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Sant’Agostino: tutti, credenti o non credenti, lo percepiscono come un
grande dell’antichità ma è generalmente poco conosciuto: cosa può dire a noi
oggi Agostino, soprattutto ai giovani?
Francesco Arlanch Una cosa fra tante: ci dice di non accontentarci. Agostino
è diventato quello che è diventato – vescovo amato, padre della Chiesa, punto di
riferimento per l’intera civiltà occidentale e non solo – anche perché non si è
accontentato di mezze verità e di mezze soddisfazioni. Non ha sedato la propria
inquietudine. Ha cercato finché ha trovato. E, da quel momento, tutta la sua
vita è cambiata. E, con lei – possiamo dire – l’intera storia della nostra
civiltà.
La sua vita è stata complessa ed anche avventurosa: su quali parti della
sua biografia vi siete concentrati?
Direi su tre parti: su quella che va dall’adolescenza inquieta alla conversione
intorno ai trent’anni (l’oggetto delle celeberrime Confessioni); su un episodio
particolarmente drammatico che lo vide protagonista durante la sua decennale
esperienza di vescovo (lo scontro con i donatisti in occasione della conferenza
di Cartagine, nel 411, quando Agostino aveva circa 57 anni); sulla sua ultima
settimana di vita, ad Ippona assediata dai Vandali, che espugneranno la città
poco dopo la morte del vescovo.
La sua conversione: raggiungere la fede attraverso la ragione e la
filosofia (sembrerebbe molto strano al giorno d’oggi): come avete raccontato la
sua conversione?
È stata la sfida più difficile. Quella di Sant’Agostino – di cui le Confessioni
sono un mirabile resoconto – è diventata il paradigma di ogni conversione. Fu
un’esperienza così radicale e completa che sarà sempre attuale. Ma – proprio
perché così completa – risulta difficilmente inquadrabile negli “schemi di
conversione” ormai canonizzati nella cultura dello spettacolo contemporanea,
dove la conversione viene quasi sempre letta come una svolta emotiva,
sentimentale, pre-razionale se non addirittura irrazionale. Invece Agostino si
convertì attraverso un percorso non solo di “cuore”, ma anche di “testa” – oltre
che per grazia di un incontro personale. Abbiamo cercato di rendere conto – per
quanto possibile nei limiti di uno sceneggiato destinato all’ampio pubblico
della televisione – di tutti gli aspetti di questa conversione, attraverso i
diversi personaggi che contribuirono in modo diverso a determinarla: la madre
Monica, la compagna con cui Agostino visse per anni e che lo rese padre, il
vescovo Ambrogio.
Da giovane è stato alquanto scapestrato e credo che ciò venga mostrato
nella prima parte del film: era semplicemente un dissoluto o percepiva, sia pur
confusamente, già allora, l’esistenza di na legge divina?
Agostino è sempre stato, anche nei momenti di maggior confusione, uno spirito
appassionatamente religioso. Anche nella sua fase “scettica”, in cui sembrava
disperare di trovare una qualsiasi verità, Agostino era mosso da un incessante
anelito. Questo, per certi versi, lo rende inattuale in un epoca apparentemente
contraddistinta da una fiacca e sazia indifferenza religiosa. Ma, in realtà,
l’inquietudine che agitò il suo cuore fino alla conversione è lo stesso che
turba gli uomini di ogni tempo, compreso il nostro, che non possono dirsi
davvero felici finché non hanno trovato un senso convincente alla propria
esistenza.
Che peso ha avuto nella sua vita e per la sua conversione la figura della
madre?
“Non può andare perso il figlio di tante lacrime” disse un vescovo a Monica, che
gli confidava le proprie preoccupazioni su Agostino. Leggendo le Confessioni
Monica emerge come una figura determinante per la conversione. Nel nostro film
il suo personaggio è un autentico baricentro emotivo della vicenda. In Monica
credo che si riconosceranno tutte le madri che vogliono con tutte se stesse,
persino al prezzo della propria vita, vedere felici i propri figli.
Il potere politico e la Chiesa: come ha gestito sant’Agostino questo
eterno confronto?
Posso dire quale parte, della complessa risposta di Agostino a questo eterno
problema, abbiamo messo a tema nel nostro film. Quando vide l’impero romano –
considerato eterno, ai suoi tempi – sgretolarsi, Agostino ebbe la lucidità
teologica e profetica di scindere la dimensione dei regni secolari da quella del
Regno eterno. La dimensione storica delle civiltà, da quella sovrastorica della
Chiesa. Questo è appunto uno dei noccioli della Città di Dio, l’altra opera –
oltre alle Confessioni – da cui ci siamo sforzati di attingere, nella
ricostruzione della vita di Agostino.
La fine dell’Impero romano: Agostino ha percepito, con incredibile forza
visionaria che il mondo non stava finendo ma ne stava nascendo uno completamente
rinnovato. Anche Avatar, in un certo qual modo, preconizza la fine del nostro
mondo corrotto e ci mostra un utopico mondo di pace e di armonia: possiamo dire
che la visione del mondo concepito da Agostino si è realizzato o dobbiamo ancora
aspettare?
Agostino non parla di un mondo utopico, che si realizzerà in un indefinito
“domani” storico. Ci ha fornito di straordinari strumenti teologici, filosofici,
psicologici e poetici per leggere nella storia – la nostra, concreta, quotidiana
– ciò che va al di là della storia. Ci ha insegnato a dirimere i sottili fili
dell’opera di Dio nel tessuto, apparentemente così sfilacciato, dei nostri
giorni.

Francesco Arlanch (1975) è autore di sceneggiature di miniserie:
Sant’Agostino (2009), Paolo VI (2008), David Copperfield
(2008), Chiara e Francesco (2007), Pompei (2007), Giovanni
Paolo II (2006), San Pietro (2005). È autore di episodi di lunghe
serialità (Don Matteo, Ho sposato uno sbirro, Rex), di serie animate (Angel’s
Friends, Josemaría, Il Signore delle Ombre) e di un film di animazione per
il cinema di prossima uscita (Karol). Si è occupato, in qualità di story
editor, dello sviluppo delle sceneggiature di miniserie televisive per Rai Uno
(fra le altre, Augusto - Il primo Imperatore, Nerone, Don Bosco). È
laureato in Filosofia e dottore di ricerca in Linguistica applicata e linguaggi
della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Collabora come
docente al Master in Scrittura e produzione per la fiction dell’Università
Cattolica di Milano. |