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Settimanale di orientamento per la visione di film e della TV

25 luglio 2010, n. 29   

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SETTE ANIME

 

USA 2008
Titolo originale: Seven Pounds
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: Will Smith, james Lassiter, Steve Tisch, Jason Blumental, Todd Black e Molly Allen per Overbrook Entertainement, Escape Artist, Columbia Picture, Relativity Media
Durata: 125''
Interpreti: Will Smith, Emily Posa, Ezra Turner
Genere: Dramma
 
 

Ben Thomas è angosciato da un tragico evento di cui si sente responsabile: in un incidente d'auto sono morti sua moglie e un'intera famiglia di sei persona che viaggiava sulla macchina con cui si è scontrato. Approfitta del suo mestiere di esattore delle tasse per andare a conoscere alcune persone che soffrono per  alcuni gravi problemi : Emily, una ragazza che ha urgente bisogno di un trapianto di cuore, un non vedente e una donna che viene continuamente picchiata dal marito. Egli vuol fare del bene a tutti ma in un modo molto particolare...

 

valori/disvalori

  visione a partire da:   giudizio tecnico

 

Adolescenti

 

L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova  in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.

 

Occorre molta maturità per giudicare criticamente le idee strampalate che vengono diffuse attraverso questo film

 

Grande bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Will Smith è perfetto a recitare una doppia parte: recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista,

         
Recensione di Claudio Siniscalchi        
         

Chi ha visto La ricerca della felicità (2006) di Gabriele Muccino con Will Smith ed è intenzionato a vedere  “Sette anime” si prepari. È tutt’altro film.
Se nel primo intuiva subito il lieto fine, in “Sette anime”, secondo film americano di Gabriele Muccino, forse il miglior talento italiano in attività, fin dalla prima immagine avverte l’esatto contrario: la  felicità ha un doppio angosciante. “Sette anime” è la radiografia della sofferenza esistenziale di un uomo di successo, con una bella casa davanti all’Oceano, sopravvissuto ad un incidente automobilistico nel corso del quale è morta la moglie ed altre sei persone. Lui invece è rimasto miracolosamente illeso. Gli incubi però lo tormentano. Che senso ha continuare a vivere? Il senso lo trova in una ostinata vocazione: ha causato la morte di sette persone e ne salverà la vita di altrettante. Cerca così, spasmodicamente, sette sfortunate esistenze, alle quali il destino ha assegnato un ruolo disgraziato. Se  salvi una vita salvi il mondo: figuriamoci se ne salvi sette. “Sette anime” è un film drammatico ed esistenziale, diretto con grande maturità ed intensità emotiva da Muccino.
Le due ore volano via quasi senza accorgersene. Will Smith è l’incarnazione della perfezione dell’attore, impegnato a recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista, con il sorriso stampato sulle labbra, sceso al fianco  del sofferente di turno per riscattarne l’infelicità. Con l’avvicinarsi della conclusione “Sette anime” instrada lo spettatore nel vortice dei sentimenti. Mano a mano che i tasselli vanno al loro posto, completando il quadro,  si viene risucchiati nel nitido ritratto dell’infelicità, e se qualche lacrima sgorga dagli occhi, non è sentimentalismo né furbizia, ma bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Non c’è nulla fuori posto in “Sette anime”: la maglietta salmone indossata da Will Smith incurante  della pioggia battente; lo splendido alano di una  malata di cuore (la bellissima Rosario Dawson), che lo ha voluto con sé perché gli alani non vivono a lungo a causa di problemi cardiaci; la straordinaria medusa velenosa conservata in un acquario domestico.

Una tempo film come “Sette anime” li dirigeva Frank Capra. La sua incrollabile fiducia negli uomini era però sempre coniugata al limite umano. Gli esseri umani possono compiere gesti straordinari, salvare vite altrui o la propria famiglia, occuparsi della felicità individuale o collettiva. Ma hanno sempre bisogno di aiuto esteriore, dell’intervento benevolo del soprannaturale. In “Sette anime”, come già in La ricerca della felicità, tutto si riassume nell’umano. L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova  in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.
Questa sostituzione è il dramma del nostro tempo. Il mistero (e il senso) della vita degli uomini va ricercata  solo negli uomini,  e il bene si trova  dentro il cuore umano, come la generosità e la donazione di sé. La felicità sta anche nel suo contrario: l’infelicità, poiché il tempo non è una freccia lineare, ma un ciclico ripetersi dell’identico e l’essere umano non muore, ma rivive perennemente in qualcosa di meglio. “Sette anime” è un film bello e istruttivo. Un tipico prodotto dell’industria del consumo, ma  anche un piccolo trattato sulla morale postmoderna che ha definitivamente rinunciato al mistero di Dio.
Il protagonista raggiunge la “saggezza” quando, a causa della disgrazia, scopre la solitudine dell’esistenza. Deve imparare a morire, liberandosi del presente (il proprio corpo), immaginando la propria vita nel futuro di sette vite altrui. “Sette anime” è un film gravido di senso morale, ma privo di trascendenza. Molti culti spirituali postmoderni, come Scientology ad esempio, possono essere considerati una sorta di adattamento tecnologico del buddhismo. Una lettura superficiale di “Sette anime” potrebbe indurre in errore, e considerare la storia raccontata una  allegoria della “resurrezione” cristiana. Invece è una allegoria della “reincarnazione” buddhista (più i moderni mezzi della tecnologia medica). Il protagonista è condannato alla eterna  sofferenza della vita, poiché troppo preso dal proprio Io (il successo nel lavoro, l’attaccamento alle cose del mondo, la concentrazione sentimentale sulla propria persona), rimanendo  prigioniero dei cicli di nascita e morte. Ma nel corso del racconto assistiamo al suo “risveglio”, alla sua piena “illuminazione”. La “resurrezione” finale potrebbe apparire come la ricompensa della fedeltà al divino.
Ma non è così, perché in “Sette anime” il divino se n’è andato. C’è solo l’uomo.