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A Caterina piace cantare nel coro della scuola. Nella
piccola cittadina dove vive, a Montalto di Castro, è ammirata da tutti
ma in particolare da suo cugino che ha un debole per lei. E' un
ragazzetto simpatico , ma un poco cicciottello; in fondo entrambi
hanno 13 anni e Caterina riesce a tenerlo a bada senza troppa
difficoltà.
Bella o brutta, Caterina sa che quella è la sua vita, vita di provincia,
semplice e tranquilla come è lei, in fondo.
Adesso però deve affrontare un brusco cambiamento: suo padre, un insegnante frustrato e
lividamente
ambizioso, è riuscito a farsi trasferire a Roma. Caterina affronta la
novità con la disinvoltura della sua età: rattristata per tutto quello
che lascia, ma attratta dalla novità, si fida della decisione dei
suoi genitori, con i quali ha un rapporto di quieta obbedienza.
Dal momento in cui varca l'ingresso della sua aula in una scuola media del
centro, tutto inizia a ruotare intorno a lei vorticosamente: le sue compagne
si fronteggiano in due fazioni avverse, divise
fra destra e sinistra senza che per loro abbia un grande significato se
non quello dell'appartenenza dei loro padri al potere politico (di
destra) o a quello della cultura (la sinistra) . Caterina non fa una scelta ma
continua a guardare: a guardare le case lussuose delle sue compagne,
ragazze che possono tornare a casa a qualunque ora, a guardare una madre che
impotente, cerca di mendicare un po' di dialogo con la figlia, un padre molto
impegnato che risolve il "problema figlia" assegnandogli una
macchina ed uno chaperon per scortarla nelle
sue scorribande diurne e notturne; a guardare infine la sua immagine allo specchio con un
vestito che la fa apparire più grande di quello che le era parso di
essere . Caterina è attratta da questo nuovo mondo; ne
resta come stordita ( Sono
veramente io? E chi sono io? Si domanda) ma la sua saggezza provinciale le
consente di non smarrirsi e di riconoscere ciò che veramente è e
vuole diventare.
Virzì aveva affrontato altre volte il confronto/scontro
culturale: forse il suo film più riuscito da questo punto di vista era stato
Vacanze d'agosto,dove
si fronteggiavano una famiglia allargata intellettuale, con tanto di spinello e promiscuità sessuale
ed il commerciante arricchito, rozzo e sopraffattore ma
tradizionalista nei legami famigliari. Vacanze d'agosto era più riuscito nel
tratteggio dei personaggi, nel tono generale della commedia brillante
castiga-costumi che non si vuole prendere troppo sul serio. In
Caterina va in città l'obiettivo è più
ambizioso ed il regista cerca di fare una satira non di
un ambiente specifico ma dell'Italia tutta vista dalla sua capitale
politica. Il personaggio
del padre, tratteggiato con toni
volutamente sopra le righe da Sergio Castellitto , uomo escluso e vinto da una società
basata sulle conventicole, risulta volutamente odioso e
suggerisce il viraggio dalla commedia alla farsa impegnata, ma
l'operazione risulta malriuscita. Anche la madre, impersonata da
Margerita Buy, quasi un suo contraltare, risulta eccessivamente
stupida e svagata per poter innescare un effetto comico.
Si è parlato molto di
recupero della commedia all'italiana da parte di Virzì, ma proprio in tale genere
di film, il baricentro è sempre stato un protagonista (Gassmann, Sordi, Tognazzi,
Monica Vitti,..) che impostava una comicità che riusciva a
sferzare badando però sempre e sopratutto a divertire il pubblico . Virzì,
che ha esordito con la bella vita, un film di denuncia sociale nel
mondo operaio delle sua toscana, ancora non sa alleggerirsi di un
registro troppo impegnato per il genere con cui ha scelto di comunicare.
Una costante qui riconfermata è il suo amore per il mondo della provincia: la
storia non è quella classica della ragazza che arrivata in città finisce
per scrollarsi di dosso le sue ingenuità; qui il percorso è circolare: Caterina
e sua madre abbandonano la
città che è caos, potere ed ambizione per tornare al calore delle
grandi tavolate fra i parenti rumorosi, ai banchi della chiesa nella
sera di Natale fra persone dove ci si conosce tutti .
Grande merito va dato a Virzì per aver saputo dirigere
un drappello di ragazzine scatenate, mostrandocele nelle loro
camerette-rifugio, nello shopping capriccioso, nelle amicizie gelose e
negli amori narcisisti, dandoci tutta la freschezza di una età instabile
e selvaggia.
Franco Olearo
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