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Mark (Topher Grace) ha un portamento asciutto ed
atletico che tradisce i suoi 26 anni. Indossa bene i vestiti da executive
rampante anche se in lui traspare la residua fragilità di uomo che deve
ancora crescere. E' brillante e carico di energia, tipico di chi ha
una mente fresca e sgombra del peso dell'esperienza, ma non riesce a nascondere
la sua debolezza di fronte ai complimenti. La vita familiare di Mark è un disastro: il padre
abbandonò la famiglia quando aveva quattro anni ed il suo matrimonio è finito dopo
otto mesi, perché lui è stato sempre troppo impegnato a costruire un'immagine di manager
prodigio.
Dan (DennisQuaid) ha in azienda una posizione di responsabilità, costruita
grazie alla sua
esperienza ma anche tramite il rispetto degli altri che gli hanno fatto
guadagnare la lealtà dei collaboratori. Con la stessa solidità e saggezza
è riuscito a far crescere una bella famiglia (sua moglie sta aspettando
per la terza volta), a farla vivere in una casa dignitosa e a
concedere alla figlia maggiore studi
universitari di livello. Per il modo saggio e ponderato con cui affronta
anche le peggiori avversità e sa alla fine trovare la soluzione più giusta,
ricorda un altro famoso modello di posata mascolinità : Gregory Peck in L'uomo dal vestito
grigio (1956).
Il film è giocato prevalentemente su questi due personaggi, calati nel
moderno contesto di un capitalismo che ora è sopratutto finanziario e non più
industriale: i concorrenti non vengono vinti perché viene offerto sul mercato un prodotto
migliore (in questo caso si tratta del mondo della carta stampata) ma semplicemente
tramite l'acquisto delle aziende della Corporate concorrente, salvo poi venderle
di nuovo quando non riescono più a generare profitti.
Paul Weitz tratteggia
bene questo mondo ed in particolare la disinvoltura con cui vengono
licenziate le persone indipendentemente dagli anni spesi in azienda: puri
costi da sottrarre in una cieca visione di breve periodo.
L'incontro-scontro fra il giovane squalo rampante e il maturo e leale Dan è
inevitabile ma Dan, che aspetta il terzo figlio e deve mandare sua figlia Alex all'università, deve
fare buon viso a cattivo gioco e accetta di fare da secondo pilota all'aspirante
manager.
I due debbono ora lavorare gomito a gomito (nel nuovo regime si va
in ufficio anche di domenica pomeriggio) e progressivamente iniziano a
apprezzarsi a vicenda.
Mark non ha completamente messo a tacere la sua onestà di fondo ed è
pronto a reagire quando il "sistema" pretende di schiacciare chi ha lavorato bene.
Lui
ammira Dan anche come padre e la sua famiglia gli appare come quella
che non ha mai avuto quando era ragazzo e che ora vorrebbe costruire per sé.
Quando, nel finale, ogni cosa si sarà rimessa a posto, Mark inizierà a vivere la
propria vita senza più fretta e
con più attenzione all'amicizia e ai valori familiari.
Dicevamo che i personaggi più significativi
sono quelli maschili. Scarlett Johansson, dopo esser stata lanciata in
Lost
in translation e i successi di la ragazza dall'orecchino di perle
e Una canzone per Bobby Long rischia di
assestarsi nello stereotipo di ragazza carina ma non bella,
riflessiva e dal cuore freddo. La colpa è da attribuirsi in questo caso al personaggio
che le è stato affidato che mostra delle incongruenze: se all'inizio appare molto
disinvolta
nell'organizzare un incontro d'amore con Mark, riesce poi a ritrarsi dalla
relazione con altrettanta semplicità,
consapevole del lungo cammino universitario che deve ancora compiere e del dubbio che
non si tratti ancora di vero amore.
Paul Weitz ci ha regalato una sceneggiatura
impeccabile che sostiene l'ottima interpretazione dei due attori. Sono loro che
riescono a spezzare le strette maglie di una regia fin troppo classica,
la cui ricerca delle armoniche simmetrie avrebbe diversamente finito per
raffreddare il pathos del film.
Franco Olearo
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