LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Titolo Originale: Wonderstruck
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Brian Selznick
Produzione: MAZON STUDIOS, CINETIC MEDIA, KILLER FILMS, FILMNATION ENTERTAINMENT,PICROW
Durata: 117
Interpreti: Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael

Ben è un ragazzo del Minnesota che nel 1977 ha 12 anni. Più volte aveva chiesto a sua madre più informazioni sul padre che non aveva mai conosciuto ma lei era stata sempre evasiva. Ora che sua madre è morta e che lui, colpito da un fulmine è diventato sordo, decide di partire per raggiungere New York alla ricerca di suo padre, utilizzando i pochi indizi che è riuscito a raccogliere. Anche Rose ha 12 anni, è non udente, ma vive nel 1927. Decide di lasciare la ricca casa paterna dove viene presa in scarsa considerazione a causa della sua infermità per raggiungere New York, alla ricerca di sua madre che ritiene sia una star del cinema muto. Le due storie risulteranno in qualche modo collegate....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre ragazzi soli finiscono per trovare le consolazioni e la verità che stavano cercando
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista Tod Haynes è molto bravo nel creare ambienti e circostanze calati in tempi passati ma la sceneggiatura non trova la giusta misura nel caricare le condizioni di tristezza e solitudine di tre dodicenni

Il film è tratto dall’omonima graphic novel di Brian  Selznick (che firma anche la sceneggiatura). Un suo precedente lavoro, Hugo Cabret (il nome di un altro ragazzo dodicenne) era stato già trasferito in pellicola da Martin Scosese.

Le due opere grafico-letterarie hanno delle innegabili analogie: ci sono adolescenti soli, perché orfani o perché con genitori divorziati, che si mettono alla ricerca del genitore che non hanno mai conosciuto, escono dal piccolo ambito in cui sono cresciuti per affacciarsi in una grande metropoli (New York o Parigi) che non è esente da pericoli ma che è anche dispensatrice di meraviglie e misteri da scoprire.

Forme espressive vecchie e nuove che consentono di ricostruire mondi affascinanti, reali o immaginari, sono l’altra componente di questi racconti di Selznick. In Hugo Cabret traspare la fascinazione del primo cinematografo come il Viaggio sulla luna di Melier (ma anche in quest’ultimo film c’è un omaggio al cinema muto) mentre in La stanza delle meraviglie le principali fonti di attrazione e curiosità sono i diorami del Museo di storia Naturale di New York e la ricostruzione in scala di tutta la città conservata al Queen Museum of arts.  Tutti i racconti sono impostati al passato, venati dalla nostalgia di un tempo nel quale ci si stupiva con poco, un espediente che consente anche di attenuare i passaggi drammatici della storia e lo spettatore si può limitare a contemplarli più che a viverli.

Si tratta quindi di una prospettiva artistica complessa che ha finito per trovare nel regista Tod Haynes colui che poteva essere in grado di trasferirla validamente dal disegno alla pellicola. Si è fatto conoscere al grande pubblico attraverso opere come Lontano dal Paradiso e Carol dove ha manifestato tutto i suo talento nel ricostruire atmosfere di epoche passate, non solo con una definizione accurata delle ambientazione, con la scelta maniacale dei costumi ma anche ricostruendo le tonalità cromatiche delle pellicole usate a quei tempi. Se le vicende di Rose sono narrate in bianco e nero e sono rigorosamente mute, quelle di Ben hanno i colori accesi degli anni ’70.Un espediente che facilita la lettura del continuo passaggio, dal 1927 al 1977 con cui avanzano le due storie parallele.

Così come avevamo già fatto per il precedente Hugo Cabret, occorre ora domandarsi se questo film possa essere di gradimento ai ragazzi oppure no.

L’impressione è che questo film possa piacere a chi, come adulto, riesca a  percepire il la malinconia per ciò che è stato e che ora non è più, l’amore per il vintage, da cui i ragazzi, che vivono nel presente, restano rigorosamente esclusi. Il film è inoltre carico di significati nascosti e simboli che si rivelano a poco a poco con lo sviluppo della storia, come l’epigramma di Oscar Wilde che compare all’inizio del film: “siamo tutti nati nel fango, ma solo alcuni di noi guardano le stelle”, che sembra essere un po’ troppo per una mente semplice come quella di un bambino. Resta comunque lo sguardo aperto alla meraviglia di Rose, soprattutto quando guarda le mille luci di una New York notturna e la bella amicizia che si instaura fra Ben e il suo coetaneo Jamie, un altro ragazzo condannato alla solitudine: senza un amico, come lui stesso dichiara e coi i genitori divorziati.

Questa voglia di creare tanto spleen attraverso storie di dodicenni infelici, finisce per costare ai questi ragazzi fin troppo cara: basti pensare a Ben che non ha mai conosciuto il padre, la madre è morta in un incidente stradale ed è diventato sordo perché è arrivato un fulmine proprio quando stava parlando al telefono.

Autore: Franco Olearo


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