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Ennesima variazione sul tema
(sarebbe abbastanza sacrilego considerarlo un adattamento) del famosissimo libro
di Jack London che racconta le avventure e la riscoperta della natura da parte
di un cane “di città” forzatamente gettato nelle lande desolate dell’Alaska,
trasparente metafora del recupero della propria natura selvaggia da parte degli
esploratori dell’epoca.
Probabilmente sperando di
acchiappare un pubblico di giovanissime interessate, come la piccola
protagonista, più allo shopping che alle corse di slitte, qui gli autori
riducono lo spazio del libro originale a qualche lettura parafrasata da parte
del nonno, e costruiscono un racconto un po’ sconclusionato sulla scoperta del
mondo rurale da parte di una cittadina recalcitrante.
Ogni snodo della storia è
prevedibile, i pericoli e le peripezie ridotte alla misura minima, i personaggi,
delineati in modo più che schematico, sono talvolta involontariamente ridicoli e
fuori posto (un veterinario di colore in un paesino del Montana, e che senza
nemmeno una visita propone di abbattere un animale?).
Girato, chissà perché, in un
poco apprezzabile 3D, questo Richiamo della foresta affastella un bel po’
di inutili quanto innocui cliché, dal nonno saggio, all’antagonista cattivissimo
e stupido, ai paesani bonaccioni e disponibili, al misterioso indiano che sembra
cattivo, ma ovviamente non lo è, senza riuscire ad appassionare né sulla linea
principale né sul maldestro “bigino” di Jack London.
A fare da trait d’union
un cane mezzo lupo forse troppo selvaggio che, peccato mortale in una pellicola
come questa, interagisce ben poco con la piccola e poco simpatica protagonista,
ma che fa a tempo a diventare il premio in palio di una corsa di slitte
dall’esito assai poco appassionante.
Che poi il sedicenne vicino di
casa, biondino e belloccio, preferisca passare il tempo in slitta con una
bambina di dieci anni piuttosto che fare il filo alla graziosa barista che gli
piace è qualcosa che può accadere solo in una storia come questa.
Qualche giro in slitta e un
paio di bei paesaggi non salvano questo film dimenticabile che ha l’unico pregio
di non dire veramente nulla di negativo e di fare l’ennesimo peana ai buoni
sentimenti, la generosità e la semplice religiosità dell’America rurale che è il
vero cuore degli Stati Uniti.
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