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Gianni guarda incuriosito una vecchia foto di suo figlio che non ha mai visto. E'
alla stazione; sta per prendere il treno per Berlino per accompagnare
Paolo in una clinica per bambini come lui. E' lo zio del ragazzo che gli
fa vedere la foto:quello zio che
fino a quel momento si è si è preso cura di Paolo e che ora, senza
rancore né gelosie, invita il padre naturale ad andare alla
scoperta del ragazzo che si nasconde dietro quel corpo ferito. Gianni sale
in treno, raggiunge il figlio nello scompartimento: Paolo lo approccia
subito con allegria, con la
confidenza di una persona conosciuta da sempre. Gianni è contento della
scoperta ma è impacciato, non sa fino a che punto deve aiutarlo (nel
camminare, nel vestirlo, nel fare la pipì) o lasciare che
orgogliosamente risolva da solo le sue difficoltà
quotidiane. In ospedale, una signora
(Charlotte Rampling) che da vent'anni si dedica ad accudire la figlia con la
stessa infermità, se ne accorge subito: "mi sembra
che lei si vergogna di suo figlio". In effetti Gianni, pur con buone
intenzioni, ha appena iniziato il coinvolgimento totalizzante che
comporta stare vicino a suo figlio e ai suoi misteri. Se tra loro due ci sono momenti di allegra
intimità, questi sono subito seguiti da capricciose impuntature,
da automatismi di difesa e se Paolo ha una sorta di serena filosofia
intorno alle cose del suo piccolo mondo (ma anche per una ragazza norvegese , che ha
conosciuto chattando via Internet) improvvisamente si mettere a
compiere gesti di cui lui stesso non sa darsi una ragione. Gianni, dopo il
soggiorno a Berlino ed un viaggio in Norvegia per fargli conoscere la sua amica di
"rete", ha imparato a conoscerlo ed ora ha iniziato ad amarlo. Basta
con le cliniche; vivrà a casa sua, con sua moglie e il suo piccolo
figlio.
Il regista non ci regala un finale consolatorio: proprio quando
Gianni ha manifestato i suoi sentimenti ed il suo impegno per il
futuro, percepisce fino in fondo l'angosciosa presenza di quel
lato oscuro e misterioso che vive in quell'essere così tenero e che li
renderà sempre lontani e diversi, senza la consolante
possibilità di ragionare,
quella rassicurante prevedibilità a cui ci appoggiamo quando amiamo
una persona.
Gianni Amelio, forse per evitare di cadere nel sentimentalismo, ci immerge
interamente nella fenomelogia della condizione del giovane handicappato.
Le inquadrature durano quanto devono durare per dar tempo a Paolo di
esprimersi o forse di non esprimersi affatto, senza molto curarsi delle regole
dell'armonia della narrazione e spesso della stessa capacità di attenzione dello
spettatore.
Il registra centra in pieno l'obiettivo di farci conoscere sia la
ricchezza dell'umanità nascosta di chi si trova nella condizione di
disabile,
sia l'eroismo intenso ma spesso fragile degli adulti che si debbono
prendere cura di loro. . Vi è però come un cielo basso che copre tutta
la storia; manca, come succede invece in tutte le storie vere, il lato
allegro e felice della vita, anche se potrebbe sembrare assurdo parlarne in
questo caso. Manca a mio avviso, la giovinezza. La giovinezza è quella
che hanno tanti volontari che si preoccupano di queste creature più
fragili a cui possono regalare un poco della loro allegra incoscienza,
che spesso
non hanno i genitori, troppo preoccupati o intimoriti. Manca
l'allegria di una vita in famiglia, ragazzi sani disinvoltamente assieme a
ragazzi che non lo sono (situazione resa molto bene nel film
"il mio piede sinistro"- 1989 di Jim Sheridan); famiglia che forse Paolo sta per raggiungere,
nella parte della storia che non ci è stata raccontata.
Franco Olearo |