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Up
è un altro episodio geniale della storia di divertimento e poesia della Pixar -
la casa madre di dieci incredibili successi da Toy Story fino a
Ratatouille e Wall-E. In questo caso l’autore principale è Pete
Docter, uno dei primi uomini Pixar, un ragazzone allampanato dall’aria buona che
non teme di dire che si è ispirato anche, in parte, a suo nonno, così come il
collega Andrew Stanton nel pensare alla prima idea di Nemo vi aveva
trasposto alcuni aspetti del rapporto con il proprio figlioletto. Ancora una
volta l’uscita americana del film era accompagnata da una certa perplessità:
come potrà andar bene un cartone animato che ha per protagonisti un vecchietto
bizzoso e un boy scout cicciotello e saccente? Vedere per credere. Up
abbatte ancora una volta tanti schemi (quello del “sogno americano”, per
esempio, quello del giovanilismo a tutti i costi) e ha dei momenti di
straordinaria poesia. Uno su tutti, quei quattro-cinque minuti che nella prima
parte del film riassumono la storia di Carl, da quando, ragazzino, conosce la
simpatica vicina di casa Ellie, a quando la sposa, si accorge che non riescono
ad avere figli, invecchiano dolcemente insieme fino all’anzianità di entrambi e
alla morte di lei proprio quando stavano per iniziare il loro viaggio in Sud
America sognato da sempre. Una sequenza dolce e toccante, che ha strappato
applausi a scena aperta al Festival di Venezia, dove il film è stato proiettato
in anteprima italiana, a un pubblico di solito abituato a ben altri colpi allo
stomaco.
La
storia è, come sempre, divertente e piena di gag e di sorprese, ma stavolta è
proprio il tocco di poesia che incanta. Ci sono delle invenzioni visive che
ricordano Magritte, ma tutto è pensato non per un’astratta perfezione delle
immagini, che pure sono bellissime, bensì per far passare i significati e le
emozioni della storia. Tutti gli oggetti sono stati progettati per questo fine:
la casa di Carl, che spiccherà il volo trainata da centinaia di palloncini, ha
le caratteristiche intime e “piccole” di una casa di bambola, perché deve
veicolare intimità e affetto. Tutti gli oggetti che riguardano Carl hanno linee
squadrate e rigide, perché devono dare il senso della sua chiusura in se stesso,
mentre quelli che riguardano Ellie (la sua poltrona ormai vuota, il suo ritratto
alla parete della loro casa) hanno linee curve, sono morbidi, dolci come lei.
La
casa vola via e porterà Carl e l’imprevisto boy scout in un viaggio avventuroso
nell’America del Sud, alle Paradise Falls tanto sognate… Ma nel viaggio il
“sogno” dell’ex-piccolo esploratore ormai anziano, e anche il suo attaccamento
alla casa e alle memorie della moglie subiranno una dura prova, che lo porterà a
tornare ad aprirsi agli altri, ad amare in un modo nuovo e non più soltanto
legato al passato.
E
qui ancora una volta la Pixar riesce a fare (cosa di cui il suo leader John
Lasseter e i suoi collaboratori non si vantano mai, dicendo piuttosto che il
loro obiettivo è semplicemente quello di intrattenere) un film molto profondo,
che non ha paura di raccontare che nonostante il fallimento dei sogni di bambino
del protagonista, e di tanti altri suoi legittimi desideri, è possibile tornare
a una vita migliore attraverso la generosità e la bontà. Ancora una volta (si
pensi a Gli incredibili, che non ha avuto paura di raccontare, cosa assai
rara, un modello assolutamente “normale”, di famiglia) la Pixar supera in un
colpo il politically correct di tanto cinema di successo da una parte e le
amarezze e il cinismo del cinema d’autore dall’altra, che magari critica i
modelli imperanti, ma senza mai dare soluzioni. La sua ricetta è in fondo
semplicissima, e si basa sull’umanità dei personaggi e sul coinvolgimento
profondo degli autori stessi nei temi dei film. Carl Fredricksen è l’eroe più
improbabile che si possa immaginare, ha 78 anni e viaggia nel mondo in una
macchina volante. Eppure, con parole di Lasseter “impara come le grandi
avventure nella vita sono le piccole cose che avvengono tutti i giorni”. E Pete
Docter, il regista del film, afferma molto chiaramente come la cosa decisiva in
un film sia il coinvolgimento emotivo dato dal personaggio e racconta di quando
è andato in Francia con la moglie e i figli: un viaggio fantastico, in cui hanno
visitato posti stupendi, ma il ricordo a lui più caro è quello di: una sera in
cui “abbiamo bevuto della cioccolata calda in un piccolo bar di Parigi, nulla di
speciale, mentre io ridevo e scherzavo con i miei figli”. Ecco la sensibilità da
cui nascono film come questo.
Up ha ampiamente meritato le centinaia
di milioni di dollari che ha incassato in tutto il mondo e siamo sicuri che
–come capita di solito con le commedie e qualche volta anche con i cartoni
animati- se oggi verrà da qualcuno considerato solo un prodotto di successo, fra
qualche decennio ci si renderà conto della sua profondità, di tutta la sua
bellezza e avrà un posto nelle storie del cinema. |