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La storia di per se è piccola. Anzi, diciamola tutta, è il confronto/scontro di
due piccinerie: quella dei notabili del paese che considerano chi non ha
studiato come un irrimediabile ignorante e quella di Ernesto, che preso dal
desiderio di voler esser quello che non è, finisce per trascurare una
moglie adorabile e un simpatico figlio. Siamo lontani quindi dalle ambizioni di
un affresco tipo Baaria, dove si aveva la pretesa di
raccontare la storia di un paese e la storia d'Italia. Tuttavia, se le vicende
di questo scontro che si protraggono per anni, non hanno certo risonanze
universali, Rubini ha la brillante idea di incentrare tutta la storia sul
bambino Gabriele.
Il suo assistere muto alle intemperanze del padre, la sua voglia di fare
bricconate con la complicità di altri ragazzi più svegli di lui, il dover
partecipare a lunghi e noiosi viaggi fino a Bari con il padre, che in questo
modo vuole mostrare di occuparsi anche lui della famiglia, il suo timore di
poter incontrare, nel sogno come nella realtà, l'uomo nero, danno al racconto
una fragilità e una delicatezza inaspettate, lasciando in sordina le sfuriate e
i livori del padre frustrato. Gabriele è in fondo Sergio Rubini da piccolo: la
storia ha molti aspetti autobiografici, anche suo padre era ferroviere con il
pallino della pittura e molti dei quadri che si vedono nel film sono originali
di suo padre.
Ben costruita è anche la figura dello zio
Pinuccio, scapolo impenitente che si è piazzato in casa loro, visto che sua
sorella maggiore Franca (la moglie di Ernesto) si prende amorevolmente cura di
lui. Come spesso succede anche con i nonni, Gabriele riesce con lo zio a parlare
di cose che non direbbe ai genitori e ottiene dei permessi che altrimenti gli
sarebbero negati.
Riccardo Scamarcio è ormai un attore maturo, ora che si è scrollato di dosso
l'immagine di bel giovane per il clan delle ragazze Moccia-dipendenti mentre la
Golino interpreta una insolita figura di donna serena e positiva.
Anche Giuseppe Tornatore in Baaria, quando
si è trattato di presentare sullo schermo la figura di sua madre, vi ha
trasferito il ricordo delle sue affettuose premure.
I sogni visionari di Gabriele, molto onirici e molto felliniani, danno quel
tocco di poesia a un racconto che altrimenti viaggerebbe molto raso terra
portato avanti dalle meschine figure del paese.
C'è chi ha voluto trovare, nel film di Rubini significati importanti, come
l'immobilismo del Meridione, la potenza distruttiva dei pregiudizi in contrasto
con la capacità trasformante e liberatoria dell'Arte.
Preferisco ammirare l'amorevole nostalgia con cui Rubini ricorda il suo paese
natio e l'immagine di una famiglia unita che si vuol bene e su cui si
può contare nei momenti difficili.
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