Film Verdi
RED

L’ex agente CIA Frank Moses (Bruce Willis) è ora un tranquillo pensionato, ha una «relazione telefonica» con un’impiegata dell’ufficio che ogni mese gli invia il meritato assegno, ma la CIA vuole eliminare Frank e la ricevente di quelle insistenti telefonate. Per fortuna Frank non è da solo. Basta un fischio, e i colleghi di un tempo rispondono all’appello. Finalmente si imbracciano di nuovo bombe e automatiche....
Un cast di attori (della seconda età) davvero eccezionale per un film di action dove ex agenti della CIA debbono sventare un complotto politico e salvare la propria pelle
Che fanno i servizi segreti? Tramano, naturalmente. E i vice-presidenti (e probabili futuri presidenti della repubblica)? Uccidono, imbrogliano, per i loro crimini si servono di servizi segreti pensando di farla franca. Tranquilli! Non è del cinema italiano che intendiamo parlare. Ma di quello americano. Noi potremmo mettere in campo Massimo Ciancimino. Ma equivarrebbe a dire: l’abbiamo buttata in commedia.
E forse non sarebbe un errore, perché proprio di commedia si deve parlare per l’ennesimo film americano con la CIA che invece di dare la caccia ai nemici intriga (nella realtà però alla fine ogni tanto arriva, come dimostra la caccia a Bin Laden), e con un possibile presidente degli Stati Uniti corrotto (gli agenti preposti alla sua sicurezza lo chiamano l’avvoltoio). Commedia di anzianotti, chi un buona chi in pessima forma (sullo schermo naturalmente, con uno di loro minato dal cancro).
“Red” di Robert Schwentke, nato a Stoccarda nel 1968, e alla sua prima vera prova del fuoco con un film certo di genere, ma comunque di difficile confezione, è uno dei tanti prodotti «nostalgia» del cinema hollywoodiano contemporaneo. Tutto nasce da una telefonata. Anzi, da una quarantina di telefonate. L’ex agente CIA (in attività davvero insuperabile) Frank Moses (Bruce Willis), ora tranquillo pensionato, ha una «relazione telefonica» con un’impiegata dell’ufficio che ogni mese gli invia il meritato assegno, più che sufficiente per garantirgli una vita tranquilla, serena, ordinaria. Curare il giardino, fare la spesa, un passeggiata, preparare e montare gli addobbi e le lucine natalizie. La ragazza, Sarah (Mary-Louise Parker), ha una bella voce, trova simpatico quel signore così gentile, magari potrebbe pure prenderci un caffè insieme. Non sa in che guaio si sta cacciando.
E,
come da manuale, il guaio non è grosso: è grossissimo. La CIA vuole eliminare Frank e la ricevente di quelle insistenti telefonate. Eliminare Frank? Bruce Willis? Ve lo ricordate “L’inferno di cristallo”? 1974. Una bestia scatenata, in canottiera e piedi scalzi, sanzionante e coperto di schegge di vetro.
E sappiate che Frank non è da solo. Basta un fischio, e i colleghi di un tempo rispondono all’appello. Finalmente si imbracciano di nuovo bombe e automatiche. Eccoli i colleghi d’armi: lo svitato Marvin (John John Malkovich), il morente Joe (Morgan Freeman), la britannica aristocratica Victoria (Helen Mirren, che spara con ogni arma a canna lunga con la stessa sovrana eleganza con la quale la regina d’Inghilterra sorseggia il tè della cinque). Tutti “red”: non rossi, ma ritirati dal lavoro, in sonno, pensionati.
Un campionario straordinario di attori che da solo regge il copione, anche se ci sono sparatorie, incendi, esplosioni, inseguimenti, incidenti, ammazzamenti. E poi non dimentichiamo l’amore. Il cavaliere Willis deve proteggere l’indifesa telefonista Sarah. Chi le torce un capello è morto. L’amore compie miracoli. Anche l’ex nemico del KGB Brian Cox (pensionato pure lui, visto che la guerra fredda ormai c’è solo al cinema), imprevedibilmente si aggiunge alla squadra. Questioni di cuore. Ha sempre amato Helen Mirren. La donna, un tempo, gli ha fornito anche una prova d’autentico amore, ficcandogli nella spalla alcune pallottole. Se non lo amava avrebbe alzato la mira, e addio. Quindi le cicatrici sono un prezioso ricordo sentimentale. Così la fiamma mai spenta torna ad accendersi, come i fuochi che il corpo speciale degli agenti pensionati dissemina ovunque passa. A tenere viva la memoria del cinema d’azione di ieri, ci sono anche due grandi: Ernest Borgnine (novantenne e in splendida forma) e Richard Dreyfuss.
“Red” scorre davvero veloce, leggero, nonostante le tante primavere dei protagonisti. Mette buon umore, non è sguaiato, non deborda il sangue. È lieve, come il talento dei grandi.
L'ORSO YOGHI

Jellystone Park è minacciato dal sindaco Brown, talmente in crisi da essere costretto a far chiudere il parco per poterlo vendere ai privati. Yoghi e Bubu si ritrovano costretti ad allearsi al loro "nemico" ranger Smith per salvare il parco dalla chiusura...
L'orso Yoghi si deve necessariamente alleare con il suo nemico, il ranger Smith per difendere il parco. La trama è debole ma il film rimane un piacevole prodotto per i più piccini basato sulla semplice ironia di gag classiche
Yoghi appare nuovamente sul grande schermo, questa volta in una combinazione di animazione digitale (per il protagonista e la sua spalla) e riprese dal vero (per l'ambiente e tutti gli altri personaggi). I due personaggi protagonisti risultano simpatici anche se non “sufficienti” a portare avanti da soli la trama di un intero film. Da questa debolezza deriva il principale limite del film. Per ovviare, infatti, al problema di un plot debole, si è scelto di introdurre e dare molto spazio all'elemento umano: il ranger Smith, a cui vengono affiancati altri elementi secondari, tra cui la sua spasimante ricercatrice interpretata da Anna Faris e un politico cattivo intenzionato a radere al suolo Jellystone. La loro presenza dilaga, limita le scene con Yoghi e Bubu, e fornisce al film un cattivo servizio: non è mai gradevole assistere all’interpretazione di attori impegnati a recitare come cartoon. E’ per questo motivo che il film sembra essere esclusivamente diretto ai più piccoli … forse esageratamente dedicatoa un target infantile. Questa affermazione trova la sua conferma nell’analisi dei personaggi: non esistono sfumature né spessore, le personalità sono nette e scolpite. Il cattivo è cattivo e basta; il sindaco è sbeffeggiatore, arrivista, cinico, gradasso e corruttore. Appare in auto nera, abbassa i vetri, palesa sghignazzando i suoi progetti rovinosi e si dissolve. In un periodo storico in cui il cinema d’animazione realizza prodotti di altissima
qualità, sia dal punto di vista produttivo che contenutistico, ritrovarsi davanti personaggi così banali, caratterizzati in modo così netto e privi di qualsivoglia sfumatura, lascia abbastanza perplessi.
Paradossalmente, nonostante la realizzazione in 3D, il racconto e i personaggi risultano assolutamente bidimensionali. Gli effetti del 3D, invece, sono perfettamente accompagnati ed “esaltati” dalle scelta musicale della colonna sonora e offrono ai più piccoli uno spettacolo esilarante ed emozionante di razzi e getti d’acqua.
Nonostante la semplicità della trama e della realizzazione, il film rimane un piacevole prodotto per i più piccini basato sulla semplice ironia di gag classiche, quelle che hanno accompagnato l’infanzia di tutti noi con i cartoni di Hanna e Barbera.
SONO IL NUMERO QUATTRO

Sul pianeta Natale la razza dei loreniani, simil-umani, è perseguitata da quella dei mogadoriani perchè vogliono il dominio assoluto del pianeta. John è uno dei quattro sopravvissuti loreniani e si è rifugiato sulla terra accompagnato dal guerriero-custode Henry. Entrambi sono costretti a spostarsi in continuazione perché i mogadoriani sono sulle loro tracce.
John si ribella, non vuole più vivere una vita randagia e decide di frequentare una normale high school come tutti i ragazzi della sua età. Qui conosce e si innamora di Sarah ma ormai i mogadoriani lo hanno individuato.....
Una storia di supereroi ambientata nella high school di una anomima città della provincia americana è ancora una volta il presupposto per tentare il successo verso un pubblico di adolescenti, un sorta di Twilight al maschile puntando sul fascino di Alex Pettyfer ma la narrazione manca di originalità e di fascino: una diligente costruzione fatta a tavolino senza guizzi di fantasia
Deve essere stato il successo delle serie Twilight a convincere i produttori a fare questo film, il primo di un'ipotetica nuova serie basata sull'omonimo libro di Pittacus Lore (pseudonimo di James Frey e Jobie Hughes): una storia di supereroi ambienta in una anonima high school della provincia americana.
Anche la scelta del regista appare corretta: D.J. Caruso aveva diretto Disturbia, un interessante remake in veste adolescenziale di La finestra sul cortile con l'attore del momento Shia LaBeouf, che con quella sua aria da nerd intraprendente era stato la forza trainante della pellicola.
Bisogna riconoscere che gli ingredienti per un potenziale successo verso il target adolescenziale e per replicare quello di Twilight in versione maschile ci sono tutti: l'ambientazione scolastica, con le solite gelosie e rivalità fra gruppi; il protagonista John (Alex Pettyfer , già visto in Wild Child) che sembra un ragazzo normale ma in realtà è dotato di superpoteri; l'inizio di una pudica storia d'amore con Sarah (interpretata da Dianna Agron, presente in questi giorni in TV nel serial adolescenziale Glee), subito contrastata da un temibile rivale proprio perché anche lui è un bravo ragazzo (ogni riferimento al licantropo di Twilight è assolutamente voluto); l'arrivo di nemici brutti e cattivi pronti a spazzar via tutta la genìa dei loreliani; una ciclopica battaglia finale fra le due razze superdotate con tanto di mostri venuti dallo spazio, zeppa di computer grafica come ci si aspetterebbe da un film di fantascienza. Anche i presupposti per un sequel sono molto evidenti: interviene nell'ultima battaglia una donna loreniana (Teresa Palmer, già vista in L'apprendista stregone) che ha tutta l'aria di voler mescolare le carte del cuore dei protagonisti alla prossima puntata.
Non abbiamo quindi dubbio che questo FilmVerde possa piacere ai ragazzi ma per chi ha qualche anno in più non può non notare come questo progetto così ben predisposto non abbia personalità e non riesca ad entusiasmare. Il confronto con Twilight è decisamente perdente: il rapporto fra Bella e Robert è stato sicuramente più approfondito, senza contare l’abilità nel costituire una tensione inesausta verso un amore che non si può concretizzare. Il rapporto fra John e Agron rientra invece nei canoni prevedibili di una fiction televisiva di media fattura anche se una nota di simpatia viene costruita attorno a John nel suo aspirare a una vita normale (si emoziona nel vedere la casa di Sarah e quando viene invitato a cena dai genitori di lei, resta estasiato nell’ ammirare una banale, tranquilla vita in famiglia). Originale anche il personaggio del suo amico Sam, che porta in sè la nostalgia per un padre che è morto subito dopo aver scoperto tracce del passaggio di extraterrestri sul nostro pianeta.
Negli Stati Uniti il film ha avuto un discreto successo: resta da vedere se anche in Italia John e Sarah riusciranno a fare breccia nel cuore degli adolescenti-
FEMMINE CONTRO MASCHI

Rocco e Michele sono due patiti dei Beatles e periodicamente si esercitano con la loro band. Peccato che la moglie di Michele e la fidanzata di Rocco non gradiscono affatto e vorrebbero avere a che fare con uomini più maturi e responsabili. Anche Anna, dottoressa, che ha sposato Piero, un benzianio patito del calcio, non è per niente soddisfatta del loro rapporto ma l'occasione del cambiamento arriva inaspettata : Piero ha perso la memoria e così lei sarà in grado di plasmarlo a suo piacimento.
Marcello e Paola hanno due figli ma sono ormai separati: grande è la loro sorpresa quando la mamma di lui, prossima a morire, chiede di passare gli ultimi mesi di vita a casa loro: per farla contenta sono costretti a tornare tutti sotto lo stesso tetto...
Dopo il deludente e prevedibile Maschi contro Femmine, questo Femmine contro maschi ci regala, come gradita sorpresa, la comicità sempre pulita di Ficarra e Picone e dovendo parlare di amore e famiglia, finisce per trasmettere messaggi positivi a favore della stabilità familiare
La mente forse un po' perversa di Fausto Brizzi ha concepito questi due film gemelli (il primo, Maschi contro femmine è già uscito nel 2010) alla ricerca quasi disperata di un po' di originalità nell'eterno rapporto uomo-donna ma anche con un occhio alle economie di scala che hanno consigliato di mettere in commercio due film realizzati in un unico evento produttivo.
Nel primo episodio la comicità si poggiava sui più scontati giochi al doppio senso (per i quali Luciana Littizzetto) e su situazioni forzatamente pruriginose (due maschi innamorati della stessa donna con tendenze lescbiche, il tutto in un campeggio di nudisti).
Si è arrivati così all'uscita del secondo episodio altamente prevenuti ma per fortuna le rigorose geometrie orchestate dal regista e dai produttori non hanno tenuto conto di un fattore imponderabile: la presenza della coppia Ficarra- Picone.
I due comici sicilani, ai quali è assegnato uno dei tre episodi, finiscono per dare il tono a tutto il film e questo ne ha risento in modo positivo. La loro comicità è innanzitutto pulita e non hanno bisogno di ricorrere a volgarità o ai doppi sensi; anche loro si divertono a giocare ai rapporti con il gentil sesso (per entrambi l'accusa è di non esser mai cresciuti da parte delle loro donne, più realiste e concrete) ma è nei loro duetti ,dove in parte non si sopportano e in parte finiscono sempre per aiutarsi l'un l'altro che danno il meglio di se. La figura di Ficarra ha una valenza in più: accusato dalla fidanzata di essere l'eterno adolescente, mostra in realtà (di mestiere fa il bidello) un modo simpaticissimo di intendersi con i ragazzi, di raccogliere le loro confidenze ma anche di litigare con loro per conquistarsi la figurina più rara.
In una sequenza memorabile i due comici si cimentano nell'aiutare un bambino a scrivere una lettera, una dichiarazione d'amore alla sua fidanzatina: un cameo forse fuori sceneggiatura ma un bell'esempio di comicità arguta e surreale.
L'episodio che ha come protagonisti Nancy Brilli, Claudio Bisio e Wilma de Angelis che si appoggia sull'epediente del far apparire alla madre na realtà che non è più vera (ricorda il molto meglio riuscito Good Bye Lenin) viaggia sui binari tranquilli di qualcosa che assomiglia a un apologo morale. Il ritrovarsi nella stessa casa, l'assaporare il piacere di una serata insieme con la nonna ed i ragazzi finisce per svuotare di significato il rapporto che lei aveva con il suo amante.
La critica tradizionale sarà sicuramente contraria a questo film per i suoi due pesanti difetti: è buonista in termini di etica familiare e, forse ancora peggio, i messaggi vengono dichiarati, non sono impliciti nel racconto. In effetti anche noi preferiamo che in un film i messaggi vengano espressi con linguaggio cinematografico (la scena in cui Paola Cortellesi fa la ramanzina a Claudio Bisio chiedendogli quante volte al mese telefona alla mamma è in effetti poco digeribile) ma tant'è, ci sono molti buoni propositi nel film ed è quello che conta.
L'episodio con la Litizzetto e Solfizi ha la fragilità dello stesso espediente su cui si poggia (lui ha perso la memoria e lei lo induce a diventare quello che lei ha sempre voluto); le conclusioni sono positive ma risente della scarsa propensione alla recitazione della Litizzetto che perde completamente la sua verve appena le viene tolta l'arma della cattiveria verbale.
La banda dei babbi Natale

Alla vigilia di Natale la polizia porta in questura tre individui in costume da Babbo Natale sorpresi a cercar di penetrare in un appartamento. L'ispettrice di polizia di turno, che ha tanta voglia di andare al più presto a casa per preparare la cena di Natale, si trova di fronte a un medico, un veterinario e a un disoccupato mantenuto che iniziano a raccontarle tutti i dettagli della loro vita...
Alla vigilia di Natale la polizia coglie in flagrante tre individui travestiti da Babbo Natale sorpresi a entrare in una casa privata. L'ispettrice di turno vorrebbe andare a casa a preparare la cena ma le tocca ascoltare i tre che sono in gran vena di confessioni. Si ride senza volgarità con attori tutti nella parte
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Rapunzel - L'intreccio della torre

Benché viva in una torre Rapunzel è una ragazza piena di energia e creatività. I suoi venti metri di biondi capelli magici hanno la virtù prodigiosa di donare gioventù e salute: per questo Madre Gothel la tiene prigioniera e la visita puntualmente per effettuare periodiche sedute di bellezza e impedirle la fuga con ricatti affettivi. Ma per i suoi diciotto anni Rapunzel desidera scoprire cosa sono le luci che da sempre appaiono nel cielo proprio il giorno del suo compleanno, ed ecco che Flynn Ryder, affascinante ladro, capita per caso nella torre. Vincolato al patto propostogli dalla ragazza, scorterà Rapunzel in un’avventura che tra agguati e incontri li condurrà a realizzare i propri sogni e scoprire la verità su se stessi.
Rapunzel - L'intreccio della torre Una affascinante favola d'amore nella perfezione della Disney/Pixar: ottima sceneggiatura, eccezionale qualità grafica in 3D
Classicissima e moderna, la cinquantesima fiaba che la Disney regala quest’anno non ha come primo scopo aggiungere una principessa alla collezione di bambole da pettinare, ma allacciare un pubblico variegato che non escluda i maschietti. Così il narratore della storia diventa Flynn Ryder, nome d’arte non del principe senza macchia bensì del primo ricercato del regno, presuntuoso e vanesio. E il maggior spazio dato alle sue avventure atletiche e alle gag con Maximus, il cavallo reale che lo insegue con piglio da segugio, testimonia l’intento.
La fanciulla nella torre, dal canto suo, non passa il tempo a cantare e dormire come la Bella Addormentata, nell’attesa di essere salvata. Dinamica e vivace, Rapunzel ha vissuto al meglio la sua vita angusta dedicandosi alla pittura oltre che alle occupazioni domestiche ed è stretta non tanto dall’effettiva impossibilità di andarsene, quanto dalla paura del mondo esterno che la matrigna le ha instillato. Personaggio dotato di fascino e intelligenza, Madre Gothel ha rapito la ragazza da piccola per avere in esclusiva il beneficio dei capelli magici: la manipola col suo finto affetto iperprotettivo, schiava lei per prima dell’ossessione di perpetua giovinezza ma il tutto è rappresentato con una raffinata ironia che fino all’ultimo tiene lontano il rapporto matrigna/figliastra e la “strega” dalla cupezza, per esempio, dei toni di Biancaneve.
Ormai Rapunzel ha l’età per affrontare una domanda urgente, e l’amico Pascal, un delizioso camaleonte assai espressivo, la incoraggia a uscire per trovare le risposte che cerca. È una teenager che toccando terra per la prima volta si dibatte tra senso di colpa ed ebbrezza di libertà.
Gli autori si sono divertiti nel rimaneggiare con molto humour elementi della tradizione favolistica disneyana e generi diversi (dall’avventura alla commedia d’azione alla storia di formazione) senza scadere nel gusto beffardo di Shrek, ribaltando i ruoli classici pur nel solco della storia d’amore a lieto fine, che per coronarsi vive il momento cruciale del sacrificio estremo di ciascuno per il bene dell’altro. Flynn e Rapunzel sono compagni di viaggio, una coppia che cresce; anzi all’inizio è lei a tenere
in scacco lui, a tirar spesso fuori dai guai entrambi servendosi della sua dolcezza con effetti sorprendenti (quando doma il cavallo Maximus, oppure quando affronta a cuore aperto un gruppo di briganti, risvegliando in ciascuno un sogno artistico inconfessato, in uno dei numeri musicali più spiritosi)… Ed è lei a guarire Flynn dalle ferite fisiche e dal suo continuo vagabondaggio senza meta, unica depositaria della vera storia e del vero nome del bandito. Di questa versatilità è ironico simbolo la padella, arnese di uso femminile per eccellenza, che brandita da Rapunzel diventa anche un’efficacissima arma.
Dopo tanto brio, risulta forse un po’ frettolosa l’agnizione finale, quando la fiaba confluisce nell’abbraccio collettivo con i genitori ritrovati.
Le canzoni, che come da tradizione trasformano la fiaba in musical, portano avanti la storia e rivelano i personaggi pur non essendo memorabili, e il 3D applicato per la prima volta a una fiaba classica si fa sentire nei momenti culminanti enfatizzando le emozioni (come quando Rapunzel raggiunge il suo obiettivo, e finalmente assiste dal vivo al meraviglioso spettacolo delle lanterne fluttuanti sul lago), oltre che per rendere in modo realistico la chioma fatale. Un film davvero godibile da tutti.
L'APPRENDISTA STREGONE

La Walt Disney sta passando un periodo particolarmente felice: se nel settore dell'animazione grazie alla sapiente alleanza con la Pixar sta inanellando un successo dopo l'altro, nel settore dei blockbuster con attori in carne ed ossa ha trovato un altro formidabile alleato: il produttore Jerry Bruckheimer con il quale ha messo a segno una serie di successi al botteghino come il Mistero dei templari, la serie de I pirati dei Caraibi, più recentemente Prince of Persia ed ora L'apprendista stregone.
L'apprendista stregone FilmVerde
La Walt Disney e il produttore Bruckheimer ripropongono ampliandolo il celebre episodio di Fantasia, quando Topolino, apprendista stregone non riesce a fermare delle scope intente a pulire ogni cosa, a causa di un suo maldestro sortilegio
Ma è proprio quest'ultimo lavoro che mostra molto chiaramente come il tentare di costruire a freddo un successo di botteghino finisce spesso per far smarrire l'anima del racconto.
Tutto è nato molto probabilmente nella mente del furbo Bruckheimer che avrà notato come, una volta completata la saga di Harry Potter, si fosse creato nelle sale un certo "vuoto" di magia; l'alleanza con la Disney ha consentito inoltre di replicare per i più giovani una delle sequenze più celebri d Fantasia: quella delle scope impazzite per l'incantesimo maldestro dell'apprendista stregone Topolino, con tanto di musica originale di Dukas.
A questo punto, per attirare il pubblico teenager è stato scelto Jay Baruchel, giovane bruttarello e imbranato, in grado di trasmettere un messaggio consolatorio per quegli spettatori che hanno problemi a dichiararsi alla ragazza dei loro desideri e sognano di avere sotto la camicia la tuta da Superman.
Per quel che riguarda la protagonista femminile la scelta è stata facile: si è trattato di ingaggiare l'australiana Teresa Palmer che è incredibilmente somigliante alla diva del momento: Kristen Steward della saga Twilight.
Nicolas Cage infine, come nelle alte produzioni dell'alleanza Disney-Bruckheimer, funge da collante neutro.
Messi a posto tutti i tasselli del mosaico, non resta che infarcire il tutto con una nutrita dose di sequenze ad alta adrenalina per le strade e per i cieli di New York con un impiego barocco di computer grafica.
I luoghi più classici della Grande Mela, quelli che possono venir riconosciuti dal pubblico di tutto il mondo, vengono sconvolti dalla battaglia a colpi di magia di stregoni in contesa fra loro: a Chinatown il famoso drago di carta diventa un vero drago fiammeggiante; il toro di bronzo di Wall Street si anima minacciosamente: le guglie dei grattacieli si trasformano in giganteschi uccelli di acciaio.
La computer grafica ha però un grande difetto: dosi troppo massicce ne azzerano la capacità di destare meraviglia e il tutto degenera nell'esibizione di inutili spacconate.
Nessun film però può realmente appassionare il pubblico se, a dispetto di tutte le mirabolanti condizioni al contorno, fra lui e i protagonisti del racconto non si instaura l'unico incantesimo che valga la pena di realizzare: generare simpatia e immedesimazione.
Eravamo stati abituati troppo bene a saghe come quella di Spiderman (in particolare Spiderman 2) e Batman (in particolare Batman Begins) dove parallelamente alle imprese eroiche si approfondiva il racconto della loro vita privata, con tutti i dubbi ed incertezze che impone l'accettare il loro destino di "superuomini" e al contempo nel cercare di non sacrificare la loro vita sentimentale.
Le stesse tematiche vengono riproposte ne L'apprendista stregone ma in modo banale e frettoloso: Dave all'inizio non accetta la sua missione di salvatore del mondo e saranno solo le minacce rivolte al suo nuovo amico Balthazar e alla sua bella Backy a fargli assumere gli abiti dell'eroe-mago.
Anche l'amore fra Balthazar e Veronica (una Monica Bellucci che dice addirittura cinque battute) è appena accennato: troppo poco per un amore eterno, visto che i due protagonisti sono immortali.
Complessivamente la sceneggiatura è povera se non addirittura sciatta: c'è una sola battuta fra Balthazar e il suo apprendista degna di menzione: il discepolo di Merlino spiega a Dave che per diventare maghi professionisti occorre calzare lunghe scarpe a punta perché quelle di gomma bloccano i flussi di magia. L'apprendista non gradisce questa imposizione perché "sono scarpe da vecchio". Stabilito questo decentemente spiritoso confronto generazionale, gli sceneggiatori lo ripetono più volte nel corso del film: evidentemente si sono trovati a corto di idee per vivacizzare il colloquio fra i due: è meglio passare alla successiva scena di azione.
Dopo questa doverosa critica al film ,dobbiamo riconoscere che i più piccoli riusciranno sicuramente a divertirsi; occorrerà al più un po' di pazienza per gli adulti che dovranno accompagnarli.
FRANKENWEENIE

Victor è un ragazzo intelligente e creativo ma solitario: l’unico suo vero amico è il cane Sparky. Un giorno il cane finisce sotto una macchina e, come si usa nei paesi anglosassoni, viene sepolto in un cimitero per animali. Victor non si dà per vinto: il professore di scienze gli ha mostrato a scuola come la corrente elettrica sia capace di generare una reazione muscolare in una rana morta e ora Victor vuole ripetere l’esperimento con Sparky…
Tim Burton ci presenta una nuovo racconto in bilico fra la vita e la morte con la tecnica della stop motion. La storia non più originale di un cane che viene risuscitato secondo i modi di Frankenstein sembra essere troppo triste per un pubblico di bambini
Ogni film di Tim Burton ci fornisce una piacevole sicurezza: quella di poter assistere a una storia in bilico fra favola e realtà, fra la vita e la morte, con la garanzia di un amore timido ma forte. Cambiano le tecniche adottate (animazioni o personaggi in carne ed ossa), cambiano i contesti: di pura fantasia (come nel mondo di Halloween di Nightmare Before Christmas) o reali (come nell’ultimo, divertente Dark Shadows) ma gli elementi portanti della struttura narrativa si rinnovano restando sempre stessi: c’è un protagonista sensibile, solitario e incompreso (come in Edward mani di forbice) e c’è la capacità di entrare in contatto con il mondo della pace eterna, un contatto a volte divertente, a volte minaccioso, sempre imprevedibile.
Victor è un ragazzo amante della scienza, ed è molto creativo (realizza storie di fantascienza in super8 con un primitivo 3D che hanno il suo cagnolino Sparky come protagonista) ma i suoi genitori sono preoccupati: passa troppo tempo da solo, chiuso in soffitta con la moviola e le sue attrezzature per esperimenti. Sarà la morte di Sparky (evento preannunciato da una spettrale Cassandra sua compagna di classe) e l’influenza che ha su di lui il professore di scienze a determinarlo a compiere un esperimento audace: far risuscitare il cagnolino con l’energia elettrica fornita da un fulmine.
Frankenweenie costituisce una specie di rivincita per Tim Burton: con lo stesso titolo esiste già un cortometraggio del 1984 realizzato dalla Walt Disney su un’idea di Tim, allora venticinquenne. Il plot di base c’era già tutto: un bambino cerca di resuscitare il suo cane con la corrente elettrica, ma il corto, abbinato ad un altro film Disney, non ebbe molto seguito, bloccato dall’attribuzione di PG (Parent Guided).
Un Tim Burton ormai autore famoso ci riprova destinandolo in prevalenza ai ragazzi ma aggiungendovi non poco della sua sempreverde passione per i classici del film horror (passione già espressa con l’originale e stravagante Ed Wood-1994): di qui la scelta di adottare il bianco e nero, di attribuire al professore di scienze le sembianze di Vincent Price e, a uno dei compagni di scuola che è desideroso di apprendere tutti segreti di Victor, quelle dell’ Igor di Frankenstein.
E’ possibile realizzare un film che risulti gradevole per i ragazzi e che al contempo consenta di essere veicolo per le proprie passioni? C’è riuscito di recente il cinefilo Martin Scorsese con Hugo Cabret che ha riesumato, in una perfetta ricostruzione della Parigi di inizio secolo scorso, il fascino dei primi film di Méliès. Con Frankenweenie l’operazione sembra riuscità a metà. Le contese e le invidie fra i compagni di classe riportano il tema alle dimensioni del ragazzo Victor e la baraonda finale per l’eccesso di mostri creati con i fulmini (ce n’é per tutti i gusti: i piccoli Gremlin, il gigantesco Gozilla, e un un vampiro ex-gatto) può far divertire i più piccoli ma le troppe viste al cimitero con relativo scavo di tombe, l’uso del bianco e nero, danno alla pellicola un tono prevalentemente melanconico e triste. L’idea stessa della rianimazione per via elettrica finisce per perdere di originalità perché ripetuta troppe volte.
C’è qualcosa in particolare che manca e che era invece una presenza costante negli altri lavori di Tim Burton rendendo deliziosi film come La sposa cadavere : il calore di una storia d’amore. Qui abbiamo l’affetto di Victor per il suo cane che sembra risusciti più per l’abbraccio del suo padroncino che per astruse tecniche di laboratorio, ma il melanconico Victor sembra più rassegnato che appassionato e appassionante.
VITA DI PI

ll giovane Pi(scine) Patel vive a Pondicherry, una città dell’ex India francese. Suo padre, una volta che i francesi si sono ritirati, ha un’idea singolare: realizzare uno zoo in un parco pubblico avuto in concessione. Pi è un ragazzo studioso, sua madre molto affettuosa e il padre severo ma giusto, si occupa della sua maturazione. Gli affari non vanno bene per lo zoo e la famiglia al completo decide di trasferirsi in Canada con tutti gli animali su una nave da carico. Una terribile tempesta sul Pacifico fa affondare la nave e Pi si ritrova su una barca di salvataggio, unico sopravvissuto assieme a una tigre del Bengala…
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Il giovane indiano Pi, scampato a un naufragio, deve cercar di convivere con una tigre sulla stessa barca. La lunga avventura sull’oceano è l’occasione per riflettere sull’esistenza di un Dio creatore e l’opportunità del regista per presentarci immagini indimenticabili della natura
Il film è un lungo flash back che Pi, ormai adulto e trasferitosi in Canada, fa del suo naufragio a uno scrittore deciso a ricavare un libro dalla sua incredibile storia. Il partire dalla fine ha una sua logica narrativa: allo scettico scrittore viene assicurato che il racconto di Pi gli “farà credere in Dio”. E’ è questo il “gancio” con cui lo spettatore viene invitato a seguire il resto del racconto.
In effetti Pi, fin da piccolo, manifesta un interesse per la religione, anche se ciò prende l’aspetto di una ricerca disordinata. Se per lui le varie divinità indù sono come “tanti supereroi”, si interessa al cristianesimo (ma gli sembra molto strano che un Dio possa morire in croce per salvare gli uomini) ed infine inizia a pregare ogni mattina rivolto alla Mecca dopo aver frequentato una moschea. Non deve stupire tanto sincretismo: è tipico della religione Indù avere tante divinità, che costituiscono tutte diverse incarnazioni (avatara) di un unico Dio inaccessibile. “Grazie Visnù per avermi fatto conoscere Gesù” sintetizza il ragazzo Pi. Per lui questa ricerca è un modo per scoprire una realtà che va oltre le apparenze, oltre il razionale, come quando cerca di entrare in contatto con la maestosa tigre dello zoo, chiamata Richard Parker, offrendogli un pezzo di carne dalle sue stesse mani (il padre lo salva all’ultimo momento). E’ proprio il padre che cerca di farlo riflettere sull’incoerenza delle sue fedi multiple e lo invita a poggiare la sua vita unicamente sulla supremazia della ragione: “la religione è oscurità”, gli dice.
Nel terzo quadro che prende la parte maggiore del film, PI è da solo in una scialuppa di salvataggio con la tigre. Lo scenario si radicalizza: Pi deve fare appello a tutto il suo equilibrio mentale e alla sua fede per fronteggiare le magnifiche ma minacciosamente potenti forze della natura: quelle del mare, del cielo ma anche gli istinti famelici della belva che gli vive accanto.
Come lui stesso annota in un diario, è proprio quella minaccia (alla quale cerca comunque di dar da mangiare e bere) a tenerlo impegnato e a farlo continuare a vivere. Il regista evita di scivolare in forme di “umanizzazione” della tigre (come era successo invece al cavallo protagonista di War horse di Steven Spielberg): Richard Parker resta la belva che è, e se la loro convivenza si stabilizza è perché Pi riesce a imporre la sua autorità (è stato necessario un anno di lavoro per dare realismo a questa tigre in computer grafica).
Le sequenze sull'oceano sono le più belle: il film si carica di immagini affascinanti, belle o spaventose (l’affondamento della nave da carico, il mare in tempesta, la migrazione dei pesci volanti, il mare che diventa fosforescente, il cielo stellato, l’isola popolata da migliaia di suricati, il tuffo dell’orca marina,..); non si era ancora visto un film dove la tecnologia 3D e la computer grafica fossero così pienamente al servizio dell’ispirazione dell’autore. Storia di Pi è prima di tutto un capolavoro visivo.
PI continua il suo rapporto con Dio: crede di “sentirlo” e lo chiama a gran voce soprattutto nella maestosità dell’oceano in tempesta. Siamo però lontani dalle visoni panteiste che sono state tipiche di The new world e La sottile linea rossa di Terrence Malick; il suo dialogo è con un Dio creatore e provvidenziale: “O Dio, ti ringrazio per avermi dato la vita” esclama quando crede che la sua fine è vicina (siamo ben lontani dalla blasfemia di film occidentali come l’imprecazione finale del protagonista di The grey o l’eutanasia “caritatevole” di Amour).
Una fede che va comunque ridimensionata dopo il finale a sorpresa (che non riveleremo): l’attenzione torna sull’uomo e sulla sua capacità di darsi da solo un senso alla propria vita.
GRANDI SPERANZE

Pip (contrazione di Philip Pirrip), è un orfano che vive con la sorella, di molti anni maggiore di lui ed il marito di lei, il più simpatico e affettuoso fabbro Joe. Una sera, al cimitero Pip incontra un malfattore di nome Magwitch che lo obbliga a portargli del cibo ed una lima per segare le catene che lo avvincono. Il bambino, terrorizzato, gli porta quanto richiesto il giorno successivo. In seguito, il ragazzo entra sotto la protezione di una nobile del luogo, Miss Havisham, nella casa della quale incontra Estella; di cui si innamora, ma la ragazza si mostra ambigua, interessata ma al contempo irragiungibile. Un giorno alla casa del fabbro arriva il faccendiere Jaggers: informa Pip che è entrato in possesso di un generoso lascito da parte di un benefattore sconosciuto e lo invita a raggiungerlo a Londra per iniziare una vita da gentiluomo…
Questo classico romanzo di Charles Dickens viene riproposto in una versione esteticamente affascinante ma modesta nella recitazione
“Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare - nel tratto in cui si formava l'ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell'identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all'imbrunire”.
Nell’incipit del romanzo di Charles Dickens è racchiusa quella che è una tipica sfida per tutte le trasposizioni dei suoi romanzi: una sfida per lo scenografo, in questo caso per Jim Clay, che sostenuto dalla magnifica fotografia di John Mathieson è riuscito a rievocare i luoghi dove è vissuto l’orfano Pip, fra le nebbie e il fango dove si svolge l’incontro fra il ragazzo e lo spaventoso Magwitch, un incontro che segnerà la sua vita.
Ma la vera sfida è la ricostruzione della Londra di metà ottocento, in questo caso sovraffollata e sporca come non l’abbiamo mai vista, quasi tutta di legno, una scelta sicuramente più realistica di quella più oleografica dell’Oliver Twist-2005 di Roman Polansky o di quella innevata e natalizia di “A Christmas Carol”-2009 di Robert Zemeckis .
La scenografia è importante anche per la ricostruzione dei momenti più horror-gotici del racconto: l'incontro al cimitero fra il piccolo Pip e l’orribile ergastolano; le sale buie e piene di ragnatele dove vive miss Havisham, un fantasma bianco che si intravede sotto il velo da sposa, quel vestito indossato tanti anni prima in occasione di un matrimonio che non si è mai realizzato, accanto a una tavola rimasta imbandita per quella festa e mai sparecchiata. Sono situazioni che avvicinano molto Dickens a Victor Hugo e a certi altri risvolti tipici del romanzo ottocentesco: le sorti di un ergastolano che riesce a fuggire e a far fortuna, la sorpresa di una paternità inaspettata; il regista cerca di superare questi segni dei tempi e sorvola veloce su certi risvolti complessi della storia per puntare tutto sulla relazione amorosa fra Pip ed Estella. Un amore che sembra manifestare qualcosa di moderno, una certa paura di amare, sopratutto da parte di lei, incapace di aprirsi a un’intesa più profonda.
Se escludiamo l’originalità di Estella e il machiavellico e raziocinante Jaggers , gli altri personaggi possono sconcertare noi relativisti moderni per quel loro modo di coltivare un sentimento che dura tutta una vita, sia esso per il bene che per il male.
Pip, fin dalla sua infanzia ha dichiarato a Estella il suo amore per sempre; lady Havisham vive per anni coltivando la sua vendetta; l’ergastolano Magwitch ha giurato di compensare Pip per la sua generosità e rischia la vita pur di mantenere il suo impegno. Se a questo aggiungiamo la recitazione alquanto incolore dei protagonisti (fatta eccezione per Ralph Fiennes), si ha la sensazione di personaggi imprigionati nella complessità dell’intreccio e nella compulsività delle loro passioni; più che a un romanzo di formazione sembra di assistere all’evoluzione di forze della natura.
Per fortuna, al di sopra delle vicende dei singoli, traspare chiaramente il senso morale che Dickens ha voluto imprimere alla storia: il denaro non porta alcuna felicità ma ciò che conta è una amicizia solidale e fedele . Da questo punto di vista il personaggio-simbolo è il cognato Joe Gargery: semplice, schietto e puro, non abbandonerà mai Pip e saprà aiutarlo anche nel poco della sua modesta condizione.

Per fortuna Aldo, Giovani e Giacomo hanno ritrovato la loro vena creativa.
Aldo, Giovanni e Giacomo, tutti e tre con qualche non piccolo difetto, occasione immancabile per gag comiche: Giovanni è un veterinario che tratta ruvidamente gli animali (o li sfrutta, come quando fa guidare la sua macchina a uno scimpanzé) ed è sottoposto allo stress di una doppia famiglia, una a Milano e l'altra a Lugano; Giacomo è un dottore, vedovo inconsolabile che a fatica si accorge delle avance della simpatica e solare collega Sara D'amario (unica comicità surreale del film: il sogni ricorrenti di Giacomo in una ambientazione favolistica); Aldo, un mantenuto poco amante del lavoro e condizionato dal vizio del gioco, continua a combinare guai nei suoi vani tentativi di racimolare qualche soldo.