THE PLACE

Titolo Originale: The Place
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Isabella Aguilar e Paolo Genovese
Produzione: MEDUSA FILM, MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP
Durata: 105
Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rorhwacher, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvia D’Amico, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, Alessandro Borghi, Giulia Lazzarini, Sabrina Ferilli

In un bar situato nella periferia di una grande città siede, sempre allo stesso identico posto, un uomo misterioso. Quotidianamente, da chissà quanto tempo, costui accoglie le persone più disparate, ascolta le loro richieste, consulta un’enorme agenda e poi assegna loro un compito. L’accordo prevede che se il richiedente accetta e svolge il compito proposto, vedrà esaudito il proprio desiderio. C’è chi entra in quel bar per guarire il proprio figlio da un tumore o il proprio marito dall’Alzheimer; chi vuole aumentare la propria bellezza e chi andare a letto con una modella; chi vuole rintracciare il bottino di un furto e chi vuole vendicarsi di un genitore violento; c’è chi vuole riconquistare l’affetto del coniuge e chi recuperare la vista; c’è anche chi desidera ritrovare la presenza di Dio. Per ottenere quanto desiderato, quasi a ognuno dei personaggi è proposto di compiere un’azione orribile. Imboccare tale scorciatoia, quindi, comporta per ognuno un viaggio inevitabile, a volte spaventoso, nella propria anima.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Ha commentato il regista in un’intervista
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, tensione psicologica.
Giudizio Tecnico 
 
Si deve dare atto a Genovese di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che desideri? È il tema dell’intrigante thriller diretto da Paolo Genovese, scritto dal regista insieme a Isabella Aguilar, adattamento della serie targata Netflix The Booth at the End. Si deve dare atto a Genovese (che già con il precedente Perfetti sconosciuti aveva convinto tutti dimostrando capacità di scrittura, regia e direzione degli attori degne dei maestri della commedia all’italiana) di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi. Artisticamente, Genovese si sta guadagnando film dopo film la patente di “Autore” tanto agognata. Se la merita: possiede un’idea del mondo e un’idea del cinema. Anche, possiede un’idea dello spettatore: qualcuno con un cervello a cui regalare qualcosa su cui riflettere dopo la visione del film, senza per questo annoiarlo a morte.

Abbiamo parlato dell’aspetto tecnico. Ma quale visione del mondo è sottesa a The Place? Chi è il misterioso individuo che permette a chiunque glielo chieda una strada, tortuosissima ma sicura, per ottenere ciò che si desidera? Il diavolo? Un angelo? La coscienza? Uno specchio? Il destino? La giustizia? La sceneggiatura del film gioca a rimpiattino con lo spettatore, lo lascia libero di trovare una soluzione e un senso e lavora nella sua mente anche dopo aver composto il mosaico con l’ultima tessera. The Place vuole essere così un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio. Le “prove” cui sono sottoposti i personaggi perché conquistino il loro obiettivo non sono tutte analoghe (per alcuni sono pene del contrappasso, per altri sono spiazzanti ma accettabili) ma ognuno, affrontandole, è costretto ad affrontare i propri demoni. Per alcuni il cammino è di redenzione, per altri di dannazione; c’è chi si trova a cambiare desiderio perché ha scoperto qualcosa di sé di nuovo e chi si trova a rinunciare solo per vigliaccheria. Ognuno impara qualcosa, qualcuno a carissimo prezzo.

Quando uno dei personaggi gli chiede se crede in Dio, l’uomo risponde di credere nei dettagli. È raccontando i particolari delle proprie azioni, infatti, che gli altri personaggi sono costretti a definire chi sono e a guardarsi allo specchio, scovando – nella maggioranza dei casi – una parte di sé nascosta e terribile. Il film condanna senza mezze misure ogni abiezione ma non sembra avere molta fiducia nella libertà dell’essere umano; la libertà di fare il bene. Genovese – come già in Perfetti sconosciuti – sembra essere freddo come un entomologo, lucido (e un po’ compiaciuto) nel mettere in luce le bassezze di cui gli uomini sono capaci ma mai realmente convinto (né tantomeno commosso) di fronte alle possibilità del bene. Soprattutto, mai convinto che il bene possa essere scelto come prima istanza.

“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Così il regista ha presentato il suo film. Particolarmente emblematico di questa “sospensione di giudizio” è il segmento narrativo che vede protagonista la giovane suora. Il suo desiderio è di sentire, come agli inizi della propria vocazione religiosa, la voce di Dio. Prima di accettare il patto, chiede all’uomo seduto nel bar: “come faccio a sapere che lei non è il diavolo?” e si sente rispondere: “non può saperlo”. Naturalmente tutto, nel film, è al servizio dell’efficacia narrativa ma una religiosa che per ritrovare Dio accetta un patto con uno che potrebbe essere “l’avversario” ci sembra una incoerenza troppo forte. Non capire mai se il personaggio sia un emissario diabolico o un messaggero divino è uno dei punti di forza del film ma s’insinua, tra le pieghe della brillante sceneggiatura, l’idea che per gli autori la cosa – anche fuori di metafora – non abbia importanza alcuna. 

Autore: Raffaele Chiarulli


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