Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

RIO 2: MISSIONE AMAZZONIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/17/2014 - 16:03
 
Titolo Originale: Rio 2
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Carlos Saldanha
Sceneggiatura: Don Rhymer, Carlos Kotkin, Jenny Bicks, Yoni Brenner
Produzione: Blue Sky Studios
Durata: 102

Il famoso pappagallo Blu vive a Rio insieme alla moglie Jewel e ai suoi tre cuccioli, perfettamente adattati in un ambiente cittadino. Ma la scoperta dell’esistenza di altri esemplari della specie spinge Jewel a riportare tutta la famiglia nella selvaggia Amazzonia alla ricerca dei propri simili.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Moglie felice, vita felice” è lo slogan ripetuto più volte nel film, che vede nell’amore coniugale (in qualunque razza) e nella cura dei figli la fonte primaria della nostra felicità. Molta sensibilità sui problemi legati alla cura dell’ambiente
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Con l’incredibile vitalità delle immagini, delle musiche e dei colori Rio 2 riesce a trascinare gli spettatori in un turbine di allegria, direttamente sulle calde spiagge di Rio de Janeiro e nella foresta amazzonica.
Testo Breve:

Bue e Jewel, gli unici superstiti della razza macao blu, si sono sposati e hanno tre figli. Decidono di tornare in Amazzonia alla ricerca dei loro antenati. Il carnevale di Rio e l’Amazzonia sono l’occasione per un tripudio di danze e di colori che fa da contorno a una divertente storia ecologica

Con l’incredibile vitalità delle immagini, delle musiche e dei colori Rio 2 riesce a trascinare gli spettatori in un turbine di allegria, direttamente sulle calde spiagge di Rio de Janeiro. Il mix di energia e buonumore è indubbiamente la caratteristica distintiva di questo film di animazione che, se nello svolgersi della storia talvolta si appoggia a cliché fin troppo noti,  riesce comunque a divertire affrontando anche tematiche non banali.

Il protagonista Blu, dolce e impacciatissimo come sempre, è il vero perno comico della storia. Perfettamente adattato ad una tranquilla vita cittadina, non chiede altro che trascorrere le giornate guardando tv e mangiando pancakes. Viene però convinto dagli amici a seguire la moglie nell’avventuroso viaggio in Amazzonia, secondo il saggio principio “moglie felice, vita felice”. Peccato che vita felice non sia affatto sinonimo di vita comoda! E il povero Blu, armato di marsupio, coltellino e navigatore satellitare, si renderà ben presto conto che la felicità sua e della sua famiglia è molto di più che un egoistica ricerca della tranquillità.

Infatti i pericoli sono sempre dietro l’angolo: uno spietato trafficante di legname è disposto a sterminare la sua specie pur di continuare a disboscare la foresta, mentre il cacatua Nigel, seguito dalla velenosa ranocchia Gabi, è determinato ad attuare la sua vendetta. Blu sarà quindi costretto ad imparare a sopravvivere nella foresta, guadagnandosi il rispetto dei suoi simili, in particolare del suocero, fino rischiare la vita per salvare quella dei suoi cari.

La scoperta della felicità nella famiglia e negli altri, invece della solitaria assenza di problemi, non è l’unica tematica interessante. Anche la scoperta di se stesso e del proprio valore sarà una conquista per Blu, così impacciato agli occhi del mondo, ma capace di tutto pur di proteggere chi ama. Inoltre la sensibilizzazione ai problemi dell’ambiente, come la sopravvivenza di una specie, o l’importanza della vegetazione amazzonica, è sicuramente un punto importante del film. Un po’ fuori tono invece è l’amore segreto della ranocchia Gabi per il perfido Nigel, troppo trascinato tra musiche e citazioni teatrali e che porta davvero poco divertimento e sostanza alla storia. Molto carina infine la mini trama del tucano Rafael alla ricerca di una guest star per il carnevale di Rio, che regala momenti di grandi risate ed esplode con l’incredibile tripudio del concerto finale.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUPERCONDRIACO - RIDERE FA BENE ALLA SALUTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/09/2014 - 20:28
 
Titolo Originale: Supercondriaque
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon
Produzione: PATHÉ PRODUCTION, LES PRODUCTIONS DU CH'TIMI, TF1 FILMS PRODUCTION, ARTEMIS PRODUCTIONS
Durata: 107
Interpreti: Dany Boon, Kad Merad, Alice Pol, Jean-Yves Berteloot

Romain Fauber è un ipocondriaco all’ultimo stadio e questa limitazione lo ha portato, a quarant’anni, a non avere ancora trovato l’anima gemella, ad aver perso tutti gli amici ad eccezione del suo medico curante, Dimitri, che ormai lo conosce da diciotto anni e non ha il coraggio di abbandonarlo al suo destino solitario. Inizia quindi con il suo paziente una terapia pratica, che consiste nel suggerirgli il modo migliore per approcciare le donne ma dopo una serie di tentativi falliti, lo invita a una cura più drastica. Si tratta di prestare aiuto in un campo profughi: sarà un modo per conoscere delle persone che soffrono certo più di lui e al contempo abituarsi a vivere in ambienti irrimediabilmente sporchi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film pone in primo piano il valore dell’amicizia ma la ricerca di una donna di cui innamorarsi porta alla rottura di un matrimonio preesistente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Dany Boon si conferma un valido autore per costituire simpatici personaggi e situazioni comiche ma questa volta un eccesso di temi complica inutilmente la trama.
Testo Breve:

Dopo il successo di Giù al nord, Dany Boon ritorna con una nuova commedia degli equivoci particolarmente divertente. Questa volta però si ride per ridere e non ci vengono trasmessi messaggi particolari se non il valore dell’amicizia in momenti di difficoltà

 

Dany Boon torna sugli schermi come regista, sceneggiatore e attore dopo il grandioso successo di Giù al Nord ( Bienvenue chez les Ch'tis – 2008), poi trasformato  in versione nostrana con Benvenuti al Nord (2011) e il divertente  Niente da dichiarare? (Rien à déclarer -2011). Ancora una volta Dany Boom ci fa divertire giocando sui pregiudizi che contrappongono  gente di etnie e regioni diverse; in tutte e tre le occasioni è proprio il linguaggio l’elemento che viene utilizzato come marcatore delle differenze (con sempre grossi problemi per il doppiaggio). Se in Giù al Nord si ironizzava sul fatto che i popoli del Nord parlano con la “polpetta” (chez les Ch'tis), in Niente da dichiarare francesi e belgi si scambiavano frecciate salaci sulle loro differenze di accento; ora, in Supercondriaco si va sull’esotico: si gioca sui suoni gutturali  che emettono i rudi guerrieri del fantomatico Tcherkistan quando cercano di parlare in francese.

In quest’ultimo lavoro del regista franco-algerino la struttura narrativa è diventata più complessa e  ambiziosa. Alla radice della comicità del film c’è ancora un gioco di equivoci: il mite Romain  viene scambiato per Anton Miroslav, l’eroico leader della resistenza tcherkistana; una situazione che offre l’estro a Dany Boon per sviluppare situazioni comiche dove Romain deve fare salti mortali perché la romantica  Anna continui a credere di trovarsi di fronte a un eroe per lei  leggendario, degno di stima e..di amore.

L’amore e l’amicizia continuano in effetti, come nei precedenti lavori, a costituire  l’energia emotiva del racconto: Romain, arrivato scapolo a quarant’anni, spera di aver trovato finalmente in Anna colei che lo può” amare per quello che è”, mentre  l’amicizia fra Romain e Dimitri si muove questa volta su un percorso più accidentato; un rapporto che dura da ormai 18 anni in continua oscillazione fra una rottura definitiva e l’incapacità, da parte di entrambi,  di abbandonare l’amico in difficoltà.

In questo lavoro  Dany Boon visita criticamente la contemporaneità in due aspetti: nell’ipocondria del protagonista come segno della difficoltà di aprirsi alla comprensione degli altri e nel fenomeno dell’immigrazione in Europa di rifugiati dalle zone  più infiammate dell’Africa e dell’Oriente. Sarà quest’ultimo spunto a far virare il film verso inaspettate sequenze da action-movie, come se il paniere di situazioni predisposto da Dany Boon non fosse già abbastanza pieno.

Siamo debitori del cinema francese per tanti importanti film che dove divertendo ci dicono cose serie: primo fra tutti il recente Quasi amici, dove la cura delle persone con handicap viene vista in una luce nuova ed originale ma anche Il mio migliore amico dove è stato trovato un modo arguto per presentare il vero valore dell’amicizia. Anche Giù al Nord poteva rientrare in questa categoria (la conquista di una vera amicizia, l’amore conquistato) ma non possiamo dire lo stesso di quest’ultimo lavoro: se si parla di immigrazione, di ipercondria, i temi restano solo un pretesto per qualche gag in più.

Complessivamente Dany Boon riesce ancora una volta a farci ridere ma in modo più epidermico, né l’aver complicato la trama apporta vantaggi significativi.

L’autore mantiene comunque la capacità di tratteggiare personaggi non banali, dotati di una calda umanità e la coppia Dany Boon e Kad Merad fa ancora scintille.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SAVING MR. BANKS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/25/2014 - 21:32
 
Titolo Originale: Saving Mr. Banks
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2013
Regia: John Lee Hancock
Sceneggiatura: Kelly Marcel Sue Smith
Produzione: WALT DISNEY PICTURES, RUBY FILMS, ESSENTIAL MEDIA & ENTERTAINMENT, BBC FILMS, HOPSCOTCH FEATURES
Durata: 120
Interpreti: Emma Thompson, Tom Hanks, Paul Giamatti

Nel 1961, Walt Disney invita nel suo studio di Los Angeles P.L. Travers, autrice del libro "Mary Poppins": sono almeno vent'anni che Walt cerca di ottenere i diritti sul libro per ricavarne un film. Pamela è contraria: ha paura che il suo racconto delicato che nasconde, come scopriremo, tristi esperienze vissute durante la fanciullezza,venga trasformato in un insulso cartone animato. Lo scontro fra i due personaggi sarà lungo e irto di difficoltà ma Walt non vuole rinunciare al suo progetto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I due protagonisti superano le reciproche diffidenze iniziali per regalare ai bambini una favola bella ed edificante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una buona sceneggiatura supportata dai ricordi di un fatto realmente accaduto, con qualche ripetizione e lentezza nella parte iniziale
Testo Breve:

Il racconto dei tentativi di Walt Disney di ottenere i diritti del romanzo di Mary Poppins dalla riluttante e gelida autrice. Un simpatico incontro di personalità meno diverse di quanto appaia nel fascino dei Disney Studios degli anni ‘60

Ammettiamolo, questo piccolo film molto carino non è propriamente per i ragazzi di oggi ma per coloro che sono stati giovani quando uscì Mary Poppins: è a loro che farà piacere riparlarne con un po’ di nostalgia ricordando anche l’epoca dei grandi classici di Walt Disney, quando erano solo in 2D, ma anche tanto poetici.

Il film, nella sua semplicità, tratta molti temi contemporaneamente: le difficoltà per convincere Pamela Travers, l’autrice del romanzo di Mary Poppins a concedere a Disney i diritti d’autore; il  ricordo tormentato dei propri padri, sia da parte della Travers che di Disney e la possibilità di andare oltre i condizionamenti del proprio passato. Ma il film è anche cinema del cinema: nelle varie sedute di Pamela con gli sceneggiatori viene presentato quanto sia doloroso e conflittuale il parto di una buona idea che faccia avanzare il racconto.

La vera attrattiva del film è però un’altra: soddisfare la curiosità di vedere, per la prima volta sullo schermo, il grande Walt Disney visto nei suoi aspetti più umani (bibliografie non autorizzate lo hanno ritratto spesso come manager esigente e anti sindacale) e di  girare virtualmente per i Walt Disney Studios per carpire il suo way of working. Si tratta di una curiosità legittima per cercar di comprendere come tanti creativi, certamente validi ma anche ben diretti, hanno potuto realizzare prodotti di alta qualità, rastrellare vari premi e di sicuro ottenere grandi successi di bottegino.

Ne esce un  Walt Disney bonario e con una grande intesa artistica con i suoi collaboratori (la sua tosse continua fa riferimento al tumore che di lì a pochi anni gli sarebbe stato fatale) anche se la vita negli studios  appare un po’ da catricatura con la presenza di tanti pupazzi di Topolino in giro per le stanze e di vassoi, mentre si lavora,  trabordanti di dolci e leccornie varie; ma anche la presenza di creativi capaci di restare in piedi tutta la notte per trovare l’idea giusta.

Il racconto principale parte da lontano, da un paesino sperduto dell’Australia all’inizo del secolo scorso, dove si è rifugiata la famiglia Travers: il padre, alcoolizzato e malato, continua a perdere posti di lavoro.

E’ qui che si sviluppa la fantasia creativa della piccola Pamela, che adora quel padre che riesce a trasformare la banalità quotidiana in fantastiche visioni di fate e principesse E’ grande la sua delusione quindi verso quel padre che le aveva promesso di starle vicino ma che muore troppo presto. La Pamela adulta crea quindi il suo grande ma unico personaggio, Mary Poppins (il romanzo fu scritto dalla Travers per aiutare i suoi fratelli a superare un periodo di crisi), una propria creatura verso cui manifesta una gelosia tanto possessiva da non volere che venga trasformata in un film da Walt Disney. Sarà paradossalmente proprio questa gelosia a stabilire un’intesa con Walt; anche lui da giovane, si era sempre rifiutato  di cedere i diritti del suo Topolino e anche lui aveva avuto un padre difficile, che lo faceva lavorare dall’età di otto anni.

Un film magari piccolo, un po’ lento nella fase iniziale, ma riuscito nella descrizione dei protagonisti, sia di Pamela e della sua lotta per chiudere con un passato doloroso ma anche di un Walt ragionevole e umano, in grado di comprendere i problemi degli altri.

Quando il film ricostruisce l’evento della prima del film al Chinese Theatre di Los Angeles nel 1964, fra lo scintillio delle luci e i colori dei pupazzi dei personaggi più famosi dei cartoni della Disney si nota un po’ di autocompiacimento ma possiamo anche essere indulgenti con la casa di produzione californiana, nel nome di un film il cui successo è stato pienamente meritato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN BOSS IN SALOTTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/08/2014 - 16:21
 
Titolo Originale: Un boss in salotto
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero
Produzione: Cattleya per Warner Bros
Durata: 90
Interpreti: Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Ale e Franz

Siamo vicino a Bolzano e Cristina (Paola Cortellesi) è una moglie perfettina, dall’accento spiccatamente nordico, che spinge tutti i componenti della sua famiglia a essere i primi, a vincere, a “riuscire”. Afferma che vuole preparare loro un futuro. Sta spingendo il marito Michele (Luca Argentero) a ottenere la promozione a direttore marketing dell’azienda edile in cui lavora, il figlio adolescente Vittorio e la piccola Fortuna (sic!) a primeggiare. Finché non scopre che il fratello Ciro, che non vede e non sente da quindici anni, ha eletto casa sua come luogo per scontare gli arresti domiciliari in attesa di un processo: è sospettato di essere un capo camorrista… Scopriamo così, fra l’altro, che anche lei è napoletana e il suo vero nome era Carmela. Ma la presenza del fratello boss non deve intralciare il tentativo di Cristina/Carmela di fare amicizia con la famiglia Mainetti, i proprietari dell’azienda edile, il cui figlio è anche compagno di classe di Vittorio… Naturalmente, niente andrà per il verso giusto, fino alle estreme conseguenze finali, che riserveranno più di una sorpresa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella dei due protagonisti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune lievi volgarità verbali e visive
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti Una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag, si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori
Testo Breve:

Luca Miniero, già autore di due film di successo come Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, ritenta la carta Nord-Sud con questa gradevole e ben recitata commedia, che vede la ricomposizione di una insolita famiglia

Guardato con sospetto e degnazione dalla critica, ma premiato largamente dal pubblico (più di 5 milioni di incasso nei primi cinque giorni di programmazione), Un boss in salotto è una simpatica commedia che fa leva su due bravi attori italiani, Paola Cortellesi e Rocco Papaleo, contorniati da un efficace cast di supporto (oltre a un buon Luca Argentero, marito e padre debole e un po’ imbranato, come sempre è molto brava Angela Finocchiaro). A Miniero, che afferma di aver tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto prima di girare Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, si rimprovera di ricorrere per la terza volta al confronto Nord-Sud con contrapposizioni ormai stereotipiche…

Ma in realtà il film non si ferma lì e affronta – anche se in modo non particolarmente approfondito – una serie di altre questioni: la “faccia pulita” del Nord è davvero rispetto della legge o è solo un perbenismo di convenienza che all’occorrenza non esita a ricorrere a capitali sporchi? Fin dove è vigente davvero la giustizia e fin dove la legge del più forte?

Il personaggio di Cristina è quello che compie l’arco di trasformazione più significativo: inizia fingendo di essere un’altra e alla fine accetta il fratello e le proprie radici, tornando a chiedere che lui la chiami Carmela. Nel contempo, si accorge che non ha senso spingere tutti a cercare ossessivamente dei risultati che appaiono giustificati (per i figli) dalla parola magica “il vostro futuro”. E nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella di Michele e Cristina, fratello boss compreso.

Girato con qualche piccolo tocco creativo da Miniero e con una confezione ben curata, come tutti i film di Cattleya, il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti (qualche disparità di tono, qualche lieve incongruenza nella trama). Insomma, non sarà un capolavoro, ma è una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag (ma ha anche alcune sorprese interessanti nella linea narrativa), si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori. Quel tipo di film che dovrebbero essere l’ossatura di un’industria che funziona.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NEWSROOM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 11:21
 
Titolo Originale: The Newsroom
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Aaron Sorkin, Scott Rudin
Produzione: HBO
Durata: 50' a puntata Prima televisiva USA 24 giugno 2012; in Italia su Rai3 dal 17 ottobre 2013
Interpreti: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Sam Waterston, Alison Pill:

ACN (Atlantis Cable News) è un network televisivo di notizie via cavo. Il suo anchorman è Will McAvoy, che nel tornare dopo due settimane di vacanza, viene informato dal presidente della sua sezione informativa che il suo produttore esecutivo e buona parte dello staff hanno cambiato redazione, perché non tolleravano più il suo carattere troppo brusco. Il presidente tranquillizza Will: ha già trovato il nuovo produttore esecutivo: si tratta di MacKenzie McHale, una brava professionista che ha avuto con Will una relazione tre anni prima. Nonostante ci siano ancora dissapori fra loro, Will si fa convincere da lei a cambiare stIie redazionale: verranno fornite solo notizie la cui fonte verrà rigorosamente controllata senza essere accondiscendenti con nessuno: “non c’è niente di più importante in democrazia di un elettorato ben informato”.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial offre un ottimo esempio di impegno per una corretta etica della comunicazione
Pubblico 
Tutti
Niente da segnalare nelle prime tre puntate
Giudizio Tecnico 
 
Lo sceneggiatore e produttore esecutivo Aaron Sorkin conferma le sue doti: abile nel costruire i dialoghi, capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore, per un serial TV che sviluppa temi forse troppo americani
Testo Breve:

In Newsroom partecipiamo con lo staff di una redazione televisiva all’ansia di imbastire ogni giorno, nel modo migliore, il notiziario serale. Un altro serial ben impostato di Aaron Sorkin ma molto americano come tematiche

Aaron Sorkin è tornato. Dopo il serial West Wing (l’altro serial, Studio 60 è stato poco seguito in Italia) e il film The Social Network, vincitore di tre Oscar nel 2011, torna sul piccolo schermo per farci partecipare, nei minimi dettagli, alla vita di una redazione televisiva: la raccolta delle notizie, la loro validazione, la quotidiana riunione redazionale fino al magico momento in cui tutti i giochi sono fatti e si va in onda.

Come nei precedenti lavori, Aaron conferma le sue doti: dialoghi brillanti e sofisticati, la costruzione, ad ogni puntata, di uno stato di tensione continua che sembra rendere incerta, fino all’ultimo secondo, la preparazione del notiziario serale. E’ evidente il suo interesse, qui come in West Wing, per le dinamiche che si sviluppano in comunità chiuse (là era il brain trust del Presidente U.S.A., qui lo staff di una redazione televisiva) dove tutti si sentono impegnati a collaborare per la migliore riuscita dei loro obiettivi e, quando capita, ad intrattenere anche relazioni affettive.

Nella maggior parte dei film o dei serial televisivi che ci capita di vedere, l’attenzione è focalizzata sui rapporti sentimentali dei protagonisti mentre la rappresentazione del loro ambiente di lavoro è sempre molto  generica. Non così nelle opere di Aaron Sorkin: le dinamiche lavorative sono la vita dei protagonisti e lo spettatore è inviato a seguirne in dettaglio tutti  i possibili risvolti in modo che possa apprezzare anche lui, quando ciò avviene, la soddisfazione per un lavoro ben fatto, frutto dell’intesa raggiunta fra i componenti del gruppo. A rendere più realistico questo approccio, ad ogni puntata di questa prima stagione la redazione deve occuparsi di fatti accaduti realmente nell’anno 2010. Questo tipo di impostazione non è semplicemente una scelta di stile dello sceneggiatore ma riflette una precisa visione antropologica: il lavoro costituisce l’interesse prevalente, il luogo primario dello sviluppo e dell’espressione della propria personalità (è facile vedere in questi telefilm gente che si attarda sul lavoro anche oltre l’orario di chiusura); una prevalenza solo parzialmete influenzata dai risvolti familiari. Il serial TV: ER si può considerare il pioniere di questo spostamento di attenzione. 

Oltre alle sue capacità tecniche Aaron va ammirato per il suo sguardo puro, le sue visioni ideali. In questo caso si tratta di  una tensione verso una corretta etica della comunicazione che si sposa in questo serial  con una sua visione “alta” della politica: indagare dietro la reale consistenza dei fatti, mantenere indipendenza di giudizio e promuovere una politica che si muova nella direzione di una vera uguaglianza i cittadini e che faccia grande la nazione (c’è molto patriottismo in questa serie). Il suo sguardo ottimista si rispecchia anche nei comportamenti dei protagonisti: ci sono molte discussioni animate in questo serial (è la specialità di Aaron) fra persone che la pensano diversamente ma proprio quando sembra che i rapporti stiano  per rompersi, interviene la ragionevolezza e ognuno riconosce la parte di verità presente nell’altro.

Nonostante tutti questi pregi, l’accoglienza del pubblico italiano potrà non essere elevata (come già stanno dimostrando le prime puntate) occorre riconoscere che le tematiche trattate sono molto americane soprattutto quando si affrontano temi politico (l’autore non nasconde le sue preoccupazioni per il successo del Tea Party).

Occorre anche aggiungere che a volte sembra che la capacità di Aaron di imbastire dialoghi diventi quasi un abuso: alcuni personaggi si confrontano abilmente difendendo le loro posizioni ma a volte sembra di assistere ad un esercizio di retorica, a scapito della profondità dell’analisi dei personaggi.

 Sarebbero stato  auspicabile ascoltare  discorsi meno programmatici ed assistere di più a fatti che realizzavano quegli ideali che venivano declamati..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/30/2013 - 22:44
 
Titolo Originale: LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Enrico Paolantonio
Sceneggiatura: Davide Aicardi, Stefano Ambrosio, Francesco Artibani, Lorenza Bernardi, Paolo Braga, Ceo&Pulin, Alessandro Ferrari, Tea Orsi, Francesca Romana Puggelli, Giorgio Salati
Produzione: Raidue, Lux Vide, Musicartoon
Durata: 26' sabato e domenica su Rai2 alle 8,10 dal 14 settembre 2013
Interpreti: Jules doppiato Francesco Pezzulli, Amelie da Domitilla D'Amico

Il giovane Jules Verne, studente di Giurisprudenza alla Sorbona ma desideroso di viaggiare e scrivere di viaggi, riesce a sventare un tentativo di rapina alla redazione del giornale di viaggi, Contes De Voyages, e pertanto viene invitato dalla redazione a partecipare ad una spedizione in Africa. Il gruppo composto da Artemius Lucas, direttore del giornale, sua figlia Amelie, coetanea di Jules, il contabile De L’Ennuì, la tata Esther e il cane Hatteras, ha come obiettivo la misurazione del ventiquattresimo meridiano. E’ questa la prima delle tante avvenure di Jules Verne e dei suoi amici, ostacolati dal misterioso Capitano Nemo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Jules Verne e i suoi amici si trovano uniti e solidali ad affrontare sempre nuove avventure
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
In mezzo a tanti cartoni giapponesi o americani, è stata coraggiosa e importante la scelta di attingere alla letteratura europea (in questo caso Jules Verne) per far capire che anche la “civiltà europea” è interessante e divertente. Particolarmente felice la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D
Testo Breve:

La sorpresa e l’avventura sono garantiti nei romanzi di Jules Verne che ora sono  diventati un serial per ragazzi. Particolarmente felice è la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D

Segnaliamo sempre molto volentieri l’uscita di cartoni animati realizzati in Italia.

Dopo I gladiatori di Roma, con la regia di Igino Staffi, arrivano Le avventure straordinarie di Jules Verne, un serial televisivo in cartoni trasmesso su Raidue dal 14 settembre ogni sabato e domenica nella fascia dedicata ai ragazzi, a partire dalle alle 8,10. Si tratta in tutto di 26 episodi realizzati dalla Rai in collaborazione con Lux Vide e con  Musicartoon. 

L’idea che ha dato origine alla serie è  interessante: ad ogni puntata il giovane Jules, studente di legge, si trova coinvolto in una delle avventure che hanno dato vita alle pagine più affascinanti del famoso il romanziere francese, uno dei padri della moderna fantascienza. In una puntata si trova su di un’isola inesplorata, in un’altra viene proiettato al centro della terra; in un’altra si ritrova prigioniero nel Nautilus, il sottomarino progettato dal pericoloso capitano Nemo, nemico di tutta l’umanità. Alla fine di ogni puntata il giovaneJules consegna gli appunti del suo viaggio, che costituiranno la base  per un nuovo racconto (la firma che appone è la copia esatta di quella del vero  scrittore).

Jules, un ragazzo timido ma ingegnoso, non è certo solo quando affronta i suoi viaggi in giro per il mondo: al suo fianco c’è sempre la coetanea Amelie che secondo gli ultimi canoni femminili è molto atletica e coraggiosa: nessun pericolo  la ferma e ha un solo importante difetto: non corrisponde alle attenzioni che molto discretamente Jules le dedica. Artemius è il padre di Amelie: nel passato è stato un grande esploratore e ora che deve camminare aiutandosi con un bastone, si occupa di dirigere una rivista di viaggi. Completano il quadro il pignolo contabile De l’Ennui, la cuoca Esther, che distribuisce a tutti sorrisi e tanto ottimismo; infine due animali: un mastino e un lemure.

Con una brigata così assortita ogni puntata si arricchisce di una divertente dialettica fra caratteri molto diversi (ma la puntata di domenica 29 settembre, “Gibilterra”, a causa della presenza di scimmie ossesse e violente, è apparsa un po’ spaventosa per i più piccol).

Musicartoon è la società romana che ha curato l’animazione in 2D. Si tratta di una scelta molto indovinata; su Raidue vengono trasmessi altri serial per ragazzi in 3D ma niente può eguagliare la poesia del 2D.  Se andate sul sito del serial si può apprezzare una rassegna dei  fondali realizzati: si tratta di vere opere artistiche.

Ci si può domandare se avventure ambientate a fine ottocento potranno interessare gli smaliziati ragazzi dell’era digitale:  non ritengo ci sia molto da temere perché come si è potuto constatare ogni volta che ritorna sugli schermi un classico dell’ottocento (nella scorsa stagione sono stati ripresentati Anna Kaenina, Les Miserables, Grandi Speranze)  ciò che attrae il pubblico di ogni età è la bellezza della storia e la cura nella definizione dei personaggi. Se i romanzi di Jules Verne, hanno ormai perso la curiosità verso un futuro che si è ormai realizzato, resta il piacere dell’esplorazione dell’ignoto e della scoperta di mondo così diversi dal nostro.

Un effetto non secondario sarà quello di avvicinare i ragazzi alla lettura, una lettura assolutamente europea.

Peccato che la serie manchi di una sigla trainante e orecchiabile, non solo musicata ma anche cantata: sarebbe stato un modo per conquistare ulteriormente  i giovani spettatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WOLVERINE: L’IMMORTALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/26/2013 - 17:01
 
Titolo Originale: The Wolverine
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Mark Bomback, Scott Franck dal fumetto di Frank Miller e Chris Claremont
Produzione: Lauren Shuler Donner, Hutch Parker, John Palermo, Hugh Jackman per Marvel Enterprises/Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 126
Interpreti: Hugh Jackman, Famke Janssen, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Hiroyuki Sanada

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata Jean Grey, vive come un selvaggio tra i boschi del Canada, dove viene a cercarlo la giovane Yukio, inviata dall’anziano Yashida, un miliardario giapponese cui il mutante aveva salvato la vita durante la Seconda Guerra Mondiale. Yashida, prossimo alla morte, vorrebbe ricambiare il favore di tanti anni prima dandogli la possibilità di rinunciare all’immortalità che tanto gli pesa. Ma la situazione nella famiglia di Yashida è complessa e alla sua dipartita la nipote Mariko, erede designata, diventa il bersaglio di molti interessi. Logan decide di proteggerla, costi quel che costi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’unica riflessione che offre la pellicola è quella della condanna alla ricerca dell’immortalità a tutti i costi, all’ incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Si tratta di un’operazione di puro intrattenimento ma il vero elemento di forza del film è il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma
Testo Breve:

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata, si reca in Giappone per proteggere la nipote di un suo vecchio amico Mariko. Un film di puro intrattenimento con un  Hugh Jackman in gran forma 

Molti critici hanno usato, per definire la seconda pellicola della Marvel dedicata al suo mutante più famoso, la parola “classico”, dove il termine può essere inteso in senso sia positivo che negativo.

Questo secondo capitolo in solitaria di Wolverine (o Logan, un eponimo spiccio come il suo personaggio, né nome né cognome) non ambisce in effetti alla complessità pensosa e post-moderna dei cinefumetti di Christopher Nolan, ma non ha nemmeno, se non in brevi momenti, il gusto per l’ammiccamento e l’autoironia degli Avengers.

Si tratta, per l’appunto, di un racconto molto lineare e “tradizionale” di rinascita di un eroe che ha smesso di essere tale ma che può tornare a esserlo se trova un degno avversario, una missione e una persona cui dedicare la propria vita (e forse anche la propria morte).

Tutto questo Wolverine (come da fumetto ma, verrebbe da dire, anche con somma gioia del marketing) lo troverà in Giappone, dove lo convoca un anziano e ricchissimo capitano di industria, che intende ricambiare a modo suo il salvataggio da parte del mutante dalla distruzione atomica di Nagasaki.

Che il dono di ringraziamento, oltre che una splendida katana (il primo dei molti espliciti richiami all’epica e all’etica dei samurai profusi nella pellicola), sia la possibilità di morire è la prima delle molte sorprese che Logan si troverà ad affrontare nella terra del Sol Levante, tra dark lady dai baci velenosi, giovani fanciulle inermi da salvare, guerriere chiaroveggenti, ninja misteriosi, membri della yakuza e, ovviamente, samurai corazzati.

La storia procede tra inseguimenti, combattimenti e qualche momento di doveroso omaggio al sentimento, si tratti della nostalgia di un amore perduto (e anche lì, paradossalmente, il dono di un innamorato era stato la morte), o dei primi momenti di uno appena sbocciato.

Se in un’operazione di puro intrattenimento come questa qualche approfondimento si può trovare (se proprio bisogna cercarlo tra una scazzottata e un duello all’arma bianca) è quello sulla condanna della ricerca dell’immortalità a tutti i costi, dell’incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.

Pochino, per chi è abituato alle sottigliezze anche drammatiche degli X Men di Bryan Singer, e pure il 3 D (che valorizza le scene più movimentate) appare una scelta insieme più popolare e meno elegante rispetto allo stile del prequel anni Sessanta X Men First Class.

Il vero elemento di forza del film è naturalmente il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma che, al sesto film nei panni (tanti o pochi che siano) del mutante zannuto e immortale, è ormai perfettamente compenetrato nella parte, si tratti di vagare infelice e barbuto nei boschi o duellare sul tetto di un treno, tanto da farci dimenticare che abbia mai potuto recitare nei panni del gentiluomo di Kate & Leopold o in quelli canterini di Jean Valjean de Les Miserables. In un cast per il resto completamente giapponese, il pubblico occidentale non ha che lui per aggrapparsi saldamente a questa avventura movimentata.

Niente paura, comunque, perché per chi ha la pazienza di aspettare dopo i titoli di coda c’è la sorpresa di ritrovare qualche vecchio amico che promette nuove avventure al ritrovato Wolverine e ai suoi artigli, anche se senza adamantio.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARENTAL GUIDANCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/08/2013 - 15:38
 
Titolo Originale: Parental Guidance
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andy Fickman
Sceneggiatura: Lisa Addario Joe Syracuse
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, WALDEN MEDIA
Interpreti: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Artie non fa a tempo a riprendersi dalla umiliazione di esser stato licenziato come commentatore sportivo (il suo stile è ormai antiquato) che viene invitato assieme a sua moglie Diane ad accudire i loro tre nipotini per qualche giorno mentre la figlia Alice accompagna il marito Phil a una convention. L’impegno si mostra subito arduo, visto che la dodicenne Harper vuole andare a una festa dove c’è un ragazzo che le interessa, Turner di 8 è affetto da balbuzie mentre il piccolo Barker di 5 passa il tempo a parlare con un amico inesistente….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due nonni sanno prendersi cura dei loro nipoti e risolvere i loro problemi
Pubblico 
Tutti
Un casting di bravi attori rende brioso il racconto, ma c'è un eccesso di zucchero e di prevedibilità
Testo Breve:

Artie e Diane debbono fare da babysitter per qualche giorno ai nipoti che non vedono da quasi un anno. Un divertente family film che però  non mantiene tutte le promesse

Fino a che punto è giusto esercitare il mestiere dei nonni, sopratutto quando occorre accudire integralmente per qualche giorno i nipotini evitando  di  trattarli come piacerebbe  a loro ma secondo le direttive imposte loro dai  genitori?

Come si fa a ingraziarsi la simpatia dei nipoti, soprattutto quando sono quasi 10 mesi che non li vedono e sono molto più affezionati agli “altri” nonni?

Sono temi interessanti per molti di noi ed  è così che esordisce questo family film che affronta i problemi tipici del confronto di tre generazioni e dell’incompatibilità fra vecchi e nuovi metodi educativi.

In effetti i vincoli di comportamento che ricevono i nonni Artie e Diane nei confronti dei nipoti sono alquanto stringenti: non dar loro alcun cibo che contenga zucchero, non dire loro mai “no” ma “considera le conseguenze”; mai dire “non farlo” ma “forse dovresti provarlo”: non debbono assistere né partecipare ad alcuna forma di violenza neanche  verbale e se giocano a baseball bisogna essere sicuri che nessuno venga espulso né che qualcuno venga considerato il vincitore, per non creare atteggiamenti conflittuali. Come se non bastasse, all’interno di una maglia comportamentale così stretta, i nonni vorrebbero anche riuscire a farsi voler bene, perché sono ai loro occhi due persone assolutamente sconosciute.

E’ questa la parte iniziale del film che è forse la più interessante, perché i problemi che mettono in campo sono reali e condivisibili; purtroppo, nello sviluppo della storia, le conseguenze di tali difficili premesse, cioè le situazioni comiche in cui si va a cacciare Billy Cristal, sono tanto esagerate quanto irrimediabilmente prevedibili.

Alla fine, con i metodi più antichi di questo mondo, con una torta coperta di glassa, con l’acquisto di un vestito carino per la dodicenne che deve fare bella figura a una festa, con la minaccia di qualche sculacciata al pestifero Barker, lo svelamento di qualche trucco professionale del nonno, speaker di professione, al balbuziente Turner e infine giocando tutti insieme in giardino a prendere a calci un barattolo, i nonni riescono a conquistarsi i nipoti e a risolvere molti dei loro problemi. Resta ancora da convincere mamma Alice, affezionata ai suoi metodi didattici ma Artie, operando in lei un tuffo sentimentale nel suo passato da ragazzina, riesce a farle ricordare quanto non fosse molto diversa dai suoi bambini di oggi.

Le  moderne ma fredde teorie pedagogiche che cercano di costruire un mondo ideale che non esiste vengono alla fine sconfitti dal più antico dei metodi: crescere sentendosi amati e costruendosi una salda fiducia in se stessi, cercando di scoprire (realisticamente) le proprie capacità.

Si ride in questo film ma l’urgenza del lieto fine rende la confezione troppo zuccherosa. Il pregio maggiore e la rappresentazione di un genuino affiatamento fra nonni, genitori e nipoti.

Un film simile non va visto solo dai soli bambini né solo dagli adulti ma tutte e tre le generazioni insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE LONE RANGER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/04/2013 - 22:53
 
Titolo Originale: The Lone Ranger
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura: Justin Haythe, Ted Elliott, Terry Rossio
Produzione: GORE VERBINSKI E JERRY BRUCKHEIMER PER SILVER BULLET PRODUCTIONS, JERRY BRUCKHEIMER FILMS
Durata: 149
Interpreti: Johnny Depp, Armie Hammer, Tom Wilkinson, William Fichtner,, Barry Pepper, Ruth Wilson, Helena Bonham Carter

Texas, subito dopo la guerra civile. John Reid è un procuratore legale che conosce solo le buone maniere e coltiva l’ideale di una società civile fondata sull’ordine e la giustizia ma si ritrova ben presto coinvolto in una realtà violenta dove i più potenti vogliono sopraffare i più deboli. Tonto è un indiano cherokee che ha commesso un errore da giovane e per questo ha dovuto lasciare la sua tribù. Decidono di unire le loro forze per combattere i nemici di turno…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I nostri eroi combattono con ardimento contro i delinquenti, gli avidi e i profittatori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Si allude a una scena cruenta che però non viene mostrata
Giudizio Tecnico 
 
I film eccelle nelle scene di azione, nelle catastrofi e nelle fughe rocambolesche. Mette in scena uno spettacolo divertente ma lo sviluppo dei personaggi è particolarmente modesto.
Testo Breve:

Il cavaliere solitario con la maschera e il nativo americano Tonto combattono contro le ingiustizie del West. Il team che ha decretato il successo de “I pirati dei Caraibi” ci riprova riesumando il filone del far West. Divertente senza voler pretendere di più.

Il film inizia nel 1933 a S. Francisco (sullo sfondo della baia si intravede il Golden Gate ancora in costruzione) quando l’indiano Tonto ormai centenario, relegato in un museo del West, inizia a raccontare la sua storia. La data non è casuale: è proprio nel 1933 che inizia la trasmissione radiofonica del Cavaliere solitario che ebbe un successo enorme: durò fino al 1954 dopo quasi 3000 episodi. Da allora ci sono stati serie televisive, film, fumetti che hanno ripreso la leggenda dell’integerrimo cowboy mascherato che lotta per la giustizia affiancato dal nativo americano Tonto che nella versione originale fungeva da sola spalla e sostegno nei momenti difficili.

Ora la squadra della trilogia I pirati dei Caraibi (il regista Gore Verbinski, il produttore Jerry Bruckheimer, gli sceneggiatori Ted Elliott Terry Rossio, affiancati anche da Justin Haythe) provano a ripeterne il successo a beneficio soprattutto delle famiglie e dei ragazzi individuando nel westwen il nuovo  filone da dove estrarre avventure a piene mani ma soprattutto puntando su  Jonny Deep che trasforma il nativo americano da semplice spalla in protagonista incaricato di garantire ilarità e simpatia.

Il western dunque. E’ come se si fosse voluto partire dagli inizi,a beneficio delle nuove generazioni. Se la Monument Valley è sempre stato sinonimo di western, qui ci viene ammannita a piene mani in tutte le angolature: non è solo lo scenario per qualche cavalcata solitaria ma  è stato costruito un intero villaggio con tanto di passaggio di ferrovia . Bisogna riconoscere però che l’ampio impiego di riprese all’aperto, la polvere, i volti duri dei caratteristi, i primi piani  della pistola impugnata o della stella da sceriffo rimandano a un solo grande regista del genere: Sergio Leone.

Il film esprime tutto se stesso (ovviamente con un ampio uso della CG) nelle scenografiche e fracassone sequenze d’azione che si svolgono soprattutto all’inizio e nel finale, dove il treno funge da protagonista assoluto. Quando però si passa alle scene dialogate, dove dovremmo conoscere meglio i protagonisti, c’è come una caduta verticale: le battute sono scialbe, il confronto dei caratteri  non decolla e si aspetta impazienti che i due protagonisti finiscano per infilarsi in qualche nuovo guaio per sottrarli a una situazione imbarazzante. Se la figura di Tonto non presenta problemi perché non è il Tonto originale ma è semplicemente Jonny Deep che gigioneggia con una nuova maschera, quella di John Red/Il cavaliere solitario ha il suono fesso di una moneta falsa. La sua fede pura in una America regolata dalla giustizia, dove i delinquenti hanno diritto a un regolare processo senza spirito di vendetta, poteva andare bene per un eroe a stelle e strisce degli anni ‘40 o ’50; oggi, dopo tanti film che ci hanno proposto personalità sicuramente più ambigue e complesse, sembra che si sia voluto innestare un eroe vecchio in un film nuovo.

Il film, anche se in modo sporadico, tenta di sottrarsi dallo schema di un western puramente letterario e cerca di ricostruire lo spirito di quel momento storico: se un gruppo di fedeli battisti invita John Red a leggere con loro le  Sacre scritture, lui esibisce pronto quella che è la sua Bibbia:I Due trattati sul governo di John Locke. C’è anche un lungo discorso del magnate delle ferrovie (un richiamo al Cornelius Vanderbilt che proprio in quegli anni stava costruendo il suo impero nel settore dei trasporti) su come le ferrovie sarebbero state la chiave per un progresso e una ricchezza senza limiti e come chi ne avesse posseduto il controllo sarebbe diventato il padrone della nazione (idea illusoria ma valida a quel tempo, perché il nascente capitalismo monopolista avrebbe presto assunto altre forme: quelle  dell’acciaio ma soprattutto del petrolio).

Alla fine il film risulta gradevole e spettacolare con molte scene divertenti: l’importante è non pretendere molto di più.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DREAM TEAM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2013 - 15:27
 
Titolo Originale: Les Seigneurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Marc de Chauveron
Produzione: VITO FILMS, IN COPRODUZIONE CON O.D. SHOTS, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 97
Interpreti: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Franck Dubosc, Gad Elmaleh,Joey Starr

Patrick Orbéra è stato un glorioso giocatore che ha portato la Francia a vincere i mondiali di calcio ma ora, a cinquantanni, è un uomo alla deriva, alcoolizzato, collerico e che viene tenuto a distanza dalla sua stessa famiglia. Per trovare un lavoro stabile accetta di allenare la squadra di calcio di Molène, un’isola della Bretagna che vive di pesca ma la cui fabbrica rischia di chiudere se la squadra locale non riesce a conquistare un po’ di prestigio. Patrik si accorge che il team è alquanto malmesso e non gli resta che cercare di reclutare vecchie glorie decadute come lui…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di giocatori non più giovani che stanno andando alla deriva scoprono il valore della solidarietà e ritrovano fiducia in loro stessi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale. Turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un film francese che non pretende altro se non divertire e che ci riesce, con l’aggiunta di un pizzico di buona morale
Testo Breve:

Ex giocatori un po’ sbandati si impegnano a salvare una piccola squadra di calcio. Ottimi attori comici realizzano un film corale senza molte pretese ma con messaggio di speranza

Ai tempi gloriosi della commedia all’italiana si organizzava un film con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Vittorio De Sica   ed altri nostri grandi attori comici e il successo era garantito. Sembrava quasi che la sceneggiatura venisse costruita o almeno “interpretata” sul momento, tanta era l’estrosa  l’inventiva di quegli istrioni dello spettacolo. Ora quell’epoca è definitivamente scomparsa (sorvoliamo sulla generazione successiva, quella dei “Natale a..”) mentre in Francia quel certo tipo di cinema popolare è ancora in auge.

Dream Team (in originale: les Seigneurs) è proprio un film che punta tutto sulla “squadra” non solo in termini calcistici ma anche nel senso di compagine di attori di tutto rispetto: Omar Sy ormai notissimo anche da noi per il film Quasi Amici, che accetta di giocare purchè non lo sappia la sua terribile moglie, preoccupata per il suo soffio al cuore; Franck Dubosc, da noi conosciuto tramite Benvenuti a bordo, che ha cercato di riciclarsi come attore ma inutilmente; Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto, Train de vie) un nevrotico playstation-dipendente; Ramzy Bedia (Il concerto) che idolatra Che Guevara e sogna la rivoluzione del popolo. C’è anche una apparizione di Jean Renò nelle parti di se stesso, a dire il vero un po’ imbolsonito.

Molto meno definite le figure femminili: sono presenti o per la loro capacità seduttiva, come la ragazza interpretata da Frédérique Bel, che ha ricevuto il compito di convincere i giocatori, con la sua sola presenza,  che in fondo l’isola mostra qualche attrattiva oppure la ragazza tutto casa e famiglia che immancabilmente si innamora del calciatore che viene dal continente.

Fatta la squadra, il film procede seguendo binari ormai tracciati: i difficili allenamneti con giocatori così diversi  fa innescare  scintille di comicità  mentre la tranquilla vita della piccola isola genera nei nuovi arrivati crisi claustrofobiche. Non manca la suspence indotta dall’ansia di vincere le partite del campionato a tutti costi, mentre la fabbrica rischia di chiudere.

Bisogna riconoscere che il film scorre spumeggiante e con un buon ritmo; si potrebbe concludere che si tratta di un film popolare di buona fattura, senza molte pretese;  il finale è prevedibile e deve essere tale perché lavori come questi vengono realizzati per rassicurare,  non certo per turbare.

C’è però una piccola  anima segreta nel film che lo riscalda e che lo rende più interessante di quanto ci si possa aspettare: la solidarietà fra uomini che sanno di essere fragili, che sanno che riprendere in mano il pallone comporta per loro ricordare fallimenti passati ma che tuttavia vanno avanti perché quella piccola squadra per cui giocano li costringe a non pensare a loro stessi  e forse per la prima volta riescono ad essere altruisti.

Giorno dopo giorno, lo sforzo per restare uniti e affrontare una sfida che li accomuna sublima la loro soggettività e poco a poco li trasforma. Per alcuni sarà l’effetto di una stagione, forse finito il campionato torneranno alla vita scombinata di prima ma qualcosa di positivo è accaduto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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