SHAME

Brandon è un uomo d’affari di successo, guadagna bene e vive a Manhattan in un appartamento elegante e asettico dove può ordinare qualunque cosa a tutte le ore. Sotto questa patina perfetta, però, Brandon nasconde una dipendenza ossessiva dal sesso consumato in tutte le forme. La sua vita viene sconvolta dall’arrivo della sorella Sissy, una cantante che ha tentato più volte il suicidio. La convivenza tra i due non farà che spingere all’estremo la crisi di entrambi…
In una delle pellicole meno note di Ingmar Bergman, L’occhio del diavolo, il maestro del cinema svedese mette in scena la punizione infernale di Don Giovanni, costretto per l’eternità a ripetere come in un teatrino lo sterile meccanismo della seduzione che ha governato la sua vita. Per la legge del contrappasso, il successo di seduttore per cui è famoso si trasforma in un’eterna ripetizione senza esito né scopo, un supplizio di Tantalo che perde anche l’illusoria promessa di soddisfazione che aveva in terra.
È questo senso di condanna e di disperazione che si percepisce anche nello sguardo del protagonista di Shame, film duro e per molti versi disturbante, un incredibile “one man show” dell’attore Michael Fassbender.
I rapporti occasionali, la pornografia consumata nel privato di casa, via internet e anche sul luogo di lavoro, le perversioni ripetute bulimicamente nell’ansia di perdersi, anziché fornire il rimedio per il vuoto, ne acuiscono il peso e allontanano la possibilità di un rapporto normale con l’altro portando il protagonista Brandon sull’orlo di un baratro non diverso da quello in cui vive sua sorella Sissy, i cui tentativi di condividere questo dolore vengono però sistematicamente respinti da Brandon.
Il film non spiega mai esattamente cosa abbia portato i due fratelli in questa situazione (c’è solo un fugace accenno a un passato familiare doloroso), forse anche perché, nelle intenzioni del regista, questo affresco vuole essere una rappresentazione estrema della libertà malata dell’Occidente - prigioniero di un’offerta “consumistica” e apparentemente infinita nel campo del sesso come della droga- che non può che avvitarsi nell’autodistruzione. E tuttavia, forse, sapere qualcosa di più di Brandon (la cui vita sembra limitarsi a lavoro e maratone sessuali) avrebbe aiutato a capire meglio la sua sofferenza.
La materia è incandescente e il regista Steve McQueen non risparmia nulla all’interprete e allo spettatore, ma non si può fare a meno di apprezzare la sincerità di questo grido di disperazione. Un grido che, nel finale, dal fondo dell’abisso non può infine che invocare, seppure confusamente, un Altro, nella speranza che la libertà torni a rivestire la propria originaria forma e si liberi dalla schiavitù di un istinto cieco e bestiale
