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Presentato
come evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival da Matilde
Bernabei e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella
è un film pieno di poesia che affronta il tema dell’aborto (ma forse sarebbe
più corretto dire, al contrario, quello della salvaguardia della vita nascente)
in modo suggestivo.
Con pochissime parole e puntando tutto sul legame che si stabilisce tra una
giovane donna spaventata di fronte a una gravidanza non voluta e un uomo alla
disperata ricerca di perdono, il regista Alejandro Gomez Monteverde commuove lo
spettatore grazie alla descrizione di intensi legami familiari.
Che sono proprio ciò che ha consentito allo sfortunato José di sopravvivere al
dramma che lo ha visto protagonista (da promessa del calcio a responsabile, pur
involontario, della morte di una bambina di pochi anni) . Piegato, ma non
sconfitto, José trova nell’incontro con Nina, una giovane donna troppo sola e
troppo spaventata per valutare pienamente la sua situazione, proprio ciò che
attendeva, una seconda occasione. Spendersi per una vita per tentare di riparare
al male fatto per leggerezza e fatalità.
Per vincere questa sfida fondamentale José non ricorre a ragionamenti e teorie
che Nina forse non sarebbe in grado di ascoltare, ma all’evidenza
dell’esperienza che lo ha aiutato a reagire quando si è trovato nel momento
peggiore della sua vita.
La
vita come valore assoluto, tanto più evidente quando viene tragicamente
spezzata, emerge nella forza della famiglia di José, che ha già conosciuto il
gesto generoso dell’adozione e ora si apre ad accogliere una nuova vita.
Il
fascino di una New York che può essere al tempo stesso luogo di smarrimento, ma
anche punto di partenza per una nuova vita, la musica che introduce lo
spettatore all’universo caloroso della famiglia di José (in cui i conflitti non
sono aboliti, ma l’amore è capace di sanare ogni ferita).
Quella tra Josè e Nina è qualcosa di diverso e forse anche di più grande di una
storia d’amore; o forse semplicemente si tratta della storia in cui l’amore è
rivolto verso chi ne ha più bisogno: il bambino non ancora nato di Nina.
La
pellicola non pretende di approfondire il disagio di Nina (suggerendo
implicitamente che qualunque esso sia non sarebbe una giustificazione
all’eliminazione di un figlio) , né chiarisce il suo percorso dopo l’incontro
con Josè, lasciando solo alla scena finale il suggerimento di una speranza:
quella di una crescita umana capace di riabbracciare pienamente le proprie
responsabilità.
Questi gli elementi che consentono a questo piccolo film indipendente di toccare
i cuori degli spettatori, convincendolo una volta di più che se non sempre una
donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la
responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e
preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a
condividere.
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