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Ad
un anno di distanza dai “vitelloni” anni Cinquanta sotto i portici di Bologna,
dell’elegante e delizioso “Gli amici del bar Margherita”, Pupi Avati torna con
un film terribile e perfetto, un ritratto dell’Italia di oggi, ma anche di
ieri, e forse di domani: “Il figlio più piccolo”.
Protagonista del film è uno spregiudicato affarista (Christian De Sica).
Potrebbe piazzare le azioni della Parmalat al collasso in cambio dei risparmi di
una vita, sfruttando la fiducia malriposta di un’onesta famiglia. Potrebbe
speculare sulle lucrose commesse della sanità regionale, rispettando l’intero
spartito della corruzione. Potrebbe evadere il fisco, servirsi del lavoro nero,
riciclare denaro sporco, vendere merce contraffatta. Potrebbe anche ridere per
il devastante terremoto abbattutosi su una città, godendo al solo pensiero delle
commesse legate alla ricostruzione sicuramente in arrivo.
Si limita alla bancarotta. Un personaggio così, ad una prima impressione, sembra
uscito dalla cronaca quotidiana legata al malaffare, poiché il linguaggio delle
intercettazioni in fin dei conti è il suo linguaggio. Ma Avati non casca nella
trappola della sociologia spicciola, colante abbondante dalle mille bocche di
fuoco dei programmi dell’informazione televisiva.
“Il figlio più piccolo” è un grande, severo apologo morale, naturalmente
centrato sull’Italia, ma ha la statura metafisica della meditazione sulla
condizione umana. Da una parte ci sono i padri che non solo hanno e stanno
depredando tutto, lasciando un deserto economico e morale; dall’altra ci sono i
figli, che dai genitori non hanno ricevuto nulla, e l’unica cosa che ricevono è
il frutto avvelenato di una fregatura.
Ad Avati non interessa l’insieme delle attività ruotanti attorno alla bancarotta
economica; a lui interessano i segni inequivocabili della bancarotta morale. Il
padre affarista non si è mai occupato del figlio appassionato cinefilo, che
sogna di realizzare film come Quentin Tarantino. Per lui non ha mai provato
nulla. E l’unica volta che va a cercarlo, lo fa per imbrogliarlo, sfruttando
ingenuità, onestà, candore e infinito amore per il genitore da parte del
ragazzo.
“Il figlio più piccolo” si comprende nel suo pieno significato, solo seguendo la
strada della simbologia
biblica e religiosa. Avati porta sullo schermo una parabola sulla cattiveria
umana contrapposta alla infinita bontà.
I grandi dovrebbero aiutare i piccoli. I grandi dovrebbero fornire l’esempio
morale alla generazione successiva. Invece ciò non avviene. Anzi, avviene il
contrario. Ma il pessimismo cosmico non alberga nel pensiero cinematografico di
Avati. Le immagini del suo film servono per esaltare la grandezza dei piccoli,
degli ingenui, dei puri di cuore.
A loro è riservata la felicità della vita. Saranno loro a salvare il mondo,
poiché in un universo così oscuro e ripugnante, rappresentano la vera, autentica
incarnazione della bellezza. Era da tempo che il cinema italiano non riusciva
ad esprimersi a livelli etici e morali così alti.
L’estetica di Avati è la solita. Eccellente scrittura, semplicità della
narrazione, assenza di volgarità e scemenze, uso sapiente degli attori (accanto
a De Sica si muove con estrema sicurezza Luca Zingaretti, come Laura Morante e
la vera sorpresa del film, il giovane Nicola Nocella, il “figlio piccolo”).
Dopo una sequela ininterrotta di commedie belle e brutte, ricche e povere,
fortunate e sfortunate, per adolescenti o per maturi travestiti da adolescenti,
arriva sullo schermo una gemma preziosissima. Da non perdere.
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