Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

KZ

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/01/2015 - 17:20
 
Titolo Originale: KZ
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ermanno Alini, Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli
Produzione: Giancarlo Grilli
Durata: 116
Interpreti: Marco Maggioni, Luca Pirola, Michele Ramondino

Dopo l’8 settembre del ’43 l’Italia centro-settentrionale passò sotto il governo della Repubblica Sociale di Salò. Tre giovani del milanese, Guido Valota, Angelo Ratti e Venanzio Gibillini,contrari al regime nazifascista, vennero deportati in diversi campi di concentramento tedeschi. Giudo Valota morì durante una marcia di trasferimento mentre Gibillini e Ratti sono sopravvissuti ed hanno deciso di raccontare, in questa docu-fiction, la loro terribile esperienza.

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il valore di una lucida e forte testimonianza di eventi dl passato recente che non debbono più ripetersi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza sui prigionieri potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Tutta la forza nel film risiede nel racconto dei testimoni sopravvissuti a quei tragici eventi. Le parti ricostruite attraverso attori non professionisti risultano deboli nella messa in scena
Testo Breve:

Due italiani sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti e il figlio di uno dei tanti  che non tornarono più raccontano fatti che non dovranno più ripetersi. Particolarmente istruttivo per le  nuove generazioni 

KZ è la sigla con cui venivano indicati i Konzentrationslager e allo spettatore sorge subito spontanea una domanda: perché ancora un altro film sui campi di concentramento tedeschi? In effetti la produzione mediatica intorno a questa triste pagina della storia recente è molto vasta ma è quasi sempre associata in modo esclusivo al campo più famoso, quello di Auschwitz e allo sterminio di massa  degli ebrei.

Ci furono in realtà tanti altri campi organizzati con meticolosità tedesca: il film cita Mauthausen, Flossenburg, Dachau ma soprattutto Gusen o Ebensee dove morirono quasi 24.000 italiani. Per ricordare al grande pubblico questa parte poco nota della nostra storia recente è stato realizzato questo film che si avvale della testimonianza diretta di chi ha vissuto quell’esperienza, di visite ai luoghi dove avvennero i fatti, di foto e filmati di repertorio e della ricostruzione, tramite attori non professionisti, dei momenti più drammatici. E’ bello inoltre segnalare che il cast tecnico è stato costituito, con la supervisione di Filippo Grilli, dagli allievi del quarto anno della Formazione Professionale Salesiana di Sesto San Giovanni

Le parti più avvincenti sono costituite dai momenti in cui i due testimoni superstiti, Angelo e Venanzio e il figlio di Giulio, che non è più tornato, raccontano le fasi della cattura, della deportazione e dei lavori forzati.  Sono passati molti anni ormai, il tempo ha filtrato le emozioni ma proprio il fatto che il loro racconto risulti lucido, dettagliato, velato di un certo pudore così umano, rende ancora più vera e drammatica la ricostruzione. Di grande impatto è lo strappo dai calori familiari, con la forza o con l’inganno, per ritrovarsi rinchiusi dentro un vagone merci per più giorni senza mangiare né bere, in mezzo ai propri escrementi. E’ l‘inizio della perdita della propria dignità di uomo, che ci consuma all’arrivo nel KZ, dove ognuno diventa solo un numero fra tanti e il vivere o il morire diventa solo un fatto statistico. Quando venne liberato, racconta Angelo, pesava 38 chili. Era questo un altro modo per far diventare i prigionieri degli esseri sub-umani, deboli e ubbidienti a qualsiasi comando. La visita fatta oggi ai campi di concentramento, le descrizioni dettagliate di come venivano preparati i corpi per il forno crematorio ci danno una vivida immagine di ciò che accadde settant’anni fa. Il film non manca di raccontarci un paio di episodi di solidarietà da parte dei soldati tedeschi, attraverso la consegna furtiva di una mela o di una bottiglia di birra. Stranamente il film non sottolinea episodi di solidarietà fra prigionieri ma si concentra sul rapporto carnefici- deportati.

“Giustizia e non vendetta” è lo spirito con cui il regista invita a guardare quegli eventi; i testimoni di allora continuano a partecipare a incontri e dibattiti che cercano di far conoscere alle nuove generazioni ciò che non deve più accadere.

Le ricostruzioni degli eventi tramite attori costituisce la parte più debole del film, non tanto nella recitazione degli attori, quanto nella messa in scena. E’ chiaro che si tratta di un lavoro non professionale ma soprattutto nelle sequenze più drammatiche si nota che gli schiaffi vengono dati con cautela o che le pietre trasportate non pesano più di tanto. Il risultato netto è che questi inserti indeboliscono la drammaticità del racconto dei veri testimoni invece di sostenerla. Si tratta comunque di passaggi di modesta entità e la struttura generale del film resta valida.

Particolarmente rivelatrice è la sequenza realizzata a Mauthausen, dove Peppino, il figlio di Guido, mostra la grande piscina dove i tedeschi si concedevano un periodo di relax, contornati di verde e prati ben curati. Peppino si domanda come poteva avvenire tutto questo: poco più in là la gente moriva mentre intorno a quella piscina altri uomini si concedevano momenti di divertimento e di riposo. E’ la banalità del male che ci lascia più sgomenti e il film ci lancia un chiaro invito a non abbassare la guardia e a mantenere una coscienza vigile

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LO HOBBIT – LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/15/2014 - 17:36
 
Titolo Originale: The Hobbit: The Battle of the Five Armies
Paese: Usa, Nuova Zelanda
Anno: 2014
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens,Guillermo Del Toro
Produzione: WINGNUT FILMS, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), NEW LINE CINEMA
Durata: 144
Interpreti: Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Richard Armitage, Lee Pace

Con l’aiuto di Bilbo i nani hanno riconquistato Erebor, ma il prezzo è stato lo scatenarsi della furia del drago Smaug sulla popolazione di Pontelagolungo, salvata in extremis dall’arciere Bard. Intanto, però, Thorin soccombe alla “malattia del drago”, il fascino dell’oro che non vuole dividere né con gli uomini guidati da Bard, né con gli Elfi, venuti a reclamare ricchezze cui ritengono di avere diritto. Bilbo, non riuscendo a far ragionare l’amico, ricorre a un’azione disperata, ma su Erebor incombe l’attacco di due eserciti di orchi e l’ombra lunga di Sauron che si leva a est…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ritroviamo alcuni temi profondamente tolkieniani: il senso dell’onore perso e ritrovato, le lealtà familiari, la responsabilità verso i propri simili e verso il mondo, la lotta contro un destino tragico ineludibile e il desiderio profondo di una casa a cui tornare
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Le scene di azione sono decisamente memorabili con momenti di autentica epica. Meno convincenti sono gli innesti narrativi spuri come spazio eccessivo e talora imbarazzante dato alla storia d’amore sfortunata tra l’elfa Tauriel e il nano Kili
Testo Breve:

Si chiude la trilogia che Peter Jackson ha voluto dedicare al “prequel” de Il signore degli anelli, che lascia un po’ delusi nonostante i molti sforzi degli sceneggiatori di dare ai fan un senso di continuità all’interno di tutta la saga

Si chiude la trilogia che Peter Jackson ha voluto dedicare al “prequel” de Il signore degli anelli, Lo Hobbit, un volumetto per ragazzi (a differenza dell’opera maggiore) di poco più di trecento pagine che gli autori della sceneggiatura hanno abbondantemente rimpolpato per reggere la lunghezza di tre pellicole. Che questa scelta sia stata frutto più che di necessità artistiche di una certa avidità è ardua sentenza da lasciare ai posteri, ma certo quest’ultimo capitolo, dopo un primo episodio un po’ lento e una seconda parte decisamente più brillante (anche grazie alla presenza della figura tenebrosa del drago Smaug), lascia un po’ delusi nonostante i molti sforzi degli sceneggiatori di dare ai fan un senso di continuità all’interno di tutta la saga.

Non sono le scene di azione e i combattimenti spettacolari a mancare, anzi, la battaglia eponima copre praticamente metà della narrazione mentre l’iniziale devastazione di Pontelagolungo e l’uccisione di Smaug per mano di Bard l’Arciere sono decisamente memorabili.

Laddove Jackson approfondisce i temi e le situazioni del libro (la pazzia quasi “shakespeariana” di Thorin, i suoi lampi di consapevolezza e la sua riconquista di sé; le azioni di Bilbo e la sua saggezza mite e coraggiosa, i momenti di autentica epica) la storia funziona e lo spettatore si ritrova immerso in un mondo che ha imparato ad amare e che il regista rende vivo e reale (anche se paradossalmente il 3D indebolisce più che enfatizzare il senso di immersione nel fantastico).

Il senso dell’onore perso e ritrovato da Thorin, le lealtà familiari, la responsabilità verso i propri simili e verso il mondo, la lotta contro un destino tragico ineludibile e il desiderio profondo di una casa a cui tornare sono temi profondamente tolkieniani che Peter Jackson ha saputo nuovamente fare suoi con la padronanza dell’adepto.

Meno convincenti sono gli innesti narrativi spuri, dal combattimento con Sauron e gli spettri dell’anello (ispirato sì alle numerose appendici delle narrazioni tolkieniane, ma virato fin troppo all’horror), allo spazio eccessivo e talora imbarazzante dato alla storia d’amore sfortunata tra l’elfa Tauriel e il nano Kili (con dialoghi sull’amore degni di una soap che in bocca a un elfo fanno rabbrividire anche i fan di Tolkien meno integralisti e più aperti al romanticismo).

Da un lato, forse, la colpa sta nel cedimento ad un sentimentalismo e a uno psicologismo non proprio sofisticato: poco ci importa della situazione familiare di Legolas, l’unico personaggio di cui possiamo goderci senza angosce le acrobazie belliche sicuri che tanto lo rivedremo nella prossima trilogia. I personaggi di Tolkien vivono di passioni e sacrifici assoluti, ma sono, per loro natura, assai discreti nell’espressione dei loro sentimenti e sarebbe un errore di scambiare l’orgogliosa “normalità” degli hobbit, eroi loro malgrado, con la mediocrità borghese dell’oggi.

Più scusabile, forse, l’ambizione impossibile di tessere tutti i fili dell’arazzo in modo da portare per mano lo spettatore al punto di partenza, quella caverna dove viveva un hobbit più appassionato di torte che di pericoli, destinato a dare inizio all’avventura più grande. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Francesco (2014)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/11/2014 - 14:23
 
Titolo Originale: Francesco
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Liliana Cavani
Sceneggiatura: Liliana Cavani, Mario Falcone, Gianmario Pagano, Monica Zapelli
Produzione: Rai Fiction, Ciao Ragazzi!,in collaborazione con Bayerischer Rundfunk
Durata: RaiUno, 8 e 9 dicembre 2014
Interpreti: Matieusz Kosciukiewics, Sara Serraiocco, Vinicio Marchioni, Rutger Hauer

Francesco, pur di non lavorare nella bottega del padre, ricco commerciante di stoffe di Assisi, decide di arruolarsi come cavaliere ma poi, riflettendo su alcune pagine del Vangelo che gli aveva dato l’amica Chiara e dopo aver conosciuto lo stato di abbandono in cui vivono tanti lebbrosi, decide di rinunciare ai sui diritti di famiglia per vivere di elemosina e predicare il vangelo nelle piazze e le chiese delle città. Il suo esempio è contagioso: intorno a lui si aggrega una vasta comunità di giovani ma Francesco fatica a fare in modo che i suoi seguaci mantengano viva la spiritualità originaria…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un Francesco che pratica la povertà e predica la pace viene utilizzato come icona di una contestazione giovanile contro tutte le autorità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La regista compie un’operazione ideologica raccontando un “suo” Francesco molto particolare che manca di coerenza stilistica
Testo Breve:

Francesco ritorna in televisione con scarsa veridicità storica, trasformato in icona della contestazione giovanile contro tutte le autorità

Il fatto che la vita di San Francesco d’Assisi continui a venir riproposta sia al cinema che alla televisione vuol dire sicuramente qualcosa. Questo Francesco della Liliana Cavani esce sul piccolo schermo, sempre su Raiuno,  appena sette  anni dopo Chiara e Francesco, la versione prodotta dalla Lux Vide e la stessa regista totalizza ormai tre diverse versioni dello stesso soggetto, dopo il film del 1966 con Lou Castel e quello del 1989 con Mickey Rourke.

Vuol dire che la figura di questo santo continua a interpellarci con il suo messaggio scomodo e affascinante al contempo ma vuol anche dire che le maglie del profilo storico del santo sono sufficientemente larghe da lasciar spazio a quegli  autori  che vogliono  presentare  il “loro” Francesco. Se Chiara Francesco, pur in una forma necessariamente romanzata, cercava di restare aderente ai tratti essenziali degli  eventi noti della sua vita, Liliana Cavani realizza il profilo di un giovane contestatore, un hippie fuori tempo massimo che porta  il suo messaggio di pace, povertà e solidarietà verso gli ultimi richiamandosi a un Dio misericordioso. Questi nobilissimi propositi sembrano però esprimere un radicalismo senza pietas,  impiegato dalla regista come arma contundente per attaccare la nascente  borghesia  bramosa di guadagno e le ottuse regole  di una Chiesa autoritaria.

Anche Fratello sole, sorella luna (1971) di Franco Zeffirelli era il risultato di una trasfigurazione estetizzante della figura di Francesco ma almeno potevamo  attribuirgli il pregio della coerenza stilistica. Il Francesco della Cavani è si, vestito di stracci per vivere in mezzo ai poveri ma i suoi capelli hanno sempre una messa in piega perfetta, una sorta di ragazzo dei quartieri alti che si diletta ideologicamente a intrattenersi con i più sfortunati.

Lo si può vedere  già dalle prime sequenze, nel noto contrasto fra Francesco (l’attore polacco Mateuz Kosciukiewicz) e suo padre (Rutger Hauer).  Nella versione della Cavani il padre: non è il personaggio ruvido e collerico che era stata tratteggiato in Chiara e Francesco ma una persona molto umana, che cerca di risolvere al meglio la situazione in cui lo ha trascinato il figlio.  Alla fine, nella famosa scena del giudizio davanti al vescovo, Francesco non chiede neanche perdono a suo padre e quando, tempo dopo, questi lo incontra mentre sta elemosinando per le strade e cerca di dargli almeno una moneta, Francesco sdegnosamente rifiuta. Non si può che parteggiare decisamente per questo padre infelice..

Anche Chiara (Sara Serraiocco) sembra affetta dallo stesso radicalismo astratto: la vediamo impegnata, quasi un Pannella ante litteram,  a digiunare per ottenere dal Papa l’autorizzazizone perché il nascente ordine delle Clarisse possa vivere senza alcuna rendita terriera, diversamente dalle usanze del tempo. L’autorizzazione poi arriva ma la fiction trascura di dire che Chiara e le sue sorelle vissero, com’era naturale, oltre che di elemosina, dei proventi ricavati dalla vendita dei lavori realizzati in convento, in piena contaminazione quindi con le odiate regole del mercato.

I rapporti tesi fra Francesco e la Chiesa del tempo finiscono per far assomigliare  in modo antistorico, le idee del santo ai tanti movimenti pauperisti di quel tempo. Liliana Cavani trascura di sottolineare la peculiarità del suo messaggio: la volontà di non fare nulla che fosse al di fuori del mantello di Madre Chiesa e il suo modo di esaltare la natura (niente prediche agli uccelli, niente colloquio con il lupo in questa versione), segno tangibile della generosità del suo Creatore. Quest’ultimo aspetto era particolarmente significativo perché si poneva in palese contrasto con i movimenti dualisti del tempo, come i Catari, che vedevano un conflitto irrisolvibile fra la materia e lo spirito.

La fede del Francesco della Cavani sembra costituire un anticipo del protestantesimo: il vero messaggio di Cristo va scoperto non nella dottrina della Chiesa ma nel Vangelo e nel “vento”. Espressione generica che più che far riferimento allo Spirito Santo sembra l’invito a obbedire a una forma di sentimentalismo del subconscio. La scena in cui Francesco parla a un gruppo di giovani  sembra il sermone di uno dei tanti predicatori d’oltre Oceano di oggi:  ogni frase  che Francesco dice viene intercalata  dal pubblico:con dei:  “si!” ,“giusto!”, “siamo con te!”.

Come chicca finale ci viene presentato un Francesco fautore della teoria dell’inferno vuoto; conclusione necessaria, secondo lui, perché Dio è misericordioso. E’ un modo di confondere la misericordia con il buonismo e di negare la reale libertà dell’uomo, pienamente responsabile dei suoi atti, nel bene come nel male.

Ben tratteggiato l’incontro con il sultano (d’altronde non abbiamo informazioni su cosa si dissero realmente i due uomini): Francesco beneficia della famosa ospitalità araba e viene anche curato agli occhi in omaggio alla fama della medicina mediorientale del tempo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GUARDIANI DELLA GALASSIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/23/2014 - 16:47
 
Titolo Originale: Guardians of the Galaxy
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: James Gunn
Sceneggiatura: James Gunn, Nicole Perlman
Produzione: Marvel Studios, Moving Picture Company
Durata: 121
Interpreti: Chris Pratt, Zoë Saldaña, David Bautista, Lee Pace, Benicio del Toro, Karen Gillan, Josh Brolin

Nel 1988 Peter Quill è un ragazzo che riceve da sua madre, prima di morire di cancro, un mangianastri con incisi i successi del momento. Disperato, Peter esce correndo dall’ospedale ma viene catturato da un’astronave di pirati dello spazio capitanata da Yondu, un umanoide dalla pelle bluastra. Ventisei anni dopo Peter è un avventuriero dello spazio che si fa chiamare Star Lord e che va a zonzo per lo spazio ascoltando sempre la musicassetta che la mamma gli aveva regalato. In un pianeta disabitato trova una strana sfera luminosa, di cui non tarderà a scoprire gli immensi poteri : vogliono averla il feroce Ronan che con essa intende distruggere il pianeta Xandar e lo stesso Yondu.
Quill riesce a formare una squadra composta dal procione Rocket, mago della meccanica, il suo amico Groot, una creatura dalle sembianze d'albero, la bella, anche se di color verdastro, Gamora e il grosso e irascibile Drax. Assieme partono per raggiungere la gigantesca e potente astronave di Ronan: vogliono assolutamente sventare il suo piano criminale…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Cinque avventurieri si uniscono per combattere il principe del male e sapranno fare squadra, pronti a sacrificarsi per gli altri
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di intenso combattimento (mai cruento) potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce ad essere altamente spettacolare ma al contempo non rinuncia a farci conoscere i protagonisti nella loro intimità. Belle musiche e fantasiosi costumi. Un film espressione di grande professionalità
Testo Breve:

Peter Quill è un avventuriero delle galassie che nasconde un doloroso segreto e porta sempre con sè l’audiocassetta che gli aveva regalato la madre prima di morire. Un film di fantascienza che vuole competere con Star Wars e che mescola molto bene grande spettacolarità e momenti di intimità dei protagonisti. 

Nella cultura occidentale la mitologia ha avuto nel passato dei contorni ben precisi. Gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea hanno alimentato, ancora di recente la grande macchina per entertainment di Hollywood (basti pensare a Troy, del 2003). Anche la Bibbia è stata usata come fonte di racconti spettacolari di cui Cecil B. de Mille è stato il più fiorente utilizzatore (basterebbe pensare a I dieci comandamenti del 1956).  In seguito, dopo il successo di Star Wars iniziato nel 1977, Hollywood aveva compreso che il mito si poteva proiettare con successo nel futuro invece che nel passato; con una lenta progressione,  ha iniziato a puntare su degli eroi nati in casa propria: quelli dei fumetti. Iniziando con Superman di Richard Donner del 1978 ma anche con Batman di Tim Burton del 1992, progressivamente sono stati portati sullo schermo un po’ tutti gli eroi dai superpoteri della Marvel. Il successo veniva garantito dalla spettacolarità dei combattimenti, da un eroe a tutto tondo che doveva affrontare temibili avversari e da alcune spalle comiche di contorno, come i due indimenticabili robot di Guerre Stellari. Era spesso presente una certo atteggiamento ironico del protagonista e non sono mancati nobili messaggi come nella trilogia su Batman di  Christopher Nolan (sacrificio per l’altro e solidarietà nel combattere il male) o nella nuova serie di Star Trek dove prevale  una visione  ottimista dell’uomo: aperto  con intelligenza all’avventura e a tutto ciò che è nuovo ma rispettoso di ogni forma di vita e civiltà.

I guardiani della galassia, se conferma la ricerca di spettacolarità nei combattimenti spaziali (ha tutta l’intenzione di rinnovare il successo di Guerre stellari) introduce nuove formule nella gestione dei personaggi.  Adesso la comicità non è più  appannaggio delle “spalle” ma è presa in carico direttamente dal protagonista Quill, più abile con le parole che con i suoi muscoli; i cinque eroi (uno solo è “semplice” umano) alternano ai quasi doverosi combattimenti (la trama, in fondo, è solo un pretesto) divertenti bisticci fra loro come fra amici che si incontrano al bar, prendendosi simpaticamente in giro. E’ un modo nuovo di farci conoscere questi eroi-non eroi, di scoprirli  nell’intimità del dopo-lavoro, quando  si infilano le pantofole.  E’ forse questa simpatica leggerezza combinata con una scanzonata vitalità,  uno dei motivi di successo del film, che è riuscito a porsi  in speciale sintonia d’onda con gli adolescenti e gli young adult a cui è destinato.

Arrivato buon ultimo sugli schermi italiani, il film ha incassato finora più di 700 milioni di dollari a livello mondiale. Significativo è il fatto che dopo gli Stati Uniti, i migliori incassi si sono avuti in Russia, dimostrando come  i giovani posti a latitudini così diverse abbiano una comune sensibilità.

Il film sta avendo successo per molti altri motivi: un 3D di grande impatto, costumi fantasiosi e una capacità di mescolare ingredienti di contrasto: musica originale ma anche le hit dgli anni 70-80; eroi indomiti che serbano nel loro cuore un grande spazio per gli affetti familiari spesso perduti; colpi di fantasia come quando Groot, un ominide di origine vegetale, moltiplicando le sue braccia a forma di rami, protegge in un unico abbraccio i suoi quattro amici.

Si tratta di un film di 121 minuti dove si alternando scene di azione a incontri più intimi, senza che si percepisca alcun segno di stanchezza. Il tutto si può desrivere con un solo appellativo: grande professionalità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VADO A SCUOLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/19/2014 - 09:34
 
Titolo Originale: Sur le chemin de l'école
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Marie-Claire Javoy, Pascal Plisson
Produzione: WINDS, YMAGIS, HERODIADE CON LA PARTECIPAZIONE DI OCS E FRANCE 5
Durata: 75
Interpreti: Jackson Saikong, Samuel J. Esther, Zahira Badi, Carlito Janez

Quattro storie. 1) Il piccolo keniota Jackson, dieci anni, deve percorrere ogni mattina più di 15 km a piedi per raggiungere dal suo villaggio la scuola più vicina. Più che compiti e interrogazioni, a preoccuparlo è l’attraversamento di una pista battuta dagli elefanti. 2) La marocchina Zahira, undici anni, deve fermarsi tutta la settimana in un alloggio per studenti insieme a due sue amiche. La scuola è troppo lontana perché facciano andata e ritorno in giornata. La già difficoltosa marcia sulle montagne, in uno sfortunato lunedì mattina, si trasforma in un calvario quando una delle bambine prende una storta a una caviglia e non riesce a camminare senza rallentare tutto il drappello. Indietro non si torna: troveranno un automobilista disposto a dar loro un passaggio? 3) Per il bengalese Samuel la scuola dista solo 8 km da casa. Peccato che il bambino sia in sedia a rotelle e i suoi fratellini Emmanuel e Gabriel non troveranno un metro di asfalto sull’accidentata strada verso la destinazione. 4) È un percorso a ostacoli anche quello del piccolo Carlito, abitante della Patagonia, che deve farsi ogni mattina 25 km sì a dorso di un cavallo ma anche in compagnia di una sorellina petulante. Che sollievo per tutti e quattro sedersi finalmente tra i banchi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel documentario che, proprio per una sua immediata spendibilità nei contesti educativi, andrebbe “servito” con tutta l’attenzione che merita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben diretto, sobrio e ha uno sguardo che ci sembra sincero sulle persone e sugli eventi descritti
Testo Breve:

Incredibili percorsi impervi che bambini in varie zone del mondo devono fare a piedi per arrivare nelle loro classi. Dalle savane del Kenya, alle montagne del Marocco, all’India, agli altopiani della Patagonia. 

Il cinema francese è forse stato il più attento, negli ultimi anni, al tema dell’educazione. Il bellissimo documentario Essere e avere (2002) di Nicolas Philibert, ambientato in una scuola elementare in Auvergne, è un capolavoro del genere. Da non perdere, per motivi diversi, sono anche Les choristes (2004) di Cristophe Barratier e La classe (2008) di Laurent Cantet, premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Anche la stagione cinematografica in corso ha avuto il suo film incentrato sull’argomento: Vado a scuola del documentarista Pascal Plisson racconta i percorsi impervi che bambini in varie zone del mondo devono fare a piedi per arrivare nelle loro classi. “Dalle savane pericolose del Kenya, ai sentieri tortuosi delle montagne dell’Atlante in Marocco, dal caldo soffocante del sud dell’India, ai vertiginosi altopiani della Patagonia, questi bambini sono uniti dalla stessa ricerca, dallo stesso sogno”. Così si legge nelle note di produzione che accompagnano il film, un racconto emozionante che evidenzia come, accanto alla fatica, ci sia anche la coscienza di come l’istruzione consentirà a questi bambini una nuova vita. “Ero nel Nord del Kenya alla ricerca di luoghi per un film sulla natura – racconta il regista – e ho intravisto alcune strane forme in lontananza. Camminavano dritti verso di noi e, quando si sono avvicinati, mi sono accorto che erano tre giovani guerrieri Masai. Mi hanno spiegato che avevano lasciato la casa prima dell’alba e che avevano corso due ore per raggiungere la scuola. Questi giovani Masai hanno rinunciato a essere guerrieri pur di studiare”. Chapeau!

Tante nobili intenzioni non possono che ottenere la nostra approvazione, anche se l’uso del documentario nelle scuole e in altri contesti educativi deve essere fatto con criterio. Se una critica possiamo avanzare, infatti, non è al film in sé – che è ben diretto, sobrio e ha uno sguardo che ci sembra sincero sulle persone e sugli eventi descritti – ma alla modalità con cui è stato recepito e recensito. In Italia almeno tre nostri critici hanno citato i ragazzini viziati, quelli accompagnati a scuola dall’autista col SUV, come i destinatari ideali di una lezioncina colpevolizzante. Se il film fosse questo, un banale ricatto moralistico, sarebbe del tutto inutile come mezzo educativo. Ci vuole ben altro a smuovere dall’apatia i nostri giovani “sdraiati” ma ovviamente è molto più comodo per chi dovrebbe educarli minacciarli con il senso di colpa. E quando da piccoli siamo stati ingozzati di cibi che non ci piacevano, l’argomentazione che dall’altra parte del mondo ci fossero bambini che morivano di fame, che in teoria avrebbe dovuto rendere irresistibili certi immondi passati di barbabietole, già allora ci sembrava pretestuosa. 

Forse lo spettatore occidentale, che si scontra con l’inutilità dei suoi prestigiosi titoli di studio in una società globalizzata che premia il “saper fare” svalutando educazione e cultura che non siano immediatamente monetizzabili, si chiederà cosa mai possa insegnare la scuola a questi minuscoli eroi che già non insegni loro la vita. Quello spettatore dimenticherebbe che all’istruzione si affida davvero lo sviluppo di un popolo, il cui futuro e progresso dipendono proprio dalla speranza della rottura di un circolo vizioso in cui le disparità sociali e culturali aumentano dipendenze e sfruttamento (può essere utile leggere sull’argomento l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI).

Insomma, un bel documentario che, proprio per una sua immediata spendibilità nei contesti educativi, andrebbe “servito” con tutta l’attenzione che merita e accompagnato, più che dall’istinto di fare confronti impossibili, da qualche buona lettura.

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EDGE OF TOMORROW - SENZA DOMANI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/30/2014 - 06:32
 
Titolo Originale: Edge of tomorrow
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Christopher McQuarrie, Jez Butterworth, John-Henry Butterworth
Produzione: 3 Arts Entertainment/Viz Productions/LLC
Durata: 113
Interpreti: Tom Cruise, Emily Blunt, Bill Paxton, Brendan Gleeson, Noah Taylor

William Cage, un maggiore dell’esercito americano esperto di comunicazione ma senza alcuna esperienza sul campo, viene incastrato da un infido generale e mandato sul fronte a combattere corpo a corpo contro ferocissimi alieni che hanno invaso la terra. Praticamente una condanna a morte. Senza alcun addestramento e competenza militare, il nostro viene subito falcidiato dalle forze nemiche (in una spettacolare battaglia che dovrebbe essere la versione interplanetaria del D-Day), salvo risvegliarsi, sano e salvo, la mattina prima del combattimento, preso a calci da un sergente che lo invita a unirsi alle altre reclute. Sconvolto, Cage si rituffa nella mischia ma, ogni volta che viene colpito a morte, si risveglia nello stesso identico istante del giorno prima. Ogni giorno, va da sé, il nostro riesce a sopravvivere più a lungo e in maniera diversa ma questo non basta né a raccapezzarsi né a evitare la morte, giacché lo stesso giorno che Cage è condannato a ripetere in eterno è anche quello in cui gli alieni avranno definitivamente ragione dell’umanità intera. Le risposte, quasi tutte, ce le ha una pluridecorata e tostissima eroina di guerra, l’unica a credere alla sua storia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film divertente e scacciapensieri, senza controindicazioni
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e di tensione, nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
L’uso della grammatica del genere e delle fonti pregresse è molto sfacciato nel primo terzo del film ma con l’entrata in scena di Emily Blunt il film improvvisamente decolla, si sgancia dalle pesantezze dell’incipit e trascina lo spettatore in una coinvolgente drammaturgia
Testo Breve:

Un maggiore dell’esercito, poco esperto in combattimenti, muore ogni giorno in una guerra contro gli alieni ma ogni giorno ritorna a vivere. Una fantascienza citazionista ma divertente e ben recitata

Tratto dal graphic novel All You Need Is Kill del fumettaro giapponese Hiroshi Sakurazaka, Edge of Tomorrow rivela in realtà il proprio debito (tutto cinematografico) con il celebre “fantasy filosofico” Ricomincio da capo, memorabile commedia giocata sul paradosso temporale in cui resta incastrato un borioso anchorman televisivo, condannato a ripetere all’infinito la stessa giornata. Il concept (che viene enunciato per la prima volta da Nietzsche come paradosso ne La gaia scienza) è stato variamente ripreso negli anni e, oltre al remake italiano È già ieri con Antonio Albanese, conta diverse riletture fantascientifiche (al cinema nell’intrigante Source Code, alla tv con una puntata di Star Trek: The Next Generation e con una di X-Files) e una declinazione horror nel racconto a fumetti Il giorno del licantropo (Dylan Dog n. 277). Buon ultimo, ma non per questo senza il solito sorriso sulle labbra, arriva Tom Cruise, diretto da quel Doug Liman che, avendo in curriculum The Bourne Identity – l’episodio meno riuscito della saga ma pur sempre il primo – qualche credenziale se la porta dietro (giusto nominare, invece, tra gli sceneggiatori, Christopher McQuarrie, premio Oscar per I soliti sospetti).

Edge of Tomorrow è innanzitutto un blockbuster citazionista, il cui meccanismo di riciclo del “già visto”, che gioca sulla riconoscibilità dei cliché del genere, si rivela tra l’altro del tutto funzionale alla storia. Così nell’impasto finiscono, oltre ai già citati Ricomincio da capo e Source Code, anche i vari Aliens, Starship Troopers (da entrambi l’idea di una guerra tra gli enormi alieni insettiformi e l’umanità militarizzata), 28 giorni dopo (con l’epicentro bellico spostato in Europa e l’apocalisse portata nelle piazze di Londra e nelle campagne inglesi), ma anche Inception e Oblivion (l’idea della prigione temporale e del “risveglio” dall’incubo). Per non farsi mancare proprio niente, arriva anche la scena di Cruise a cavalcioni della moto, memore di Top Gun e di M:I-2 (ma alla saga di Mission:Impossible si rifà anche l’idea del compito da gestire strategicamente prevedendo nei dettagli le mosse dell’avversario).

L’uso della grammatica del genere e delle fonti pregresse è talmente sfacciato che, nel primo terzo del film, lo spettatore ha ragione di credere che tutta la vicenda si svolga all’interno di un videogioco e che il protagonista altro non sia che l’avatar di un giocatore, convinto (come Buzz Lightyear di Toy Story) di essere una persona reale (e qui la memoria del cinefilo cerca addentellati addirittura con Ralph Spaccatutto e Nirvana di Gabriele Salvatores). Possibile che, in maniera del tutto ovvia e prevedibile, i soldati siano sboccati, i sergenti carogne e i generali ottusi, come se ognuno dovesse obbedire a un ruolo già scritto? Poi, con l’entrata in scena dell’“Angelo di Verdun” (l’eroina interpretata da Emily Blunt), il film improvvisamente decolla, si sgancia dalle pesantezze dell’incipit e trascina lo spettatore in una coinvolgente drammaturgia che qualche ideuzza originale dimostra pure di avere in serbo. Più che sulle spalle di Cruise, che comunque non dispiace nelle vesti iniziali dell’imbranato e che rende credibile il suo arco di maturazione, il film poggia su quelle ben più robuste della magnetica Emily Blunt, perfettamente a suo agio in un ruolo che era facile far scadere nella maniera e che invece l’attrice riesce a rendere complesso e sfaccettato.

Non bisogna aspettarsi altezze metafisiche da questo film (almeno non le stesse raggiunte da Ricomincio da capo, che fu inserito anni fa nel percorso di una mostra al MOMA di New York dedicata al concetto teologico di Deus Absconditus), che ha giustamente l’unico intento di divertire e che si gusta da cima a fondo, stuzzicando qua e là l’intelligenza dello spettatore. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X - MEN - GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/21/2014 - 17:34
 
Titolo Originale: X - Men: Days of future past
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Simon Kinberg dai fumetti di Chris Claremont e John Byrne "Gli incredibili X-Men"
Produzione: Bryan Singer, Simon Kinberg, Lauren Schuler Donner, Hutch Parker per Bad Hat Harry Productions/Donners' Company/Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 131
Interpreti: Hugh Jackman, Michael Fassbender, James McAvoy, Jennifer Lawrence, Ian McKellen, Patrick Stewart, Peter Dinklage, Halle Berry, Ellen Page, Omar Sy, Evan Peters

Nel 2023 i mutanti sono quasi estinti, cacciati dalle Sentinelle, robot capaci di adattarsi ai loro poteri per distruggerli. In un ultimo tentativo di salvarsi, il professor X riesce a sfruttare i poteri della mutante Kitty Pride per spedire Wolverine (o almeno la sua coscienza) nel passato, nel 1973, per impedire che la guerra tra mutanti e Sentinelle abbia inizio. Il compito di Wolverine, però, è complicato dal fatto che lo stesso Charles Xavier, nel passato, ha perso la fiducia nei suoi poteri, mentre Magneto è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e la pericolosa Mystica si aggira per gli Stati Uniti alla ricerca di vendetta contro Bolivar Trask, il futuro promotore del programma Sentinelle, che ha catturato, torturato e ucciso molti mutanti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“si può perdere la strada ma la strada non è perduta per sempre”: un film nel segno della fiducia nella più umana e apparentemente fragile delle virtù, la speranza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere, un nudo maschile, qualche parolaccia.
Giudizio Tecnico 
 
Un mix riuscitissimo di dramma e umorismo con attori eccezionali
Testo Breve:

I mutanti stanno per estinguersi perché decimati da robot che hanno i loro stessi poteri. Wolverine torna indietro nel tempo per cercare di risolvere il problema dalle radici. Un film sulla speranza, il dialogo e le seconde possibilità

Le aspettative per l’ultimo film della saga dei mutanti erano altissime e la pellicola non le delude, con un mix riuscitissimo di dramma e umorismo, che fonde con eleganza passato e futuro nel segno della fiducia (da sempre la riconoscibile firma di Bryan Singer su questo cinecomic) nella più umana e apparentemente fragile delle virtù, la speranza.

Giocando abilmente tra una cupa cornice futuristica in cui gli ultimi mutanti, riuniti attorno ai nemici-amici Xavier e Magneto, lottano per la sopravvivenza, e un passato, il 1973, in cui la guerra stessa sta per scoppiare, il film costruisce una parabola avvincente che si muove senza incertezza tra le classiche insidie dei viaggi nel tempo, solo per valorizzare il significato e il potere di libero arbitrio e responsabilità individuali.

Singer riprende e varia quella che è la ormai tradizionale contrapposizione tra Magneto, deciso a proteggere la “sua” specie a costo di sacrificare gli umani e forse anche qualche alleato (compresa Mystica, con cui pure ha intrecciato un complesso rapporto), e Charles Xavier, il teorico del dialogo e delle seconde possibilità, che qui, però a sorpresa, non è (o non è solo) il solito saggio mentore, ma un giovane perso nelle sofferenze e nella disillusione e bisognoso a sua volta di guida e fiducia.

Non sfugge a Singer e ai suoi autori il pericolo che chi si sente, anche a ragione, perseguitato, si trasformi senza neppure troppa riflessione in un persecutore, capace di vedere solo i torti e le vittime dalla sua parte e diventando cieco alle perdite altrui. O la tentazione di considerare chi ha sbagliato come “sbagliato in sé” e in quanto tale irrimediabilmente perduto, mentre, come dice il professor X, “si può perdere la strada ma la strada non è perduta per sempre” mentre la singola scelta di rinunciare a una vendetta può cambiare il destino del mondo intero.

Ancora una volta, come in First Class, gli X-Men riescono a riproporre in modo originale, stravolgendoli ma non troppo, elementi e tematiche di un decennio di storia (ma anche di cinema), sfruttando tutti gli spunti in senso sia comico sia drammatico. E così in questo 1973 alternativo ci sono Nixon e il Vietnam, i vestiti e le capigliature improbabili e le teorie del complotto (Magneto si trova incarcerato perché considerato responsabile dell’assassinio di Kennedy, di cui si proclama però innocente perché “era anche lui uno di noi”) e abbondano i riferimenti più o meno diretti a film e fumetti, per fare felici appassionati e pubblico “ignorante”.

L’intreccio tra futuro e passato, poi, consente di unire idealmente i cast delle prime pellicole con le ultime e la “potenza di fuoco” di un gruppo di attori eccezionali è un ulteriore incentivo a una godibilissima visione. Tra le numerose new entry, oltre al Peter Dinklage di Game of Thrones nei panni del cattivo Bolivar Trask, l’inserimento più riuscito è senza dubbio quello di Quicksilver: un adolescente che dei poteri di mutante (si muove a velocità incredibile) fa un uso piuttosto disinvolto e ruba quasi la scena ai personaggi “classici”, diventando il protagonista di una delle sequenze più spettacolari e divertenti dell’intero film. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GODZILLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/15/2014 - 14:03
 
Titolo Originale: Godzilla
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Gareth Edwads
Sceneggiatura: Max Borenstein
Produzione: Thomas Tull, Jon Jashni, Mary Parent, Brian Rogers per Warner Bros. Pictures/Legendary Pictures
Durata: 120
Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche, Sally Hawkins, David Strathairn, Bryan Cranston

Filippine 1999. Lo scienziato giapponese Serizawa scopre una misteriosa spora gigante in una miniera crollata e, subito dopo, una serie di eventi misteriosi provoca la distruzione di una centrale nucleare giapponese, nonostante i coraggiosi tentativi dell’ingegnere americano Brody di mettere in guardia i responsabili. 15 anni dopo, i misteriosi fenomeni si ripetono e Brody, con l’aiuto del figlio Ford, si rimette alla ricerca della verità. Nel frattempo però le cose precipitano e l’umanità si trova minacciata da ben tre enormi mostri preistorici radioattivi pronti a scontrarsi tra loro. Ford si unisce all’esercito impegnato nella missione per cercare di raggiungere e salvare moglie e figlio….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il famoso mostro diventa il simbolo di una natura che l’uomo cerca inutilmente di soggiogare
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e distruzione di massa nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Con un budget miliardario, il regista Gareth Edwards riempie il cast di candidati o vincitori di Oscar ed Emmy che appaiono anche solo per pochi minuti ma i protagonisti cercano disperatamente di avere un qualche spessore drammatico senza riuscirci mai veramente. Di grande effetto scenografico le battaglie fra mostri.
Testo Breve:

Godzilla festeggia i suoi settant’anni in grande stile con un remake americano miliardario che fa di tutto per mettere insieme l’ambizione da blockbuster e le citazioni dai classici. Scene spettacolari ma grandi attori con scarso spessore drammatico

Godzilla festeggia i suoi settant’anni in grande stile con un remake americano miliardario che fa di tutto per mettere insieme l’ambizione da blockbuster e le citazioni dai classici, affidando il timone della nave a Gareth Edwards, uno che in Monsters era riuscito con un budget risicato a creare suggestioni da grande film horror-fantascientifico.

Già nel 1998 Roland Emmerich, specializzato in roboanti pellicole d’azione, aveva realizzato una sua deludente versione dell’epica del grande mostro, con qualche ironia ma senza vero cuore.

Qui la strada scelta è più complessa anche se riuscita solo a metà. Edwards sembra procedere come se avesse ancora per le mani un film indipendente piuttosto che un “giocattolo” da 160 milioni di dollari, riempie il cast di candidati o vincitori di Oscar ed Emmy – alcuni dei quali in scena per poco più di cinque minuti (come Juliette Binoche nei panni della sfortunata moglie dello scienziato interpretato da Bryan Cranston, il primo a intuire che qualcosa si cela dietro lo strano incidente nucleare) – e si fa fare le musiche dal pluripremiato Alexandre Desplat.

Anche di Godzilla, dopo i suggestivi titoli di coda (che ricostruiscono una sorta di alternativa storia degli ultimi sessant’anni nel Pacifico, a uso del lucertolone preistorico), si vede relativamente poco, mentre lo spazio di distruzione è inizialmente occupato dai due MUTO, mostri insettiformi con analogo potere distruttivo e che saranno gli avversari di Godzilla nella pellicola. Del resto nell’arco dei decenni Godzilla si è battuto o accompagnato, oltre che con gli inermi umani che cercavano di sbarrargli la strada, con ogni sorta di mostri dalle più varie dimensioni, tra cui il farfallone Mothra, dando origine al ricchissimo filone dei film di mostri, kaiju in giapponese.

È un peccato che Edwards e compagni abbiano fatto economia in questo senso, perché quando Godzilla entra in scena, accompagnato dal suo proverbiale ruggito e dalle fiamme radioattive che escono dalla bocca, l’effetto è davvero fenomenale e la battaglia tra mostri tra i grattacieli di San Francisco, in una luce crepuscolare da fine del mondo, è di quelle che danno soddisfazione.

Edwards ha cercato di dare alla pellicola un look iperrealista, quasi che quelli ripresi fossero gli effetti di una catastrofe naturale (trasparenti i riferimenti allo tsunami di qualche anno fa) o di una guerra, avvicinandosi, sia per concezione sia per tecniche di ripresa, all’esperimento di Cloverfield (recensito in Scegliere un film 2008) di qualche anno fa.

In questo contesto si muovono personaggi che, rispetto allo standard del genere, cercano disperatamente di avere un qualche spessore drammatico senza riuscirci mai veramente. Aaron Taylor-Johnson, forse quello con il profilo più da star del genere, se ne va in giro con la qualifica di disinnescatore di ordigni nucleari, ma alla fine non esercita la sua abilità nemmeno una volta. Ken Watanabe fa la sua parte nel ruolo del misterioso scienziato giapponese che sembra sapere tutto o quasi dei mostri preistorici e che veicola l’attualizzazione tematica del nuovo Godzilla. Se nel 1954 la distruzione di Tokio a opera del mostro non poteva non richiamare tristi ricordi delle devastazioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki, oggi, pur facendo l’occhiolino a quell’interpretazione, il mostro diventa piuttosto il simbolo di una natura che l’uomo pensa di soggiogare, ma di cui al limite può cercare di non essere vittima. Il mostro, quindi, non è un cattivo vero e proprio, ma un totalmente altro che talora può addirittura esercitare una funzione salvifica, ma di fronte a cui gli esseri umani hanno l’altezza e l’importanza di formiche impazzite. Non si fa la guerra e non si fa il tifo per uno tsunami, al limite si cerca di spostarsi dal suo cammino. Di qui la curiosa impressione che qualunque azione i protagonisti compiano sia sostanzialmente indifferente alla salvezza propria e del genere umano, di modo che la reazione più logica sembra proprio quella del dottor Serizawa che a un certo punto di fronte alla mobilitazione dell’esercito dice semplicemente “lasciamoli combattere!”. Sì, lasciamoli combattere e nel frattempo mangiamoci un bel tazzone di popcorn…

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE AMAZING SPIDER-MAN 2 - IL POTERE DI ELECTRO 3D

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/24/2014 - 13:42
 
Titolo Originale: The Amazing Spider-Man 2
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Jeff Pinkner
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 140
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, Dane DeHaan

Peter/Spider-Man si è ormai diplomato assieme a Gwen ma non riesce a conciliare l’amore che prova verso la ragazza con l’impegno fatto a suo padre prima di morire. Continua a indagare sulla misteriosa morte di suo padre: scopre che lavorava alla OsCorp per progetti avanzati di ingegneria genetica e teme che alcuni esperimenti possano esser ripresi, proprio ora che la società è passata nelle mani del suo amico Harry Osborn…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Peter/Spider-Man cerca sempre di essere coerente con le promesse fatte e onesto e sincero con tutti anche se ciò può provocargli sofferenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un eccesso di cinematismo può disturbare i più piccoli, incluse alcune scene impressioinanti
Giudizio Tecnico 
 
Il film vive di rendita della rivitalizzazione dell’antico eroe diventato ora molto umano già introdotta nella trilogia di Sam Raimi ma svolge il compito con diligenza, senza guizzi di originalità
Testo Breve:

Spider-Man deve affrontare avversari sempre più temibili e tecnologicamente ben attrezzati. Il suo amore per Gwen continua ad avere alti e bassi. Un film che conferma tutti gli elementi che stanno ridando vitalità all’uomo ragno ma è privo di qualsiasi brivido di novità

Non è difficile immaginarsi lo spettatore-tipo per il quale il film è stato realizzato: adolescenti con in mano un bicchierone di pop corn e gli occhialini 3D in una sala a schermo gigante immersi nella potenza del Sensurround. Da questo punto di vista il film offre esattamente quanto ci si poteva attendere: salti acrobatici di Spider-Man fra i grattacieli di New York, cattivi tecnologicamente super attrezzati che immancabilmente vengono sgominati (questa volta ce ne sono ben tre) e la romantica ma contrastata storia d’amore fra Spider-Man/Peter Parker e Gwen Stacy. Questo è quanto il pubblico si aspettava ma il problema di questo film sta proprio qu, nella sua inerte adesione a uno schema ormai impostato.

I cattivi sono veramente temibili, ma si tratta di avversari tecnologici, che Spider-Man riesce a sopraffare con contro-misure tecniche: manca la forte caratterizzazione e il fascino di un genio del male. In questa puntata Super-Man deve piuttosto stare molto attento quando parla, perché rischia continuamente di venir male interpretato da antagonisti suscettibili: se Electro è uno psicopatico arrabbiato con lui per il solo fatto che non si  è ricordato del suo nome, Harry Osborn, un suo vecchio amico di scuola, si trasforma in un temibile avversario perché gli sembra che Spider-Man non voglia aiutarlo.

Molto tenera la relazione fra Peter e Gwen con momenti di struggente romanticismo caratterizzati da: “ora ti lascio/ora ti riprendo”, dove il regista  Marc  Webb, già autore di 500  giorni insieme – 2009 cerca di dare del suo meglio ma la difficoltà del loro riuscire a stare insieme (la promessa fatta da Parker al padre di Gwen prima che lui morisse) era stata già impostata nel film precedente e la loro relazione non subisce evoluzioni. Si assiste a un un andamento pendolare, una situazione di stallo  eccessivamente diluita e sarà solo il fato, nel finale, a decidere per loro.

Peter Parker cerca continuamente di conciliare la sua grigia vita borghese (è riuscito anche a diplomarsi, come apprendiamo dalle scene iniziali) con i suoi impegni da super-eroe ma questa tematica era già stata sviluppata molto bene  in Spider-man 2  nell’ambito della  trilogia firmata da  Sam Raimi e ben poco di nuovo ci viene detto, ne’ gli sceneggiatori ce lo propongono come un dato ormai acquisito.,

L’ironia, cosi vitale  in questo genere di film pere evitare di appesantire il racconto di eccessivo trionfalismo,  si manifesta solo a tratti e non riesce a intaccare la prosaicità dello sviluppo; discutibile e ben poco originale l’inserimento dello scienziato che fa esperimenti su esseri umani, caratterizzato da un pesante accento tedesco.

 Il film troverà sicuramente il gradimento di chi è entrato nella sala solo per ricevere delle conferme ma chi non si rinnova è perduto: questa puntata ha già consumato il premio fedeltà che ci si poteva attendere ed è arrivata nuda alla meta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI SPOSO MA NON TROPPO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/17/2014 - 15:15
 
Titolo Originale: Ti sposo ma non tropo
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Gabriele Pignotta
Sceneggiatura: Gabriele Pignotta
Produzione: MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Gabriele Pignotta, Vanessa Incontrada, Chiara Francini, Fabio Avaro

Andrea, una donna che è stata abbandonata dal promesso sposo proprio nel giorno delle nozze, decide di ricorrere alle cure di uno psicologo per riprendersi dallo shock subito. In realtà il presunto medico è un fisioterapista (anche lui abbandonato dalla fidanzata) che non ha potuto resistere alla tentazione di mentire, per l’avvenenza della sua paziente. Nel frattempo un’altra coppia, Andrea e Carlotta vivono stancamente il loro sesto anno di convivenza anche se hanno deciso di sposarsi. Entrambi sono in cerca di distrazioni “virtuali” chattando su Internet….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il merito di raccontare in modo pulito storie di giovani che cercano l’amore vero, quello che dura tutta una vita
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di incontro amoroso. Qualche frase scurrile
Giudizio Tecnico 
 
Il film mostra una insolita gioiosa freschezza ma è imperfetto sia nella sceneggiatura che nella conduzione degli attori (significativa eccezione: Chiara Francini).
Testo Breve:

Un fisioterapista si finge psichiatra per avvicinare la bella Vanessa Incontrada, sconvolta da un amore finito male. Una commedia fresca e pulita ma che mostra molte imperfezioni nella sceneggiatura e nella conduzione degli attori

Qualcosa si sta muovendo (lentamente) nel panorama cinematografico italiano. Dopo il periodo d'oro della commedia italiana fino almeno agli anni '70, dopo la lunga serie di commedie pecorecce la cui portabandiera è stata la serie “Natale a..”, era stato raggiunto un minimo storico in termini di idee e di qualità ma come spesso succede, l’aver raggiunto il fondo ha aperto la porta a nuove energie, a generazioni di nuovi autori.

Senz’altro interessante è stato Smetto quando voglio di Sydney Sibilia sulle disavventure di alcuni ricercatori universitari alla disperata ricerca di come sbarcare il lunario. Più recentemente è arrivato sugli schermi Ti ricordi di me? che ha molte analogie con questo Ti amo ma non troppo.  Per entrambi si tratta di opere a budget minimo ricavate dalle omonime piece teatrali; per entrambi il tema portante è la faticosa ricerca dell’amore; non l’amore-intrattenimento ma quello vero, quello del per sempre, che ti porta a prometterlo davanti all’altare. Tutti i titoli citati sviluppano inoltre storie pulite, senza volgarità.

Una situazione in pieno contrasto con le più recenti tendenze viste nei lavori presentati agli Oscar 2014, come  Dallas Buyers Club, The Wolf of Wall Street o Lei, dove l’amore ha perso ogni interesse per gli autori e gli incontri uomo-donna si sviluppano per  motivi di  puro interesse o sono prezzolati o virtuali, come in Lei.

Il film, di Gabriele Pignotta (nelle vesti di regista, sceneggiatore e attore, già noto come co-sceneggiatore di Sotto una buona stella), si sviluppa secondo gli schemi della più classica commedia degli equivoci. Ci troviamo di fronte a una lei che ha bisogno di ricorrere alle cure di uno psicanalista, esattamente come in Ti ricordi di me? e come nel film precedente l’intreccio narrativo si sviluppa intorno ai destini paralleli di due coppie, espressione dei due momenti dell’amore, quello della passione trasformante e l’altro della sua faticosa conferma, giorno per giorno.

Si raggiungono alcuni momenti di vera ilarità ma altre volte alcune battute appaiono infantili in modo quasi disarmante, come  il gioco del doppio senso sulle “finestre” di Windows o le battute ambigue sull’insolito nome della protagonista interpretata da Vanessa Incontrada: Andrea.

Alla fine, come in una commedia di Goldoni, le traversie dei protagonisti saranno servite da setaccio per portare a galla il vero amore o per pervenire alla consapevolezza della sua mancanza.

Si tratta di un film sicuramente imperfetto, sia dal punto di vista della sceneggiatura che della conduzione degli attori (unica eccezione: Chiara Francini) ma non si può non riconoscergli una insolita freschezza di impostazione e la voglia di tornare, in questi tempi difficili (in generale e in particolare per il cinema italiano) alla riscoperta dei significati più profondi della nostra esistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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