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Chi
ha visto La ricerca della felicità (2006) di
Gabriele Muccino con Will Smith ed è intenzionato a vedere “Sette anime” si
prepari. È tutt’altro film.
Se nel primo intuiva subito il lieto fine, in “Sette anime”, secondo film
americano di Gabriele Muccino, forse il miglior talento italiano in attività,
fin dalla prima immagine avverte l’esatto contrario: la felicità ha un doppio
angosciante. “Sette anime” è la radiografia della sofferenza esistenziale di un
uomo di successo, con una bella casa davanti all’Oceano, sopravvissuto ad un
incidente automobilistico nel corso del quale è morta la moglie ed altre sei
persone. Lui invece è rimasto miracolosamente illeso. Gli incubi però lo
tormentano. Che senso ha continuare a vivere? Il senso lo trova in una ostinata
vocazione: ha causato la morte di sette persone e ne salverà la vita di
altrettante. Cerca così, spasmodicamente, sette sfortunate esistenze, alle quali
il destino ha assegnato un ruolo disgraziato. Se salvi una vita salvi il mondo:
figuriamoci se ne salvi sette. “Sette anime” è un film drammatico ed
esistenziale, diretto con grande maturità ed intensità emotiva da Muccino.
Le due ore volano via quasi senza accorgersene. Will Smith è l’incarnazione
della perfezione dell’attore, impegnato a recitare una doppia parte: il
sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista, con il sorriso
stampato sulle labbra, sceso al fianco del sofferente di turno per riscattarne
l’infelicità. Con l’avvicinarsi della conclusione “Sette anime” instrada lo
spettatore nel vortice dei sentimenti. Mano a mano che i tasselli vanno al loro
posto, completando il quadro, si viene risucchiati nel nitido ritratto
dell’infelicità, e se qualche lacrima sgorga dagli occhi, non è sentimentalismo
né furbizia, ma bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza
umana. Non c’è nulla fuori posto in “Sette anime”: la maglietta salmone
indossata da Will Smith incurante della pioggia battente; lo splendido alano di
una malata di cuore (la bellissima Rosario Dawson), che lo ha voluto con sé
perché gli alani non vivono a lungo a causa di problemi cardiaci; la
straordinaria medusa velenosa conservata in un acquario domestico.
Una tempo film come “Sette anime” li dirigeva Frank
Capra. La sua incrollabile fiducia negli uomini era però sempre coniugata al
limite umano. Gli esseri umani possono compiere gesti straordinari, salvare vite
altrui o la propria famiglia, occuparsi della felicità individuale o collettiva.
Ma hanno sempre bisogno di aiuto esteriore, dell’intervento benevolo del
soprannaturale. In “Sette anime”, come già in La
ricerca della felicità, tutto si riassume nell’umano. L’uomo ormai è
diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più
bisognoso di aiuto esterno. Trova in se stesso la legge divina, poiché egli
ormai è Dio.
Questa sostituzione è il dramma del nostro tempo. Il mistero (e il senso) della
vita degli uomini va ricercata solo negli uomini, e il bene si trova dentro
il cuore umano, come la generosità e la donazione di sé. La felicità sta anche
nel suo contrario: l’infelicità, poiché il tempo non è una freccia lineare, ma
un ciclico ripetersi dell’identico e l’essere umano non muore, ma rivive
perennemente in qualcosa di meglio. “Sette anime” è un film bello e istruttivo.
Un tipico prodotto dell’industria del consumo, ma anche un piccolo trattato
sulla morale postmoderna che ha definitivamente rinunciato al mistero di Dio.

Il protagonista raggiunge la “saggezza” quando, a causa della disgrazia, scopre
la solitudine dell’esistenza. Deve imparare a morire, liberandosi del presente
(il proprio corpo), immaginando la propria vita nel futuro di sette vite altrui.
“Sette anime” è un film gravido di senso morale, ma privo di trascendenza. Molti
culti spirituali postmoderni, come Scientology ad esempio, possono essere
considerati una sorta di adattamento tecnologico del buddhismo. Una lettura
superficiale di “Sette anime” potrebbe indurre in errore, e considerare la
storia raccontata una allegoria della “resurrezione” cristiana. Invece è una
allegoria della “reincarnazione” buddhista (più i moderni mezzi della tecnologia
medica). Il protagonista è condannato alla eterna sofferenza della vita, poiché
troppo preso dal proprio Io (il successo nel lavoro, l’attaccamento alle cose
del mondo, la concentrazione sentimentale sulla propria persona), rimanendo
prigioniero dei cicli di nascita e morte. Ma nel corso del racconto assistiamo
al suo “risveglio”, alla sua piena “illuminazione”. La “resurrezione” finale
potrebbe apparire come la ricompensa della fedeltà al divino.
Ma non è così, perché in “Sette anime” il divino se n’è andato. C’è solo
l’uomo.
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