|
«Possiamo continuare a servire la Germania o il Führer. Non possiamo più
continuare a servirli entrambi» riflette all’inizio di “Operazione Valchiria” il
colonnello della Wermacht Claus von Stauffenberg, interpretato da Tom Cruise.
L’aristocratico soldato si trova sul fronte africano. Il sole cocente e le
cannonate degli inglesi non gli hanno annebbiato i pensieri: davanti a sé vede
un futuro nitido. Un futuro però disastroso per la Germania. La guerra ai suoi
occhi è irrimediabilmente persa. Resta solo da salvare, nella catastrofe finale,
l’onore di soldato, visto che dove arrivano le armate tedesche si macchiano di
crimini orribili. E la battaglia finale non si combatterà nel deserto africano,
ma a Berlino.
Mentre sta illustrando questi gravosi pensieri al comandante di una divisone,
gli inglesi attaccano dal cielo, centrando la jeep sulla quale si trova
Stauffenberg. Il risultato è devastante: perde interamente un braccio, un occhio
e alcune dita della mano. Tornato in Germania è un altro uomo. Un sopravvissuto
fortemente menomato nel fisico, ma non nelle intenzioni. Bisogna chiudere la
guerra, e solo un gesto gli appare sensato: uccidere Adolf Hitler e dar vita ad
un nuovo governo per trattare la pace. Parte da qui il tentativo più serio di
eliminare il Führer, andato a male. Il troppo caldo fece spostare la riunione
dal bunker ad una sala più grande, e la borsa contenente l’esplosivo per
l’attentato fu incidentalmente allontanata dal bersaglio. È storia abbastanza
nota. Molto meno nota è la successiva “operazione Valchiria”: un tentativo di
occupare i punti nevralgici del potere a Berlino e bloccare gli uomini più
vicini ad Hitler.
Naturalmente lo spettatore conosce l’esito finale degli eventi: Hitler
sopravvive e l’operazione fallisce. Ma poco importa, poiché “Operazione
Valchiria” è un film straordinariamente avvincente. Una macchina narrativa
perfetta. I congiurati potevano farcela. Tutto giocò contro di loro. In pochi
attimi passarono dall’euforia della riuscita alla disperazione del fallimento.
Sapevano di rischiare grosso. Da modello di eroe del nazismo, si diventava
traditori della Germania, come nel caso di Claus von Stauffenberg, morto
fucilato. “Operazione Valchiria”, diretto da un giovane veterano del cinema
hollywoodiano, Bryan Singer (nato nel 1965), regista de “I soliti sospetti”
(1995), “L’allievo” (1998), “X-Man” (2000) e “X-Man II” (2002) e “Superman
Returns” (2005), si regge tutto su Tom Cruise. Le innumerevoli polemiche
suscitate dopo l’uscita tedesca del film, come la denuncia di minacce ricevute
da parte dell’attore per la sua appartenenza a Scientology, con “Operazione
Valchiria” non c’entrano nulla. Il film è di una potenza visiva straordinaria,
di una precisione storica notevole (non tanto nei dettagli, ma nella
ricostruzione degli atteggiamenti mentali dell’epoca) e di una grande tensione
emotiva. L’enfasi, quasi sempre scontata in film del genere, è debolissima.

La
storiografia ufficiale ha deliberatamente offuscato il coraggio degli
attentatori ritenuti, a partire dal giudizio sferzante di Wiston Churchill, una
cricca di astuti militari desiderosi di liberarsi del passato nazista. Nella
stragrande maggioranza avevano invece motivazioni realistiche. Volevano evitare
alla Germania l’immane tragedia che gli sarebbe toccata. Alcuni cospirarono
contro Hitler per calcolo, altri per vanità personale o per desiderio del
potere. Claus von Stauffenberg lo fece anche per motivazioni religiose, essendo
un cattolico convinto. Particolare non secondario, poiché nell’immaginario
collettivo contemporaneo, ripetuto all’infinito dai mezzi di comunicazione, la
connivenza con i nazisti della Chiesa cattolica nel suo insieme, dai pontefici
ai singoli fedeli, è un elemento dato sempre per scontato. Invece non è scontato
per nulla. Anzi, film come “Operazione Valchiria” dimostrano l’esatto contrario.
I cattolici tedeschi furono molto meno appiattiti sul nazismo dei luterani, che
addirittura diedero vita ad una Chiesa nazionale (e nazionalsocialista) e
crearono nel 1939 un Istituto teologico, con sede a Jena, per depurare le tracce
giudaiche nella vita religiosa tedesca, il cui compito finale fu la
pubblicazione di una versione (manipolata) del Nuovo Testamento per far emergere
con chiarezza la figura del “Gesù ariano”. Davanti al plotone d’esecuzione il
conte Claus von Stauffenberg prima di essere abbattuto grida: «Viva la Santa
Germania». Ormai era troppo tardi e l’Apocalisse non si poteva più fermare.
|