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Questa
pellicola post-apocalittica che può vantare negli Usa un risultato al box office
di tutto rispetto (90 milioni di dollari) e farsi forte di un protagonista
carismatico come Denzel Washington (qui in versione combattente solitario, a
metà tra i cavalieri solitari di Sergio Leone e i guerrieri dei film di arti
marziali), ha ottenuto inaspettatamente una buona accoglienza negli ambienti
religiosi americani e, per le stesse ragioni, lo spregio di certa stampa
pregiudizialmente ostile a qualunque film che osi nominare Dio e la religione
senza infamarla.
In
realtà la vicenda raccontata dai fratelli Hughes, per certi versi simile a
quella de La strada, tratto dal bellissimo romanzo di Cormac McCarthy, ha
con la fede e la religione un rapporto a tratti ambiguo.
Se
da una parte l’opposizione tra fede e “visione” (ragione?) di cui si fa
portavoce il protagonista (la cui valenza più profonda sarà chiara solo alla
fine) richiama a una religiosità di stampo protestante, anche i pochi accenni
alle motivazioni della distruzione delle altre copie della Bibbia (distrutte
dopo la guerra che ha decimato l’umanità insieme alla catastrofe naturale in
quanto ritenute causa della guerra stessa) suggeriscono che, se non il rapporto
con Dio, almeno quello con la religione istituzionale, non è privo di ombre,
tanto è vero che il malvagio Carnagie è pronto a servirsi del testo sacro per
dominare le coscienze.
Per
non parlare della destinazione del protagonista, che si rivela essere non tanto
un luogo di rinascita spirituale, quanto piuttosto quello di un recupero
“culturale” (non è un caso che la Bibbia sia il primo libro stampato della nuova
era come quella di Gutenberg), certamente lodevole, ma forse un po’ deludente
rispetto alla prospettiva che un affresco drammatico e violento del futuro come
quello presentato fino a quel momento avrebbe fatto sperare.
Il
film, tuttavia, non manca di una certa capacità di creare il senso di un’epica
suggestiva, in cui la situazione estrema spinge a rivelare da una parte gli
istinti peggiori e dall’altra la capacità di conservare (o riscoprire) la
propria umanità.
La
figura quasi ascetica del protagonista, che impara ad andare oltre il possesso
fisico del testo sacro fino a raggiungerne una comprensione del cuore (quella
che gli permette di sacrificarsi per la vita di un'altra persona – non più
uccidere, ma lasciarsi ferire), testardo custode del compito che gli è stato
affidato, non manca di fascino.
Allo stesso modo è riuscita benché limitata, la descrizione del rapporto che si
crea tra lui e la ragazza che ne diviene compagna di viaggio, grazie
all’intuizione del valore di una missione e alla potenza delle semplici parole
di una preghiera o di un salmo che fanno intuire la possibilità di una vita
diversa pur nella miseria di un futuro intriso di violenza e sopraffazione.
La
fotografia seppiata è sufficiente, per convenzione, a dare credibilità a un
mondo che conserva il ricordo di un passato non troppo lontano (e così può
esibirne astutamente i marchi sotto la polvere della distruzione…) che non è
molto lontano da quello della frontiera di un tempo, in cui il sole acceca, ma
forse proprio per questo costringe a una radicalità nel rapporto con la realtà e
con gli altri esseri umani.
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