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Fin dal titolo, dunque, il lavoro di Nicolas Philibert (solido passato
di documentarista alle spalle) individua con chiarezza il tema di un
racconto/documento, un film per cui è corretto usare il termine storia
solo nel senso in cui lo è ogni vita umana, nell’insospettabile
grandezza della sua quotidianità.
Dopo aver scelto con attenzione, in un paesino al centro della zona
montuosa dell’Alvernia, una delle ormai rare multiclassi elementari
(cioè un gruppo classe che riunisce bambini dai quattro agli undici anni
affidandoli ad un unico maestro), il regista ha filmato vari momenti
dell’anno scolastico, per un totale di oltre 60 ore di ripresa nell’arco
di dieci settimane, per poi selezionare i passaggi più significativi
(che non sono quelli più smaccatamente accattivanti, ma quelli in cui le
problematiche concrete legate agli individui e alla situazione diventano
più evidenti) e montarli in un lungometraggio (presentato fuori concorso
allo scorso Festival di Cannes) che è la testimonianza di un’autentica
vocazione e al contempo una dichiarazione d’amore ad un modo ignoto ai
più.
Al di là dell’incontestabile bellezza e liricità di alcune immagini (il
paesaggio sotto la neve, il risveglio della primavera, che descrivono
con accenti quasi pittorici la ciclicità delle stagioni, la gita della
classe tra i campi di frumento, ma anche i volti dei bambini e dei loro
genitori mentre lavorano nel buio delle stalle o si affannano sui
compiti), il lavoro riesce ad evitare i rischi della manipolazione
insiti in una ricostruzione come quella tentata da una parte facendo un
uso molto parco della colonna musicale (che compare quasi solo in
chiusura, proprio in corrispondenza della gita di fine anno) dall’altra
lasciando che lo spettatore si accorga dell’imbarazzo che talvolta
coglie i bambini di fronte alla macchina da presa (sono frequenti gli
sguardi rivolti alla macchina), per chiudere il tutto con una toccante
intervista al maestro Georges Lopez, visibilmente imbarazzato nello
spiegare una vocazione che agli occhi dello spettatore è ormai evidente.
Questi accorgimenti, per altro, finiscono per restituire in un certo
senso una diversa, ma autentica spontaneità all’agire del maestro e dei
suoi pupilli; questi ultimi, per altro, sono ragazzini del tutto
normali, caratterizzati sì, ma non particolarmente brillanti né
fotogenici, certamente diversi dai rampolli iperstimolati dei contesti
cittadini a noi più familiari né possiamo aspettarci che tra di loro si
nasconda qualche piccolo genio misconosciuto ma pronto a stupire con i
straordinari exploit a cui ci ha abituato la cinematografia
d’oltreoceano.
Protagonista assoluta di questo piccolo film, quindi, è l’avventura
dell’educazione, colta in una sua esemplare proprio perché “estrema”
rappresentazione. Le condizioni non sempre facili in cui si svolge
l’insegnamento all’interno della multiclasse fanno sì che lo sguardo si
soffermi con maggiore attenzione sugli elementi eticamente rilevanti:
l’attenzione che il maestro dedica a tutti e a ciascuno, la severità
necessaria talvolta a garantire la convivenza di ragazzini di età
disparate, la costanza del seguire la particolarità degli individui e
delle famiglie (senza nessuno scandalo se dei minori imparano dai loro
genitori prima a lavorare e poi, forse, a scrivere e a contare), la
capacità di valorizzare il patrimonio di conoscenze anche pratiche che i
ragazzi già posseggono, così come la sofferenza del distacco al termine
dell’anno scolastico, un momento colto con pudore dalla macchina da
presa senza cercare una facile emozione ma lasciando spazio
all’eloquenza del composto addio.
Tutti questi elementi entrano nel disegno semplice di un “personaggio”,
quello del maestro, che è prima di tutto una persona senza la
quale un progetto come questo sarebbe forse stato impossibile, un uomo
dotato di uno straordinario carisma, ma anche di una vera umiltà nel
coltivare il suo insegnamento elementare (intendendolo qui anche
come preparatorio alla vita) e dunque mosso da un autentico amore per il
proprio compito e dotato dell’intelligenza e del cuore necessari a
portarlo a termine.
Ed è sorprendente scoprire come la mancanza di una costruzione narrativa
fortemente strutturata come quelle a cui siamo normalmente abituati
possa essere compensato dalla rarità e bellezza di una ricostruzione
minuta, ma niente affatto minimalista, capace di colpire con la moralità
della sua costruzione e l’insospettabile forza ed eloquenza dei suoi
contenuti. Perché il senso di ciò che ci viene raccontato, con
leggerezza ma anche con serietà, sta tutto nelle parole di uno dei
bambini più piccoli: la scuola (e quindi l’educazione e la crescita
intese nel senso più pieno raccontato in questo film), che sia vista
dalla parte del docente o da quella dei suoi allievi, persino i più
giovani, è un lavoro, anzi, forse il lavoro più importante della
vita.
Elementi problematici per la visione:
nessuno |