Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

THE NEWSROOM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 11:21
 
Titolo Originale: The Newsroom
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Aaron Sorkin, Scott Rudin
Produzione: HBO
Durata: 50' a puntata Prima televisiva USA 24 giugno 2012; in Italia su Rai3 dal 17 ottobre 2013
Interpreti: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Sam Waterston, Alison Pill:

ACN (Atlantis Cable News) è un network televisivo di notizie via cavo. Il suo anchorman è Will McAvoy, che nel tornare dopo due settimane di vacanza, viene informato dal presidente della sua sezione informativa che il suo produttore esecutivo e buona parte dello staff hanno cambiato redazione, perché non tolleravano più il suo carattere troppo brusco. Il presidente tranquillizza Will: ha già trovato il nuovo produttore esecutivo: si tratta di MacKenzie McHale, una brava professionista che ha avuto con Will una relazione tre anni prima. Nonostante ci siano ancora dissapori fra loro, Will si fa convincere da lei a cambiare stIie redazionale: verranno fornite solo notizie la cui fonte verrà rigorosamente controllata senza essere accondiscendenti con nessuno: “non c’è niente di più importante in democrazia di un elettorato ben informato”.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial offre un ottimo esempio di impegno per una corretta etica della comunicazione
Pubblico 
Tutti
Niente da segnalare nelle prime tre puntate
Giudizio Tecnico 
 
Lo sceneggiatore e produttore esecutivo Aaron Sorkin conferma le sue doti: abile nel costruire i dialoghi, capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore, per un serial TV che sviluppa temi forse troppo americani
Testo Breve:

In Newsroom partecipiamo con lo staff di una redazione televisiva all’ansia di imbastire ogni giorno, nel modo migliore, il notiziario serale. Un altro serial ben impostato di Aaron Sorkin ma molto americano come tematiche

Aaron Sorkin è tornato. Dopo il serial West Wing (l’altro serial, Studio 60 è stato poco seguito in Italia) e il film The Social Network, vincitore di tre Oscar nel 2011, torna sul piccolo schermo per farci partecipare, nei minimi dettagli, alla vita di una redazione televisiva: la raccolta delle notizie, la loro validazione, la quotidiana riunione redazionale fino al magico momento in cui tutti i giochi sono fatti e si va in onda.

Come nei precedenti lavori, Aaron conferma le sue doti: dialoghi brillanti e sofisticati, la costruzione, ad ogni puntata, di uno stato di tensione continua che sembra rendere incerta, fino all’ultimo secondo, la preparazione del notiziario serale. E’ evidente il suo interesse, qui come in West Wing, per le dinamiche che si sviluppano in comunità chiuse (là era il brain trust del Presidente U.S.A., qui lo staff di una redazione televisiva) dove tutti si sentono impegnati a collaborare per la migliore riuscita dei loro obiettivi e, quando capita, ad intrattenere anche relazioni affettive.

Nella maggior parte dei film o dei serial televisivi che ci capita di vedere, l’attenzione è focalizzata sui rapporti sentimentali dei protagonisti mentre la rappresentazione del loro ambiente di lavoro è sempre molto  generica. Non così nelle opere di Aaron Sorkin: le dinamiche lavorative sono la vita dei protagonisti e lo spettatore è inviato a seguirne in dettaglio tutti  i possibili risvolti in modo che possa apprezzare anche lui, quando ciò avviene, la soddisfazione per un lavoro ben fatto, frutto dell’intesa raggiunta fra i componenti del gruppo. A rendere più realistico questo approccio, ad ogni puntata di questa prima stagione la redazione deve occuparsi di fatti accaduti realmente nell’anno 2010. Questo tipo di impostazione non è semplicemente una scelta di stile dello sceneggiatore ma riflette una precisa visione antropologica: il lavoro costituisce l’interesse prevalente, il luogo primario dello sviluppo e dell’espressione della propria personalità (è facile vedere in questi telefilm gente che si attarda sul lavoro anche oltre l’orario di chiusura); una prevalenza solo parzialmete influenzata dai risvolti familiari. Il serial TV: ER si può considerare il pioniere di questo spostamento di attenzione. 

Oltre alle sue capacità tecniche Aaron va ammirato per il suo sguardo puro, le sue visioni ideali. In questo caso si tratta di  una tensione verso una corretta etica della comunicazione che si sposa in questo serial  con una sua visione “alta” della politica: indagare dietro la reale consistenza dei fatti, mantenere indipendenza di giudizio e promuovere una politica che si muova nella direzione di una vera uguaglianza i cittadini e che faccia grande la nazione (c’è molto patriottismo in questa serie). Il suo sguardo ottimista si rispecchia anche nei comportamenti dei protagonisti: ci sono molte discussioni animate in questo serial (è la specialità di Aaron) fra persone che la pensano diversamente ma proprio quando sembra che i rapporti stiano  per rompersi, interviene la ragionevolezza e ognuno riconosce la parte di verità presente nell’altro.

Nonostante tutti questi pregi, l’accoglienza del pubblico italiano potrà non essere elevata (come già stanno dimostrando le prime puntate) occorre riconoscere che le tematiche trattate sono molto americane soprattutto quando si affrontano temi politico (l’autore non nasconde le sue preoccupazioni per il successo del Tea Party).

Occorre anche aggiungere che a volte sembra che la capacità di Aaron di imbastire dialoghi diventi quasi un abuso: alcuni personaggi si confrontano abilmente difendendo le loro posizioni ma a volte sembra di assistere ad un esercizio di retorica, a scapito della profondità dell’analisi dei personaggi.

 Sarebbero stato  auspicabile ascoltare  discorsi meno programmatici ed assistere di più a fatti che realizzavano quegli ideali che venivano declamati..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/30/2013 - 22:44
 
Titolo Originale: LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Enrico Paolantonio
Sceneggiatura: Davide Aicardi, Stefano Ambrosio, Francesco Artibani, Lorenza Bernardi, Paolo Braga, Ceo&Pulin, Alessandro Ferrari, Tea Orsi, Francesca Romana Puggelli, Giorgio Salati
Produzione: Raidue, Lux Vide, Musicartoon
Durata: 26' sabato e domenica su Rai2 alle 8,10 dal 14 settembre 2013
Interpreti: Jules doppiato Francesco Pezzulli, Amelie da Domitilla D'Amico

Il giovane Jules Verne, studente di Giurisprudenza alla Sorbona ma desideroso di viaggiare e scrivere di viaggi, riesce a sventare un tentativo di rapina alla redazione del giornale di viaggi, Contes De Voyages, e pertanto viene invitato dalla redazione a partecipare ad una spedizione in Africa. Il gruppo composto da Artemius Lucas, direttore del giornale, sua figlia Amelie, coetanea di Jules, il contabile De L’Ennuì, la tata Esther e il cane Hatteras, ha come obiettivo la misurazione del ventiquattresimo meridiano. E’ questa la prima delle tante avvenure di Jules Verne e dei suoi amici, ostacolati dal misterioso Capitano Nemo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Jules Verne e i suoi amici si trovano uniti e solidali ad affrontare sempre nuove avventure
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
In mezzo a tanti cartoni giapponesi o americani, è stata coraggiosa e importante la scelta di attingere alla letteratura europea (in questo caso Jules Verne) per far capire che anche la “civiltà europea” è interessante e divertente. Particolarmente felice la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D
Testo Breve:

La sorpresa e l’avventura sono garantiti nei romanzi di Jules Verne che ora sono  diventati un serial per ragazzi. Particolarmente felice è la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D

Segnaliamo sempre molto volentieri l’uscita di cartoni animati realizzati in Italia.

Dopo I gladiatori di Roma, con la regia di Igino Staffi, arrivano Le avventure straordinarie di Jules Verne, un serial televisivo in cartoni trasmesso su Raidue dal 14 settembre ogni sabato e domenica nella fascia dedicata ai ragazzi, a partire dalle alle 8,10. Si tratta in tutto di 26 episodi realizzati dalla Rai in collaborazione con Lux Vide e con  Musicartoon. 

L’idea che ha dato origine alla serie è  interessante: ad ogni puntata il giovane Jules, studente di legge, si trova coinvolto in una delle avventure che hanno dato vita alle pagine più affascinanti del famoso il romanziere francese, uno dei padri della moderna fantascienza. In una puntata si trova su di un’isola inesplorata, in un’altra viene proiettato al centro della terra; in un’altra si ritrova prigioniero nel Nautilus, il sottomarino progettato dal pericoloso capitano Nemo, nemico di tutta l’umanità. Alla fine di ogni puntata il giovaneJules consegna gli appunti del suo viaggio, che costituiranno la base  per un nuovo racconto (la firma che appone è la copia esatta di quella del vero  scrittore).

Jules, un ragazzo timido ma ingegnoso, non è certo solo quando affronta i suoi viaggi in giro per il mondo: al suo fianco c’è sempre la coetanea Amelie che secondo gli ultimi canoni femminili è molto atletica e coraggiosa: nessun pericolo  la ferma e ha un solo importante difetto: non corrisponde alle attenzioni che molto discretamente Jules le dedica. Artemius è il padre di Amelie: nel passato è stato un grande esploratore e ora che deve camminare aiutandosi con un bastone, si occupa di dirigere una rivista di viaggi. Completano il quadro il pignolo contabile De l’Ennui, la cuoca Esther, che distribuisce a tutti sorrisi e tanto ottimismo; infine due animali: un mastino e un lemure.

Con una brigata così assortita ogni puntata si arricchisce di una divertente dialettica fra caratteri molto diversi (ma la puntata di domenica 29 settembre, “Gibilterra”, a causa della presenza di scimmie ossesse e violente, è apparsa un po’ spaventosa per i più piccol).

Musicartoon è la società romana che ha curato l’animazione in 2D. Si tratta di una scelta molto indovinata; su Raidue vengono trasmessi altri serial per ragazzi in 3D ma niente può eguagliare la poesia del 2D.  Se andate sul sito del serial si può apprezzare una rassegna dei  fondali realizzati: si tratta di vere opere artistiche.

Ci si può domandare se avventure ambientate a fine ottocento potranno interessare gli smaliziati ragazzi dell’era digitale:  non ritengo ci sia molto da temere perché come si è potuto constatare ogni volta che ritorna sugli schermi un classico dell’ottocento (nella scorsa stagione sono stati ripresentati Anna Kaenina, Les Miserables, Grandi Speranze)  ciò che attrae il pubblico di ogni età è la bellezza della storia e la cura nella definizione dei personaggi. Se i romanzi di Jules Verne, hanno ormai perso la curiosità verso un futuro che si è ormai realizzato, resta il piacere dell’esplorazione dell’ignoto e della scoperta di mondo così diversi dal nostro.

Un effetto non secondario sarà quello di avvicinare i ragazzi alla lettura, una lettura assolutamente europea.

Peccato che la serie manchi di una sigla trainante e orecchiabile, non solo musicata ma anche cantata: sarebbe stato un modo per conquistare ulteriormente  i giovani spettatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WOLVERINE: L’IMMORTALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/26/2013 - 17:01
 
Titolo Originale: The Wolverine
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Mark Bomback, Scott Franck dal fumetto di Frank Miller e Chris Claremont
Produzione: Lauren Shuler Donner, Hutch Parker, John Palermo, Hugh Jackman per Marvel Enterprises/Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 126
Interpreti: Hugh Jackman, Famke Janssen, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Hiroyuki Sanada

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata Jean Grey, vive come un selvaggio tra i boschi del Canada, dove viene a cercarlo la giovane Yukio, inviata dall’anziano Yashida, un miliardario giapponese cui il mutante aveva salvato la vita durante la Seconda Guerra Mondiale. Yashida, prossimo alla morte, vorrebbe ricambiare il favore di tanti anni prima dandogli la possibilità di rinunciare all’immortalità che tanto gli pesa. Ma la situazione nella famiglia di Yashida è complessa e alla sua dipartita la nipote Mariko, erede designata, diventa il bersaglio di molti interessi. Logan decide di proteggerla, costi quel che costi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’unica riflessione che offre la pellicola è quella della condanna alla ricerca dell’immortalità a tutti i costi, all’ incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Si tratta di un’operazione di puro intrattenimento ma il vero elemento di forza del film è il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma
Testo Breve:

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata, si reca in Giappone per proteggere la nipote di un suo vecchio amico Mariko. Un film di puro intrattenimento con un  Hugh Jackman in gran forma 

Molti critici hanno usato, per definire la seconda pellicola della Marvel dedicata al suo mutante più famoso, la parola “classico”, dove il termine può essere inteso in senso sia positivo che negativo.

Questo secondo capitolo in solitaria di Wolverine (o Logan, un eponimo spiccio come il suo personaggio, né nome né cognome) non ambisce in effetti alla complessità pensosa e post-moderna dei cinefumetti di Christopher Nolan, ma non ha nemmeno, se non in brevi momenti, il gusto per l’ammiccamento e l’autoironia degli Avengers.

Si tratta, per l’appunto, di un racconto molto lineare e “tradizionale” di rinascita di un eroe che ha smesso di essere tale ma che può tornare a esserlo se trova un degno avversario, una missione e una persona cui dedicare la propria vita (e forse anche la propria morte).

Tutto questo Wolverine (come da fumetto ma, verrebbe da dire, anche con somma gioia del marketing) lo troverà in Giappone, dove lo convoca un anziano e ricchissimo capitano di industria, che intende ricambiare a modo suo il salvataggio da parte del mutante dalla distruzione atomica di Nagasaki.

Che il dono di ringraziamento, oltre che una splendida katana (il primo dei molti espliciti richiami all’epica e all’etica dei samurai profusi nella pellicola), sia la possibilità di morire è la prima delle molte sorprese che Logan si troverà ad affrontare nella terra del Sol Levante, tra dark lady dai baci velenosi, giovani fanciulle inermi da salvare, guerriere chiaroveggenti, ninja misteriosi, membri della yakuza e, ovviamente, samurai corazzati.

La storia procede tra inseguimenti, combattimenti e qualche momento di doveroso omaggio al sentimento, si tratti della nostalgia di un amore perduto (e anche lì, paradossalmente, il dono di un innamorato era stato la morte), o dei primi momenti di uno appena sbocciato.

Se in un’operazione di puro intrattenimento come questa qualche approfondimento si può trovare (se proprio bisogna cercarlo tra una scazzottata e un duello all’arma bianca) è quello sulla condanna della ricerca dell’immortalità a tutti i costi, dell’incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.

Pochino, per chi è abituato alle sottigliezze anche drammatiche degli X Men di Bryan Singer, e pure il 3 D (che valorizza le scene più movimentate) appare una scelta insieme più popolare e meno elegante rispetto allo stile del prequel anni Sessanta X Men First Class.

Il vero elemento di forza del film è naturalmente il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma che, al sesto film nei panni (tanti o pochi che siano) del mutante zannuto e immortale, è ormai perfettamente compenetrato nella parte, si tratti di vagare infelice e barbuto nei boschi o duellare sul tetto di un treno, tanto da farci dimenticare che abbia mai potuto recitare nei panni del gentiluomo di Kate & Leopold o in quelli canterini di Jean Valjean de Les Miserables. In un cast per il resto completamente giapponese, il pubblico occidentale non ha che lui per aggrapparsi saldamente a questa avventura movimentata.

Niente paura, comunque, perché per chi ha la pazienza di aspettare dopo i titoli di coda c’è la sorpresa di ritrovare qualche vecchio amico che promette nuove avventure al ritrovato Wolverine e ai suoi artigli, anche se senza adamantio.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARENTAL GUIDANCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/08/2013 - 15:38
 
Titolo Originale: Parental Guidance
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andy Fickman
Sceneggiatura: Lisa Addario Joe Syracuse
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, WALDEN MEDIA
Interpreti: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Artie non fa a tempo a riprendersi dalla umiliazione di esser stato licenziato come commentatore sportivo (il suo stile è ormai antiquato) che viene invitato assieme a sua moglie Diane ad accudire i loro tre nipotini per qualche giorno mentre la figlia Alice accompagna il marito Phil a una convention. L’impegno si mostra subito arduo, visto che la dodicenne Harper vuole andare a una festa dove c’è un ragazzo che le interessa, Turner di 8 è affetto da balbuzie mentre il piccolo Barker di 5 passa il tempo a parlare con un amico inesistente….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due nonni sanno prendersi cura dei loro nipoti e risolvere i loro problemi
Pubblico 
Tutti
Un casting di bravi attori rende brioso il racconto, ma c'è un eccesso di zucchero e di prevedibilità
Testo Breve:

Artie e Diane debbono fare da babysitter per qualche giorno ai nipoti che non vedono da quasi un anno. Un divertente family film che però  non mantiene tutte le promesse

Fino a che punto è giusto esercitare il mestiere dei nonni, sopratutto quando occorre accudire integralmente per qualche giorno i nipotini evitando  di  trattarli come piacerebbe  a loro ma secondo le direttive imposte loro dai  genitori?

Come si fa a ingraziarsi la simpatia dei nipoti, soprattutto quando sono quasi 10 mesi che non li vedono e sono molto più affezionati agli “altri” nonni?

Sono temi interessanti per molti di noi ed  è così che esordisce questo family film che affronta i problemi tipici del confronto di tre generazioni e dell’incompatibilità fra vecchi e nuovi metodi educativi.

In effetti i vincoli di comportamento che ricevono i nonni Artie e Diane nei confronti dei nipoti sono alquanto stringenti: non dar loro alcun cibo che contenga zucchero, non dire loro mai “no” ma “considera le conseguenze”; mai dire “non farlo” ma “forse dovresti provarlo”: non debbono assistere né partecipare ad alcuna forma di violenza neanche  verbale e se giocano a baseball bisogna essere sicuri che nessuno venga espulso né che qualcuno venga considerato il vincitore, per non creare atteggiamenti conflittuali. Come se non bastasse, all’interno di una maglia comportamentale così stretta, i nonni vorrebbero anche riuscire a farsi voler bene, perché sono ai loro occhi due persone assolutamente sconosciute.

E’ questa la parte iniziale del film che è forse la più interessante, perché i problemi che mettono in campo sono reali e condivisibili; purtroppo, nello sviluppo della storia, le conseguenze di tali difficili premesse, cioè le situazioni comiche in cui si va a cacciare Billy Cristal, sono tanto esagerate quanto irrimediabilmente prevedibili.

Alla fine, con i metodi più antichi di questo mondo, con una torta coperta di glassa, con l’acquisto di un vestito carino per la dodicenne che deve fare bella figura a una festa, con la minaccia di qualche sculacciata al pestifero Barker, lo svelamento di qualche trucco professionale del nonno, speaker di professione, al balbuziente Turner e infine giocando tutti insieme in giardino a prendere a calci un barattolo, i nonni riescono a conquistarsi i nipoti e a risolvere molti dei loro problemi. Resta ancora da convincere mamma Alice, affezionata ai suoi metodi didattici ma Artie, operando in lei un tuffo sentimentale nel suo passato da ragazzina, riesce a farle ricordare quanto non fosse molto diversa dai suoi bambini di oggi.

Le  moderne ma fredde teorie pedagogiche che cercano di costruire un mondo ideale che non esiste vengono alla fine sconfitti dal più antico dei metodi: crescere sentendosi amati e costruendosi una salda fiducia in se stessi, cercando di scoprire (realisticamente) le proprie capacità.

Si ride in questo film ma l’urgenza del lieto fine rende la confezione troppo zuccherosa. Il pregio maggiore e la rappresentazione di un genuino affiatamento fra nonni, genitori e nipoti.

Un film simile non va visto solo dai soli bambini né solo dagli adulti ma tutte e tre le generazioni insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE LONE RANGER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/04/2013 - 22:53
 
Titolo Originale: The Lone Ranger
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura: Justin Haythe, Ted Elliott, Terry Rossio
Produzione: GORE VERBINSKI E JERRY BRUCKHEIMER PER SILVER BULLET PRODUCTIONS, JERRY BRUCKHEIMER FILMS
Durata: 149
Interpreti: Johnny Depp, Armie Hammer, Tom Wilkinson, William Fichtner,, Barry Pepper, Ruth Wilson, Helena Bonham Carter

Texas, subito dopo la guerra civile. John Reid è un procuratore legale che conosce solo le buone maniere e coltiva l’ideale di una società civile fondata sull’ordine e la giustizia ma si ritrova ben presto coinvolto in una realtà violenta dove i più potenti vogliono sopraffare i più deboli. Tonto è un indiano cherokee che ha commesso un errore da giovane e per questo ha dovuto lasciare la sua tribù. Decidono di unire le loro forze per combattere i nemici di turno…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I nostri eroi combattono con ardimento contro i delinquenti, gli avidi e i profittatori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Si allude a una scena cruenta che però non viene mostrata
Giudizio Tecnico 
 
I film eccelle nelle scene di azione, nelle catastrofi e nelle fughe rocambolesche. Mette in scena uno spettacolo divertente ma lo sviluppo dei personaggi è particolarmente modesto.
Testo Breve:

Il cavaliere solitario con la maschera e il nativo americano Tonto combattono contro le ingiustizie del West. Il team che ha decretato il successo de “I pirati dei Caraibi” ci riprova riesumando il filone del far West. Divertente senza voler pretendere di più.

Il film inizia nel 1933 a S. Francisco (sullo sfondo della baia si intravede il Golden Gate ancora in costruzione) quando l’indiano Tonto ormai centenario, relegato in un museo del West, inizia a raccontare la sua storia. La data non è casuale: è proprio nel 1933 che inizia la trasmissione radiofonica del Cavaliere solitario che ebbe un successo enorme: durò fino al 1954 dopo quasi 3000 episodi. Da allora ci sono stati serie televisive, film, fumetti che hanno ripreso la leggenda dell’integerrimo cowboy mascherato che lotta per la giustizia affiancato dal nativo americano Tonto che nella versione originale fungeva da sola spalla e sostegno nei momenti difficili.

Ora la squadra della trilogia I pirati dei Caraibi (il regista Gore Verbinski, il produttore Jerry Bruckheimer, gli sceneggiatori Ted Elliott Terry Rossio, affiancati anche da Justin Haythe) provano a ripeterne il successo a beneficio soprattutto delle famiglie e dei ragazzi individuando nel westwen il nuovo  filone da dove estrarre avventure a piene mani ma soprattutto puntando su  Jonny Deep che trasforma il nativo americano da semplice spalla in protagonista incaricato di garantire ilarità e simpatia.

Il western dunque. E’ come se si fosse voluto partire dagli inizi,a beneficio delle nuove generazioni. Se la Monument Valley è sempre stato sinonimo di western, qui ci viene ammannita a piene mani in tutte le angolature: non è solo lo scenario per qualche cavalcata solitaria ma  è stato costruito un intero villaggio con tanto di passaggio di ferrovia . Bisogna riconoscere però che l’ampio impiego di riprese all’aperto, la polvere, i volti duri dei caratteristi, i primi piani  della pistola impugnata o della stella da sceriffo rimandano a un solo grande regista del genere: Sergio Leone.

Il film esprime tutto se stesso (ovviamente con un ampio uso della CG) nelle scenografiche e fracassone sequenze d’azione che si svolgono soprattutto all’inizio e nel finale, dove il treno funge da protagonista assoluto. Quando però si passa alle scene dialogate, dove dovremmo conoscere meglio i protagonisti, c’è come una caduta verticale: le battute sono scialbe, il confronto dei caratteri  non decolla e si aspetta impazienti che i due protagonisti finiscano per infilarsi in qualche nuovo guaio per sottrarli a una situazione imbarazzante. Se la figura di Tonto non presenta problemi perché non è il Tonto originale ma è semplicemente Jonny Deep che gigioneggia con una nuova maschera, quella di John Red/Il cavaliere solitario ha il suono fesso di una moneta falsa. La sua fede pura in una America regolata dalla giustizia, dove i delinquenti hanno diritto a un regolare processo senza spirito di vendetta, poteva andare bene per un eroe a stelle e strisce degli anni ‘40 o ’50; oggi, dopo tanti film che ci hanno proposto personalità sicuramente più ambigue e complesse, sembra che si sia voluto innestare un eroe vecchio in un film nuovo.

Il film, anche se in modo sporadico, tenta di sottrarsi dallo schema di un western puramente letterario e cerca di ricostruire lo spirito di quel momento storico: se un gruppo di fedeli battisti invita John Red a leggere con loro le  Sacre scritture, lui esibisce pronto quella che è la sua Bibbia:I Due trattati sul governo di John Locke. C’è anche un lungo discorso del magnate delle ferrovie (un richiamo al Cornelius Vanderbilt che proprio in quegli anni stava costruendo il suo impero nel settore dei trasporti) su come le ferrovie sarebbero state la chiave per un progresso e una ricchezza senza limiti e come chi ne avesse posseduto il controllo sarebbe diventato il padrone della nazione (idea illusoria ma valida a quel tempo, perché il nascente capitalismo monopolista avrebbe presto assunto altre forme: quelle  dell’acciaio ma soprattutto del petrolio).

Alla fine il film risulta gradevole e spettacolare con molte scene divertenti: l’importante è non pretendere molto di più.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DREAM TEAM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2013 - 15:27
 
Titolo Originale: Les Seigneurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Marc de Chauveron
Produzione: VITO FILMS, IN COPRODUZIONE CON O.D. SHOTS, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 97
Interpreti: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Franck Dubosc, Gad Elmaleh,Joey Starr

Patrick Orbéra è stato un glorioso giocatore che ha portato la Francia a vincere i mondiali di calcio ma ora, a cinquantanni, è un uomo alla deriva, alcoolizzato, collerico e che viene tenuto a distanza dalla sua stessa famiglia. Per trovare un lavoro stabile accetta di allenare la squadra di calcio di Molène, un’isola della Bretagna che vive di pesca ma la cui fabbrica rischia di chiudere se la squadra locale non riesce a conquistare un po’ di prestigio. Patrik si accorge che il team è alquanto malmesso e non gli resta che cercare di reclutare vecchie glorie decadute come lui…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di giocatori non più giovani che stanno andando alla deriva scoprono il valore della solidarietà e ritrovano fiducia in loro stessi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale. Turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un film francese che non pretende altro se non divertire e che ci riesce, con l’aggiunta di un pizzico di buona morale
Testo Breve:

Ex giocatori un po’ sbandati si impegnano a salvare una piccola squadra di calcio. Ottimi attori comici realizzano un film corale senza molte pretese ma con messaggio di speranza

Ai tempi gloriosi della commedia all’italiana si organizzava un film con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Vittorio De Sica   ed altri nostri grandi attori comici e il successo era garantito. Sembrava quasi che la sceneggiatura venisse costruita o almeno “interpretata” sul momento, tanta era l’estrosa  l’inventiva di quegli istrioni dello spettacolo. Ora quell’epoca è definitivamente scomparsa (sorvoliamo sulla generazione successiva, quella dei “Natale a..”) mentre in Francia quel certo tipo di cinema popolare è ancora in auge.

Dream Team (in originale: les Seigneurs) è proprio un film che punta tutto sulla “squadra” non solo in termini calcistici ma anche nel senso di compagine di attori di tutto rispetto: Omar Sy ormai notissimo anche da noi per il film Quasi Amici, che accetta di giocare purchè non lo sappia la sua terribile moglie, preoccupata per il suo soffio al cuore; Franck Dubosc, da noi conosciuto tramite Benvenuti a bordo, che ha cercato di riciclarsi come attore ma inutilmente; Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto, Train de vie) un nevrotico playstation-dipendente; Ramzy Bedia (Il concerto) che idolatra Che Guevara e sogna la rivoluzione del popolo. C’è anche una apparizione di Jean Renò nelle parti di se stesso, a dire il vero un po’ imbolsonito.

Molto meno definite le figure femminili: sono presenti o per la loro capacità seduttiva, come la ragazza interpretata da Frédérique Bel, che ha ricevuto il compito di convincere i giocatori, con la sua sola presenza,  che in fondo l’isola mostra qualche attrattiva oppure la ragazza tutto casa e famiglia che immancabilmente si innamora del calciatore che viene dal continente.

Fatta la squadra, il film procede seguendo binari ormai tracciati: i difficili allenamneti con giocatori così diversi  fa innescare  scintille di comicità  mentre la tranquilla vita della piccola isola genera nei nuovi arrivati crisi claustrofobiche. Non manca la suspence indotta dall’ansia di vincere le partite del campionato a tutti costi, mentre la fabbrica rischia di chiudere.

Bisogna riconoscere che il film scorre spumeggiante e con un buon ritmo; si potrebbe concludere che si tratta di un film popolare di buona fattura, senza molte pretese;  il finale è prevedibile e deve essere tale perché lavori come questi vengono realizzati per rassicurare,  non certo per turbare.

C’è però una piccola  anima segreta nel film che lo riscalda e che lo rende più interessante di quanto ci si possa aspettare: la solidarietà fra uomini che sanno di essere fragili, che sanno che riprendere in mano il pallone comporta per loro ricordare fallimenti passati ma che tuttavia vanno avanti perché quella piccola squadra per cui giocano li costringe a non pensare a loro stessi  e forse per la prima volta riescono ad essere altruisti.

Giorno dopo giorno, lo sforzo per restare uniti e affrontare una sfida che li accomuna sublima la loro soggettività e poco a poco li trasforma. Per alcuni sarà l’effetto di una stagione, forse finito il campionato torneranno alla vita scombinata di prima ma qualcosa di positivo è accaduto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EPIC - IL MONDO SEGRETO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/23/2013 - 19:19
 
Titolo Originale: Epic
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Wedge
Sceneggiatura: Daniel Shere, William Joyce Tom, J. Astle, Matt Ember, James V. Hart
Produzione: BLUE SKY STUDIOS
Durata: 104

Mary Katherine, per gli amici MK, raggiunge una casetta in mezzo al bosco dove abita suo padre scienziato. Sua madre è morta da poco e MK cerca di riallacciare i rapporti con questo padre un po’ svitato che si ostina a fare ricerche con la pretesa di dimostrare che il bosco è abitato da un popolo di piccolissime creature. MK scopre che il padre ha ragione: ridotto anche lei a dimensioni minime, si accorge che nel bosco è in atto una battaglia fra le forze del bene e quelle del male per la sopravvivenza della natura…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Le foglie sono tante ma l’albero è uno”: è l’invito che proviene dal film alla solidarietà e all’unità di intenti fra chi si sente parte dello stesso popolo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia piena di fascino grazie a una CG in 3D particolarmente riuscita e con protagonisti ben caratterizzati
Testo Breve:

Mary Katherine scopre che  il bosco è animato da piccolissime creature impegnate a combattere per la sopravvivenza della natura. Un film pieno di fascino realizzato con un ottimo 3D, adatto per piccoli ecologisti 

Sono tanti i film che ci hanno prospettato l’esistenza di minuscole creature che popolano i boschi e la semplice erba dei nostri giadini e alla fine bisognerà pur crederci. Luc Besson con Arthur e il popolo dei minimei ci aveva fatto scoprire un microcosmo di piccoli esseri che vivono nel giardino di Arthur come in quello di qualsiasi altro bambino. Anche Sho, il ragazzo affetto da una grave malattia al cuore che sta passando un periodo di riposo presso la casa di campagna della nonna, fa la conoscenza con Arrietty nel film omonimo dello Studio Ghibli: una dolce ragazza del popolo dei minuscoli Rubacchiotti che vivono prendendo “in prestito” dagli umnani ciò che loro serve.

Epic assomiglia di più al secondo, come storia di formazione di due adolescenti: se Sho e Arrietty, aiutandosi a vicenda, avevano scoperto il valore dell’amicizia e Sho aveva recuperato la voglia di  continuare a lottare per vivere,  Mary Katherine supera il lutto per la morte della madre ritrovando l’affetto paterno mentre l’indisciplinato e orfano Nod del popolo dei Leafmen diventa un guerriero degno di suo padre.

La storia potrebbe assomigliare alle tante già raccontate per un pubblico di giovani ma questo lavoro di Chris Wedge realizzato con la sua Blue Sky Studios di cui è co-fondatore, conferma il segreto del successo dei suoi precedenti lavori ed in particolare della quadrilogia dell’ Era glaciale: la puntuale e divertente caratterizzazione dei personaggi e la capacità di  non perdere mai il gusto, anche nei momenti che si profilano tragici, per la scenetta divertente e la battuta scherzosa, grazie in questo caso alle due spalle comiche costituite dalle due lumache Mub e Grub, doppiate nella versione italiana da Lillo e Greg.

E’ proprio dal confronto con i precedenti lavori che si resta ammirati dai progressi nell’animazione 3D compiuti   dalla Blue Sky Studios, che continua in questo modo a tener testa a giganti delle dimensioni della Disney-Pixar e Dreamworks: se l’Era Glaciale manifestava una certa semplificazione del disegno, in questo Epic lo stupore per la ricchezza e la complessità delle immagini costituisce l’elemento predominante: numerose e complesse scene di massa, grande ricchezza e fantasia nelle scenografie delle processioni del popolo dei Leafmen nel bosco incantato.

Il tema dominante è quello della difesa della natura: come in Avatar non viene esclusa una qual forma di religione della natura, Epic manifesta la presenza di una misteriosa forza che  regola l’armonia della natura e la rigenera continuamente. Se  Avatar aveva una visione decisamente panteista, in questo caso  prevale una visione dualista dove le forze del male e del bene  si fronteggiano senza esclusione di colpi.

Occorre riconoscere che film come Epic risultano molto stimolanti per i più piccoli perché li invitano ad osservare con curiosità la natura che ci circonda, anche quella più domestica, per abituarli a scoprire quella bellezza che a prima vista non si scorge.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN JERSEY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/30/2013 - 19:13
 
Titolo Originale: Made in Jersey
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Dana Calvo
Produzione: FanFare Productions, Sony Pictures Television
Durata: 8 puntate di 42 minuti
Interpreti: Janet Montgomery, Kristoffer Polaha, Kyle MacLachlan, Megalyn Echikunwoke

Martina Garretti è una giovane donna del New Jersey di origine italiana che grazie alla sua tenacia e nonostante le origini modeste, è riuscita a farsi assumere in un importante studio legale di New York iniziando da subito a risolvere casi anche complessi. I suoi modi schietti ma sinceri riescono a far breccia nel nuovo ambiente di lavoro, formale è un po’ snob e destano simpatia le continue interruzioni sul lavoro che lei subisce da una famiglia numerosa e invadente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista si fa notare per un comportamento onesto verso tutti i colleghi e l’attaccamento alla famiglia di origine
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica per adulti
Giudizio Tecnico 
 
La protagonista è molto simpatica, i casi legali sono ben sviluppati, ma non riescono a sottrarsi a una certa prevedibilità che fanno perdere la suspence per l’inatteso
Testo Breve:

Una giovane avvocatessa di origini italiane risolve complessi casi legali in uno studio di New York. Immagine positiva di immigrati italiani che si distinguono per il loro attaccamento alla famiglia

E’ pensiero comune ritenere, anche se probabilmente non è più vero, che nel New Jersey vivano molti americani di origine italiana. Il serial TV Made in Jersey, in onda  da aprile 2013 su Fox Life, già andato in onda in U.S.A. sulla rete CBS nel 2012, ha come protagonista Martina Garretti, una italoamericana.

Non possiamo che applaudire al fatto che finalmente essere italiani non è più sinonimo di mafioso (I Soprano insegna) ma Martina, cresciuta in una famiglia numerosa di semplici origini, è riuscita con la sua tenacia a diventare avvocato e nella prima puntata la vediamo entrare, come neo assunta, in un prestigioso studio legale di New York. Sono lontani da lei anche i comportamenti rozzi che hanno costituito il successo dei protagonisti di Jersey Shore, giovani cafoni e tamarri di quello stato.

Il suo look inoltre è assolutamente professionale e non tradisce nulla delle sue origini: tailleur d’ordinanaza, borsa business e gonna sopra il ginocchio, unica concessione alla sua giovane età. Dov’è allora la sua italianità, come si può impostare un serial  che possa diventare interessante proprio perché la protagonista è un’italiana?

La risposta è nella famiglia. Un italiano si identifica in U.S.A. (almeno lì, meno male) per una sana, antica consuetudine a mantenere saldi i rapporti con i genitori e i fratelli, a non perdere i legami con la famiglia di origine anche quando si è diventati adulti.

La Garretti è la più piccola di una famiglia numerosa, dove la componente femminile ha la maggioranza: due sorelle, una sposata e l’altra divorziata, un fratello perdigiorno, una madre onnipresente ed impicciona, un padre che a stento riesce a infilare una parola nelle loro conversazioni.

Ad ogni puntata viene presentato un micro evento della famiglia: se Bonnie, la sorella divorziata invita a pranzo il suo nuovo fidanzato, subito dopo si organizza una riunione di famiglia per giudicare se  è l’uomo più adatto; se il figlio della sorella maggiore ruba un giubbotto in un negozio e  il proprietario è deciso a sporgere denuncia, Martina riesce a dissuaderlo offrendogli in cambio assistenza legale gratuita per un suo contenzioso. Se Martina non ha ancora ricevuto la prima busta-paga dallo studio, l’intraprendente mamma va direttamente a parlare con Donovan Stark, il titolare dello studio.

L’italianità va ricercata anche nei modi estroversi, schietti e allegri della protagonista (interpretata in realtà da Janet Montgomery, un’attrice britannica) che fanno da contrasto con i modi distaccati e un po’ snob dell’ambiente dello studio.

Non è da escludere che sia stato costruito di proposito un confronto, puntata dopo puntata, fra i valori portanti dei due mondi: se Martina resta indignata dal comportamento della madre di un suo cliente che ha abbandonato il figlio all’età di otto anni e solidalizza con la sorella nel dissuadere la nipote adolescente dal farsi un tatuaggio, veniamo a sapere che due colleghi maschi dello studio sono riusciti ad ottenere l’adozione di un bambino coreano mentre una cliente altolocata dello studio, essendo sterile, è riuscita a trovare una madre surrogata.

Le parentesi private sono però molto brevi, perché il cuore di ogni puntata è costituito dalla risoluzione di un legal thriller. La perspicace e tenace Martina riesce ogni volta a risolvere un caso che si presenta più complesso del previsto, spesso in contrasto di altri suoi colleghi che si accontenterebbero di un compromesso legale.

Se i dettagli investigativi sono sviluppati con buone competenze legali, la serie si adagia sulla sicurezza di un meccanismo ben oliato, che alla fine rende tutto scontato: il caso viene risolto, Martina riceve l’apprezzamento del capo dello studio, le stesse colleghe, che all’inizio l’avevano ostacolata, finiscono per complimentarsi con lei e la puntata si conclude con il primo piano di  Martina che sorride radiosa, mentre i suoi occhi dicono:  “quanto sono stata brava”.

Il serial non non ha avuto successo, almeno in U.S.A e si è fermato all’ottava puntata. Progettato per un pubblico prevalentemente femminile, si è forse pensato che questo tipo di audience avrebbe gradito la valorizzazione della famiglia e un ambiente di lavoro dove prevale la collaborazione e un’onesta attribuzione di meriti. Forse l’errore è stato proprio qui: non c’è cattiveria nelle storie, non c’è sesso (Martina si occupa solo di lavoro e non ha un fidanzato) né violenza.
Indubbiamente non ha aiutato una certa ripetitività nei plot delle varie puntate che forse ha contribuito a far sì che  il “buono” diventasse “buonismo”. Probabilmente il “buono” deve nascere, per interessare, dal contrasto con il “cattivo”

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KIKI - CONSEGNE A DOMICILIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/24/2013 - 17:44
 
Titolo Originale: Majo no takkyûbin
Paese: GIAPPONE
Anno: 1989
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: STUDIO GHIBLI, NIPPON TELEVISION NETWORK, TOKUMA SHOTEN
Durata: 102

Kiki ha appena compiuto 13 anni e secondo le regole delle streghe, deve inforcare la sua scopa per fare apprendistato presso una città dove non ci sono altre “colleghe”. Saluta i genitori e inizia il viaggio finché decide di fermarsi in una città di mare. Qui incontra una simpatica panettiera che le offre alloggio ma non riesce a fare amicizia con altre ragazze della sua età perché lei è troppo mal vestita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La generosità di alcune persone che incontra e l’amicizia con una giovane pittrice saranno determinanti per la formazione della giovane Kiki
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film conferma l’incanto dei disegni dello Studio Ghibli e una sceneggiatura particolarmente valida nel descrivere i turbamenti di una adolescente
Testo Breve:

La giovane strega Kiki cerca di essere utile, con la sua attitudine a volare su di una scopa, agli abitanti di una città dove non è conosciuta. Un film di formazione, di amicizia e di solidarietà giovanile

La Lucky Red ha deciso di regalarci, al ritmo di uno all’anno, i vecchi capolavori dello Studio Ghibli,  diretti e sceneggiati direttamente da Hayao Miyazaki.

Con Kiki – consegne a domicilio-1989, non ritroviamo la passione totalizzante per il volo presente  in Porco rosso-1992 o ne Il Castello del cielo-1986 (ma un dirigibile avrà una parte non secondaria verso la fine) né siamo trasportati in mondi di pura fantasia  come era accaduto ne La città incantata- 2001 o Il castello errante di Howl -2004 (ma la giovane protagonista è pur sempre una strega). Ci troviamo piuttosto sul crinale di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza  e due ragazzi sono protagonisti di un racconto di formazione e di amicizia come era già accaduto ne Il mio vicino Totoro-1988, in  Arrietty-2010 e ne La collina del papaveri – 2011.

Kiki ha tredici anni e secondo le regole delle streghe, è l’età giusta per iniziare l’anno di apprendistato; salutati quindi i suoi amati genitori e la sua deliziosa nonnina (come lo sono tutte le nonne nei film giapponesi, forse  specchio  di una cultura che rispetta particolarmente gli anziani, forse effetto dei film di Ozu) e inforca la sua scopa  con ancora qualche incertezza nella guida per  raggiungere una grande città, desiderosa di mostrarsi utile.

Una materna signora che gestisce con il marito una panetteria la ingaggia per le consegne a domicilio (ovviamente per via aerea) e le consente  di sistemarsi  in una  stanza ricavata nel solaio del negozio, con una bellissima vista sull’oceano.

Sono tante le componenti che contribuiscono a realizzare quel fascino così particolare delle opere di  Hayao Miyazaki.  Sicuramente il disegno, in questo caso una città di fantasia a metà fra le salite di S. Francisco e la old town di Edimburgo, animata da auto d’epoca e dal vento fresco che proviene dal porto. La natura è poco distante,  sempre presente nei suoi film: fitte boscaglie ma anche animali (in questo caso stormi di oche selvatiche compagne di viaggo di Kiki). Una natura saggia e benevola che  alimenta l’atteggiamento contemplativo di Miyazaki , espressione di un senso di meraviglia che è quasi ossequio verso qualcosa di divino.

Il racconto si sviluppa lento e ciò potrebbe risultare poco gradito ai giovani ma anche questo aspetto concorre a costituire lo stile dell’autore, che ha bisogno di tempo per mostrare le emozioni e le più lievi mutazioni nell’animo dei protagonisti adolescenti.

Sono note di stile che fanno da supporto alla principlale dote di  Miyazaki, vero esperto di umanità: raccontare in profondità  l’animo di un adolescente, in questo caso della tredicenne Kiki.

 Pochi tratti sono sufficienti per delineare le differenze fra i due protagonisti: Kiki è più riflessiva, incerta come tutte le adolescenti, sulla possibilità di essere considerata  carina, sugli abiti da indossare, sul come trattare i ragazzi; Tombo invece è un ragazzo schietto fino ad apparire maldestro, facile all’entusiasmo e incapace di stare fermo.  

Kiki oscilla fra lo slancio entusiasta e l’insicurezza paralizzante e in questa incertezza,  secondo la metafora imbastita dal film, finisce per  perdere  la capacità di volare.

Come era già successo in Arrietty, in Ponyo sulla scogliera, ne  La collina del papaveri, queste crisi di crescita non si superano da soli, ma con l’aiuto di un altro verso il quale si stabilisce un profondo senso di intesa e di amicizia. In questo caso sarà l’estrosa giovane pittrice che la ospita nella sua casa nella foresta a spingere Kiki  a trovare il suo stile personale con cui affrontare la vita, allo stesso modo con  cui anche lei aveva trovato la sua ispirazione artistica. 

Mentre fluiscono i titoli di coda, vediamo il gatto Gigi (amico inseparabile di Kiki) e la sua gatta con tanti gattini, la padrona della pasticceria che si coccola il  bambino appena nato, un finale che fa tornare inevitabilmente alla memoria quello, molto simile (ma in quel caso erano cuccioli di cane) , di un classico family-film della Walt Disney: Lilli e il vagabondo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CROODS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2013 - 18:21
 
Titolo Originale: The Croods
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Sanders, Kirk De Micco
Sceneggiatura: Kirk De Micco, Chris Sanders
Produzione: Dreamworks Animation
Durata: 90

simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio fantastico alla ricerca di una nuova vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Teneri e sinceri rapporti familiari, un bel racconto sul percorso educativo della protagonista
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli per un film divertente ed educativo
Testo Breve:

Una simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio che diventa anche un percorso di maturazione e di apertura alla speranza 

Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli. Una famiglia di cavernicoli, padre madre nonna e tre figli, è l’unica sopravvissuta alle dure difficoltà di un mondo avverso. I vicini non ce l’hanno fatta: chi mangiato da un dinosauro, chi schiacciato da un mammut, ecc. Solo loro sono sopravvissuti. Come? Grazie alla paura. Il padre infatti insegna, per necessità, ai propri figli che solo guardandosi dai pericoli è possibile andare avanti.

Così la famigliola trascorre un’esistenza “tranquilla” tra le buie mura della propria caverna, uscendo esclusivamente per procacciarsi del cibo. Ma è evidente che questo non può bastare, e la prima ad accorgersene è la figlia maggiore, impavida e curiosa nonostante i dettami paterni. Ed è proprio quando lei si decide a rompere le regole avventurandosi nell’ignoto che tutto cambia. Grazie a lei, e all’incontro con un ragazzo, Guy, “diverso” perché pieno di fiducia nel futuro, tutta la famiglia impara a conoscere il nuovo, il bello, il buono che c’è nella realtà, riuscendo anche a scampare al terribile disastro ambientale che incombe su di loro.

Ed è quasi un percorso educativo quello che Guy fa compiere ai suoi buffi e trogloditi compagni di viaggio, un percorso di conoscenza a tutti gli effetti che permette di non porre la paura come unico orizzonte dell’esistenza. È la conoscenza di se stessi, degli altri, del mondo che permette il vero salto evolutivo e la possibilità di una vita più piena.

Altro aspetto interessante di questo viaggio fantastico sono i rapporti famigliari, in particolare quello tra padre e figlia che, seppur non nuovo per il grande schermo, è rappresentato in maniera tenera e sincera, oltre che con una grande dose di esilarante comicità. Il padre rozzo e primitivo per tutta la vita ha pensato solo a salvaguardare i propri cari, e ora si trova costretto a rischiare, ribaltando la propria visione del mondo, per assicurarne la sopravvivenza. Deve vincere la paura per abbracciare la speranza e, nella realtà come in un film di animazione, la cosa è più difficile di quanto sembri.

Con tanta allegria, freschezza e humor “I Croods” riesce nell’intento di divertire tutta la famiglia, insegnando qualcosa di profondo ai più piccoli e soprattutto ai loro genitori.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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