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Jean-Dominique, presa ormai piena
coscienza di essere un "locked-in” cioè un sano di mente che vive in un corpo che non gli
appartiene più se non per la capacità di udire e di vedere da un solo occhio, ha
imparato, con l’aiuto di una graziosa e paziente ortofonista, a esprimersi di
nuovo (lei recita l’alfabeto, mentre lui batte le ciglia per indicare quale
lettera vuole utilizzare).
La prima frase che riesce a comunicare è “voglio morire”. "Lei vuole
morire!- risponde la ragazza, trattenendo a stento la delusione - Ci sono
persone che l’amano. Io la conosco appena ma lei già conta molto per me. Lei è
vivo, quindi non mi dica che vuole morire. E’ una mancanza di rispetto, è
osceno!" Per fortuna è lo sconforto di un momento: Jaen-Dominique riprenderà gli esercizi per potersi
esprimere sempre
meglio e comunica alla ragazza:"ho deciso di non compiangermi più" .
"Ho scoperto che oltre al mio occhio ci sono altre due cose che non sono
paralizzate: la mia immaginazione e la
mia memoria: posso immaginare qualunque cosa, qualunque persona, qualunque
luogo; farmi accarezzare dalle onde della Martinica, andare a trovare la donna
che amo..oppure ricordarmi di me giovane e affascinante; questo sono io!"
è la scoperta semplice e prodigiosa di Jean che da quel momento sente il bisogno
imperioso di trasmetterla agli altri e concepisce l’idea quasi folle di scrivere un libro autobiografico.
Sono questi i due passaggi chiave che ci raccontano la storia tutta intima,
senza eventi esterni di un essere che qualcuno dei suoi amici vorrebbe
considerare un "vegetale" ma che invece è e si manifesta come un uomo a pieno
titolo.
Il regista bilancia in modo
perfetto la cruda descrizione dello stato in cui si trova Jean, ai feed-back
della sua esuberante vita passata. Nella parte iniziale noi vediamo tutto
attraverso il suo unico occhio, ora appannato ora no e ascoltiamo la sua voce
che ci guida nei suoi pensieri, cosciente di non poter esser udito da nessuno.
Solo
nella parte finale del film, quando
Jean è ormai riuscito a ridare un senso rinnovato alla sua esistenza, aumentano
i flash back: quelli di un invidiabile capo redattore di una prestigiosa rivista francese
di moda, una vita passata nel lusso e nelle belle cose, tre simpatici figli
avuti dalla sua convivente e le molte avventure amorose che delineano un
quarantenne,
non certo un santo, ma un uomo con tanta voglia di vivere.
Questo film può essere
considerato una magnifica risposta a Mare dentro
(2004) che in modo molto più ideologico sviluppava la sua tesi a favore dell’eutanasia.
Certo, ci sarà chi vorrà commentare che per Jean, un intellettuale di
professione e di passione, sarà stato più facile rifondare la propria esistenza
intorno al solo frutto del pensiero, ma si tratta di una conclusione
non sostenibile: Jean aveva impostato la sua esistenza su i piaceri della vita,
sulla bellezza femminile che traspare dalle foto della sua rivista e dalle
sue donne: significativo è il sogno nel quale immagina di trovarsi
in un ristorante a gustare ostriche, vino d’annata e ogni altro piacere del palato,
lui che ora vive alimentato artificialmente. Il film sottolinea molto bene che per ottenere
questo “miracolo della normalità” in una situazione così eccezionale non è
sufficiente l’impegno del paziente: sono decisivi quasi quanto la sua
voglia di vivere le
operatrici che si prodigano intorno a lui per ridargli con costanza e pazienza una parvenza di vita normale
(con il supporto di attrezzature ospedaliere eccezionali: saranno state
pubbliche?) e l’affetto della madre dei suoi figli, che passa lunghe giornate con lui, parlandogli come se
nulla fosse accaduto.
Il
regista allarga il tema della sofferenza o meglio cerca di indagare sul senso
che si può
dare alla sofferenza, accostando quella di Jean al lento declino della vecchiaia
(un bell’incontro con il padre smemorato, due diverse menomazione che si
incoraggiano a vicenda, un Max von Sydow da ricordare, degno delle sue
prime interpretazioni) ai
pellegrinaggi di speranza e di fede verso Lourdes..
Il
magnifico spettacolo dei tanti volontari che spingono le carrozzelle dei malati è
visto con l’occhio disincantato e scettico di lui, ma resta sempre di grande efficacia. Si è
forse trattato di un doveroso omaggio al politically correct, che ha consentito
a questo film di venire ammirato da quasi tutta la critica; ciò che conta,
sembrano dire questi critici, è che la storia e le decisioni di continuare
a vivere di Jean siano assolutamente
personali e che, come tali, hanno pari dignità della scelta in senso
opposto di Ramon,
protagonista di Mare dentro.
Non penso assolutamente che sia stato questo il modo di pensare del Jean reale:
lo sforzo eroico di raccontare in un libro la sua esperienza testimonia al
contrario la voglia di comunicare agli altri la felicità del suo continuare ad
esistere.
Dieci giorni
dopo l’uscita del suo libro, quando ormai Jean iniziava a pronunciare con le
labbra le prime parole e stava
per ordinare un
camper speciale con il quale potersi muovere per la Francia, una polmonite
troncava definitivamente la sua esistenza. |