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A
13 anni da Titanic (i cui record di incasso Avatar punta a
superare anche grazie ai maggiori introiti legati alle proiezioni in 3D)
James Cameron torna sul grande schermo (ma nel frattempo non è stato con
le mani in mano, avendo sviluppato attraverso diversi progetti
documentaristici proprio la tecnica di ripresa in 3D) con una vicenda
dai toni epico-ecologisti fatta apposta per esaltare la tecnologia
rivoluzionaria che permette di creare mondi e personaggi mai visti
prima.
Cameron sceglie di raccontare una vicenda,
che, al di là dei temi ecologisti e antimperialisti, mette in scena
all’interno degli eventi proprio quel meccanismo di motion capture
(la tecnica che consente di catturare la recitazione degli attori in
carne ed ossa per trasformarla in personaggi virtuali totalmente
realistici - degli avatar, per l’appunto - inseriti in sfondi creati ad
hoc) traducendolo nella trovata scientifica che permette al paraplegico
Jake di guidare a distanza un corpo biologico ibrido umano-Na’vi.
Lo spettatore in questo modo assiste, ma in
un certo senso anche partecipa, a questa “rivoluzione” tecnologica,
sorprendente, certo, ma di per sé non sufficiente a cambiare lo statuto
del cinema come arte: lo riconosce lo stesso Cameron, che nonostante
tutto continua ad assegnare il primato alla storia.
Storia che in questo caso segue i binari
della drammaturgia epica più classica, con un eroe progressivamente
affascinato dal mondo chiamato ad esplorare e conquistare (come il
soldato di Balla coi lupi, ma anche, più banalmente,
Pochaontas), antagonisti invero piuttosto monodimensionali, mentori
di varia natura. Non solo l’affascinante Neytiri, ma anche la scienziata
Grace Augustine, che ha nel suo nome ben due accenni alla religione
cristiana, e da scienziata cerca una spiegazione bio-chimica alla
connessione dei Na’vi con la natura, ma finisce per “convertirsi alla
fede” in punto di morte.
Senza passare per il via (quella Terra
sovrappopolata e inquinata al punto da esigere spedizioni interstellari
di parecchi anni luce per tentare un salvataggio, un “pianeta morente”
come lo definisce senza rimpianti lo stesso Jake, un luogo degradato
anche moralmente e dove tutto sembra avere un prezzo) lo spettatore
viene gettato nel lussureggiante (ma pericoloso) mondo di Pandora,
popolato di creature stupefacenti e spesso pericolose, piante enormi dai
colori vivaci, volatili simili ad animali preistorici, ma soprattutto da
indigeni dalle fattezze flessuose e l’animo puro.
Grazie al loro stato di “innocenza” (si
parla di un tempo di guerre e conflitti, ormai superato) i Na’vi hanno
mantenuto una profonda connessione con la natura (di cui Cameron sente
la necessità di dare una visualizzazione fisica, pure un po’ ingenua
attraverso i tentacolini della treccia dei Na’vi, sorta di biologiche
prese USB).
Connessione con le creature, ma anche una
sorta di divinità (Madre Natura, Ewya), che forse rappresenta l’unica
emergenza di un richiamo ad una divinità personale in un mondo che vive
invece di una sorta di panteismo spiritualista in cui sono impastati
sciamanesimo indiano e induismo, mentre visivamente l’apparenza fisica
dei Na’vi e i loro riti richiamano quelli delle tribù africane.
Di fronte a tanta armonia e con il
contributo delle attrattive di una bella nativa (nonché, naturalmente
dal ritrovarsi in un corpo sano), Jake si lascia presto prendere dai
dubbi sulla sua “parte”, e di fronte agli eccessi (in alcuni passaggi
volutamente e gratuitamente insensati) degli “occupanti” (e ogni
riferimento a fatti o luoghi dell’attualità è tutt’altro che casuale)
cambia campo, si unisce alla resistenza disperata dei Na’vi ed
addirittura riveste i panni del leader guerriero a cavallo di un
temibile e mostruoso volatile simile a uno pterodattilo.
E
se il fatto che debba arrivare un umano per insegnare ai nativi a
combattere come si deve, l’implicito (anche se certamente non voluto)
paternalismo è compensato dal fatto che Jake si trova di fatto a
incarnare, secondo la tradizione di molte mitologie, l’eroe straniero
inviato a salvare il popolo in difficoltà.
Le scene di battaglia che lo vedono
protagonista sono indubbiamente stupefacenti, con un uso del 3D
destinato più che a travolgere lo spettatore a coinvolgerlo
profondamente nell’azione e nel mondo rappresentato.
E mentre Jake è indotto poco a poco a
deporre la propria umanità fisica a favore di un travaso della coscienza
sempre più definitivo (al punto da chiamare alieni i suoi
simili), chi scrive non può che provare una certa inquietudine di fronte
al giudizio senza appello che condanna la Terra e i suoi abitanti alla
morte. Una popolazione che, rappresentata all’inizio come una masnada
anonima di spietati conquistatori secondo una tradizione storica oltre
che cinematografica (l’approccio messo in scena è a metà tra quello
paternalistico da Impero Britannico e quello attribuito agli Spagnoli
con le popolazioni della Mesoamerica), finisce per rivelarsi in tutta la
sua fragilità di fronte alla natura (o Natura) che si ribella allo
sfruttamento.
L’abilità con cui Cameron conduce
all’interno del mondo meraviglioso di Pandora (esigente, ma generoso,
semplice nelle sue regole e nei suoi ordini gerarchici, apparentemente
pacificato anche con la tragedia della morte, privo di profondi
conflitti tra gli individui), la voluta semplificazione stereotipata con
cui vengono rappresentanti gli antagonisti e le loro motivazioni
(avidità, presunzione, sete di violenza), non lasciano spazio ad altra
possibilità che accettare in toto la scelta di Jake. Una
prospettiva che non può non lasciare con l’amaro in bocca perché, sotto
le pieghe di un racconto dai toni epici, racchiude un triste messaggio
di morte per la nostra specie e la nostra civiltà. |