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Quanto è difficile la vita. Lo si apprende vedendo il nuovo
film di Gabriele Muccino “Baciami ancora”. Dopo dieci anni da
L’ultimo
bacio, Muccino ritrova i protagonisti del film che lo lanciò in Italia. Il
successo gli aprì la strada degli Stati Uniti, dove ha realizzato due opere
fortunate, La ricerca della felicità (2006) e
Sette anime (2008), entrambe
cucite perfettamente sulle misure di Will Smith.
I protagonisti di “L’ultimo
bacio” li avevamo lasciati trentenni. Sembrava il giro di boa della vita, la
“linea d’ombra” della maturità, tra sogni da inseguire e pene d’amore. Li
ritroviamo ad un nuovo giro di boa, ad una nuova “linea d’ombra”: sono arrivati
a quarant’anni, ed ancora si trovano impantanati tra irrisolte pene d’amore e
sogni mai dimenticati e mai realizzati. Sono alle prese con amanti, fidanzate,
ex mogli, figli mai visti, figli visti tutti i giorni, figli impossibili da
avere, figli degli altri, lavori ben retribuiti e assenza di impiego, malattie
del corpo superabili e malattie della mente invincibili.
Il quadro sui
quarantenni di oggi disegnato da Muccino non ha, fortunatamente, la fisionomia
di un girone infernale. La crisi di questi ragazzi solo un po’ attempati, non è
economica, finanziaria o intellettuale: è una crisi esistenziale.
Sentono il
tempo correre assai veloce, e la difficile raggiungibilità delle speranze
giovanili. E soprattutto avvertono il peso degli errori commessi. Delle varie
coppie protagoniste di “Baciami ancora”, nessuna è totalmente felice. A chi
manca la prole; a chi manca il marito; a chi manca la compagna ideale. Ad ognuno
manca qualcosa. Nessuno è felice. Ma, nonostante tutto, ognuno come può continua
a vivere, soffrire, lottare.
Messo in questi termini, ci si aspetterebbe un
finale drammatico, pessimistico, nichilista. Invece succede l’esatto contrario.
E ciò rappresenta il più grande merito di Gabriele Muccino. Il regista non ha
paura di affrontare il lato positivo dell’esistenza. E ciò ha determinato, con
tutta probabilità, le molte, troppe, perplessità espresse dalla critica su
“Baciami ancora”.
Il lieto fine è sempre stato inteso come la dannazione del
cinema. Meglio chiudere in tragedia. Sorrisi e felicità posti in conclusione, da
sempre, fanno storcere il naso. Puzzano di compromesso piccolo-borghese, di
serialità televisiva, di strizzate d’occhio al pubblico col fazzoletto in mano
pronto per asciugare le lacrime.
Muccino ha sempre posseduto il senso della
logica conclusione, e il recente lavoro svolto ad Hollywood, a contatto con una
cinematografia assai distante da quella europea, non solo per mezzi economici e
tecnologici, ma anche per tensioni etiche e morali, ha ulteriormente potenziato
il convincimento di tenersi alla larga dal pessimismo cosmico.
Ciò non vuole
dire che Muccino sia un ideologo del buonismo. Al contrario, egli rifugge da
piagnistei politicamente corretti. Delle varie commedie italiane che da Natale
ad oggi sono uscite, dai cine-panettoni a Io, loro e Lara di Carlo Verdone e
La prima cosa bella di Paolo Virzì, “Baciami ancora” è decisamente la
migliore. Non tanto per le evidenti qualità registiche di Muccino; ma quanto per
la freschezza e la serietà del modo di avvicinare i disagi di una generazione
chiamata a cavarsela da sola.
Dai padri ha ereditato una vita abbastanza comoda.
Dal proprio tempo ha ricevuto stimoli continui e facili illusioni di futuri
paradisiaci, sentimentali, professionali e famigliari. Poi ha scoperto la vita.
La durezza,, talvolta spietata, del vivere quotidiano.
I quarantenni di Muccino
vivono soli. Non ci sono genitori (l’unica che vediamo si regge a stento sulle
proprie gambe, e nulla può davanti alla tragedia). Dio non corre mai in loro
soccorso. Devono vedersela da soli.
E l’unica certezza che hanno è l’amicizia,
la complicità generazionale.
Fra dieci anni vedremo come è andata a finire. |