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Raccontare
una tragedia collettiva come l’Olocausto rischia, a causa della sua mole immane,
di trasformare l’orrore in una contabilità tremenda. Il cinema ha da sempre
preferito concentrarsi sulle storie dei singoli e sul loro destino e negli
ultimi anni ha spesso assunto lo sguardo di chi dell’orrore fu testimone più o
meno consapevole e complice, dagli aguzzini o ai semplici cittadini (vedi il
problematico Good, passato alla Festa del Cinema di Roma 2008).
In questa pellicola
(tratta da un romanzo di John Boyne e da molti paragonata a La vita è bella
di Benigni) la prospettiva scelta è invece quella di un bambino, il figlio del
comandante di un campo di concentramento (e di sterminio, come scoprono ben
presto gli spettatori, e colpevolmente più tardi la consorte dell’uomo), che,
ignaro di quello che gli accade attorno, stringe amicizia con il “nemico”.
Nemico che ha le fattezze
sofferenti, e per lui curiose, di uno strano bambino al di là di un recinto di
filo spinato, che il piccolo protagonista, in un tragico equivoco, pensa
costruito per tenere lui fuori anziché l’altro dentro.
Condannato alla
solitudine dal trasferimento paterno, Bruno, vittima di un fraintendimento che
ricorda l’imbroglio del padre de la vita è bella, inizialmente invidia la
possibilità del piccolo Schmuel di “giocare” con altri come lui, mentre a lui
tocca sopportare una sorella adolescente infatuata della propaganda nazista (o
piuttosto di un giovane ufficiale del padre) e le lezioni di un vecchio
professore indottrinato che parla di destino germanico e di ebrei malvagi.
Il percorso di
progressiva (ma mai totale) consapevolezza di Bruno, che corre parallelo a
quello di sua madre Elsa, passa attraverso l’amicizia con Schmuel (che in nessun
modo il ragazzino riesce ad identificare con un nemico) e la perdita della
fiducia nella figura del padre, che all’inizio il piccolo rispetta e ama.
In effetti l’ufficiale SS
interpretato con misura e convinzione da David Thwelis non ha nulla di
stereotipato e caricaturale e incarna alla perfezione la “banalità del male” di
cui parla Hannah Arendt così come la testarda e ottusa convinzione di molti
uomini del Terzo Reich.
Come ogni bambino
all’inizio Bruno è convinto che suo padre sia una persona buona e lavori per
rendere il mondo migliore (crede anche alle assurde bugie sui campi che vede in
un falso documentario proiettato in casa, esatta riproduzione di quelli
realizzati dalla propaganda nazista a beneficio dell’opinione pubblica
internazionale). Ed è proprio la sua ingenuità a rendere ai nostri occhi più
tragica la storia e il suo esito niente affatto consolatorio (forse proprio per
questo più realistico di quello del film di Benigni), che, pur facendo un passo
indietro, con vera pietas, nel momento della morte, lascia ben intendere
le responsabilità di chi, come la mamma di Bruno, chiuse gli occhi troppo a
lungo.
Il film evita
intelligentemente, comunque, di cadere nella trappola di una rappresentazione
idealizzata dell’infanzia e, anzi, sfrutta il percorso dell’amicizia tra Bruno e
Schmuel per mostrare “in piccolo” e senza moralismo i meccanismi dei compromessi
e dei tradimenti (quello consumato da Bruno nei confronti dell’amico per paura)
in cui tanti tedeschi caddero in quegli anni. Un percorso di amicizia, che non è
privo di cadute, ma che porterà il piccolo Bruno, pur se per un tremendo
equivoco, all’identificazione con l’Altro, il nemico divento amico, fino a
condividerne il destino.
La pellicola, pur cedendo
ogni tanto negli scambi tra i due bambini ad un comprensibile intento didattico,
riesce a mantenere per il resto un delicato equilibrio tra i toni della favola e
del racconto morale e quelli della rappresentazione realistica di dinamiche
familiari di grande tensione (il padre di Bruno ha un rapporto conflittuale con
la madre, oppositrice del regime, e, al momento della scoperta della reale
destinazione del campo, tra lui e la moglie i rapporti diventano molto tesi) in
cui però paradossalmente non manca mai il senso dei legami e dell’affetto.
In questo la pellicola
riesce bene a illustrare la contraddizione di un’umanità capace di una frattura
totale tra dimensione affettiva ed etica, tra pubblico e privato, un paradosso
per molti aspetti ancora tremendamente attuale, che rende questo film ben più
che una rivisitazione di un passato per quanto emblematico.
Elementi problematici
per la visione:
per la tensione e l’argomento trattato il film non è adatto agli spettatori più
piccoli.
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