|
Accolto
con grandi entusiasmi negli Stati Uniti (ha vinto il premio del pubblico al
Festival di Toronto e ora molti lo danno già in lizza per gli Oscar), il
nuovo film di Danny Boyle mescola abilmente i meccanismi della favola, i
luoghi tipici del romanzo ottocentesco alla Dickens -nella struttura
narrativa- e un realismo senza sconti nella rappresentazione di un’India
divisa tra miseria senza limiti e slancio verso la globalizzazione, tra
religiosità antica e modernissimo culto dell’immaginario televisivo.
Nato in uno slum
miserabile dei molti che circondano Mumbai (nuovo nome “induizzato” di
Bombay, in omaggio ad un revival culturale che ha tra le sue espressioni più
estremiste anche le recenti stragi di cristiani), reso orfano da uno dei
molti raid di fondamentalisti (qui musulmani) che mietono vittime tra gli
emarginati sotto gli occhi indifferenti delle autorità, Jamal incontra per
caso (ma, come vedremo, in una storia come questa, il caso non esiste) la
piccola Latika. Con lei e con il fratello maggiore Salim, finisce nelle
grinfie di uno sfruttatore di bambini al cui confronto il Fagin di Oliver
Twist (i contatti con questo romanzo, come con altri di Dickens, sono
molteplici) era un’anima gentile. Persa nella fuga fortunosa l’amata, Jamal,
insieme al fratello, conosce un’adolescenza di imbrogli, furti ed
espedienti, ma non perde la speranza di ritrovarla e salvarla e trascina il
meno generoso fratello nella ricerca. Quando proprio Salim, deciso a farsi
strada nel mondo della criminalità, lo tradisce nel modo più crudele, Jamal
si trova infine da solo. La partecipazione al quiz che tiene incollati
davanti allo schermo, in nome di un’impossibile sogno di successo e di
riscatto, milioni di suoi connazionali, tra cui anche Lakita, divenuta la
donna di un potente boss, è l’ultimo mezzo a disposizione per coronare quel
sogno d’amore che Jamal sente voluto dal destino.
E la parola destino,
centrale nella cultura indiana (poco importa che il protagonista sia
probabilmente musulmano), è la chiave per capire il senso di questa storia.
Quello che né il cinico conduttore della trasmissione, né, per lo meno
all’inizio, il durissimo poliziotto che, in una crudele parodia del quiz, lo
interroga (ricorrendo senza troppo problemi alla tortura), possono
immaginare (o forse solo accettare) è che quel momento epocale, quello che
potrebbe fare di Jamal all’improvviso un uomo ricco, è voluto e costruito
dal destino. In ciascuna delle esperienze dolorose del suo passato (come in
certe favole, appunto), infatti, si cela la risposta ad una delle domande
del quiz e la chiave che potrebbe riportare Jamal alla sua bella.
Danny Boyle (grazie
anche al suo sceneggiatore, Simon Beaufoy, che è lo stesso di Full Monty)
trova la giusta misura e il giusto ritmo (molti i flashback) per raccontare
una storia che mescola temi antichi (il destino, la lealtà fraterna, l’amore
eterno) e uno sguardo modernissimo e in presa diretta sulla realtà indiana
di oggi, ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai
patria dei call center di tutto il mondo anglofono, dove si intuiscono
enormi possibilità (legali o meno) di ascesa sociale , ma sopravvive lo
scandalo di bambini sfruttali e menomati per rifornire il lucrosissimo
mercato dell’accattonaggio.
Boyle ritrova qui lo
stesso sguardo diretto e intelligente verso l’infanzia (ma anche, forse,
l’apertura ad una dimensione trascendente) che già gli avevamo ammirato in
un’altra pellicola forse sottovalutata, Millions, un’altra storia di
bambini e denaro.
Anche qui Jamal, da
bambino e poi da giovane uomo, conserva, nonostante le brutture e i
tradimenti cui va incontro, uno sguardo pure e aperto alla speranza, di chi
riconosce che ogni esperienza giunge per qualcosa, di chi si aspetta
nonostante tutto che dalla vita gli venga il bene, pure se ogni sguardo
sembra dirgli il contrario.
Altro pregio da
riconoscere alla pellicola, è l’aver saputo evitare la facile trappola della
predica e del senso di colpa (che colpisce spesso l’occidentale esposto alle
contraddizioni del terzo mondo, di qualunque continente), pur senza
nascondere le contraddizioni in cui si muovono i suoi personaggi. E nel
finale, non manca, in omaggio alla tradizione di Bollywood, un trascinante
balletto per cui vale la pena godersi anche i titoli di coda.
Elementi
problematici per la visione:
scene di violenza e di tortura, sfruttamento minorile, allusioni alla
pedofilia.
|