IL PIANISTA

 
Titolo Originale: The Pianist
Paese: Fra/Germ/It/Pol
Anno: 2002
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: R.Polansky,R. Harwood
Durata: 2
Interpreti: A. Brody (Szpillman)

Steven Spielberg propose a Roman Polansky di fare la regia di "Shindler's list", ma lui rifiutò.
La proposta di Spielberg era ben motivata: quale regista, meglio di Roman, poteva descrivere le atrocità del ghetto di Varsavia, proprio lui che a 10 anni era lì (in realtà si trovava nel ghetto di Cracovia) a osservare il resto della sua famiglia mentre veniva deportata nei campi di concentramento?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dal fondo dell'orrore, si è rigenerata la speranza verso l' uomo ed il suo futuro
Pubblico 
Adolescenti
Scene esplicite di violenza gratuita su adulti , bambini e su vecchi malati
Giudizio Tecnico 
 
Il tempo intercorso dai fatti narrati ha ormai decantato la sofferenza a vantaggio di un lirismo, di una capacità di guardare dall'alto, che ha consentito a Polansky, regista e sceneggiatore, di filtrare le sue emozioni attraverso una narrazione nitida e controllata

Roman è sicuramente "esperto della materia" ma probabilmente rifiutò l'offerta perché aveva capito che il suo modo di sentire la tragedia dell'Olocausto differiva da quello del grande regista americano. Spielberg ha realizzato un film corale, un film su di una moltitudine di uomini e donne che riescono a passare oltre quel guado così oscuro della nostra storia grazie alla generosità di pochi eroi.

Polansky invece ha voluto narrare, in modo quasi documentaristico, la progressiva discesa all'inferno di una famiglia borghese di origine ebrea (quanta autobiografica tenerezza nel presentare il forte legame che tiene unita questa famiglia di quattro figli!) , la quale passa da una dignitosa casa borghese, ai letti a castello di un monolocale all'interno del ghetto, fino al grande piazzale antistante la stazione in attesa, assieme a tante altre famiglie, di venir caricati sui treni che li porteranno ai campi di concentramento.

La vita del ghetto è narrata nei minimi particolari, attraverso la gente che si accalca nelle strade per cercare di vendere qualche oggetto personale che gli consenta di mangiare per ancora un'altro giorno o nel semplice stare in un bar a sentire della buona musica che faccia dimenticare per un momento il loro destino. Tanti dettagli finirebbero per limitare il film nell'ambito di un arido documentarismo, ma questo non accade perché lo sguardo del regista è coinvolto ma distaccato al contempo; il tempo intercorso dai fatti narrati ha ormai decantato la sofferenza a vantaggio di un lirismo, di una capacità di guardare dall'alto, che ha rigenerato il lui, nonostante tutto, la speranza verso l' uomo ed il suo futuro. Polansky affida la sua visione all'attore protagonista che impersona un pianista ebreo-polacco realmente esistito: Wladyslaw Szpilman. Un'anima serena, abituata a carpire le alte vette dell'armonia, che si muove prima incredulo al precipitare della situazione, poi, riuscito a scappare dalla stazione dove il suo destino sembrava ormai segnato e rimasto a Praga come clandestino, pensa solo a vivere, anzi a sopravvivere accettando gli aiuti che a lui, polacco famoso, concedono molti suoi compatrioti.
Wladyslaw è un vigliacco? Ci si potrebbe domandare e lui stesso se lo domanda, quando guarda dalla finestra del suo rifugio la disperata rivolta del ghetto contro le truppe tedesche. Lui in realtà sta' respingendo mentalmente quegli avvenimenti che stanno passando davanti ai suoi occhi perché per lui semplicemente non sono credibili, sono eventi senza senso per chi come lui crede e comunica con gli altri solo attraverso l'armonia della musica.

Il suo credo viene premiato quando, all'epilogo della storia e quando la disfatta degli invasori è ormai prossima, un ufficiale tedesco, scovatolo nel suo nascondiglio, non lo uccide ma resta ad ascoltarlo mentre suona il piano. E' l'inizio della fine: l'umanità, impersonificata dall'ufficiale, ha ritrovato se stessa.

Ecco perché "Shindler's list" e "Il pianista" sono così profondamente diversi: eroico e corale il primo, individualista ed intimista il secondo.
In una delle scene finali Szpilman, nel tentativo di ritrovare l'ufficiale che lo ha salvato, trova, al posto di quello che prima era un campo prigionieri russo, nient'altro che un terreno coperto di fango su cui campeggia un pallido sole ormai al tramonto.
Il regista si attarda a riprendere questa scena: lì Polansky riesce a ritrovarsi in tutta la sua lirica malinconia.

Alcune scene di violenza gratuita da parte dei nazisti consigliano la visione del film solo ai ragazzi più grandi.

Autore: Franco Olearo


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