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Quarto episodio
di una delle saghe più conosciute e citate del cinema americano, Terminator
Salvation si propone, senza deludere fan e spettatori occasionali, come una
rifondazione del franchise. Niente più viaggi nel tempo (pur con i
paradossi temporali che sono uno dei marchi di fabbrica della saga), non più il
nostro mondo invaso a cyborg letali e inarrestabili, ma un futuro apocalittico
(ma nemmeno troppo lontano, è il 2018!) post catastrofe nucleare, dove gli
uomini sono costretti a nascondersi e a combattere una guerra del tutto impari
contro l’impero delle macchine, che continua a evolversi e mira al controllo
totale del mondo.
I creatori del
nuovo Terminator, pur restando fedeli all’impostazione fanta-action della
storia, dimostrano di intendersene di simbologia cristiana più del Robert
Langdon di Angeli e demoni, e accumulano senza appesantire riferimenti e
sottotesti dal sapore biblico e vagamente cristologico che contribuiscono a dare
alla storia un bello spessore epico.
Fin dal primo
film John Connor era presentato come una figura messianica, dalla sua nascita
straordinaria al suo essere inseguito e perseguitato da un Erode meccanico fin
da prima della nascita; in questo mondo John, ormai adulto, è “profeta”, per
quanto contestato, una “voce che grida nel deserto”, forte della conoscenza del
futuro che sua madre gli ha lasciato in 28 preziose registrazioni che riascolta
incessantemente alla ricerca della chiave per salvare il genere umano.
Questa
conoscenza, pur essendo preziosa, rischia di renderlo ossessivo (e l’ottimo
Christian Bale è bravissimo a rendere le sfumature del suo carattere tormentato)
e lo spinge sull’orlo della disperazione. Eppure John è nello stesso tempo un
segno e un motivo di speranza, il leader per la cui sopravvivenza tutti sono
pronti a dare la vita.
Non mancano i
riferimenti visivi e tematici alla guerra del Vietnam e ai campi di
concentramento, cui somigliano tanto le gabbie dove le macchine racchiudono gli
umani catturati. Anche qui il comandamento principe è “restare vivi”, che non è
ovviamente una pura esortazione alla sopravvivenza biologica, ma un invito a
mantenere fino in fondo la propria identità umana, con tutto quello che questo
comporta.
Certamente
quello del sacrificio, della capacità di offrire la propria vita per un altro
come segno distintivo dell’essere uomini, non per un calcolo statistico, ma per
quel moto del cuore che si chiama amore, è uno dei temi fondamentali della
vicenda, che trova la sua più completa espressione nella figura di Marcus
Wright, la vera novità del film. Ambiguo salvatore, lui pure per certi versi una
figura “cristologica” (come ci suggerisce l’inquadratura iniziale
dell’esecuzione che lo vede praticamente in croce), “risorge” dalla morte ma
trova se stesso solo nella dimensione del totale sacrificio di sé.
Riportato ad una
forma di vita intermedia (metà uomo e metà macchina, ma senza la coscienza di
esserlo), infatti, Marcus non può fare a meno di chiedersi chi sia veramente, se
il cuore che gli batte così forte nel petto basti a renderlo umano o non sia
piuttosto quella capacità di libera scelta che rimane sua fino alla fine a
renderlo tale.
Un’umanità che
viene “attivata” da una serie di incontri che rendono finalmente reale quella
“seconda possibilità”, quell’occasione di riscatto che illusoriamente gli era
stata prospettata nel braccio della morte con la donazione del suo corpo alla
scienza. Non è un caso che a questa “donazione” ambigua iniziale ne corrisponda
una libera e cosciente nel finale, che è il suggello dell’umanità pienamente
ritrovata di Marcus.
Questa abilità
di costruzione narrativa dà vita e anima ad un film che rimane nella sostanza di
fantascienza e mantiene quel che promette in termini di spettacolarità (i
produttori hanno potuto dare fondo alla loro immaginazione creando numerosi
modelli di macchine assassine, dalle più semplici alle più complesse) e di
azione, ben supportato dal cast di protagonisti e comprimari. Naturalmente molte
questioni rimangono aperte e la disinvoltura con cui la storia sorvola sulla
bella moglie incinta di John, lascia prevedere qualche sequel, sempre che il
pubblico gradisca questo ritorno in grande di uno dei miti della fantascienza
post-moderna. Bisognerà anche vedere se gli autori sapranno proseguire il loro
viaggio con la stessa attenzione allo spessore dei personaggi e alla profondità
tematica della loro storia, quell’elemento capace di trasfigurare una storia di
genere in qualcosa di più grande e significativo. |