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Calais è il nervo
scoperto dell'Europa dove affiorano le tensioni sociali e i conflitti degli
utimi 20 anni. Nello scorso decennio, con la guerra Jugoslava,
arrivano i primi immigrati dalla Croazia, Bosnia, Kosovo; senza soluzione
di continuità a loro seguono nuove ondate migratorie dall'Irak, dall'Afghanistan,
dal
Kurdistan e di nuovo dall'Irak. Sono persone che lasciano il loro
paese per sfuggire ai conflitti o perché perseguitati
in patria e cercano di trasferirsi in Inghilterra dove molto spesso hanno dei parenti
già residenti. Restano però bloccati a Calais perché sono dei sans papier, non
hanno i permessi necessari. Da subito associazioni di volontari
(sopratutto cattoliche, ma questo particolare non viene citato nel film)
si prodigano per dar loro un pasto caldo e un minimo di
conforto. L'Alto
Commissariato dei Rifugiati dell'ONU con l'aiuto della Crocerossa
costituisce infine il
centro di accoglienza di Sangatte che arriva ad ospitare fino a 4000
persone ma la situazione resta grave, a causa del flusso ininterrotto di immigrati.
Nel 2002 Sarkozy, in accordo con il governo inglese, decide di chiudere il
centro di Sangatte. A questa iniziativa si accompagnano leggi severe
verso i francesi che vengono scoperti ad aiutare o dare alloggio ai
clandestini. Padre Boutoille, che aveva riaperto nel 2002 una
chiesa abbandonata per accogliere i rifugiati d'inverno, viene
arrestato. Con queste
iniziative drastiche il popolo degli immigrati cerca tuttora di
sopravvivere accampandosi nella foresta intorno a Calais
mentre associazioni di volontari continuano a organizzare mense
volanti, con il rischio di venir arrestati.
Questa premessa era
necessaria per comprendere lo spirito con cui il regista e
sceneggiatore
si è posto il meritevole compito di portare in evidenza un problema che non è solo francese, ma di tutti noi europei.
Philippe Lioret è sicuramente dalla parte dei sans papier ma non ha
trasformato il suo film in un pamphlet politico, ha invece
interiorizzato il problema, raccontandoci le storie personali del curdo-iracheno
Bilal e del francese Simon. Con uno stile asciutto e un
racconto lineare, Lioret non nasconde il fatto che i due protagonisti si
muovono spinti da motivazioni personali: il giovane
desidera raggiungere Mina, la ragazza che ama, desiderio che si è
trasformato in esasperazione da quando è venuto a sapere che il padre
di lei l'ha destinata a sposarsi con un suo zio, proprietario di un ristorante avviato. Simon ama sua moglie, che
però ha trovato un altro compagno: Marion lo accusa di essere abulico e rinunciatario
mentre lei è attiva nel volontariato verso i
sans papier.
Simon è cosciente dei suoi limiti caratteriali ("Bilal ha fatto
4000 km a piedi per rivedere la sua ragazza -dice Simon alla moglie -tu
sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti") e
istintivamente si avvicina a Bilal e lo aiuta, inizialmente non per lui,
ma per fare qualcosa che possa far piacere a sua moglie.
Così, Simon, spinto dall'amore verso sua moglie accetta di trasformare
se stesso e aiuta concretamente Bilal: in questo modo, progressivamte ,
anche noi veniamo
introdotti assieme a lui nel problema dei sans papier. Simon viene convocato dalla polizia
per il semplice motivo di aver offerto un passaggio in macchina a due di
loro; i vicini di casa, gretti e sospettosi, gli rendono la vita
difficile.
Sarebbe stato molto
facile per l'autore caricare le tinte, mostrando poliziotti crudeli,
clandestini innocenti malmenati ed affamati. Invece la sua accusa risulta tanto
più efficace in quanto ci mostra come certi nostri comportamenti
aberranti sono stati ormai assorbiti nella ordinarietà dei comporamenti
quotidiani.
Allo stesso modo, nel confronto fra civiltà così diverse Lioret evita
qualsiasi forma di idealizzazione: se nell'occidente ormai avvezzo a
tutto, l'aiuto di Simon verso Bilal viene visto solo con il sospetto di
un interesse sessuale, i clandestini si
accapigliano per questioni di soldi e son disposti a rubare anche nelle
case di chi li ospita. Se in occidente ci si separa anche solo per noia, nelle famiglie irakene
il padre combina
il matrimonio della figlia in base ai suoi interessi.
La regia incastona
sapientemente l'inizio e la fine della storia fra due eventi ad alta
drammaticità: nell'incipit assistiamo al tentativo di emigrazione
clandestina all'interno di un
camion (i sans papier debbono tenere la testa dentro sacchetti di
plastica con il rischio di restare soffocati, per ingannare i rilevatori di
anidride carbonica utilizzati dalla polizia) e alla fine, quando Bilal
affronta le correnti e le onde della Manica in pieno inverno, inseguito
dalle motovedette della guardia costiera inglese.
La sceneggiatura, di impostazione classica e molto efficace, usa
gli oggetti per simboleggiare ciò che non occorre dire: l'anello di
Marion era stato perso al momento della separazione e poi ritovato e
donato da Simon a Bilal, nella speranza che il giovane possa trovar
l'amore che a lui sfugge; ma poi ritorna nelle mani di Simon, quando
intravede la speranza di
un rappacificamento....
Il film può contate
sull'ottima interpretazione di Vincent Lindon: grigio e sciatto nel
vestire, i suoi occhi tradiscono l'abitudine alla rassegnazione ma la
sua forza, calma e pacifica, sta proprio nel non derogare dal suo amore
coniugale e nel saper compiere atti di umana solidarietà.
Il film è gravido di riferimenti universali: la capacità trasformante
dell'amore, la scoperta di come un incontro fra esseri umani possa
avviarci reciprocamente verso una maggiore responsabilità e maturità di
coscienza; la capacità che hanno gli uomini di comprendersi, nonostante le culture
siano molto diverse; il valore della politica nel senso più alto di
questo termine, vista come gestione di problemi collettivi
di non facile soluzione ma per i quali non si può prescindere da un
trattamento umano nei confronti dei clandestini, la cui unica colpa è
quella di essere vittime di circostanze avverse.
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