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Il
film La
finestra di fronte" -2003 dello stesso Ozpetek, si chiudeva con la visione
della protagonista Giovanna ormai sola dopo aver deciso di lasciare il suo bel
potenziale amante (Raoul Bova) per tornare ai doveri coniugali. Mentre si
sofferma a guardare il giardino dove si trova (che nel film ha un particolare
significato come luogo di incontri dell'altra coppia clandestina del film,
questa volta omosessuale), commenta che
bisogna vivere del ricordo e per il
ricordo, che a volte finisce per essere più vero della stessa realtà.
Ozpetk ha una chiara vocazione crepuscolare e i suoi protagonisti scivolano
spesso in un languido sentimentalismo che vive di sogni più che di realtà non
possibili.
Ecco che l'incipit di Le mine vaganti torna
al tema a lui caro: vediamo un flash back della nonna di Tommaso giovane, in
abito da sposa, che con una pistola vuole chiudere un amore impossibile con il
fratello del suo promesso sposo. Lo ricorderà anni dopo lei stessa al nipote:
"ho passato con lui tutta la vita. era con me anche quando non c'era. Nella mia
testa io dormivo con lui e con lui mi svegliavo la mattina. I pensieri nobili
sono quelli che durano per sempre". Nel contesto del discorso i pensieri
nobili sono quelli non "contaminati" da un rapporto fisico.
Anche Tommaso, aspirante scrittore, che ha verso il suo compagno accenni di
melanconica affettuosità, osserva che "non bisogna aver paura di lasciarsi
perché tutto quello che conta non ci lascia mai" mentre suo fratello Antonio,
anch'egli gay, ricorda una vita passata separata dal suo compagno per non creare
scandalo alla famiglia.
Il
tono del racconto è di commedia, spesso con accenti comici ma anche in questo
film Ozpetek è fermo nel suo impegno apologetico nei confronti
dell'omosessualità e ancora una volta il suo atteggiamento manca di serenità e
obiettività.
L'"avversario" degli omosessuali, qui impersonato
da Vincenzo, il padre di Tommaso, è così stupidamente contrario, così assurdo
nel negare semplicemente l'esistenza di
tale fenomeno, così ciecamente ostile verso suo figlio che sembra proprio che a
Ferzan "piace vincere facile".
Si fa fatica a credere che questi due fratelli omosessuali ormai grandi, grossi e
padroni del proprio destino, possano essere delle vittime di questa terribile famiglia
del Sud, che appare invece alquanto simpatica: la madre è piena di attenzioni, la
nonna è molto comprensiva, la zia è un po' strana ma simpatica, il padre non è
cattivo ma è solo stato reso stupido.
Non
manca il momento ideologico, quando la mamma di Tommaso si avvicina a un amico
di lui, dottore e gay anche lui, per chiedergli in confidenza se per caso ci sono
speranze che il figlio possa guarire. La risposta è pronta: "non si tratta di
una malattia, ma di una caratteristica".
I
due atteggiamenti di Ozpetek sono fra loro coerenti: il regista
di fatto nega che l’uomo
sia una unità coerente di corpo e anima e assolutizzando la componente
sentimentale finisce per rendere equivalenti i due tipi di amori.
Ferzan Otzpetek ha avuto la felice intuizione di ambientare la storia a Lecce,
qui resa in tutta la sua bellezza grazie a un'ottima fotografia. La Puglia è la
regione decisamente più gettonata per ambientare un antagonismo nei confronti
degli omosessuali: agli autori piace giocare di contrasto con la solidità della
famiglia tradizionale: lo ha fatto Lino Banfi con Il
padre delle spose e più recentemente Checco Zalone con
Cado dalle Nubi.
Ferzan è molto bravo nel guidare gli attori, sa rendere bene le grandi tavolate
familiari (questa volta non allargate) e dimostra di aver appreso bene la lezione
della commedia all'italiana, caratterizzando con poche pennellate i vari
personaggi. Ben riuscita è la figura di Alba (Nicole Grimaudo) a cui sa dare un
divertente tocco di femminilità con il suo continuo cambiar scarpe (che conserva
nel bagagliaio della macchina) in funzione delle situazioni.
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