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Esordio
davvero interessante del giovane fiorentino Federico Bondi, che in questa
vicenda ha trasfigurato il rapporto di grande affetto che sua nonna aveva
stabilito con la propria badante negli anni che precedettero la sua morte.
Ovviamente c’è una rielaborazione drammaturgica e un giusto crescendo emotivo in
un film in gran parte affidato alla bravura di due notevoli attrici, pur molto
diverse non solo fisicamente e anagraficamente, ma anche nello stile di
recitazione: Ilaria Occhini, che ha vinto meritatamente il Premio come miglior
attrice al Festival di Locarno del 2008, e Dorotheea Petre, già segnalatasi con
un importante premio al Festival di Cannes del 2006, in un film del connazionale
Catalin Mitulescu.
Bondi e il cosceneggiatore Ugo Chiti sono riusciti molto bene ad alternare
durezza e tenerezza, sfoghi di amarezza e momenti volontariamente o
involontariamente comici e teneri, in un film che inneggia alla comprensione
reciproca, e anche – in un modo sommesso ma non meno reale - all’unità della
famiglia, mostrandoci la vita dal punto di vista di quei molti lavoratori che
nelle nostre società opulente si adattano ai compiti più umili pur di poter
avere qualcosa con cui sbarcare il lunario.

Il
film ha potuto contare su un budget molto ridotto (intorno ai 700.000 euro) ma
il lavoro di produzione è stato eccellente e questa scarsità di mezzi non si
nota, anche per il merito di scelte poetiche e di montaggio molto efficaci (per
es. l’idea di punteggiare la storia con le immagini di una barca che scorre
lenta verso la sua destinazione). Il finale – così come qualche passaggio
intermedio della storia - è molto trattenuto, delicato, ma forse anche troppo
essenziale. Ma sono piccoli limiti in una storia lieve e coraggiosa, che rivela
un autore sensibile e non attraversato dal nichilismo e dall’amarezza (o
viceversa dalla volgarità gaudente) di tanti altri nostri cineasti.
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