LA FINE DELL'AVVENTURA

 
Titolo Originale: The End of the Affair
Paese: Gran Bretagna
Anno: 1955
Regia: Edward Dmytryk
Sceneggiatura: Lenore J. Coffee
Produzione: COLUMBIA PICTURES CORPORATION, CORONADO PRODUCTIONS (ENGLAND) LTD.
Durata: 105
Interpreti: Deborah Kerr, Van Johnson, John Mills, Peter Cushing

Maurice Bendrix, alla fine della guerra in Spagna, è stato congedato per una ferita alla gamba e, tornato a Londra, ha ripreso il lavoro di scrittore. Volendo descrivere un alto personaggio dell’amministrazione statale del Regno Unito, incontra l’amico Henry che si mostra ben lieto di aiutarlo e gli presenta la moglie Sarah. Fra Maurice e Sarah nasce un’intesa ma durante uno dei loro incontri a casa di lui una bomba esplode vicino a loro e Maurice appare morto. Sarah, che non è credente, inizia a pregare, chiedendo a Dio di salvargli la vita; in cambio lei sarebbe tornata da suo marito. Maurice si rialza vivo e a lei non resta che mantenere la promessa fatta, lasciando Maurice senza motivare la sua decisione. Cercherà ora di comprendere il senso di quella fede che sembra essere nata in lei. Due anni dopo Maurice incontra Henry che appare preoccupato e incerto sulla fedeltà della moglie. Senza informare il marito, Maurice decide di ingaggiare un agente privato per indagare su quella donna che ancora ama ma che misteriosamente lo ha abbandonato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film del 1955 descrive bene il tormento di un’anima che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede. Il film del 1999 ipotizza invece l’esistenza una divinità quasi pagana che interferisce in modo sgradevole nelle vicende umane
Pubblico 
Tutti
La versione del 1955 è per tutti; quella del 1999 è per adulti.
Giudizio Artistico 
 
Entrambi i film, quello del 1955 come quello del 1999, sono di buona fattura. Van Johnson (1955), con il suo decisionismo americano, poco si adatta a una storia costruita su di un mistero soprannaturale, mentre Julianne Moore (1999) contribuisce bene a realizzare quell’atmosfera di languida e rarefatta sensualità voluta dal regista.

The end of the Affair  è il quarto ed ultimo dei romanzi cattolici dello scrittore inglese Graham Greene, come ricorda Enrique Fuster[1] nel libro Verso Dio nel Cinema. Finora sono due i film che si rifanno a questo romanzo: uno del 1955 (La fine dell’avventura) di Edward Dmytryk con Deborah Kerr e Van Johnson e l’altro del 1999 (Fine di una storia) di Neil Jordan con Julianne Moore e Ralph Fiennes.

Non ci interessa in questa riflessione giudicare quale dei due sia stato più aderente al romanzo[2] ma piuttosto vorremmo comprendere come in tempi così distanti (45 anni) venga reso sullo schermo una storia così “spinosamente religiosa” (avvengono dei miracoli attribuibili alla protagonista, Sarah).

La palma al film più aderente al romanzo è comunque controversa e in entrambi la storia originale è stata alterata: il film del 1955 termina con la morte di Sarah, mentre quello del 1999 in modo più aderente al libro, prosegue con la presentazione di un miracolo attribuito all’intercessione di Sarah. Al contrario quest’ultimo mostra un ritorno di passione fra i due amanti due anni dopo il loro primo incontro, non presente nel libro. Sono varianti che riflettono il modo diverso con cui  gli autori hanno reagito alla tematica di fede sollecitata dallo scrittore.

La cosa si complica ulteriormente se si considera che il film di Dmytryk, nella versione italiana venne ampiamente tagliato non solo per ridurne la durata ma anche per evitare alcune frasi sgradevoli nei confronti del sacramento del battesimo pronunciate dal protagonista che avrebbero urtato un pubblico italiano – all’epoca- sensibile a questi temi. Noi ci siamo comunque riferiti alla versione inglese originale.

La versione del 1955

Nel film del 1955 (come del resto in quello del 1999) l’intesa fra Maurice e Sarah nasce presto, complice il fatto che lo scrittore si era già accorto che lei tradiva suo marito. Il rapporto soffre però fin dall’inizio di una incomprensione di fondo: lui ritiene di aver trovato l’amore della sua vita, la ama e la vuole sposare (Van Johnson incarna lo stereotipo dell’americano molto in voga a quel tempo: un uomo propositivo, lineare ed estraneo a qualsiasi complessità psicologica); lei è più orientata a vivere la vita giorno per giorno, complice l’instabilità e l’incertezza del futuro tipiche dei tempi di  guerra. A dispetto di tutto i due amanti continuano a incontrarsi di nascosto dal marito,  la loro intesa diventa più profonda, fino al giorno del bombardamento, dopo il quale lei lascia Maurice per adempiere al voto fatto, senza dargli spiegazioni.

Il loro nuovo incontro, due anni dopo, trova lui ancora  innamorato ma anche sospettoso nei confronti di una donna che non è ancora riuscito a decifrare. In questa seconda parte la storia di Sarah e del suo progressivo, sofferto, avvicinamento a Dio prendono il sopravvento.  Sono tre le volte che vediamo entrare Sarah in una chiesa, tre momenti di una lunga "battaglia". La prima volta aveva tentato di fuggire: il sacerdote con il quale si era confidata l’aveva invitata a liberarsi dal voto fatto, se lo aveva fatto a un Dio in cui non credeva. Sarah non ne aveva avuto il coraggio perché aveva compreso che per lei era iniziata una ricerca che non riusciva più a sospendere. La seconda volta aveva cercato di ribellarsi : il sacerdote le aveva fatto osservare che quando si cerca Dio, di fatto lo si è già trovato. “Ma io non lo cerco- aveva risposto Sarah- allora perché Lui mi cerca?” In quell'occasione l'accettazione della Sua Esistenza era ormai un fatto avvenuto, mescolato alla rabbia determinata proprio da quel suo arrendersi alla Sua esistenza; quella di un Dio che risponde a chi lo invoca. Il terzo e risolutivo momento  è quello della resa: Sarah è in preghiera nella stessa cappella e accende una candela. Le sembra un gesto stupido ma per la prima volta è pervasa da una sensazione di felicità: si sente come quella piccola fiammella che è tenue ma che è calda e brilla.
Il film prosegue con il comportamento coerente di Sarah che non ritorna da Maurice nonostante lui continui a desiderare di sposarla. Solo quando Sarah è ormai morente, Maurice viene a conoscere il dramma che lei ha vissuto  e in una lettera trovata dopo la sua morte vi legge la sua ultima confessione: “Dio esiste; io ci credo”. Il fatto che il film termini in questo modo e non prosegua con altri miracoli avvenuti dopo la morte di Sarah come viene descritto nel romanzo è coerente con l’economia di un film tutto centrato sull’evoluzione dell’animo della donna che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede.

La versione del 1999

Il film del 1999 è inevitabilmente più esplicito nelle scene degli incontri amorosi fra i due amanti  che servono a sottolineare la passione sensuale che li unisce. In questa versione il racconto si concentra su ciò che accade due anni dopo che essi si erano lasciati e i tentativi di Maurice di riagganciare la sfuggente Sarah. Sensualità e mistero diventano gli elementi dominanti del film.  
C’è una componente che emerge progressivamente e che costituisce un chiaro segno dei tempi, all’alba del terzo millennio: il soggettivismo. L’espressione autentica di se stessi diventa una priorità assoluta, rispetto alla quale gli impegni che si possono avere nei confronti degli altri, della società, dello stesso Dio, si dissolvono. Nell’incontro di Sarah con il sacerdote le tematiche sono cambiate. Se lui le parla del libero arbitrio che Dio ci ha concesso, Sarah risponde che a questo punto, siccome ama Maurice, vuole divorziare: in fondo lei non è “né una bugiarda né una prostituta”.
Alla fine i due riannodano la loro relazione: si tratta di una svolta non prevista nel libro e non presente nel film 1955 ma quasi  inevitabile, di fronte alla priorità di dare libero sviluppo all’autenticità del loro amore, una priorità rispetto alla quale il voto fatto finisce per perdere di senso. Sarah in questo secondo film deve in effetti fronteggiare meno scrupoli di coscienza rispetto al precedente: “noi siamo (solo) buoni amici” fa notare Sarah al marito, sottintendendo la mancanza di una relazione coniugale, mentre nel film del 1955 si parla solo di difficoltà ad avere dei bambini. Sempre in nome della superiorità di un amore autentico il marito Henry e Maurice si ritrovano a vivere nella stessa casa perché entrambi hanno deciso di prendersi cura di Sarah morente. I rapporti fra Maurice e il sacerdote che ha curato spiritualmente Sarah sono di aperto conflitto: Maurice lo odia perché Sarah per due anni si è sottratta a lui perché plagiata per mezzo di pure fandonie e vede il sacerdote come il rappresentante di una istituzione puramente formale, in grado di esprimere una pietà di sola facciata.

“Questo è un diario di odio” scrive Maurice sul primo foglio del suo romanzo nella prima sequenza del film. Alla fine si comprende di quale odio si tratta: “Ti odio come se Tu esistessi. La Tua astuzia è infinita. Ti prego di dimenticarmi” scrive Maurice sull’ultima pagina del suo romanzo.

La scena finale che mostra un miracolo accaduto con la mediazione di Sarah (un ragazzo da lei conosciuto ora non ha più una voglia che in precedenza deturpava la sua guancia) sposta di ben poco l’asse del film, tutto teso a dimostrare la superiorità di una vita umana gestita direttamente dagli uomini stessi.

Se bisogna necessariamente ipotizzare l’esistenza di un Dio, sembra dire il film del 1999, esso appare quasi come una divinità pagana, più temuta che amata: un dio che interferisce nelle vicende umane in modo spesso sgradevole e l’uomo deve solo cercare di evitare le sue nefaste influenze.



[1] DANIELA DELFINI, ENRIQUE FUSTER, JOSE’ MARIA GALVAN Verso Dio nel cinema, San Paolo, 2013

[2] Andrea Puglia ha realizzato due anni fa una interessante tesi alla Cattolica di Milano  dal titolo ""Graham Greene e il cinema. Analisi di un rapporto conflittuale"indagando in particolare sul suo senso del religioso


 

 

Autore: Franco Olearo


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