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Regia di , soggetto e
sceneggiatura di ; produzione di Spagna 2004, durata:
Pedro Almodóvar, dopo gli esordi vitalistici e confusi degli anni della
movida, ha via via imparato ad usare una retorica
straordinariamente efficace per muovere il sentimento degli spettatori,
e in particolare del pubblico femminile. Forse l’apice di questa
abilità, nella sua carriera, è stato Tutto su mia madre, dove
egli ricorreva al dolore di una madre per la morte del figlio
adolescente, per portare avanti una storia che sosteneva in pratica
l’inutilità del genere maschile (gli uomini, se non erano gay o
travestiti erano dementi, criminali o inesistenti). Ma appunto, queste
sue personali convinzioni ideologiche sono portate avanti in storie
costruite con effetti “patemici”, cioè sentimentali, forti e primari,
straordinariamente efficaci: gran parte del pubblico si commuove e
commovendosi si lascia anche “muovere” (benché di solito non se ne
accorga), verso le idee del regista. Meno estremo in questa ideologia
era il penultimo suo film, Parla con lei –dove almeno gli uomini
erano uomini e le donne donne- mentre invece in La mala educación
l’assunto da dimostrare sembra aver forzato la mano al regista spagnolo,
che ha realizzato un film ideologicamente estremo e narrativamente
pasticciato, anche se giocato con le consuete abilità nella messa in
scena: grande sensibilità visiva e gusto per i colori forti e caldi (i
titoli di testa sono come al solito un piccolo capolavoro), un uso
emotivamente magistrale della musica, che qui viene usata a sottolineare
sapientemente alcuni momenti chiave della storia, un’ottima direzione
degli attori.
Come al
solito, Almodóvar non risparmia le svolte da soap per alzare il tasso
emotivo di una storia che a guardarla freddamente appare non solo
radicalmente inaccettabile nelle sue tesi, ma anche assai poco
convincente nella sua logica: troviamo morti, scambi di identità, amore
e violenza sessuale, ricatti e omicidi. La differenza con Dallas
o Beautiful, però è che qui tutti i personaggi –i quattro
principali e due dei tre personaggi secondari- sono omosessuali.
Siamo nel
1977 (avvisiamo il lettore che lo informeremo anche della fine del film)
e Ignacio torna - dopo anni che non si vedevano- a trovare Enrique,
ormai diventato un regista famoso e gli porta un racconto
autobiografico, La visita, da cui Enrique sembra affascinato al
punto di volerne fare un film. Ignacio molti anni prima era stato
compagno di collegio di Enrique e lì aveva subito le violenze sessuali
di padre Manolo, mentre però si innamorava di Enrique. Enrique verrà
allontanato dal collegio. Il racconto che viene portato a Enrique narra
di un Ignacio adulto, ormai un travestito, che torna da padre Manolo a
chiedergli conto di quello che ha fatto e a ricattarlo. Il punto è che
il regista Enrique non è molto convinto che Ignacio sia proprio lui:
qualcosa gli dice che non è così. E infatti verremo a scoprire che non
si tratta di Ignacio, ma del fratello Juan, che si spaccia per Ignacio
mentre Ignacio – che era diventato veramente un travestito e un drogato-
è morto per un’overdose. Ma la sua morte è stata causata proprio dall’ex
padre Manolo, ora ridotto allo stato laicale e di professione editore,
che era entrato in contatto con Ignacio e il fratello proprio cercando
il manoscritto di La visita. Manolo si era quindi innamorato di
Juan: entrambi infastiditi per le eccessive richieste di denaro di
Ignacio, che minacciava di gettare Manolo, ora sposato e con figli, in
uno scandalo, avevano pensato bene di metterlo a tacere con un’overdose.
Enrique si era già accorto che Ignacio era in realtà Juan, ma La mala
educación finisce con la scoperta delle dinamiche di questo delitto
(nel racconto, invece, che fa da spunto al film che Enrique sta girando,
Ignacio viene ucciso da un altro prete, collaboratore di padre Manolo,
che gli rompe l’osso del collo con una facilità e una non chalance
tale che sembra che nella vita non abbia mai fatto altro che il
killer…).
La mala
educación, finanziato dalla Warner, è stato lanciato sia nelle
immagini, sia nella campagna pubblicitaria, come una storia sulle
storture della vita nei collegi cattolici e sull’abuso da parte dei
sacerdoti. In realtà questa è una componente di avvio della storia che
non viene però approfondita. E’ curioso il fatto che nel cinema sembra
ormai uno sport internazionale quello di parlar male –come categoria in
sé- solo e unicamente dei cattolici. Quando si fa un film su un
poliziotto corrotto, si fa vedere che altri poliziotti sono onesti. Se
per caso (nel cinema raro, invero) un monaco buddista ha dei dubbi, si
fa vedere che esistono altri monaci buddisti molto felici, e così via
per qualsiasi categoria di persone. L’unica categoria che sembra
ammettere solo criminali è quella dei preti e delle suore: erano peggio
dei nazisti tutte (non qualcuna, tutte) le suore (e tutti i
preti) di Magdalene, sono pessimi individui entrambi i preti che
si vedono in La mala educación: uno abusa di un bambino e l’altro
ammazza a sangue freddo. Il fatto che poi padre Manolo getti l’abito
alle ortiche è una magra consolazione: speriamo che sia per un rigurgito
di buon senso dell’autore del film e non solo perché serviva averlo
ormai come editore per riannodare le fila del racconto…
Però il
film non va tanto nella direzione della polemica anti-cattolica: si vede
che la logica del racconto ha preso le mani al regista, perché invece
nelle parole di Almodóvar –compresa una intervista adorante
effettuatagli dalla nota critica cinematografica Mara Venier dal pulpito
di Domenica in nel pomeriggio di domenica 10 ottobre 2004 su
Raiuno- la sintesi del film era, che la “cattiva educazione è quella
cattolica”. Il film, come dicevamo, non dedica molto spazio agli episodi
della scuola (forse, con queste premesse, è una fortuna), che sono
piuttosto l’avvio di una storia che poi si svolge fra sniffate di droga,
locali per travestiti, sesso per soli uomini, ecc. Nel film non c’è un
vero climax, non c’è un vero percorso interiore del protagonista, che
appunto scopriamo non essere la persona che si pensava che fosse: solo
qualche sorpresa per tenere su le emozioni dello spettatore, ma alla
fine rimane sostanzialmente il vuoto. Certo, Almodóvar cerca di rendere
più o meno credibile, per i minuti che dura il film, un mondo in cui
l’unica donna che appare per pochi minuti è la madre dei due fratelli e
in cui tutti –come dicevamo- sono omosessuali o accettano rapporti
omosessuali come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
In
un’intervista di lancio del film (Corriere della sera, 28.9.04, p.39),
a proposito della decisione del governo spagnolo di riconoscere i
matrimoni fra omosessuali, vengono riportate le seguenti frasi del
regista: “Se il mio cinema può aver influenzato questa decisione?
Magari”. Certo, questo –come ammette lo stesso regista- è un film cupo,
in cui ogni personaggio ha dei gravi lati oscuri con cui fare i conti.
Certo anche è che Almodóvar ha portato tanto avanti le sue ossessioni –e
il risentimento è tanto poco un buon consigliere per un regista- che
questo film sul mercato internazionale ha avuto molto meno successo
delle sue due opere precedenti e anche in Italia, Paese pur notoriamente
ipertollerante (sarà perché cattolico?) con qualsiasi presa di posizione
anche estrema, il film ha incassato molto meno dei precedenti.
Elementi
problematici per la visione: scene di nudo e/o di sesso. Ripetuto
uso di droghe.
Armando Fumagalli
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