Lost in translation l'amore tradotto(Caneva)

Titolo Originale: Lost in translation
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Durata: 105'
Interpreti: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte)

Vorrei con questa riflessione mettere in evidenza come questo film sia un prodotto americano che si inserisce in quei prodotti artistici che sembrano avere, pur nella loro diversità, un elemento comune: un malessere esistenziale, una tristezza inconsolabile, una nostalgia di qualcosa che si  è perso in modo irreversibile, un futuro visto solo come inevitabile sofferenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo ed una donna, disillusi dai loro rispettivi matrimoni, ci mostrano il loro vuoto esistenziale
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune nudità in uno strip club e fugaci incontri con professioniste d'albergo
Giudizio Artistico 
 
Ottima la regia,sufficiente la sceneggiatura

Un attore americano adulto viene chiamato a Tokio per girare delle stupide pubblicità che gli fruttano milioni di dollari. La sua è una vita infelice, disincantata, non c’è più nulla che lo attiri, nemmeno il sesso hard ( una scena disgustosa funzionale al contesto). Il suo matrimonio è a pezzi. Ritiene che la colpa sia dei figli che hanno allontanatola moglie da lui, ma poi parla dei bambini come creature stupende: una contraddizione che non è riuscita a unire la coppia in modo nuovo e più alto.

Una giovanissima sposa di New York è a Tokio con un marito assolutamente incapace  di renderla felice  preso com’è dal suo lavoro di fotografo in cui ha messo tutte le sue energie in modo nevrotico.

L’attore e la giovane alloggiano nello stesso albergo.

Il contesto è un rumorosissimo mondo giapponese: strade affollate ( il deserto peggiore profetizzato dallo scrittore Buzzati) , video giochi che risuonano in modo insopportabilmente uguale, feste, droga party, situazioni comico- grottesche dal sapore infinitamente triste.

Tutto questo rumore assume nel linguaggio del film una sola realtà: solitudine, non senso della vita. Un mondo in cui si tuffano i due protagonisti alla ricerca di qualcosa che non trovano.

Non è una critica alla società giapponese, poiché il contesto è stato scelto per dire altro.

I due quindi si incontrano, si riconoscono nella loro infelicità cosciente. Tra loro non scoppia l’amore anche se sono così simili e simili sono le ragioni che li hanno condotti a sentirsi così infelici.

C’è un rapporto paterno, tenero. E’ l’incontro tra due generazioni in cui sembra che l’una non possa aiutare l’altra.

Il film finisce con la partenza dell’attore e con un abbraccio commosso e liberatorio tra i due, come se l’unica cosa che si possa fare è quello di trasmettersi una sorta di solidarietà per sopportare il peso della vita umana.

Naturalmente questo film è per un pubblico adulto e per giunta con capacità critiche.

Lo sconsiglio agli adolescenti e paradossalmente lo consiglio invece a chi volesse riflettere sulla condizione umana,  magari molto diversa dalla propria, attraverso un film che non si propone di far ridere, né di essere volgare, forse non si propone niente. La debolezza della sceneggiatura è infatti dovuta a una non evoluzione da una situazione iniziale a una finale attraverso il passaggio intermedio di un forte conflitto.

Questo film rivela, quindi, che una parte dell’umanità contemporanea “ non ce la fa” a trovare rimedi e risposte al dramma dell’esistenza umana.

Sempre paradossalmente è un film onesto.

“Se non c’è Dio, tutto è permesso” scrive Dostoevskij  in uno dei suoi famosi romanzi. Se non c’è  Dio, oggi possiamo tradurlo, non c’è limite all’infelicità e al non senso.

Questo film è uno specchio della vita di coloro che patiscono la più penosa delle sofferenze umane: la lontananza da Dio, la mancanza di speranza.

Un film per chi non vuole chiudere gli occhi e desidera riflettere.

Psicologicamente, a mio avviso, può trasmettere disvalori a chi non sa superare i limiti della visione dell’autore. Per questo non è adatto ai ragazzi.

Autore: Alessandra Caneva


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