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Si tratta probabilmente tra gli ultimi
film animati Disney realizzati con la tecnica tradizionale, ormai
soppiantata dall’animazione in 3D che ha fatto la fortuna della Pixar
e regalato a noi spettatori film belli e profondi come Toy Story,
Monsters & Co. e Alla ricerca di Nemo (che ha battuto
Koda all’Oscar nella categoria film d’animazione).
Arricchito come di consueto da un
nutrito buquet di canzoni (composte da Phil Collins), spesso invadenti
nell’enunciare in modo fin troppo didascalico il tema della storia, il
film ha una linea narrativa piuttosto essenziale, prevedibile e un po’
a senso unico nel promuovere il suo messaggio.
Se è da apprezzare il ritorno della
Disney ad una semplicità che viene incontro ai gusti degli spettatori
più giovani, è il tema di fondo a lasciare un po’ perplessi gli
adulti, che tra l’altro si trovano di fronte ad una pellicola che, a
differenza del già citato Nemo, ha un linguaggio e un ritmo
tali da renderla poco appetibile al pubblico adulto.
Nutrita da forti elementi New Age,
solo in parte riportabili al patrimonio culturale delle popolazioni
Inuit, alle cui leggende la storia si ispira, la storia di Kenai, che
diventa Orso per imparare a guardare il mondo con occhi diversi e
superare il suo desiderio di vendetta, ha una linea narrativa più
evidente che in fondo è del tutto condivisibile (la condanna della
vendetta, il richiamo all’amore come forza che unisce tutte le cose).
Tuttavia se si va più a fondo, un
lavoro che difficilmente i bambini possono fare da soli, quella che
viene presentata è una visione del mondo che tende a cancellare la
differenza tra umano e animale a tutto vantaggio di quest’ultimo.
La fratellanza che canzoni e dialoghi
strombazzano, infatti, è un concetto ambiguo, molto vicino ad una
sorta di irenismo aproblematico, che smussa i punti di conflitto (la
processione di animali di varie specie verso la montagna, forse
ispirata ad una simile scena de L’era glaciale, può anche
sembrare una rilettura del Paradiso terrestre in cui manca però
l’uomo) e idealizza il mondo animale come modello di tolleranza e
ripudio della violenza.
Peccato che ciò costringa a forzature
non sempre convincenti (sarà un caso che gli unici animali privi di
resa antropomorfica siano i poveri salmoni, destinati ad essere il
pasto dell’utopica comunità dei plantigradi?) e sopratutto porti nel
finale ad un climax quanto meno discutibile.
La trasformazione in bestia è uno
stratagemma narrativo assolutamente legittimo e presente in tanta
parte anche della cultura occidentale, già usato in cartoni Diney
d’annata (come La spada nella roccia) e utile ad esprimere in
forma sintetica un insegnamento e un’educazione però assolutamente
umani.
L’esito dell’avventura di Kenai è
invece molto diverso: dopo aver riconquistato la sua forma umana il
ragazzo decide di tornare orso per restare con il piccolo Koda, perché
il cucciolo ha bisogno di lui (ma non si vede perché, visto che ha
tanti simpaticissimi orsi pronti ad accudirlo e vezzeggiarlo?!).
Certo, il finale adombra una sorta di
doppia appartenenza (Kenai orso mette la sua impronta sulla parete che
raccoglie le tracce degli adulti della sua tribù), umana e animale, ma
questa sintesi pacificatrice, benedetta dallo spirito del fratello
morto, lascia con l’amaro in bocca.
Nel film, che comunque i bambini
apprezzeranno per la presenza dei sempre riusciti sketch a cui danno
vita i personaggi secondari (in questo caso due alci tonte e
pasticcione) è il mondo animale il vero regno della pace e della
fratellanza; il mondo degli spiriti, da parte sua, è fatto di un’
indifferenziata unità di forze naturali, uno scorrere di forme fisiche
e spirituali che ha il suo corrispettivo nella scelta di Kenai. Grande
assente, se non in qualche timido suggerimento iniziale e nella
ripresa finale, è la comunità umana, che si finisce forse per relegare
al livello di mondo di seconda classe.
Un ragazzo che per diventare uomo deve
diventare orso? Una volta gli autori Disney sapevano proporre qualcosa
di più, basti pensare al recentissimo Lilo e Stitch; per ora,
appare decisamente più convincente e condivisibile il percorso
educativo dei pesci pagliaccio della Pixar, che, dando vita ad una
metafora narrativa perfettamente adeguata e non senza rinunciare a
lanciare qualche acuta frecciata al mondo umano, sanno essere più
divertenti e profondi di questi ispiratissimi indiani.
Elementi problematici per la visione:
nessuno
Luisa Cotta Ramosino
(Per gentile concessione di Edizioni
ARES)
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