|
Maria torna a casa con le
immagini dell'ecografia che rivelano inconfutabilmente il suo stato di gravidanza.
Le mostra ad un amico che dice: "E' un bel bimbo" "Che stupido - replica lei- è solo
un'ombra"; " E' una bella ombra" insiste lui. Inizia in questo modo per Maria
questo progressivo, molto lento, accorgersi della presenza dell'altra, di sua
figlia.
Appena nata viene
collocata all'interno di un'incubatrice; c'è ma non c'è, così separata
dalla madre e dal resto del mondo da tanti tubicini, vetri, monitor a cui è
affidato il responso sul suo incerto destino.
Maria mantiene ancora le distanze, per lei è solo un'ombra di vita: "aspetto che
nasca o che muoia, non lo so" confida ad un'amica .
Quando il medico le propone di mettere davanti all'incubatrice un allegro
cartoncino con il nome della bimba, lei all'inizio rifiuta: in fondo è lei
la madre e lei sa bene come si chiama, non occorre che lo sappiano altri. Alla fine accetta, e
prega il dottore di scriverci sopra "Irene". E' il primo momento in cui
Maria ne riconosce l'identità di persona a
se stante, non più una sua indefinita appendice.
"Lunedì le staccheremo i tubi":
Maria viene informata dal medico che è arrivato il momento di scoprire se Irene
è in grado di respirare da sola. Solo allora, poche ore prima del momento
fatidico, Maria diventa realmente madre e come tutti i genitori, si sente
schiacciata da un evento misterioso che supera se stessa, che non può controllare, totalmente dipendente da
qualcosa, da qualcun Altro che ha in mano il destino suo e di sua figlia e di fronte al
quale sente il bisogno di mettersi a nudo, di confessarsi, di promettere
qualsiasi cosa pur di avere sua figlia viva: "avrei voluto essere più
paziente, più umile, più dolce, più buona. E lo sarò sai, io non avrò più fame
né sete, la porterò sempre con me: me la porto al cinema, alle
manifestazioni, ovunque la porto! Imparerò a fare le pappe, i bagnetti, la porterò
al giardino a giocare tutto il giorno. Io ce la posso fare, io ce la voglio fare".
Francesca Comencini ha raccontato con grande partecipazione una storia sulla forza primordiale
della vita e sulla donna, vista come la principale testimone di
quest'evento al contempo affascinante e misterioso.
In un'intervista al Venerdì di
Repubblica del 16 ottobre l'autrice ha dichiarato: "nessuna donna è pro-aborto: è un
nonsense,
perché le donne sono le guardiane della vita. Questo film è un inno alla vita:
celebrarla è compito dell'arte".
Occorre però sottolineare che per Francesca Comencini, (ma anche per sua sorella
Cristina, alleate nella stessa "battaglia") esaltare il valore della vita non
vuol dire affatto sostenere il matrimonio e la famiglia.
Maria, appena saputo di essere incinta, rimasta
senza l'appoggio del padre che non gradisce la responsabilità di questa
nascita, si confida a un amico: "Come
faccio adesso? Lo faccio da sola?". "Da sola hai fatto sempre tutto." le
risponde l'amico.
Una solitudine non per accidente ma per scelta. E' questo il tipo di donna a cui fa riferimento
la nostra autrice: sensibile si, rispettosa della vita (Maria non ha voluto una
figlia, ma quando è stata cosciente dell'avvenuto concepimento, non ha dubitato
un attimo nel portare avanti la gravidanza) ma sessualmente libera e sciolta da ogni
legame. Di Maria conosciamo tre uomini, che lei ha avuto in momenti diversi ma
da quello che vediamo sono degli incontri di reciproca momentanea intesa, dove
ognuno resta se stesso; manca qualsiasi progettualità per una vita in comune,
per un'intesa più profonda.
Sul tema
della maternità, così importante per lei, gli uomini svolgono al più la funzione
di fuchi riproduttori. La filiazione è competenza esclusiva delle donne.
Cristina Comencini non ha un atteggiamento diverso: nell'ultima scena del film
Il più bel giorno della mia vita (in
senso ironico si tratta del giorno
della prima comunione) la bambina protagonista, nel vedere tutti i tradimenti di
cui sono capaci i grandi, sentenzia:
"non so se avrò voglia di sposarmi,
ma voglio potermi sentire madre per sempre".
La solitudine quindi, una solitudine anche titanica, se necessario, come viene adombrata nella figura
della donna-magistrato vicina di casa, che vive da sola perennemente circondata
dagli uomini della scorta. Un magistrato che ha lasciato da
tre anni la famiglia ("anche un bambino di 10 anni, che avrebbe bisogno di
me",sottolinea lei stessa) perché sta seguendo il caso di un suo collega che è
stato ucciso.
Si comprendono in questo modo le dichiarazioni fatte da Francesca nel ritirare il premio
Gianni Astrei-prolife. promosso dal Fiuggi Family
Festival e dal Movimento per la Vita: la regista ha confermato il
suo sostegno alla libera scelta delle donne, sull'aborto come sulla RU486. La
contraddizione presente nelle sue dichiarazioni (la donna come guardiana della
vita, ma anche la donna libera di abortire) derivano dalla sua incapacità di
conciliare un istintivo senso della maternità con il principio di una sessualità
libera da ogni legame.
Non resta che auspicare a Francesca, che con tanta sensibilità
ci ha raccontato la
bellezza della vita che nasce e del suo insondabile mistero, che
faccia un passo avanti sulla strada della coerenza; riconosca che è bello
sperare che tutte le donne si sentano guardiane della vita e che sia
giusto che i figli abbiano non uno, ma due genitori. |