|
Remake
di una celebre pellicola del 1968 con Henry Fonda e Lucille Ball da noi
conosciuta come Appuntamento sotto il letto (e tratto da un romanzo che
si suppone autobiografico…), questa commedia arriva a un paio d’anni di distanza
da un altro film su famiglie extralarge, Una scatenata dozzina (anche
quello un remake, che in America ha avuto un tale successo da generare già un
sequel). Là i figli erano “solo” 12 ma alla bella cifra ci erano arrivati in due
soli (e senza l’aiutino di affidi e adozione), ma le difficoltà, provocate
dall’improvvisa e inaspettata fama di scrittrice di una mamma da sempre
casalinga, erano analoghe, a partire dall’annosa questione dei turni per il
bagno (argomento problematico anche in appartamenti con doppi servizi e con
famiglie di taglia normale).
Se situazioni come queste
generavano ilarità già negli anni Sessanta, oggigiorno, con l’Occidente in piena
crisi demografica, diventano addirittura una specie di fenomeno da baraccone e
in effetti due dei pargoli si trovano a subire una strana forma di bullismo
scolastico proprio a causa del numero esorbitante di fratelli (ma si vedrà che
la medaglia ha anche un altro verso…). L’appassionata quanto ingenua difesa del
valore della famiglia numerosa e multirazziale (tra i figli adottati di Helen ci
sono un adolescente di colore, due orientali, un paio di ragazzine indiane e
forse un messicano), ma pur sempre tradizionale, portata avanti dal film, come
pure la simpatia con cui è visto il corpo paramilitare in cui milita il
capofamiglia, suonano molto tradizionali e molto “repubblicane” e sono forse la
ragione delle critiche decisamente impietose (ma il pubblico, invece, ha
gradito) di cui ha “goduto” una pellicola certamente non eccezionale, ma
sicuramente onesta e spesso divertente.
O forse a scandalizzare
qualche recensore liberal è stato l’accenno al valore educativo di qualche
scappellotto, cui non segue per l’incauto genitore l’immediato arresto per
maltrattamenti.
Nel corso del film,
l’effetto comico-drammatico di accumulo della torma di ragazzini dai quattro ai
diciassette anni, si aggiunge quello dello scontro tra i due opposti sistemi
educativi dei genitori: Franck, abituato dal suo ruolo di marinaio ad esercitare
sui figli una ferrea per quanto amabile disciplina e a riceverne in cambio
affetto ed obbedienza; Helen, amabile hippy convinta della necessità della
libera espressione dei talenti all’interno delle mura domestiche (anche quando
questo significa pitturare il maiale), e ideatrice di strumenti educativi quali
lo “scettro oratorio” (che serve ad ottenere la parola nelle riunioni
famigliari) e dell’”abbraccio collettivo” (questo davvero anni Sessanta).
Prima o poi le due diverse
(anche se non incompatibili) concezioni della vita famigliare sono destinate a
cozzare e lo faranno tanto più in fretta quando le due squadre di figli si
alleeranno nella missione di separare i due nuclei famigliari. Non sanno, i
mefistofelici ma in fondo ingenui ragazzini, che il loro astuto piano, avrà come
effetto collaterale quell’unità famigliare che le buoni intenzioni non erano
riuscite a creare.
I tuoi, i miei, i
nostri procede sui binari rodati e prevedibili della commedia famigliare,
senza particolari guizzi, ma riuscendo spesso a strappare il sorriso. Onore al
merito agli autori per essere riusciti a caratterizzare, anche se
schematicamente, ognuno dei membri della “ciurma”di casa Beardsley: ci sono
ovviamente i gemellini pestiferi, i dolci cuccioli in cerca di affetto materno,
un paio di adolescenti alla prima cotta (per par condicio una fa la
cheerleader mentre l’altra è una specie di Avril Lavigne in erba), il giovane
perfettino e il cantante alternativo dal lungo ciuffo, e perfino una tata
impicciona appassionata di wrestling.
Il faro in cui la famiglia
si trasferisce la famiglia farebbe la sia figura su una rivista e per scoprire
dove trovarlo uno potrebbe anche essere disposto a sorbirsi tutti i titoli di
coda.
Elementi problematici per la visione:
nessuno.
Laura Cotta Ramosino |