Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

LE MILLE E UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/27/2012 - 19:26
 
Titolo Originale: Le mille e una notte
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Marco Pontecorvo
Sceneggiatura: Lucia Zei
Produzione: Raifiction, Lux Vide, Tececinco Cinema
Durata: RaiUno 26 e 27 novembre 2012
Interpreti: Vanessa Hessler, Marco Bocci, Paz Vega, Massimo Lopez

Aladino ha perso la memoria, è diventato molto infelice e malvagio perché uccide tutte le donne che raggiungono il suo castello. Sherazade sta per subire la stessa sorte ma si salva perché promette al principe di raccontarli una storia che sicuramente gli interesserà. In questo modo notte dopo notte, riesce ad intrattenere il principe evitando la morte.
Sherazade racconta in realtà la loro storia: Aladino l’aveva salvata da un attentato ordito dalla matrigna Alissa. I due giovani si erano subito innamorati ma si erano dispersi quasi subito: il malefico Jafar non aveva esitato ad uccidere il padre di Sherazade per impadronirsi del trono e Sherazade era stata costretta a fuggire…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'amore vero è capace di tenacia e sacrificio, di mettere l'amato e la sua felicità sopra la propria, senza perdere mai la speranza di un lieto fine che è anche ristabilimento della giustizia e dell'amore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La miniserie colpisce per la ricchezza delle ambientazioni e la preziosità dei costumi, come si addice a una favola. In armonia con la favola è anche la bellezza della protagonista (Vanessa Hessler) anche se la dinamica della sua recitazione appare spesso trattenuta
Testo Breve:

RaiFiction e Lux Vide ci ripropongono il fascino delle favole orientali per riunire tutta la famiglia intorno a questi grandi racconti archetipici che trasmettono ancora oggi importanti valori. , Nostra intervista esclusiva alla produttrice creativa Luisa Cotta Ramosino

 

INTERVISTA A LUISA COTTA RAMOSINO, PRODUTTORE CREATIVO DELLA MINISERIE

 

Dopo Pinocchio e Cenerentola Lux Vide e  Rai Fiction sono tornati a proporci una fiaba. Le fiabe sono di gran moda al cinema: aveva iniziato la serie Shrek dissacrando allegramente tutte le fiabe Disney , ma il più delle volte (Cappuccetto Rosso sangue-2011, Biancaneve-2012, Biancaneve e il cacciatore-2012,..) le fiabe sono state rivisitate in chiave dark e psicoanalitica.
Mi sembra invece che con Le mille e una notte si vogliono riproporre le fiabe di un tempo per motivi totalmente diversi, non è vero?”

Il lavoro della Lux sulle fiabe è piuttosto il tentativo di recuperare un tipo di racconto in grado di unire tutta la famiglia davanti allo schermo, recuperando i valori che questi grandi racconti archetipici trasmettono ancora oggi, ma inserendoli in un contesto e in un linguaggio che li rendano appetibili al pubblico di oggi

 

“Quindi Lux Vide e Rai Fiction ci proporranno presto altre fiabe?”

Siamo al lavoro su altre fiabe: "La bella e la bestia", "La sirenetta", "Peter Pan"

 

“Le mille è una notte” è una raccolta di racconti orientali molto diversi fra loro di origine araba, persiana ed egiziana. , con quale criterio avete selezionato le novelle per arrivare a costruire un racconto unitario?”

 La sceneneggiatrice Lucia Zei (già autrice di Atelier Fontana per la Lux) ha scelto di raccontare i personaggi che riteneva più moderni e capaci di parlare al pubblico televisivo, e poi costruendo per loro dei percorsi di crescita in cui ci si potesse immedesimare

 

Già nella prima puntata si intravedono innesti anche “occidentali” (la maga Circe, la matrigna di Biancaneve ed anche riferimenti cinematografici come la passeggiata per la città di Sherazade e  Aladino che ricorda molto la principessa e il giornalista di Vacanze romane): non era sufficiente la ricchezza delle novelle orientali per presentarsi a  un pubblico europeo ed americano?

Piuttosto ci siamo resi conto che c'erano molti punti in comune tra i patrimoni narrativi orientali e occidentali e quindi era possibile e intrigante "inventare" una storia in cui i due mondi potessero incontrarsi, rendendo più "familiare" il mondo del racconto al pubblico italiano

 

I protagonisti sono sicuramente Sherazade (Vanessa Hessler) e Aladino (Marco Bocci) avete costruito per loro una forma di maturazione, di cammino interiore?

Assolutamente sì, nel caso di Sherazade si tratta il percorso doloroso di una giovane donna che deve imparare a non puntare solo sulla sua intelligenza, ma anche ad ascoltare il suo cuore ed educarlo alla pietà, mentre nel caso di Aladino si tratta di un percorso in cui un giovane uomo deve capire il suo valore, anche in un mondo che tende a dar valore al denaro e al potere

 

Le mille e una notte colpisce per la ricchezza delle ambientazioni e la preziosità dei costumi, come si addice a una favola. Tu e Sara Melodia  siete state i produttori creativi della miniserie: puoi dirci se è  stata complessa e impegnativa la realizzazione della miniserie?

E’ stata molto complessa anche pensando alla riduzione dei budget della nostra televisione, alla fatica di girare in un paese come la Tunisia in piena estate per non parlare della fatica di realizzare un film pieno di effetti speciali e visivi, costruendo tantissime ambientazioni diverse. Essenziale è stato il contributo del regista Marco Pontecorvo, che ha una lunga esperienza anche internazionale ed è stato in grado di offrire un giusto compromesso tra il gusto della messa in scena e la profondità dei sentimenti, sfruttando al meglio le risorse a sua disposizione. 

 

Vanessa Hessler buca lo schermo per la bellezza del suo volto (anche se la sua formazione di modella finisce a volte per dare un tono trattenuto alla sua recitazione); perché questa scelta? Non si poteva trovare   un’attrice di origine mediorientale o mediterranea? Oltretutto l’arrivo in TV, a una settimana di distanza, della miniserie su Santa Barbara (di nuovo con la stessa protagonista) non rischia di generare un effetto “saturazione” nei confronti della Hessler?

L a scelta di usare un volto molto amato dal pubblico di Rai 1 è legata al tentativo di creare una mediazione tra l'ambientazione lontana e le aspettative del pubblico di Rai1, con una licenza poetica che crediamo fosse essenziale a creare un ponte tra il normale gusto televisivo e un'operazione a suo modo "temeraria" sia per il genere affrontato (l'avventura e il fantasy che sulla tv italiana sono una rarità) che per la scelta di una "fiaba" che non è strettamente parte della nostra tradizione.  Quanto alla saturazione di Vanessa Hessler questo è un discorso che riguarda più le scelte di programmazione della Rai che chi realizza i prodotti e poi li "consegna" al broadcaster...

 

“Secondo te,  quali sono i messaggi positivi che possono cogliere i giovani e i non giovani che vedono la miniserie?

il messaggio è credo quello sintetizzato dall'insegnamento del Genio, che di fronte al desiderio di Aladino di mettere le mani sulla lampada magica per realizzare i suoi desideri lo invita piuttosto a guardare al fondo del suo cuore, scoprire il suo valore e puntare su quello per conquistare la sua amata; così come vale l'insegnamento che Sherazade apprende dall'incontro con un'altra donna innamorata, e cioè che l'amore vero è capace di tenacia e sacrificio, di mettere l'amato e la sua felicità sopra la propria, senza perdere mai la speranza di un lieto fine che è anche ristabilimento della giustizia e dell'amore.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN MOSTRO A PARIGI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/21/2012 - 21:51
 
Titolo Originale: Un monstre à Paris
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Bibo Bergeron
Sceneggiatura: Bibo Bergeron, Stéphane Kazandjian
Produzione: LUC BESSON PER EUROPA CORP., BIBO FILMS, FRANCE 3 CINÉMA, WALKING THE DOG
Durata: 82

Nel 1910 Parigi è sott’acqua perché la Senna ha superato gli argini. Emilie e Raoul sono due amici: il primo è un timido proiezionista mentre l’altro si occupa di consegnare pacchi per la città con il suo furgoncino. Entrambi hanno problemi sentimentali: Emilie vorrebbe tanto dichiararsi alla cassiera del suo cinema ma non trova mai il coraggio; Raoul è segretamente innamorato di Lucille, la prima cantante del cabaret l'"Oiseau rare" ma ormai lei è troppo famosa e non si occupa di lui.
A complicare la situazione una pulce gigante (effetto di un esperimento andato fuori controllo) terrorizza Parigi. Sarà Lucille a riconoscere l’animo mite della pulce e la sua bella voce tanto da convincerla a salire sul palcoscenico per cantare insieme. Intanto il prefetto di Parigi è alla ricerca del mostro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film valorizza la preminenza della bellezza interiore a dispetto di qualsiasi apparenza e la generosa solidarietà per protagonisti nel confronti del “mostro”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Molto belle le scenografie di Parigi; qualche carenza nella tenuta dell’intreccio narrativo
Testo Breve:

L’animatore francese Bibo  Bergeron, dopo aver lavorato molti anni alla Dreamworks, realizza un’opera interamente francese di grande qualità estetica senza paura di sfigurare con le grandi produzioni americane

 

Il cinema di animazione americano è sotto assedio? È troppo presto per dirlo.

Dall’Italia è partita la sfida con “I gladiatori di Roma” di Igino Staffi. Una sfida audace ma al contempo prudente (come sceneggiatore per i dialoghi è stato ingaggiato  un americano, Michael J. Wilson, autore di “L’era glaciale) con un occhio al mercato americano (quale giovane d’oltreoceano non conosce il Colosseo e i gladiatori?) e a quello nazionale (la voce inconfondibile di Belèn).

Adesso è la volta della Francia: Bibo  Bergeron,  diplomato presso la scuola per animatori CFT- Gobelins di Parigi e poi per otto anni presso la Dreamworks (è stato co-regista di Shark Tales), ha tutte le carte in regola per affrontare la sfida. Anche Bibo con i suo “Un mostro a Parigi”  ha avuto un occhio all’America (tutti conoscono i ponti sulla Senna e il profilo d Montmartre) e al mercato francese grazie al richiamo del duetto di Vanessa Paradis con  M. Chedid che è anche autore delle canzoni.

Parigi è sempre Parigi, soprattutto nell’immaginario americano che si è  cristallizzato grazie agli scrittori americani che la conobbero nell’immediato dopoguerra (ricordato molto intelligentemente da Woody Allen in Midnight in Paris) e già visitata dai film d’animazione della Walt Disney (Gli aristogatti e Ratatouille). Bibo Bergeson aveva come autorevole precedente nazionale la fantasiosa bellezza dei disegni di  Sylvain Chomet in Appuntamento a Belleville e nelle scenografie di questo film mostra tutto il suo estro: ha impiegato caldi colori pastello e un pizzico di nostalgia che richiama molto da vicino le strade  di Parigi di  Maurice Utrillo.  E’ sicuramente questa la parte più affascinante del suo lavoro, mentre iI disegno dei caratteri è simpatico ma non molto dettagliato, com era già accaduto per  “I gladiatori di Roma”.

Il racconto è sicuramente edificante perché sottolinea la preminenza della bellezza interiore rispetto alle apparenze e  la generosità di Lucille e dei suoi compagni che sanno difendere il mostro buono dai suoi nemici. Il film non è stato ritagliato sugli spettatori più piccoli (manca la spalla comica di qualche animaletto o la figura di un bambino) ma è  orientato alla prima adolescenza con le storie d’amore dei due protagonisti.

La struttura del racconto è forse la parte più debole, perché si limita a realizzare un collage di storie note e scene già viste: il fantasma dell’Opera, Frankestein, La bella e la bestia ma anche King Kong, quando il mostro sale in cima alla Torre Eiffel.

Complessivamente un’opera divertente e gradevole anche per le sue canzoni originali ma forse, volendo fare il punto sulla sfida lanciata agli americani, non sono le capacità tecniche che mancano in Itaia e in Francia (anche se perfezionabili) ma occorrerebbe più coraggio proprio nella struttura del racconto, senza rifugiarsi nel già visto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA COLLINA DEI PAPAVERI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/08/2012 - 16:51
 
Titolo Originale: Kokurikozaka kara
Paese: GIAPPONE
Anno: 2011
Regia: Goro Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki Keiko Niwa
Produzione: STUDIO GHIBLI
Durata: 91

Yokohama, 1963. Umi, ogni mattina, appena alzata, continua ad ammainare nel suo giardino le bandierine di segnalazione che venivano viste da suo padre quando tornava in porto con la sua nave, prima che morisse in guerra. Anche Shunya, un vivace studente che frequenta lo stesso liceo di Umi, impegnato nella battaglia per evitare la demolizione dell’antica sede dei club scolastici, scopre di essere un figlio adottivo.Fra i due ragazzi, a poco a poco, si sviluppa una profonda intesa..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due adolescenti scoprono il loro amore che si innesta, sia pur dolorosamente, nella tradizione delle loro famiglie
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Lo studio Ghibli conferma la sua impareggiabile capacità di raccontare storie delicate con la preziosa tavolozza dei suoi disegni
Testo Breve:

Lo studio Ghibli, conservando la tradizionale bellezza dei suoi disegni e la capacità di narrare racconti intimi e delicati, ha scelto questa volta di portare sugli schermi non una favola ma una romantica storia fra due adolescenti

Questa volta lo studio Ghibli non ci racconta una favola sospesa fra il cielo e la terra, come ne “Il castello nel cielo” (del 1986, distribuito in Italia solo lo scorso anno) o la scoperta del mondo dei piccoli "rubacchiotti" da parte del solitario ragazzo Sho di Arrietty (2010), né l’incontro della pesciolina Ponyo con il piccolo Sosuke in “Ponyo sulla scogliera” (2008) ma il romanzo sentimentale di due adolescenti colta in un tempo storico e un luogo ben precisi: a Yokohama nel 1963, un anno prima delle Olimpiadi di Tokio.

Lo studio Ghibli (la sceneggiatura è del grande Hayao Miyazaki, ma la regia è del figlio, Goro Miyazaki) continua a stupire per la sua capacità di impiegare l’animazione 2D non per alimentare fantasie di fanciulli ma per sviluppare un racconto intimo e delicato che nulla ha da invidiare ad un film con personaggi in carne ed ossa, aggiungendo l’incanto dei paesaggi, che donano quella gradevolezza estetica che costituisce il marchio esclusivo dello studio.

La collina dei papaveri è anche il più giapponese dei film della studio Ghibli che sono arrivati in Occidente. I riferimenti alla situazione del paese sono molto realistici: la morte in guerra del padre di Umi e di quello  di Shunya ricorda che le ferite del conflitto mondiale sono ancora recenti. I giovani liceali che protestano perché c’è chi vuole demolire la storica sede dei loro club scolastici, le loro canzoni patriottiche, evidenziano il perdurare della tensione fra tradizioni patriottiche e il nuovo che avanza (le Olimpiadi del 1964).

In quel modo così particolare di narrare, nel progredire lento della storia in modo da riuscire a cogliere anche le minime mutazioni dei sentimenti, si percepisce l’influsso di Yasujiro Ozu, il grande regista contemplativo, cultore di temi  familiari e delle tradizioni del suo paese. Il viaggio che i due giovani, Umi e Shunya compiono da Yokohama a Tokyo, il passaggio dal piccolo centro a l’emblema della modernità che avanza, ricorda molto il viaggio che i due vecchi di Viaggio a Tokyo (1953) compiono lasciando il loro piccolo viaggio per andare a trovare per l’ultima volta i loro figli.

La voglia di restare ancorati a dei riferimenti assoluti lo si coglie anche nel modo con cui viene rappresentato il dualismo uomo-donna.

Umi rappresenta l'essenza della femminilità operosa, la prima ad alzarsi, prepara colazione per tutta la famiglia. Sono molte le sequenze dove la vediamo intenta a accendere il fuoco, apparecchiare la tavola, riporre tutte le cose al loro posto. Sarà poi lei con le altre  ragazze del liceo a dare una svolta al destino del club maschile Quartier Latin organizzandosi per pulirlo e  a metterlo in ordine da cima a fondo. Dai maschi ci si spetta qualcos’altro: coraggio e ardimento come il gesto clamoroso che compie Shunya gettandosi dal tetto del club dentro la fontana del giardino per attirare l’attenzione sui destini del club. Le ragazze discretamente interiorizzano tutto, ammirandolo in segreto.

Nell’incontro finale fra i due ragazzi e l’unico amico superstite dei loro padri, la loro stretta di mano,  suggella il passaggio dei valori della tradizione alle nuove generazioni e la benedizione di quell’amore che è appena nato. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TALENT HIGH SCHOOL - Il sogno di Sofia

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2012 - 11:47
 
Titolo Originale: Talent High School- Il sogno di Sofia
Paese: Italia
Anno: 2012
Regia: Daniela Borsese
Sceneggiatura: Emanuela Canonico
Produzione: Lux Vide, DeAgostini
Durata: Sit com in onda dal lunedì al venerdì alle 19 su Super!, a partire dal 24 settembre 2012
Interpreti: Alice Bellagamba, Francesco Salvi, Gianmarco Pozzoli, Gianluca Vicari, Katsiaryna Shulha, Emanuela di Crosta

Sofia è una ragazza che sente di avere talento per il ballo e aspira ad iscriversi alla Talent High School, ma in realtà non dispone di nessun titolo (è una autodidatta) e per di più suo padre, che gestisce una officina meccanica, non apprezza il ballo e preferisce che lei frequenti una scuola più tradizionale. Alla fine Sofia realizza il suo progetto attuando uno scambio di persona ma sa che la sua posizione è in pericolo perché Bard, il suo un po’ presuntuoso compagno di classe, ha scoperto tutto..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’allegria contagiosa viene trasmessa dai simpatici protagonsti della sit com
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I protagonisti sono fortemente caratterizzati in modo da renderli apprezzabili da un pubblico più giovane. La mancanza di ricche coreografie riduce la spettacolarità della sit com
Testo Breve:

Il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial per adolescenti si avvantaggia della simpatia dei protagonisti  e trasmette un senso di contagiosa allegria

 

E’ chiaro che i serial incentrati sulla combinazione scuola, canto e  ballo mostrano grande attrattiva per un pubblico giovanile.
High School Musical della Walt Disney, sia in versione televisiva che cinematografica ha fatto scuola. Le coreografie sono state indispensabili per attirare il pubblico teen ma in realtà si è trattata  di una strategia narrativa che è riuscita ad instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo è stato quello di raccontare una storia di speranza per dei giovani agli ultimi anni di high school, prima di andare all’università o entrare nel mondo del lavoro.

“Glee” ha avuto  e sta avendo  ugualmente molto successo grazie al buon  livello delle parti cantate e ballate ma il tema dominante è molto diverso:  l’esternazione della propria libera sessualità, in qualsiasi direzione si orienti.

In Italia Canale 5 ha trasmesso “Non smettere di sognare”: a metà strada fra la serie Amici di Maria de Filippi e i film romantico-adolescenziali di Federico Moccia; un serial che ha puntato  sulla spettacolarità delle coreografie e su canzoni d’effetto, ma la trama punta tutto sulla complicazione di situazioni sentimentali già “televisionate” tante volte.

 “Talent High School “ costituisce il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial televisivi per adolescenti e lo fa sul canale Super!, un canale di intrattenimento della De Agostini interamente dedicato ai ragazzi e ai giovani (sul Digitale terrestre sul canale 47 e sulla piattaforma Sky sul canale 625).

Anche il questo caso una scuola artistica è l’ambientazione in cui si incontrano e ballano  i giovani protagonisti di questa sit com.

C’è Sofia (Alice Bellagamba, che avevamo già incontrato in Non smettere di sognare e in Maria di Nazareth), una ragazza allegra e serena che vive con un padre bonario e affettuoso (Francesco Salvi) che pur di entrare nella Talent High School (è solo un’autodidatta) si finge un’altra persona e non svela la verità al padre.

Bart (Gianluca Vicari) è un bravo ballerino, figlio di un produttore discografico, che ha un sogno ben preciso: diventare un meccanico della Ferrari. Sofia lo aiuta presentandolo a suo padre che lo ingaggia come meccanico e si stabilisce in questo modo un do ut des fra i due giovani, sempre molto animato.

Greta (Emanuela Di Crosta) è invece una ragazza un po’ stranita ma simpatica, che crede avere il dono della veggenza mentre Marion (Katsiaryna Shulha) , in quanto figlia del preside della scuola ha un atteggiamento di insopportabile supponenza anche se nel suo intimo ha bisogno del calore di un'amicizia;  intanto schiavizza il povero Greg (Romolo Guerrieri), un ragazzo buono e remissivo, che ha l’aspirazione di diventare uno stilista.

Il professor De Blasi (Gianmarco Pozzoli) riesce a tirar fuori dai ragazzi il meglio di sé ma anche lui ha qualche stranezza: è smemorato in modo cronico e si scrive sempre degli appunti sulle mani.

Secondo la logica collaudata della sit com, on c’è una storia che si sviluppa trasversalmente alle puntate, non c’è una evoluzione dei personaggi ma una volta che questi sono stati delineati,  interagiscono fra loro in funzione delle circostanze che si vengono a creare ad ogni puntata che si chiude su se stessa.

Tutto si gioca sulla simpatia dei ragazzi e se si potrebbe commentare che nella definizione dei personaggi c’è una certa caratterizzazione macchiettistica, ciò è dovuto probabilmente al pubblico target che è quello della prima adolescenza, per il quale fa premio la solarità e una immediata  individuazione dei caratteri.

Le puntate giornaliere scorrono quindi allegre e serene, perfettamente adatte al pubblico per il quale sono state realizzate.

Un’unica osservazione: se fossero stati inseriti momenti coreografici più ricchi con il supporto di  belle canzoni si sarebbe concesso di più alla gradevolezza dello spettacolo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CAVALIERE OSCURO - IL RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 08/24/2012 - 22:12
 
Titolo Originale: The Dark Knight Rises
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Produzione: SYNCOPY, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 164
Interpreti: Christian Bale, Tom Hardy, Joseph Gordon-Levitt, Anne Hathaway, Marion Cotillard,Morgan Freeman, Michael Caine

Sono passati otto anni da quando Bruce Wayne ha deciso di addossare al suo alter ego Batman le colpe di Harvey Dent e appendere maschera e mantello al chiodo. Gotham sembra pacificata, anche grazie al decreto sicurezza creato in memoria del defunto procuratore, ma una nuova minaccia si avvicina nei panni di Bane, crudele mercenario, terrorista anarchico dall’agenda misteriosa. Tutto comincia con uno spettacolare colpo alla sede della Borsa, ma molto di più si agita nei sotterranei della città. Spinto dal commissario Gordon, Bruce decide di indossare nuovamente la maschera: si troverà ad affrontare la prova più grande della sua vita e le sue paure più profonde. Ma non sarà solo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista/sceneggiatore Nolan resta perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio. L'eroe non deve combattaere da solo le forze del male ma è realmente efficace solo nella misura in cui può dare un esempio
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere.
Giudizio Tecnico 
 
Il film non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità
Testo Breve:

Il film completa in crescendo la trilogia su Batman firmata Christopher Nolan. Come nei film precedenti, l' “eroismo collettivo” è ciò che conta:  il protagonista  deve svolgere sopratutto la funzione di esempio positivo

A quattro anni dal tragico e profondo Cavaliere oscuro, Christopher Nolan affronta l’ultimo capitolo della sua trilogia su Batman (da tempo aveva detto che non ci sarebbero state altre pellicole, con buona pace dei fan) e soprattutto una schiera ormai planetaria di spettatori pronti ad osannarlo in caso di successo, ma anche a prendersela con lui in caso di fallimento. Ebbene, se questo Ritorno non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità (come il precedente il film rifiuta saggiamente il 3D ma è pensato per il formato IMAX, ormai piuttosto diffuso in America, meno da noi).

Uno degli aspetti più affascinanti della poetica di Nolan (che al solito, firma, oltre che la regia, anche la sceneggiatura, insieme al fratello) è la sua capacità di intessere e trasfigurare in racconti di straordinaria invenzione le problematiche più scottanti del mondo in cui viviamo. Qui non sfuggono gli espliciti riferimenti alle rivolte anticapitaliste tipo “Occupy Wall Street” (proprio nella spettacolare azione alla Borsa di Bane e compagni), al dibattito sul cosiddetto “uno percento” (che sarebbe la percentuale di superricchi che si gode una parte spropositata delle ricchezze del pianeta a discapito degli altri), agli eccessi della legislazione sulla sicurezza. Non mancano richiami storici più alti e lontani, come l’assalto alla prigione con la liberazione dei criminali lì detenuti che ricorda la presa della Bastiglia agli albori della Rivoluzione Francese, e i tribunali “folli” con lo Spaventapasseri a fare da giudice a riecheggiare tanti tribunali rivoluzionari e sanguinari, fossero quelli dei giacobini, della Russia comunista o della Cina maoista.

Un cineasta meno abile si sarebbe fatto schiacciare tra l’incudine della realtà e il martello della fantasia mentre Nolan, forse uno dei pochi registi epici ancora in circolazione, riesce a mantenere l’equilibrio di una narrazione che ha sempre un orizzonte di grandezza e osa confrontarsi con la dimensione più alta dell’umano, a costo piegarsi sotto questo peso.

L’inizio del film, in effetti, richiede impegno e concentrazione, anche perché, senza abbandonare i personaggi che il pubblico già conosce, Nolan ne introduce molti altri che hanno un ruolo fondamentale: l’avversario letale Bane, la ladra acrobatica e misteriosa Selina Kyle (che mai viene chiamata Catwoman, anche se il suo abito di “lavoro” prevede degli occhiali che danno l’impressione delle orecchie feline), la generosa ecologista Miranda Tate, e soprattutto il giovane poliziotto John Blake, una sorta di giovane alter ego di Bruce che condivide con lui un passato doloroso di orfano.

In questo film, del resto, Bruce si confronta con una molteplicità di mentori (positivi e negativi) che lo accompagnano in questa ultima e dolorosa parte del suo percorso esistenziale. Già presenti in passato il maggiordomo Alfred (che pure commette qualche importante errore di giudizio), l’ingegnere Lucius Fox e l’acciaccato commissario Gordon, ma del tutto nuovi il suo avversario Bane, e il giovane e idealista Blake. In un ritorno circolare e niente affatto inaspettato, poi, la figura centrale di questo percorso di crescita torna ad essere il padre di Bruce, il milionario mite, idealista e indifeso che viene a riproporre il messaggio centrale della trilogia proprio nell’ora più buia: “Perché cadiamo Bruce? Perché possiamo imparare a rialzarci”.

Nelle stesse parole di Nolan, il “progetto Batman” per Bruce Wayne non è mai stato quello di creare un vendicatore potentissimo in grado di combattere da solo il male che sempre risorge dalle sue ceneri, ma di “dare un esempio” cui altri potessero ispirarsi per dare il proprio contributo alla salvezza. L’errore, semmai, di Bruce e del commissario Gordon, è stato quello di voler sostituire a un eroe vero, il Cavaliere Oscuro, con tutte le sue debolezze e contraddizioni, un “cavaliere bianco”, il defunto Dent, che era in realtà un mito menzognero.

E sulle radici marce della menzogna nulla di buono può crescere: anche metaforicamente, quindi, non è un caso che l’attacco a Gotham nasca dal profondo delle gallerie della metropolitana, e dai tunnel delle fogne dove i diseredati della società si rifugiano. Nolan mostra tutta la sua sfiducia nell’ideologia, sia quella pacificatoria e volonterosa di chi desidera un mondo sicuro e libero dal Male (come Gordon e chi governa Gotham), sia quella “rivoluzionaria” che promette di ridare la città alla gente e – peccato mortale - gioca con la speranza, parla di libertà e offre arbitrio, e finisce per preparare un’apocalisse senza redenzione. Di fronte ad un mondo che sembra incapace di liberarsi del male (o del Male) il dilemma, per Nolan, rimane sempre lo stesso: perdere la speranza e optare per il nulla e l’annientamento o sporcarsi le mani e tentare di cambiarlo, ma mai da soli.

In un film che trae il titolo dal suo protagonista, infatti, c’è da dire che Batman occupa uno spazio modesto (anche se c’è Bruce Wayne con le sue dolorose scoperte, la sua caduta, morte e “risurrezione”, e il riferimento cristologico non è casuale), ma questo del resto è perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che Nolan ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio. Ricordiamo come anche nel Cavaliere oscuro la scelta fondamentale non fosse quella di Batman ma quella degli anonimi ostaggi che decidevano, nel tragico dilemma imposto dal Joker, di non far trionfare la logica del “mors tua vita mea”.

È solo così che anche per un eroe resta aperto il desiderio non solo di essere capaci di fare il proprio dovere fino alle estreme conseguenze, ma anche di poter essere felici e in pace, nel modo più semplice (una famiglia, dei bambini), come nel sogno che ad un certo punto Alfred racconta a Bruce.

Solo così si potrà dire: Batman è morto, viva Batman.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN ANNO DA LEONI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/27/2012 - 19:05
 
Titolo Originale: The Big Year
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Howard Franklin
Produzione: RED HOUR FILMS, DEUCE THREE, SUNSWEPT ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON DUNE ENTERTAINMENT, INGENIOUS MEDIA
Durata: 100
Interpreti: Jack Black, Owen Wilson, Steve Martin

Brad ha ormai 36 ma è divorziato ed è costretto a vivere ancora con i genitori; Sturad è un executive di successo ma vorrebbe fare uno stacco da una vita troppo intensa per dedicarsi alla famiglia. Entrambi decidono di partecipare a “The Big Year” una gara dove vince chi ha visto più uccelli nell’arco di un anno.
Ma debbono fare i conti con Kenny Bostick, che ha già vinto l’anno precedente e non vuole cedere la vittoria a nessuno…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film valorizza i rapporti familiari anche se poi giustifica questi concorrenti che abbandonano famiglia e lavoro per la passione per gli uccelli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I tre comici americani Jack Black, Steve Martin e Owen Wilson fanno del loro meglio ma non si ride molto e la sceneggiatura è piatta
Testo Breve:

Il film può piacere a chi ha una vocazione naturalistica, in particolare ama gli uccelli; è inoltre pieno di buoni sentimenti ma non si ride molto e la sceneggiatura è piatta

Come giudichereste delle persone che per un anno intero smettono di lavorare, lasciano le loro famiglie, spendono un patrimonio in viaggi per correre da una parte all’altra degli Stati Uniti (inclusa una sperduta isola vicino all’Alaska) al solo scopo di cercar di diventare colui che è riuscito a vedere il maggior numero di uccelli? A questo occorre aggiungere che non è previsto alcun premio in denaro e che non è necessario fotografare gli uccelli: è sufficiente dichiarare di averli visti.

A parte congratularsi con gli americani per la loro onestà, viene da domandarsi cosa spinge queste persone a tanto impegno. E’ ciò che cerca di spiegarci questo film, che da una parte vuole trasferire  anche a noi la passione per l’osservazione degli uccelli, dall’altra segue da vicino i tre protagonisti per indagare sulle loro più intime motivazioni. Un impegno preso sul serio, visto che sono stati ingaggiati tre fra i migliori comici americani, Jack Black, Steve Martin e Owen Wilson, che in altre produzioni hanno assunto il ruolo di protagonisti assoluti.

Il film raggiunge in modo soddisfacente il primo obiettivo: durante lo sviluppo della storia abbiamo l’opportunità di conoscere i bellissimi parchi naturali degli Stati Uniti, poter sbirciare fra le fronde di un albero  uccelli rari, venire a conoscenza dei loro nomi e delle loro storie raccontate dai concorrenti nelle lunghe ore di appostamento. Brad ad esempio ama molto il piviere dorato americano: “ Si riproduce nella tundra artica, poi vola fino in Argentina e torna indietro nello stesso  anno. E’ stato visto in Guatemala, poi nell’Illinois: viaggia migliaia di miglia per tutta la sua vita. Nessun passaporto, libertà assoluta”.

E’ con questo continuo riflesso delle storie personali nelle abitudini dei pennuti si iniziano a mettere a fuoco le motivazioni dei bipedi umani: Brad ha ormai 36 anni, è divorziato, svolge un lavoro che non lo appassiona e vive ancora con i genitori. Ma conosce a memoria tutti i richiami degli uccelli e sente imperiosa la necessità di fare uno stacco nella sua vita, applicandosi nell’unica cosa che lo appassiona, nella speranza di poter trovare un nuovo punto di partenza.

Stu è invece un executive di successo che si iscrive al Big Year per cercare di trovare la forza di sganciarsi dal lavoro, andare in pensione e dedicarsi interamente, nelle vesti di nonno, alla famiglia.

Completamente diversa è la situazione di Bostick : già campione nell’anno precedente, si considera un uomo realizzato solo nella misura in cui continuerà ad essere primo. Sua moglie lo ama ma  Bostick non riesce a pensare ad altro se non la vittoria. Il presso da pagare sarà la solitudine.

Il lieto fine è dietro l’angolo: alla fine Brad telefona a Stu per congratularsi per la loro vittoria: hanno perso al Big Year ma hanno vinto nella vita.

Il film può piacere per chi ha una vocazione naturalistica, è inoltre pieno di buoni sentimenti e di sinceri affetti familiari ma soffre di una sceneggiatura piatta: si sviluppa esattamente nel modo in cui si deve sviluppare, avanza dritta verso la conclusione che si intravede già dall’inizio, non ci sono né varianti né sorprese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA VITA E' UNO ZOO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/06/2012 - 19:14
 
Titolo Originale: We Bought a Zoo
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Cameron Crowe
Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna, Cameron Crowe
Produzione: JULIE YORN, PAUL DEASON, MARC GORDON, ALDRIC LA'AULI PORTER
Durata: 124
Interpreti: Matt Damon, Scarlett Johansson, Thomas Haden Church, Elle Fanning

Benjamin Mee, deve accudire i suoi figli, una bambina e un adolescente da solo, dopo aver perso la moglie da appena sei mesi. La città in cui vive è piena di ricordi di lei e decide di abbandonare casa e lavoro per iniziare da zero, occupandosi di uno zoo periferico in stato fallimentare. Riusciranno tutti a rendere accettabile il loro dolore occupandosi della nuova folle impresa e troveranno anche nuove compagnie...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia resta unita intorno al padre nel ricordo della madre scomparsa. Un fastidioso episodio a favore dell’eutanasia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film per famiglie di qualità media, semplice e prevedibile, che potrà interessare anche i più piccoli per la presenza di molti animali
Testo Breve:

Matt Demon, padre di una bambina di 6 anni e di un ragazzo di 14, cerca di ridare un senso alla  propria esistenza  dopo la morte della moglie. Lo ritroverà occupandosi di rimettere in funzione uno zoo sull’orlo del fallimento. Un film per famiglie con qualche difetto.

Duncam è molto preoccupato per l’idea strampalata che frulla nella testa del fratello Benjamin: comperare uno zoo per dimenticare la morte della moglie: “percorri pure tutte le tappe del dolore ma fermati prima di coinvolgere le zebre”.

E’ una delle tante battutine che si inseriscono in un racconto  che è di per se drammatico. Oscillare fra commedia e dramma è un po’ lo stile di Cameron Crowe, così come iniziare i propri film partendo da un uomo in grandi difficoltà, costretto a ricominciare da capo la propria vita e che poi viene “salvato” dalla dolce ragazza che incontra. Era  successo a Orlando Bloom, progettista fallimentare di scarpe in Elizabethtown ma anche a Tom Cruise che in Jerry Macguire era stato costretto a rifarsi una carriera come procuratore sportivo. Adesso è Matt Demon che abbandona lavoro e casa, sale in macchina con i suo due figli per iniziare un’avventura totalmente nuova: prendere in gestione uno zoo che sta per venir chiuso, per il semplice motivo che piace alla sua piccola Rosie e perché in fondo e attirato dalle avventure insolite.

La parte più intensa del film è il rapporto indelebile che Benjanim ha con sua moglie, morta di una malattia incurabile.

Benjamin  tenta invano di cambiare casa, di non andare nei luoghi che frequentavano assieme ma il ricordo di lei è sempre presente perché è una parte di se stesso che non si può cancellare. Ma anche gli altri, umani o animali che gli stanno vicino, hanno i loro problemi: Kelly si abbrutisce ad accudire gli animali dello Zoo e sembra quasi non aver tempo per curare la sua femminilità (una insolita Scarlett Johansson senza trucco), mentre un leone sta per morire e il grizzly non sopporta la sua vita da prigioniero. Interessandosi a loro  Benjamin non dimentica sua moglie (il film si conclude con un bel ricordo di lei) ma scopre che è giusto darsi da fare per gli altri e per la nobile causa di riaprire lo zoo, evento molto atteso dalle famiglie della città vicina.

Interessante anche il difficile rapporto con il figlio, il quattordicenne Dylan. Il ragazzo si è chiuso in se stesso, continua  a 

disegnare volti sfigurati e il padre non lo comprende. Alla fine i due litigano animosamente ma alzando la voce mostrano che ciò che li esaspera e li accomuna è proprio lo stesso dolore e sarà proprio questo l’inizio di una loro rappacificazione. Anche Dylan sarà fortunato perché ci sarà l’undicenne Lyly a fargli compagnia (una Elle  Fanning mal diretta, dopo l’ottima interpretazione in Super 8).

Il film prende fin dall’inizio i toni di un racconto per famiglie ma la voglia di arrivare al lieto fine è così evidente, la sequenza di eventi così prevedibile da far cadere l’interesse alla narrazione; non mancano neanche un paio di “eventi miracolosi” che accelerano il buon esito della riapertura dello zoo. “Se fai una cosa per giusti motivi, nessuno ti può fermare” sentenzia Duncam, ipotizzando l’esistenza di una forma di Provvidenza che collabora alla realizzazione delle buone opere.

Vi è una nota stonata in tutto il film: la discussione fra Benjamin e Kelly intorno alla necessità di sopprimere un leone arrivato al suo stadio terminale. Discutono animatamente perché lui vorrebbe tenerlo ancora in vita dandogli medicine ed antidolorifici (nelle sue parole si intende chiaramente che sta pensando a sua moglie) mentre Kelly gli ribalta il punto di vista: “Non capisci quanto è egoistico prolungare la sua pena?”. Benjamin guarda negli occhi il leone cercando di comprendere che cosa sia giusto per lui ma alla fine si lascia convincere e il leone viene soppresso. Si è trattato  di un animale certo, ma il riferimento agli uomini ed al tema dell’eutanasia è abbastanza scoperto: “avresti fatto lo stesso con me”, commenta Benjamin guardando la foto del leone che non c’è più.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DARK SHADOWS

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/11/2012 - 09:51
 
Titolo Originale: Dark Shadows
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Seth Grahame-Smith
Produzione: INFINITUM NIHIL, GK FILMS, ZANUCK COMPANY, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Jackie Earle Haley,Bella Heathcote

Inghilterra, 1750. Joshua e Naomi Collins, insieme al giovane figlio Barnabas, salpano da Liverpool per iniziare una nuova vita in America. Venti anni dopo, Barnabas è il padrone della città di Collinsport, nel Maine. Ricco, potente e incallito playboy, Barnabas commette però un errore: spezzare il cuore di Angelique Bouchard, una strega nel vero senso della parola, che lo condannerà a un destino peggiore della morte. Lo trasforma infatti in un vampiro e poi lo seppellisce vivo. Due secoli dopo, nel 1972, Barnabas viene inavvertitamente liberato dalla sua tomba e scopre che il mondo è decisamente cambiato. Inoltre, tornato a Collinwood Manor, la sua grande proprietà di un tempo, scopre che è caduta in rovina e che i suoi discendenti, ognuno con i propri oscuri segreti, fanno parte di una famiglia disfunzionale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film di pura divagazione che fa leva su frequenti allusioni sessuali
Pubblico 
Pre-adolescenti
Horror e violenza convertire in comicità, qualche contenuto sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Dark Shadows è un piccolo gioiello, carico di leggerezza e buonumore, qualità formali e spettacolarità
Testo Breve:

Tim Burton continua a indagare sul mistero della morte, questa volta in modo molto leggero e in una confezione elegante

 

Il conte Dracula nasce in Europa, nella seconda metà dell’Ottocento. Ma per diventare davvero il conte Dracula, l’unico Signore, il Re incontrastato dei morti viventi, delle creature della notte assettate di sangue, deve trasferirsi nella nuova Europa, l’America. Questo assunto è visualizzato, in maniera impeccabile, nell’entusiasmante apertura di “Dark Shadows” di Tim Burton. Dalla modernissima Inghilterra, patria della rivoluzione industriale, salpano i Collins. Devono raggiungere la Nuova Inghilterra, nel Maine, per impiantare una moderna fabbrica per la lavorazione del pesce.
Faranno fortuna i Collins. Diventeranno ricchi, straricchi. La città dove si sono insediati addirittura porterà il loro nome (Collinsport). Lì decideranno di  costruirsi un grande, meraviglioso castello: un pezzo della loro radici, trapiantato nella nuova terra. Il figlio ed erede della famiglia, Barnabas (Johnny Depp), ha tutto. Ricchezza, potere, fama, bellezza. S’innamora di una splendida fanciulla, Josette. Ma ha commesso l’errore (involontario) di intrattenersi con la domestica, Angelique. La ragazza lo adora sin da bambina. Da sempre ha g posto su di lui il suo sguardo protettivo e passionale. Non vive che per lui. E non sopporta il tradimento. Per fargliela pagare si trasforma in una strega, dai poteri malefici e assoluti. Prima uccide i genitori di Barnabas; poi spinge al suicidio Josette, infine condanna l’amato in un morto vivente, un vampiro, che imprigiona, ben incatenato, in una bara, seppellita in una fossa profonda. Pratica chiusa? Certo, per un bel po’ di tempo. Sino al 1972.
Lavori di scavo rendono finalmente la libertà al vampiro. Barnabas è stato uomo, ma non ha potuto mai sperimentare il dolore e la disgrazia della vita alla quale è stata sottratta la morte. Dopo quasi duecento anni si ritrova spaesato e frastornato negli effervescenti e trasgressivi anni Settanta. Barnabas vede una grande scritta luminosa, a forma di M, e la scambia per il sigillo di Mefistoele. Ma è solo l’insegna di un McDonald’s. Tornato al castello degli avi, lo trova diroccato. La famiglia è ridotta sul lastrico, soppiantata dall’intraprendente e spregiudicata concorrenza di Angie (reincarnazione di Angelique), bella, aggressiva, ostinata a cancellare ogni traccia dei Collins da Collinsport. Adesso gli elementi ci sono tutti. Come il Conte di Montecristo, Barnabas dovrà dare battaglia. Una battaglia spettacolare.

Non sempre a Tim Burton i film riescono, anche se gode di fiducia, spesso illimitata e soprattutto indiscutibile, fra il nutrito esercito di ammiratori, semplici spettatori o interpreti di varia originalità. “Dark Shadows” è un piccolo gioiello, carico di leggerezza e buonumore, qualità formali e spettacolarità. Basato su una fortunata serie televisiva andata in onda sul finire degli anni Sessanta (quando alle serie televisive mancava la finezza narrativa di oggi), il film di Burton si riallaccia al filone “sempreverde” dei vampiri, in voga sin dalle origini del cinema, e che con la saga di “Twilight” negli ultimi anni ha conosciuto una fortuna commerciale mostruosa.
Se in “Twilight” i vampiri hanno il fascino dell’adolescenza, in  “Dark Shadows” posseggono quel tanto di strampalato, irriverente, sconclusionato (ma divertente) della famiglia Addams, rimodellata sull’estetica pop e kitsch degli anni Settanta, incarnata dalle lampade con le bolle rosse galleggianti, la copertina rossa e blu di “Love Story” di Eric Segal, i capi di vestiario, ricchi di velluti dalle tonalità viola e bordeaux, indossati dai dandy a passeggio nella Swingin London. A tutto ciò viene aggiunta una colonna sonora d’epoca, a tratti spettacolare. E, su tutto ciò, regna sovrano Johnny Depp. Il vampiro (ad oggi) più fico della storia del cinema.

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
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THE AVENGERS - I VENDICATORI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/28/2012 - 12:41
 
Titolo Originale: The Avengers
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Joss Whedon
Sceneggiatura: Joss Whedon e Zak Penn
Produzione: Marvel Enterprises/ Marvel Studios
Durata: 142
Interpreti: Robert Downey Jr, Chris Evans, Jeremy Renner, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Scarlett Johannson, Samuel L. Jackson, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Gwyneth Paltrow

Quando il malvagio dio Loki, con l’aiuto di un misterioso potere alieno, scende sulla terra e ruba il Tesseracht, il cubo di energia capace di controllare l’universo che lo SHIELD stava studiando, Nick Fury mette insieme una squadra di supereroi per contrastare la terribile minaccia: Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera, Bruce Banner (alias Hulk), Hawkeye, cui si unisce anche il dio Thor, venuto sulla terra a riprendere il fratello traditore insieme al cubo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film di supereroi come questo offrono a un mondo spesso secolarizzato una sorta di mitologia moderna capace di esplorare verità profonde e condivise.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film mescola con abilità momenti di grande azione ad altri di ironia, commedia, approfondimento psicologico e riesce nella non facile impresa di dare il giusto spazio ai singoli eroi, illuminandone i caratteri
Testo Breve:

Quest’ultima megaproduzione della Marvel unisce i supereroi man mano presentati nel passato in singole pellicole per contrastare una nuova  terribile minaccia per il mondo intero. Le oltre due ore filano via che è un piacere

 

Si tratta probabilmente del film di supereroi più atteso della storia del cinema ed è facile in questi casi che dopo tanto aspettare si possa rimanere delusi. Un rischio che non si corre  di certo con l’ultima megaproduzione (anche in termini di durata, ma le oltre due ore filano via che è un piacere) della Marvel, che unisce i supereroi man mano presentati nelle pellicole singole che hanno scandito gli ultimi anni.

Diretto e scritto da Joss Whedon (autore di Buffy l’Ammazzavampiri, ma anche di Firefly, ironica pellicola di fantascienza con poco successo al botteghino ma una solida base di fan), il film mescola con abilità momenti di grande azione (dove per una volta si apprezza l’altrove superfluo 3D) ad altri di ironia, commedia e approfondimento psicologico e riesce nella non facile impresa di dare il giusto spazio ai singoli eroi, illuminandone i caratteri e facendoli interagire al meglio in sorprendenti ma felici combinazioni.

Whedon trasforma quella che deve essere stata una sfida drammaturgica e produttiva non da poco (passare da film centrati sul singolo a uno policentrico e potenzialmente posticcio) in vera e propria materia narrativa. Di fronte al pericolo di Loki e della sua armata i supereroi all’inizio più che una squadra sembrano un gruppo di primedonne che litiga per il posto in prima fila. Tony Stark, fedele al suo personaggio, non risparmia ai colleghi battute sottilmente cinefile (il capelluto e muscoloso Thor, l’australiano Hemsworth, apostrofato “Point Break” e l’arciere occhio di Falco, soprannominato Legolas) e dà il suo meglio nella sfida verbale con Loki, un dio dell’inganno che alimenta bene gli scontri tra super-ego ma poi si lascia fregare da Vedova Nera. Thor torna sulla terra con il suo senso dell’onore e un rinnovato senso di protezione per l’umanità, Bruce Banner lotta con solente dignità contro il peso del suo alterego verde così irritabile, e Capitan America conserva il coraggio e la rettitudine che lo rendevano un personaggio così amabile già nel suo film, diventando facilmente il centro morale del team. La sua prima entrata in azione, quando con il suo scudo protegge un anziano sopravvissuto all’Olocausto che osa opporsi alla pretesa di sottomissione da parte di Loki, è decisamente memorabile e segna il momento in cui il film prende letteralmente il volo.

A fare da claque convinta al gruppo l’agente Coulson, che compariva per pochi minuti, un po’ come Nick Fury, in quasi tutte le pellicole precedenti, e che qui è l’uomo comune in lotta con il Male, ma anche l’incarnazione nella storia del fedele fan dei supereroi (e infatti ha una collezione di figurine vintage di Capitan America che muore dalla voglia di farsi autografare).

La love story appena accennata (meriterebbe un film a sé) tra Vedova Nera (che lotta per riabilitare il suo nome dai crimini passati) e Occhio di Falco,l’arciere infallibile temporaneamente passato al nemico, è l’unica concessione al terreno del sentimento vero e proprio, anche se di sicuro la sfilata di eroi dai muscoli scolpiti ma ricchi di personalità è fatta per conquistare il pubblico femminile di ogni età.

Se i cattivi di turno (extraterrestri corazzati che piovono da un portale nel cielo sopra Manhattan) non si distinguono per originalità, Tom Hiddleston interpreta con la giusta maligna intelligenza Loki e dimostra di aver colto almeno in parte una delle ragioni del fascino che i film di supereroi esercitano sul pubblico di oggi: essi offrono a un mondo spesso secolarizzato una sorta di mitologia moderna capace di esplorare verità profonde e condivise.

Di sicuro c’è l’autentico e ininterrotto divertimento che I Vendicatori offrono e promettono di offrire, visto che tra eroi singoli e in squadra ne avremo in abbondanza per i prossimi anni. E mal gliene incolga a chi non sa distinguere tra questo intrattenimento di gran classe e i beceri giocattoloni stile Transformers.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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IL CASTELLO NEL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2012 - 16:37
 
Titolo Originale: Tenkù no shiro Rapyuta
Paese: GIAPPONE
Anno: 1986
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: STUDIO GHIBLI, TOKUMA SHOTEN
Durata: 124

Pazu è un ragazzo orfano: lavora in miniera e si ricorda spesso di suo padre, appassionato aviatore, l’unico che dice di aver visto una volta, sbucare fra le nuvole l’isola di Laputa. Una sera vede una ragazza scendere dolcemente dal cielo: è Sheeta che è riuscita a sfuggire dall’aereo dove era tenuta prigioniera. Pazu capisce che l’origine di tale prodigio è nella pietra che la ragazza porta al collo ma non fa a tempo a chiedere altre spiegazioni perché sono inseguiti dai pirati, desiderosi anch’essi di impossessarsi della pietra..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Come negli altri film di Miyazaki, fra i due protagonisti si stabilisce prima una solidarietà, poi un’amicizia che li spinge anche al sacrificio l’uno per l’altra
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Questo film del 1989, il primo di Miyasaki con lo Studio Ghibli definiva già le caratteristiche dei suoi lavori: il fascino del disegno, l’accuratezza nello sviluppo dei personaggi, il senso del magico e del fantastico
Testo Breve:

Questo  film del 1989, il primo di Miyasaki con lo Studio Ghibli definiva già le caratteristiche dei suoi lavori: il fascino del disegno, l’accuratezza nello sviluppo dei personaggi, il senso del magico e del fantastico

Nel 2003 Hayao Miyazaki vinse l’Oscar per il miglior film animato con La città incantata.  Da quel momento la Lucky Red ha avviato  la ammirabile  iniziativa di far conoscere al pubblico le precedenti opere del grande autore giapponese mentre in parallelo uscivano i nuovi lavori: Il castello errante di Howl (2004) e Ponyo sulla scogliera (2008)

Dopo Porco Rosso, arrivato nelle nostre sale nel 2010 (il film è del 1994, ambientato in Italia) ecco ora Il castello nel cielo del 1986, il primo lungometraggio realizzato da Miyazaki con il suo Studio Ghibli.

Mentre le grandi produzioni di animazione americane puntano ormai decisamente sulla computer grafica, questa ricca produzione giapponese conferma, se mai fosse stato necessario, che l’animazione in 2D è una espressione artistica a se stante, ancora pienamente valida.
Lo è in particolare per Miyazaki: con le sue opere restiamo incantati ad ammirare il cielo, le nuvole, i prati e le case e i castelli fra le colline: una visione armoniosa  della natura tipica di questo autore ma in generale di tutta la cultura giapponese.

I suoi film di animazione hanno sempre come protagonisti dei bambini che sono tali per la loro purezza ed innocenza ma sono grandi per le virtù di solidarietà e di coraggio che riescono ad esprimere. Anche se a volte il rapporto fra i due, un ragazzo e una ragazza, sembra sfiorare l’amore , si tratta pur sempre di amicizia che acquista profondità man mano che la storia si sviluppa.
Tipico di Miyazaki è  il gusto per la tecnica vintage,  in particolare gli aerei ad elica o addirittura fantasiosi  dirigibili, come in questo  film.  Se non è difficile individuare alcuni momenti costanti della sua poetica, i principali lavori di questo autore giapponese sono diversi nel loro approccio al mistero e al fantastico.

La città incantata, forse il più coinvolgente, è popolato di immagini oniriche che sembrano scaturire  dai nostri sogni, forse incubi, più profondii; in Ponyo sulla scogliera (ispirato alla favola della sirenetta) il punto di vista diventa molto piccolo, quello di bambini di 4-5 anni per i quali è assolutamente naturale mescolare la realtà con la fantasia; in il castello nel cielo la storia si carica di significati più ampi: l’avidità umana, l’abuso della autorità costituita. Non a caso il riferimento esplicito è al terzo Viaggio di Gulliver di Jonathan Swift, dove il naufrago si ritrova nella città di Laputa  sospesa nel cielo, simbolo secondo l’autore irlandese dell’insipienza umana e delle ricerche inutili della Royal Society.

Il castello nel cielo si incentra sulla storia di due ragazzi orfani: Pazu che lavora in una miniera e Sheeta che poi sapremo essere l’ultima principessa  del mondo di Laputa. Fra i due si stabilisce una forte solidarietà anche perché debbono da subito difendersi dagli adulti: sia i pirati che l’esercito, con tutto il suo apparato di distruzione, sono intenzionati a impossessarsi della pietra magica che ha intorno al collo Sheeta, la chiave per raggiungere il regno sospeso nel cielo.
Il film,  che si sviluppa per più di due ore, è una continua sequenza di eventi , un ribaltamento di situazioni con parentesi comiche ma anche liriche, come il percorso che i ragazzi fanno in una grotta, alla scoperta della magia delle pietre, anch’esse in grado di entrare in comunicazione con noi se le sappiamo ascoltare
Forse una minor ambizione avrebbe giovato alla semplificazione del racconto discorso che risulta comunque sempre appassionante ,senza un momento di cedimento.

Nell’ultimo film dello Studio Ghibli, Arrietty, Miyazaki figura solo come sceneggiatore. Forse , come aveva anticipato, sta realmente abbandonando un impegno diretto nella produzione, ma per fortuna la qualità del disegno è rimasta immutata, invariata la cura nella definizione di personaggi  e questo ci fa sperare che lo Studio Ghibli continuerà ad incantare i piccoli e i grandi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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