LA VITA DI ADELE

Titolo Originale: La vie d'Adele
Paese: FRANCIA, SPAGNA, BELGIO
Anno: 2013
Regia: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: Julie Maroh
Produzione: Quat’sous Films, Wild Bunch
Durata: 179
Interpreti: Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux

Adele ha diciassette anni, frequenta l’ultimo anno di liceo ed è appassionata di lettura. Si sente in qualche modo una ormai-donna inespressa e le sue ricerche la portano prima ad avere rapporti con un compagno di scuola ma poi disillusa, accetta le attenzioni di Emma, già al quarto anno di Università delle Belle Arti. La passione scoppia tumultuosa ma la passione è distruttiva e l’infedeltà è in agguato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una giovane adulta attira verso i suoi desideri lesbici una minorenne dalla sessualità incerta. La rende schiava della passione condizionando la sua esistenza
Pubblico 
Sconsigliato
Ripetuti e prolungati incontri amorosi in stile pornografico. Linguaggio sessuale esplicito.
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Abdellatif Kechiche si è posto l’obiettivo di descrivere una passione erotica con tutto il suo potere distruttivo. Tecnicamente, grazie al sostegno di due ottime attrici, realizza l’obiettivo con particolare efficacia.

Il film, come è noto, tratta di un amore lesbico ma può esser analizzato in una prospettiva più ampia: quella di una relazione basata esclusivamente sulla passione erotica. Da questo punto di vista gli snodi della storia sarebbero stati gli stessi, anche si fosse trattato di un amore eterosessuale.

Una relazione di questo genere è fragile per sua natura, in perpetua tensione  nel tentativo di  tenere alta l’esaltazione che si produce dell’incontro fisico; nascono rapidamente delle gelosie perché non ha senso parlare di fedeltà, dal momento che il rapporto  ha come  unica condizione di esistenza il pieno appagamento dei propri sensi. Nascono anche dei tradimenti, come in effetti avviene nella storia raccontata, proprio perché non ci si rassegna a dover accettare rapporti stanchi o privi di tensione inferiore.

Coerentemente con il tema che il regista ha voluto trattare, sono i corpi stessi delle due ragazze ad esprimersi, più che i loro dialoghi. Anche lo sguardo della protagonista (il film è basato quasi esclusivamente sui primi piani del suo volto)  rivela il tema dominante che l’assilla: ogni volta che Adele parla, si comprende bene che lei sta pensando ad altro e i suoi occhi corrono a fissare l’unica cosa che le interessa: l’oggetto della sua passione. Adele dice delle bugie continuamente,  perché il suo parlare è sempre in funzione di Emma,  per compiacerla o per nascondere ciò che vorrebbe non sapesse

Adele, timida e discreta,  è una diciassettenne irrequieta che si sente ormai pronta per una appassionante storia d’amore; non le interessano gli innamoramenti graduali, le intese sulle piccole cose di ogni giorno. Perfino nel mangiare mostra grande voracità e di notte pratica l’autoerotismo. Stimolata dalle  compagne, accetta di avere rapporti con un compagno di scuola che si è innamorato di lei ma l’incontro non la soddisfa. Lui è un ragazzo gentile, troppo lontano dalle sue aspirazioni per una passione totalizzante.
Le sue ricerche la fanno approdare a un bar per omosessuali dove incontra Emma, già al quarto anno di università, lesbica da lunga data,  che inizia a sedurla ma quando l’intesa definitiva avverrà, non avrà bisogno di insegnarle nulla, perché la ragazza ha trovato finalmente il modo, con lei, di esprimere la sua sensualità.

Una funzione del tutto irrilevante  svolgono le famiglie delle due ragazze: i genitori di Adele sono incapaci di cogliere la tempesta che scuote la loro figlia, mentre quelli di Emma, separati,  molto presi da loro stessi, si limitano a mostrare un'accettazione di circostanza nei confronti delle scelte  della  figlia.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il film non si presta a diventare un manifesto LGBT. Gli accenni alle tematiche ideologiche del movimento sono modeste: Emma dice a un certo punto “siamo una famiglia”, alludendo alla sua convivenza con una donna che ha avuto un bambino da un padre di cui non abbiamo ulteriori informazioni. C’è anche un rapido accenno a Sartre, indicato come colui che “ci invita ad essere ciò che vogliamo essere”.

Il punto più compromettente per una ideologia LGBT è un altro: in questo film non c’è amore oblativo ma solo passione. Proprio quando il movimento gay vuole raggiungere una certa stabilità borghese con l’equipazione delle loro unioni al matrimonio, nel finale del film (non riveleremo i dettagli), la passione erotica fra Adele e Emma, quella forma di “egoismo a due” che hanno manifestato, mostra tutta la sua incompiuta tristezza : una unione che non può uscire fuori da se stessa perché non diventa “altro da sé”, non genera una nuova creatura.

Occorre inoltre osservare che più che parlare di omosessualità, bisognerebbe parlare di bisessualità, di indifferenza alla specificità del partner: Adele finisce per avere rapporti con un ragazzo (situazione analoga si era vista in I ragazzi stanno bene e in certo qual modo in I segreti di Brokeback Mountain). E’ come se  la sessualità, ormai definitivamente svincolata dalla sua funzione generativa, si muovesse libera in ogni direzione, alla ricerca del proprio appagamento.

Per concludere, due osservazioni che scaturiscono dalla visione di questo film.  E’ indubbio che La vie d’Adele vuole promuovere un nuovo “standard espressivo”: raccontare storie d’amore (non importa se etero o omo) che non si fermano alla porta della camera da letto ma mostrano gli incontri sessuali con dettagli pornografici. E’ facile prevedere che, sulla scia di un film che ha vinto a Cannes, ne seguiranno altri che, sotto la copertura  di un presunto valore artistico, vorranno attirare il pubblico con gli stessi dettagli.

Sorge infine una domanda: fino a che punto si può violare l’intimità di un essere umano sia pur per fini artistici? Il regista Abdellatif Kechiche, ottenuta la totale disponibilità dell’attrice  Adèle Exarchopoulos, le sta addosso con la cinepresa per tutto il film , cogliendola anche mentre dorme, registrando il suo respiro, esplorando il suo corpo senza che si percepisca l’esistenza di un limite. Venere nera (2010), il suo film precedente, aveva anticipato questo atteggiamento.  In quel caso una donna di colore dalle caratteristiche insolite per la Francia di metà Ottocento, veniva violata in tutti i modi possibili: fatta segno di curiosità morbosa in un circo delle meraviglie, oggetto di analisi da parte di scienziati positivisti ed infine da morta, esposta in un museo. Può una rappresentazione artistica diventare un possesso?

Autore: Franco Olearo


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