“È un calcolo politico,
questo rugby?” chiede l’assistente di Mandela “è umano, il calcolo” le risponde
il nuovo Presidente che ha deciso di scommettere il suo capitale di carisma e
seguito su un gioco tradizionalmente associato alla minoranza afrikaner che fino
a pochi anni prima aveva oppresso la maggioranza nera e ora guardava con disagio
a un paese in faticosa ricerca di rilancio.
La nazione arcobaleno,
con una nuova bandiera e un nuovo inno, arranca nelle difficoltà economiche e
nei rancori che non si possono cancellare con un colpo di spugna ed è questo
momento, drammatico e decisivo, che Eastwood decide di raccontare, con piglio
classico, ma non troppa retorica, lasciando parlare i fatti e le persone anche
quando l’effetto è quello di rinunciare agli stilemi del racconto sportivo o
della biografia cinematografica.
È così che il suo
ingombrante protagonista (un Mandela incarnato con grande maturità da Morgan
Freeman) domina totalmente la scena, anche quando non è in campo (filmicamente e
sportivamente parlando), capace di trasmettere l’approdo di un percorso umano
non privo di ombre (l’accusa di terrorismo che i bianchi gli lanciavano aveva le
sue basi in alcune azioni del suo partito), ma ormai pervenuto ad una
convinzione matura, quanto esigente. “Il perdono libera l'anima, cancella la
paura. Per questo è un'arma tanto potente” spiega Mandela. Perché spezza le
logiche tribali che pervadono ancora i compagni di cammino del Presidente (che
non a caso lo chiamano Madiba, con il nome del suo clan) e può penetrare il
cuore di chi (come Fraçois Pienaar e la sua famiglia) probabilmente, pur non
sottoscrivendo le pratiche dell’apartheid, non ha fatto mai niente per cambiare
le cose e ora teme solo di essere messa ai margini. Non è un caso che Pienaar
venisse da una famiglia della classe operaia, che dalla presidenza Mandela
aspettava di vedersi sottratto il lavoro a favore dei neri.
Sul personaggio di
Pienaar Eastwood rinuncia a un altrimenti prevedibile trattamento hollywoodiano:
il capitano (a cui Matt Damon, pur dal “basso” del suo metro e settanta, dà
convinzione e tenacia) aderisce fin da subito alla proposta di Mandela,
affascinato dalla sua personalità e dalla responsabilità che gli viene affidata
e se pure deve affrontare la diffidenza dei compagni nei confronti della
campagna montata da Mandela attraverso visite ai campi da gioco polverosi delle
baraccopoli (ma anche quella alla famigerata prigione di Robben Island).
Di lì quanto segue
sembra davvero un cammino segnato dal destino, che porta, proprio secondo i
dettami di Mandela, ad andare oltre le proprie aspettative, trascinando con sé,
non senza qualche impaccio, ma tutto sommato con naturalezza, un intero paese.
La sfida di Eastwood,
invece, è quella di non fare il classico “film ispirato ad eventi realmente
accaduti”, che poi romanza amplificando o inventando dinamiche psicologiche che
intrighino il pubblico, ma di attenersi quanto più possibile esattamente
all’accaduto (come indicato in coda alla pellicola), a volte lasciando spazio a
scambi esplicativi, con il preciso intento di dare conto di un momento storico
fondamentale nella storia recente.
Proprio per questo
Invictus, pur nell’evidente intento di
celebrare la figura di Mandela e anche tradito qua e là da qualche lungaggine,
riesce ad non essere semplicemente un film-monumento, ma prima di tutto un
riconoscimento (che ha anche un riflesso religioso, come ci ricorda la preghiera
dei giocatori non a caso posta alla fine e non all’inizio – dove sarebbe stata
l’equivalente del canonico “discorso alle truppe”- dell’ultima partita) delle
infinite possibilità racchiuse nel cuore dell’uomo, della sfida che la sua
libertà può e deve cogliere nel rapporto con gli altri.
Una sfida che è da
sempre, anche se declinata in modi diversi, una costante del cinema di Eastwood,
capace di regalarci eroi straordinari e al contempo personaggi profondamente
umani e veri.