Harry Potter cresce
e con lui crescono i suoi problemi: Voldemort torna alla vita grazie
all’aiuto di Codaliscia, un tempo amico del padre di Harry, poi
traditore e servo dell’oscuro signore. Grazie alla sua collaborazione e
quella di un insospettabile spia introdottasi all’interno della scuola
di magia di Hogwarts, Voldemort ordisce un complesso piano che gli
permetterà di riacquistare l’esistenza fisica proprio grazie al sangue
dell’unico essere umano sopravvissuto ad un suo attacco, Harry, appunto.
Con il
Calice di fuoco
J.K. Rowling si stacca dalla struttura che aveva accomunato i primi tre
volumi della serie: al tradizionale torneo di Quidditch, in cui Harry
aveva dimostrato la sua abilità in sella ad una scopa, si sostituisce il
ben più rischioso Torneo Tremaghi, che mette in competizione i
“campioni” delle tre scuole di magia più famose al mondo: Hogwarts,
appunto, ma anche la francese (e femminile) Beaux Batons e la bulgara
Durmstrang, nelle cui fila troviamo il giovane campione di Quidditch
Viktor Krum. Il mondo squisitamente inglese della saga si apre, quindi,
ad una dimensione internazionale, anche se lo fa sfruttando con ironia
gli stereotipi più classici d’Oltremanica sugli stranieri: le francesi
sono belle e vezzose, i bulgari grandi e grossi parlano come le spie del
KGB dei film di James Bond e sembrano tutti lanciatori di pesi.
Nel cast, la solita carrellata di star
teatrali ed hollywoodiane (qui si aggiunge il malefico Voldemort di Ralf
Fiennes, mai così a suo agio ad incarnare il male dai tempi di
Schindler’s List), accanto ai giovani protagonisti che riescono,
nonostante il divario crescente tra età anagrafica e cinematografica, a
dare credibilità ai loro personaggi.
La storia, ancor più
che nei precedenti “episodi”, è resa con una straordinaria abilità di
invenzione visiva; il realismo magico delle scenografie, gli effetti
speciali stupefacenti (basti vedere le scene sottomarine e quelle dello
scontro con il drago), i movimenti di macchina che assecondano anche le
scene più fantastiche e ardite rendono questo Harry Potter una vera
festa per gli occhi.
A mettere mano a
questa avventura c’è finalmente un regista inglese, il Mike Newell di
Quattro matrimoni e un funerale,
che si dimostra, non a caso, molto abile a maneggiare con umorismo e
leggerezza il nuovo elemento sentimentale che si introduce nella già
complicata vita del giovane mago. I protagonisti, infatti, hanno
raggiunto i 14 anni, il momento delicato in cui si comincia a guardare a
quello (o quella) che fino a poco tempo prima era un semplice compagno
di avventure come qualcosa di completamente diverso, ignoto e
potenzialmente pericoloso. Anche se di solito i ragazzi si mostrano
molto meno svegli nel comprendere le implicazioni della nuova
situazione, come il povero Ron, che commette l’errore di sottovalutare
le attrattive di Hermione, e soprattutto di considerarla una specie di
“uscita di sicurezza” nell’ordalia degli inviti al ballo (elemento
topico della vita scolastica anglosassone, ma il dramma dello scegliere
e di (non) essere scelti è comune ad ogni adolescente), salvo poi
arrabbiarsi quando la vede a fianco del campione bulgaro. Le prime cotte
sono gioie e dolori (più i secondi, al vero, per il povero Harry), ma
sono anche una tappa inevitabile del passaggio dall’infanzia all’età
adulta e, tutto sommato, servono a ribadire i valori fondamentali:
l’amicizia, appunto, la lealtà, la “tempra morale”, come la chiama
Silente.
La Coppa Tremaghi è
una sfida molto pericolosa (un po’ troppo pericolosa anche in tempi meno
oscuri, verrebbe da pensare, visto che sono coinvolti studenti
minorenni, anche se dotati di poteri magici) ma, come sottolinea il
preside Silente, è anche un’occasione per i ragazzi di fare nuove
amicizie, di stringere legami che saranno la loro migliore difesa contro
le tempeste che si addensano sul loro futuro.
In effetti, se c’è
un tema costante nella saga del piccolo mago Harry Potter, è proprio
l’idea che l’arma più forte di fronte al male ancor più che la Magia,
sia proprio l’Amore, quello di una madre che dà la propria vita per suo
figlio, o quello di un amico pronto a starti a fianco in ogni
difficoltà. Un aspetto dei volumi della Rowling che gli autori
cinematografici hanno saputo valorizzare, compiendo un ottimo lavoro di
adattamento e taglio sul corposo romanzo dell’autrice inglese.
A questi elementi
leggeri, il film affianca una bella dose di puro horror, che ha indotto
i censori americani a consigliarne la visione con accompagnamento adulto
ai minori di 13 anni. In effetti, scene come quella dell’arrivo dei
Mangiamorte, dello scontro tra Harry e Voldemort nel cimitero, con la
morte brutale e improvvisa di Cedric Diggory, e in generale la forte
tensione che percorre l’intera pellicola, potrebbero risultare
impegnative per un pubblico più giovane; la sensazione, però, è che gli
autori abbiamo saggiamente voluto far crescere il proprio pubblico
insieme al loro protagonista, mettendolo di fronte a nuove sfide,
soprattutto quella, inevitabile, del confronto con la morte e sul suo
significato, un elemento qui introdotto appena, ma che diventerà ancora
più importante nei capitoli successivi.
Elementi problematici per la visione:
qualche scena con elementi horror potenzialmente impressionanti. Negli
USA si consiglia la visione con accompagnamento adulto per i minori di
13 anni.
Laura Cotta Ramosino