documentario è più diretto e polemico  verso chi poco o nulla ha fatto per prevenire la crisi e descrive una forma di circolo vizioso che si era determinato sotto il miraggio di guadagni in continua crescita: le banche avviarono forme di esposizione del credito sempre più rischiose; il governo, più volte sollecitato, non pose in atto nessuna forma di regolamentazione del mercato giudicando più conveniente lasciarlo crescere liberamente; le agenzie di rating continuarono ad attribuire la "tripla A" a investimenti  che in realtà erano diventati rischiosi.

Inside Job sottolinea inoltre con dovizia di dettagli l'esistenza di una lobby della finanza che si è spostata con disinvoltura da cariche direttive in organismi bancari a responsabilità di governo o a consulenze universitarie compiacenti e ben pagate. Tutto il settore, dai dirigenti agli operatori, è caratterizzato da stipendi sopra la media nazionale e da premi molto elevati  per le operazioni portate a termine.

Too big to fail inizia invece il suo racconto da quando la crisi è già in atto e la Lehman Brothers sta per fallire: si concentra sui tentativi, molti dei quali falliti ,  dell'allora Segretario  del Tesoro  Henry Paulson (in precedenza Chief Executive della Goldman Sachs) di cercare di frenare la caduta delle quotazioni in borsa, fino alla svolta finale: ottenere dal Congresso l'autorizzazione a  concedere un maxi-prestitio  di 700 milardi di dollari alle banche indebitate. Si è trattato di una iniezione di denaro temporanea per consentire loro di riaprire il circuito del credit. Come commenta lo stesso film, i soldi vennero impiegati in misura molto ridotta per lo scopo per cui erano stati concessi  e la crisi rallentò solo nel 2009.

Too bid to fail, anche  se non nega l'irresponsabilità di molti operatori nella vicenda, non nasconde un certo tono apologetico su come un pugno di uomini siano riusciti a dominare una crisi ben più rischiosa di quella del '29.

Molto significativa è il colloquio  (forse immaginato dall'autore, ma molto plausibile), in occasione della visita di Paulson in Cina, fra lui e un ministro cinese che gli fa garbatamente notare come Cina e Russia insieme, posseditrici entrambe di grandi quantità di titoli di stato americani,  avrebbero facilmente potuto affondare l'economia americana.

Entrambi i film vanno visti perché si completano a vicenda e riescono, pur nella fitta sequenza di eventi che debbono raccontare, a render partecipe lo spetattore  di ciò che accade anche se con mezzi differenti: Inside Job può permettersi di adottare disegni animati per spiegare quello che è successo, mentre Too big too fail realizza lo stesso obiettivo in modo più dialogato.  

Resta da rispondere alla seconda domanda: il giudizio etico da dare a ciò che è successo.

Ben Bernanke, chairman Federal Reserve, osserva  in una scena del secondo film: "ho trascorso la mia carriera accademica a studiare la grande depressione. Era iniziata con il crollo della borsa ma quello che ha realmente colpito l’economia è stata l'interruzione del credito".

E' indubbio che nell'economia moderna il credito sia una realtà insostituibuile ma la sua concessione  genera dei rischi non solo quando non sono obbligatori criteri obiettivi di prudenza (ben poco presenti nella realtà americana), ma quando ci sono persone che attratte dal facile guadagno innescano operazioni sempre più rischiose.
Entrambi i film  descrivono bene il punto di rottura; il passaggio cioè  fra l'utilizzo ancora lecito ma azzardato delle nuove tecniche finanziarie e la brama  di guadagno ormai fuori controllo con la concessione di mutui sub-prime.

Il circuito messo in atto  prevedeva la concessione di mutui immobiliari alle famiglie da parte degli istituti di credito e il successivo passaggio di tale credito  alle banche di investimento. Queste  collegavano  i mutui con altre forme di debito per costituire delle obbligazioni che venivano  vendute agli azionisti Le banche di investimento si assicuravano a loro volta dai rischi con grosse società assicurative (come la AIG) e tutto appariva sotto controllo, in base alla logica secondo la quale ciascun attore si liberava del rischio passandolo al successivo e diluendolo in contenitori sempre più capaci.  E' stato a questo punto che la sete di maggiori guadagni ha spinto le banche a concedere mutui senza nulla o scarse garanzie (gli ormai famosi sub-prime) e il castello del debito è crollato.

L'esperienza del 2008 è stata almeno utile per evitare che possa  ripetersi  nel futuro?
Entrambi i film rispondono di no. Secondo Inside Job le iniziative prese dal presidente Obama sono solo di facciata e il mercato continua a restare deregolato; secondo Too big to fail ormai  i compensi degli operatori finanziari hanno ripreso a salire arrivando a  135 miliardi di dollari e a causa della concentrazione realizzata durante il periodo della crisi ormai solo dieci  seguito ormdi banche posseggono il 77 % di tutti i titoli bancari USA.

Sono appunto le: too big to fail. 

Autore: Franco Olearo


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