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Uscito nelle
librerie nel 2003, il libro di Khaled Hosseini da cui è tratto questo film
è stato uno straordinario successo editoriale, complice l´interesse per
l´Afghanistan suscitato dalla campagna americana seguita all´attentato
delle Torri Gemelle. La pellicola esce in un momento in cui i risultati
dell’intervento americano in Afghanistan contro i Talebani vengono
contestati da più parti. E forse proprio per questo, pur senza parlare di
politica, questo è un film politico, anche se sceglie di non approfondire
le profonde rivalità etniche di quella nazione e l’evoluzione della sua
storia né la ripercorre fino agli eventi più recenti.
Lo è nel senso che
ribadisce la necessità, per ogni uomo che possa definirsi tale, di
intervenire di fronte ad un’ingiustizia, con i mezzi che ha disposizione,
anche se talvolta si tratta di tendere una semplice fionda, o, come nel
caso dell’uomo dell’orfanotrofio, di resistere e fare dei compromessi per
continuare a sperare.
Un bambino che non
sa difendere se stesso, come dice ad un certo punto il padre di Amir, sarà
un uomo che non saprà difendere i propri ideali. Amir, messo alla prova,
fallisce quando per paura (e forse anche per un’invidia mai ammessa), non
interviene in aiuto del suo amico Hassan, che pure si è sacrificato per
lui. Da quel momento la sua vita cambia.
Anche se, una volta
fuggito dall’Afghanistan invaso dai Russi, inizia una nuova vita in
America e sembra trovare al felicità con la dolce Soraya, c’è qualcosa che
continua ad essere rotto dentro di lui.
È per questo che
non può non rispondere alla chiamata di Rahmin Khan, il vecchio amico di
suo padre e primo ammiratore dei suoi scritti, che gli dice che “c’è un
modo per tornare ad essere buoni”.
La missione di Amir
è, fin dall’inizio, volta alla salvezza di se stesso quanto del figlio
dell’amico perduto e la scoperta del segreto che lo lega ancor di più a
lui non è che l’ultimo tassello di un puzzle intuibile fin dall’inizio.
Del resto, alla fine, il piccolo Sohrab lo salverà sia in senso metaforico
(ridandogli se stesso) che letterale.
Il cacciatore di
aquiloni
contiene numerosi e suggestivi riferimento alla spiritualità dell’Islam e
del Corano (come la bellissima poesia che il padre di Amir gli fa recitare
durante la fuga, ma anche la citazione dell’inizio del testo sacro nella
lettera di Hassan) e non sfugge ad una chiave di lettura che supera il
semplice psicologismo di una catarsi tutta umana e rimanda ad una
dimensione metafisica quando Amir, nell’affannosa ricerca del piccolo
Sohrab, giunge in una moschea dove lo vediamo pregare per la prima volta.
Ma ancor più
interessante è l’idea di “martirio” messa in scena attraverso il
personaggio di Hassan e che non è certo quella che siamo abituati ad
associare al islam nella sua rilettura fondamentalista; colpisce,
piuttosto, la vicinanza alla visione cristiana del sacrificio gratuito. Il
piccolo Hassan, con il suo amore incondizionato e tenace per l’amico, la
sua quasi incomprensibile disponibilità al martirio, subito tanto dalle
mani dei ragazzi che lo violentano, quando più tardi per l’inganno di Amir,
è un “giusto sofferente” che potrebbe tranquillamente appartenere anche ad
una religiosità occidentale e cristiana.
Che si voglia o
meno accettare questa interpretazione Il cacciatore di aquiloni è
una pellicola in cui emerge con forza il concetto di provvidenza divina,
di una volontà di Dio che sa infine trarre il bene anche dal male, un tema
che risuona sia nella vicenda di Hassan e Amir, che in quella di sua
moglie Soraya.
Non si tratta di un
film per tutti, anche a causa dei ripetuti riferimenti alla violenza
perpetrata sui bambini e alla problematica scena di stupro, ma è
certamente un film sincero e ha il merito di mostrarci un rapporto padre
figlio molto diverso dal modello contemporaneo occidentale: non facile, ma
profondo, fatto di poche confidenze e di molti gesti concreti, intessuto
di rispetto e di dignità.
Elementi
problematici per la visione:
una scena di
violenza su un bambino, una scena di lapidazione pubblica, diverse scene
di violenza e tensione. |