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Nelle
più recenti produzioni italiane sembrano essere di gran voga
personaggi che, similmente al Candido di Voltaire, si trovano
impreparati ad affrontare un mondo diventato per loro troppo complesso e
malvagio.
In Io & Marilyn il protagonista Gualtiero,
desideroso solo di riappacificarsi con la moglie che ancora ama,
si trova spiazzato di fronte alla realtà delle famiglie allargate
e ingabbiato nella sua rinunciataria bonomia, si consola chiacchierando
con una persona che non c'è (il fantasma di Marilyn) parlando di un
mondo che non esiste più.
In questo film padre
Mascolo, dopo dieci anni vissuti in Africa, ritorna alla famiglia di
origine calandosi in un mondo di egoisti, avidi, sazi dei loro vizi
ma al contempo depressi e quando, ormai ritornato nella pace
(psicologica) della sua Africa, fa gli auguri di Natale con
la webcam alla sua famiglia finalmente riunita, il suo sorriso di
saluto, carico di affetto, è al contempo "melanconico e
rassegnato" come ha giustamente osservato Vittorio Messori sul
Corriere della Sera dell' 8 gennaio, privo quindi di quella speranza
che è caratteristica fondante della fede cristiana. Il "mondo
civilizzato" resta imprigionato nel suo degrado, perché così vanno le
cose, mentre in quest'Africa di maniera (le donne sono vestite con
i colori sgargianti della feste anche solo per andare a fare la spesa)
viene perpetuato il mito opposto del buon selvaggio.
Il dibattito che si è sviluppato intorno al film penso stia tutto qui:
se guardiamo il film relativamente alla recente produzione comica ed in
particolare agli ultimi cinepanettoni, occorre riconoscere che presenta
una dose di volgarità e di turpiloquio sicuramente inferiore (ma si
tratta di un ben triste confronto) pur riuscendo ugualmente a divertire
grazie alle capacità mimiche di Verdone e alla sapiente direzione dei
comprimari; se invece gli chiediamo (cosa che implicitamente pretende)
un'analisi della fede oggi e del servizio sacerdotale, nonchè dei
rapporti Africa-Occidente, non possiamo che essere contrari con le sue
conclusioni.
Il Don Carlo che vediamo
all'inizio del film tornare in Italia in crisi per la perdita di senso
della sua missione ("Io non so più chi sono: sono sciamano,
idraulico,... penso che (in Africa) ci sia più bisogno della protezione
civile che della protezione divina) mostra di aver dimenticato
l'obiettivo principale della sua missione, quello della
evangelizzazione, ma forse non appare chiaro neanche all' autore, che
sembra riferisi più allo s tereotipo
del sacerdote visto come "brava persona ed utile operatore sociale". Lo
si nota anche dal fatto che arrivato a Roma, vediamo don Carlo
completamente immerso nei problemi della sua famiglia ma neanche una
volta entra in chiesa per fermarsi a pregare ad
invocare l'aiuto di cui ha bisogno per ritrovare la fede.
In un'altra sequenza Verdone cerca di chiarire la sua visione di un
sacerdote più moderno, più presente nel mondo: dice don Carlo a Lara:
"tu hai un'immagine trita e ritrita della figura del sacerdote. Noi non
siamo così, noi siamo persone normali, normalissimi, noi non parliamo
con voce vellutata di pace e serenità; io ascolto il rock e non soltanto
i salmi" . Alla fine però la cosidetta modernizzazione di don Carlo
consiste nel dimostrare di saper dire tante parolacce quante ne dice
Lara.
Appare chiaro che la figura dl sacerdote serve al regista per innescare
una serie di situazioni di imbarazzo, quindi comiche: lui e il
linguaggio esplicito in questioni di sesso, lui e la droga, lui di
fronte a una ragazza nuda (inutile dire che l'ipotesi di un sacerdote
che vive in una casa da solo con una giovane donna sarebbe semplicemente
assurda, ma si tratta di una licenza artistica dell'autore).
I vizi dei suoi parenti a cui è costretto ad assistere vertono
tutti, immancabilemente, con "the best game in town": il sesso. Il padre
converte le sue giovani badanti prima in amanti e poi in spose, pronto a
vantarsi delle sue rinnovate prestazioni sessuali; il fratello e la sua
compagna riescono ad accoppiarsi solo quando sono completamente "fatti";
anche Lara, fra una fugace storia d'amore e l'altra, arrotonda le sue
entrate esibendo le sue grazie su Internet .
Verdone sembra anche aver assorbito le recenti polemiche frutto delle
grossolane semplificazioni dei media: le grandiose iniziative
della Chiesa sul continenete africano si riducono anche per lui al
problema dell'uso di profilattici: "occorre sottostare a certe regole
che la Chiesa ci impone" dice padre Mascolo a Lara.
Più decisa e costruttiva la sua reazione sul tema del celibato
sacerdotale: quando una donna, interessata a lui, definisce tale
pratica un inutile sacrificio, lui ribatte con decisione: "è un percorso
di autodisciplina, una scelta"
Alla fine, don Carlo,
buon "operatore sociale", salverà dalla strada tre ragazze di
colore che riporterà in Africa; riappacificherà la sua litigiosa
famiglia; contribuirà con la sua mediazione a far si che
Laura abbia di nuovo l'affido di suo figlio. Qualcosa di "umanamente
valido" è sicuramente riuscito a fare. Ha agito dall'esterno, come bravo
mediatore; non ha operato una "conversione del cuore" non ha fatto
riflettere nessuno dei suoi familiari sul senso dei loro atti e
sull'orientamento da dare alla loro esistenza.
Ma questa è un'altra storia: sarebbe stata la storia di un sacerdote
vero.
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