WAR HORSE

 
Titolo Originale: War Horse
Paese: USA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2011
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Lee Hall, Richard Curtis
Produzione: AMBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS SKG, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 126
Interpreti: Emily Watson, Jeremy Irvine, Peter Mullan, David Thewlis, Niels Arestrup, Celine Buckens

La famiglia Narracot ha una fattoria nelle campagne del Davon, poco prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Appena il padre compera Joey, il giovane Albert si entusiasma per questo magnifico puledro e si impegna ad addestrarlo. Poco dopo gli affari Narracot hanno un rovescio e Joey viene venduto all’esercito inglese ormai a guerra dichiarata. Albert non può sostenere questa separazione; si arruola appena raggiunge l’età consentita e viene trasferito anche lui in Francia dove spera di ritrovare il cavallo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film di vera sensibilità verso gli animali (anche se non consigliato ai più piccoli), di solidi affetti familiari e di solidarietà umana anche quando si combatte su fronti diversi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene dove i cavalli soffrono, per la fucilazione di due adolescenti, si sconsiglia la visione ai più piccoli e ai più sensibili
Giudizio Tecnico 
 
Steven Spielberg si conferma un formidabile narratore. Ogni singola sequenza è curata nei minimi dettagli, impreziosita, da una splendida fotografia e le più di due ore di spettacolo sono modulate da sequenze di grande impatto spettacolare.

No, anche il tramonto rosso, no.
Ormai, alla fine del film, non abbiamo più un fazzoletto asciutto e non  riusciamo più ad assistere a un finale alla Via col Vento. Ma forse Steven Spielberg ha ragione: le nuove generazioni non conoscono il capolavoro del 1939 ed è giusto che anche il giovane Albert Narracot, tornato a casa dopo gli orrori della guerra, possa pensare che “domani è un altro giorno”.

E’ curioso notare come a breve distanza l’uno dall’altro Martin Scorsese e Steven Spielberg abbiano sentito l’esigenza di orientarsi verso racconti per ragazzi; lo hanno fatto diligentemente, da par loro, ma poi nello sviluppo della storia hanno finito per far emergere le loro passioni più personali.

Se in Hugo Cabret Scorsese non nasconde il suo amore sconfinato per il cinema degli esordi, anche Spielberg torna al tema portante della sua filmografia (e dei suoi serial televisivi): gli uomini in guerra.

Quei giovani soldati inglesi che ammassati dentro la trincea si sentono male perché al fischio del comandante stanno per esser mandati allo scoperto per un assalto suicida ricordano molto i marines che vomitano sui battelli da sbarco prima di approdare sulle spiagge della Normandia (Salvate il soldato Ryan – 1998).

In effetti War horse non si può qualificare come un film per tutti: certe sequenze dove i cavalli vengono fatti lavorare fino a morire per lo sfinimento e la fucilazione di due adolescenti rendono sconsigliata la visione ai più piccoli e ai più sensibili.

Il film avanza per quadri successivi, con le movenze di un’epopea. Dopo una prima ambientazione nelle campagne del Davon (la parte più bella), si passa ai campi di battaglia della Francia (la parte più spettacolare) con un intervallo agreste nella fattoria di un agricoltore francese e la sua nipotina che temporaneamente ospitano Joey nei suoi spostamenti  forzosi  fra i due eserciti avversi.

Joey è l’indubbio protagonista ma Spielberg evita facili antropomorfismi anche se non rinuncia a cercare l’anima di questo puledro; con discrezione, senza forzare la mano allude alla solidarietà fra i cavalli e Joey, che è più robusto, non esita a farsi avanti per sostituire in un carico faticoso un compagno più sfortunato di lui.

In realtà Joey svolge un ruolo molto significativo proprio fra gli esseri umani ed è il tema che costituisce la vera poetica del film: la sua perfetta innocenza all’interno di un campo di battaglia è “lo scandalo” di fronte al quale viene messo a nudo il vero animo dei protagonisti, non importa in quale campo militino: c’è sempre chi mostra un cuore sensibile in mezzo ai più che sfruttano questi animali fino ai loro limiti. Un tema che culmina in una inaspettata solidarietà fra un soldato tedesco e uno inglese, quando si tratta di liberare Joey dal filo spinato.

Il film riconferma la grande capacità di Spielberg di raccontare storie e di farlo con grande professionalità: ogni singola sequenza è curata nei minimi dettagli, impreziosita, da una splendida fotografia e le più di due ore di spettacolo sono modulate da sequenze di grande impatto spettacolare.

Alcuni critici hanno accusato il film di essere strappacuore e retorico ma in realtà si tratta di un film per ragazzi e Spielberg sa che ci sono dei canoni che vanno rispettati: è inevitabile l’impiego di una maggiore leva emotiva e l’impegno di tendere a una conclusione positiva del racconto.

Spielberg, che è un perfezionista ma non un innovatore, non si è curato di concepire un nuovo modo di fare film per ragazzi ma probabilmente si è ricordato dei film che a quell’età,  lui cinefilo, lo avevano impressionato maggiormente e indirettamente tramandare alle giovani generazioni quei principi a cui quei film si ispiravano, a cui il regista non nasconde di credere.

 Ecco quindi Il cucciolo (1946), Torna a casa Lassie (1943), ma poi la carica di cavalleria de I seicento di Balaclava (1968), i campi di battaglia della prima guerra mondiale in Orizzonti di gloria (1957) del suo idoloStanley Kubrick  e non ultimo, Via col Vento (1939) con il suo finale con il tramonto rosso.

Autore: Franco Olearo


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