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Una
generazione di quarantenni oscilla intorno a un punto di equilibrio che
non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura a far
nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero
prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di
Muccino.
Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa
è
cambiato in questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica
motivazione:
dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove
sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità.
Adesso che il futuro è diventato presente e si è ripiegato sui loro
destini, non corrono più, si sentono stressati e appesantiti dal rimorso degli errori commessi
e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori
nuovi mai completamente accettati.
E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di
Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la
responsabilità tanto evitata, ora è una presenza viva
ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca
per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile
da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più
ansia quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico
a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.
Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà
varianti di una
sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti
aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva
raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in
Aprile-1998 mentre in
Caro
diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si
era sottoposto per una sua misteriosa allergia.
Se l'ultimo bacio è
stato un film importante per la sua capacità di
raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora
nuova generazione dei trentenni, bisogna
comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a
generalizzare il profilo degli attuali
quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto
pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.
In realtà
se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni
generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel
modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole
raccontare.
I protagonisti sembrano come
sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si
rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza,
manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.
L'antropologia di Muccino è
angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di
istintività ed emotività che non possono controllare; hanno perso ogni capacità
superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo.
Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo
perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del
cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,
non ci sono responsabilità.
Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di
combattere contro il proprio orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la
barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel
gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno
semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al
primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di
oggi che paiono delle amebe, prive
di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento
dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte
centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento
benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche
nascere dei figli.
In linea con altri film della più recente produzione
italiana (la prima cosa bella,
lo spazio bianco) ,
c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza
del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.
Solo a tratti, timidamente, si
intravede la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per
il suo nuovo lavoro, deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un
momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto
al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme
statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de
La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio
simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne
constata le conseguenze.
Muccino è molto bravo come
sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina
Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce
a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che
però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare
maniera.
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