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“Anche
un uomo puro di cuore che recita le sue preghiere la sera può diventare un lupo
quando fiorisce la luparia e risplende la luna d’autunno…”. Questo proverbio
gitano (originale o inventato che sia) posto in esergo al film dà la cifra di
questa storia horror vecchio stampo (è il rifacimento di una celebre
pellicola del 1941 che rese celebre Lon Chaney Jr.) in cui si intrecciano
maledizioni millenarie e senza speranza, amori trattenuti e dolenti di stampo
vittoriano, atmosfere cupe e un gusto per lo splatter tutto moderno.
I
licantropi, diversamente dai vampiri, che negli ultimi anni sono assurti a vere
star del cinema e della televisione, soprattutto grazie agli spettatori più
giovani, sono un po’ i parenti poveri e maleducati degli eleganti succhiasangue:
brutti, sporchi e cattivi, rappresentano l’istinto animale che si scatena in una
violenza cieca senza ragione o senza rimedio.
Questa nuova versione della storia, fortemente voluta dal protagonista Benicio
Del Toro (che l’ha anche prodotta) non fa nulla ( e questo tutto sommato è un
bene) per nobilitare la Bestia, o per darle tratti ambiguamente positivi come
tipico dello stile postmoderno: la licantropia che incombe sui Talbot è una
maledizione tremenda, senza rimedio e senza corollari positivi di sorta, e chi
ne viene colpito diventa un assassino senza possibilità di redenzione, a
prescindere dalla sua precedente caratura morale.
Un
male come questo stride profondamente con quella mentalità positivista che
andava affermandosi alla fine dell’ Ottocento e di cui si fanno qui portatori,
con maggiore o minore credibilità, sia l’ispettore Aberline (lo stesso che si
occupò dei casi di Jack lo Squartatore, e che qui ha tratti un po’ alla Sherlock
Holmes senza la stessa fortuna) sia il medico del manicomio in cui a più riprese
viene rinchiuso il povero Lawrence.
Qui,
però, in gioco non c’è la psicologia criminale, né il libero arbitrio, niente
anime perse o da recuperare, solo il male, anzi il Male in azione e a
contrastarlo solo l’innocenza e l’amore (non proprio imprevedibile) di Gwenn,
unica ostinata luce di speranza in un mondo misterioso e oscuro.
Proprio questa mancanza di scelta per il protagonista, che si trova condannato a
una sorte orribile senza alcuna colpa, rischia di rendere più spaventosa che
intrigante la vicenda di Lawrence Talbot, anche se la complessità dei rapporti
familiari che le fanno da sfondo (con la figura misteriosa e contorta
dell’anziano padre) offre alcune sorprese interessanti, come pure non banale è
l’inevitabile riflessione sul male che sembra colpire e infettare anche i giusti
e gli innocenti.
A
questo paradosso nella storia sembrano incapaci di rispondere sia coloro che si
affidano alla scienza (destinati a pagare con il sangue la loro supponenza) sia
quelli che trovano rifugio in una fede che si trasforma spesso in fanatismo.
L’unica risposta alla fine sembrano essere l’amore e il sacrificio. Certo è che
l’abbondante spargimento di sangue e viscere rende consigliabile il film
soprattutto agli appassionati del genere, mentre per chi vuole apprezzare le
ottime interpretazioni di Del Toro e della Blunt è meglio rivolgersi altre
pellicole.
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