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La mamma è sempre la mamma,
sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo
disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno
alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in
vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in
questa figura femminile è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la
sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza
vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità
della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di
procurare, con la sua gravidanza, una prole a una coppia sterile, sembra
rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca
inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il
simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di
trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel 2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con
Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero,
hanno realizzato film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che
rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto,
tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi
comportamento che possa minimamente esser considerato
disdicevole.
Inoltre entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile
sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli,
visti entrambi responsabili della loro formazione umana.
Nel racconto di Virzì la
situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le
attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di
casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della
grettezza
di vedute (l'unico momento in cui Virzì devia verso la satira
mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i
figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve
periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la
preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo,
secondo il regista, di bigotta ipocrisia).
Sarebbe comunque errato
valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci
vuole comunicare: Virzì ha indubbie capacità di portare sullo schermo
personaggi realistici, coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo
anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia
all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali,
un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della
società.
Virzì ha
intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare
alla solarità imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi
comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.
Ragazzo sensibile ed introverso,
soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini:
ascolta in silenzio i loro apprezzamenti espliciti. Cresce
taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli
sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si
definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca,
sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria
vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre:
finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo
datore di lavoro.
Nella scena finale dove tutti
si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio
partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della
rappresentazione di Virzì verso la famiglia
allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi
in legami stabili. Anche Francesca Comencini con il suo Lo
spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la
bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la
libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza
legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli
unici legami forti restano quelli di sangue.
Per fortuna
Baaria e L'uomo nero
ci hanno raccontato storie diverse.
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