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Anche
Praga, città dal passato glorioso e dalle memorie recenti tragiche, come il
Texas di MacCarthy e dei fratelli Coen, non è più un paese per vecchi. Lo
capisce tristemente il vecchio professore protagonista della pellicola (la terza
di una trilogia scritta, diretta e interpretata da Jan e Zdenek Sverák,
rispettivamente figlio e padre) di fronte alle risposte impertinenti di un
allievo con poca voglia di studiare e un padre ricco finanziatore della scuola.
Il mondo che ci descrive
Vuoti a rendere, è quello di una Praga ormai trasformata da anni di contatto
con il mondo occidentale, che per certi versi, nelle sue debolezze e nei suoi
problemi, assomiglia molto alla Polonia descritta in toni di volta in volta
tragici o ironici da Zanussi nei suoi ultimi film.
La chiave scelta dagli Sverák è
invece quella della commedia e la lente si sposta dalla società al singolo
individuo, un anziano professore ancora pieno di curiosità e voglia di vivere
nonostante l’età.
La vivacità contagiosa del
signor Tkaloun, per la verità, ha molto a che fare con il vitalismo sottilmente
disperato di chi, mancando di qualunque prospettiva post-mortem (al nipotino
racconta che si trasformerà in polvere, in toni poetici ma poco consolanti, e la
moglie, religiosa, si preoccupa del suo essere miscredente), non può accettare
di fermarsi a considerare i propri limiti.
Non a caso Tkaloun (che a
tratti ricorda l’indimenticabile Don Ameche protagonista de Il cielo può
attendere) è continuamente ossessionato da sogni erotici che hanno per
protagoniste una sua ex collega disponibile, la nuova donna dell’ex marito
fedifrago della figlia, ma anche solo una cliente sexy del supermercato: in una
prospettiva materialista il sesso è il rifugio più comune di coloro che
rifiutano di confrontarsi con la mortalità.
Nel
frattempo il protagonista non si accorge che il suo comportamento ferisce
profondamente la sua compagna di quarant’anni di matrimonio, donna, lo si
capisce, di pasta diversa dalla sua: in pensione da qualche anno, sembra a suo
agio con l’età che avanza e con il mestiere di nonna, ma non ha rinunciato a
dare qualche lezione. Diversamente da lui, è credente ed è proprio a Dio che si
rivolge per affidare quello sventato di suo marito e la figlia abbandonata dal
marito per un’altra.
Invece che affidarsi alla
Provvidenza, il nostro Bepa preferisce sostituirsi ad essa e accasare con un
inganno nuovamente la ragazza, che giudica un po’ troppo rigida come la madre
(giusto perché non accetta di scambiare la sua solitudine con un facile rifugio
nel sesso) con un ex collega piacente e simpatico.
Tutti i nodi vengono al pettine
in occasione di una gita in mongolfiera regalo di anniversario di Bepa, che si
trasforma in un volo in solitaria fuori programma. Di fronte alla concreta
prospettiva della morte anche Bepa è costretto, almeno per un attimo, a prendere
in considerazione Qualcuno di più grande di lui.
L’avventura si risolve
positivamente e sembra finalmente ricucire la ferita tra i due coniugi, ma Bepa
è incorreggibile e forse neppure questo spavento lo convincerà a cambiare.
Vuoti a rendere
ha il merito di affrontare
con leggerezza un tema attuale come la vecchiaia e la difficoltà di viverla in
una società come la nostra che ha regalato la terza età tanti anni in più da
vivere, ma sembra incapace di offrirle un senso e una ragione per attraversarli,
e lo fa in modo diretto, personale, senza ideologie e proclami, con una serie di
figure di grande simpatia.
Certo, ogni tanto ci si perde
in una serie di aneddoti ed episodi divertenti ma alla lunga un po’ fine a se
stessi, prima di arrivare al finale in mongolfiera, quello sì dotato di
un’innegabile verità.
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