Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

PARENTAL GUIDANCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/08/2013 - 14:38
 
Titolo Originale: Parental Guidance
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andy Fickman
Sceneggiatura: Lisa Addario Joe Syracuse
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, WALDEN MEDIA
Interpreti: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Artie non fa a tempo a riprendersi dalla umiliazione di esser stato licenziato come commentatore sportivo (il suo stile è ormai antiquato) che viene invitato assieme a sua moglie Diane ad accudire i loro tre nipotini per qualche giorno mentre la figlia Alice accompagna il marito Phil a una convention. L’impegno si mostra subito arduo, visto che la dodicenne Harper vuole andare a una festa dove c’è un ragazzo che le interessa, Turner di 8 è affetto da balbuzie mentre il piccolo Barker di 5 passa il tempo a parlare con un amico inesistente….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due nonni sanno prendersi cura dei loro nipoti e risolvere i loro problemi
Pubblico 
Tutti
Un casting di bravi attori rende brioso il racconto, ma c'è un eccesso di zucchero e di prevedibilità
Testo Breve:

Artie e Diane debbono fare da babysitter per qualche giorno ai nipoti che non vedono da quasi un anno. Un divertente family film che però  non mantiene tutte le promesse

Fino a che punto è giusto esercitare il mestiere dei nonni, sopratutto quando occorre accudire integralmente per qualche giorno i nipotini evitando  di  trattarli come piacerebbe  a loro ma secondo le direttive imposte loro dai  genitori?

Come si fa a ingraziarsi la simpatia dei nipoti, soprattutto quando sono quasi 10 mesi che non li vedono e sono molto più affezionati agli “altri” nonni?

Sono temi interessanti per molti di noi ed  è così che esordisce questo family film che affronta i problemi tipici del confronto di tre generazioni e dell’incompatibilità fra vecchi e nuovi metodi educativi.

In effetti i vincoli di comportamento che ricevono i nonni Artie e Diane nei confronti dei nipoti sono alquanto stringenti: non dar loro alcun cibo che contenga zucchero, non dire loro mai “no” ma “considera le conseguenze”; mai dire “non farlo” ma “forse dovresti provarlo”: non debbono assistere né partecipare ad alcuna forma di violenza neanche  verbale e se giocano a baseball bisogna essere sicuri che nessuno venga espulso né che qualcuno venga considerato il vincitore, per non creare atteggiamenti conflittuali. Come se non bastasse, all’interno di una maglia comportamentale così stretta, i nonni vorrebbero anche riuscire a farsi voler bene, perché sono ai loro occhi due persone assolutamente sconosciute.

E’ questa la parte iniziale del film che è forse la più interessante, perché i problemi che mettono in campo sono reali e condivisibili; purtroppo, nello sviluppo della storia, le conseguenze di tali difficili premesse, cioè le situazioni comiche in cui si va a cacciare Billy Cristal, sono tanto esagerate quanto irrimediabilmente prevedibili.

Alla fine, con i metodi più antichi di questo mondo, con una torta coperta di glassa, con l’acquisto di un vestito carino per la dodicenne che deve fare bella figura a una festa, con la minaccia di qualche sculacciata al pestifero Barker, lo svelamento di qualche trucco professionale del nonno, speaker di professione, al balbuziente Turner e infine giocando tutti insieme in giardino a prendere a calci un barattolo, i nonni riescono a conquistarsi i nipoti e a risolvere molti dei loro problemi. Resta ancora da convincere mamma Alice, affezionata ai suoi metodi didattici ma Artie, operando in lei un tuffo sentimentale nel suo passato da ragazzina, riesce a farle ricordare quanto non fosse molto diversa dai suoi bambini di oggi.

Le  moderne ma fredde teorie pedagogiche che cercano di costruire un mondo ideale che non esiste vengono alla fine sconfitti dal più antico dei metodi: crescere sentendosi amati e costruendosi una salda fiducia in se stessi, cercando di scoprire (realisticamente) le proprie capacità.

Si ride in questo film ma l’urgenza del lieto fine rende la confezione troppo zuccherosa. Il pregio maggiore e la rappresentazione di un genuino affiatamento fra nonni, genitori e nipoti.

Un film simile non va visto solo dai soli bambini né solo dagli adulti ma tutte e tre le generazioni insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE LONE RANGER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/04/2013 - 21:53
 
Titolo Originale: The Lone Ranger
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura: Justin Haythe, Ted Elliott, Terry Rossio
Produzione: GORE VERBINSKI E JERRY BRUCKHEIMER PER SILVER BULLET PRODUCTIONS, JERRY BRUCKHEIMER FILMS
Durata: 149
Interpreti: Johnny Depp, Armie Hammer, Tom Wilkinson, William Fichtner,, Barry Pepper, Ruth Wilson, Helena Bonham Carter

Texas, subito dopo la guerra civile. John Reid è un procuratore legale che conosce solo le buone maniere e coltiva l’ideale di una società civile fondata sull’ordine e la giustizia ma si ritrova ben presto coinvolto in una realtà violenta dove i più potenti vogliono sopraffare i più deboli. Tonto è un indiano cherokee che ha commesso un errore da giovane e per questo ha dovuto lasciare la sua tribù. Decidono di unire le loro forze per combattere i nemici di turno…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I nostri eroi combattono con ardimento contro i delinquenti, gli avidi e i profittatori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Si allude a una scena cruenta che però non viene mostrata
Giudizio Tecnico 
 
I film eccelle nelle scene di azione, nelle catastrofi e nelle fughe rocambolesche. Mette in scena uno spettacolo divertente ma lo sviluppo dei personaggi è particolarmente modesto.
Testo Breve:

Il cavaliere solitario con la maschera e il nativo americano Tonto combattono contro le ingiustizie del West. Il team che ha decretato il successo de “I pirati dei Caraibi” ci riprova riesumando il filone del far West. Divertente senza voler pretendere di più.

Il film inizia nel 1933 a S. Francisco (sullo sfondo della baia si intravede il Golden Gate ancora in costruzione) quando l’indiano Tonto ormai centenario, relegato in un museo del West, inizia a raccontare la sua storia. La data non è casuale: è proprio nel 1933 che inizia la trasmissione radiofonica del Cavaliere solitario che ebbe un successo enorme: durò fino al 1954 dopo quasi 3000 episodi. Da allora ci sono stati serie televisive, film, fumetti che hanno ripreso la leggenda dell’integerrimo cowboy mascherato che lotta per la giustizia affiancato dal nativo americano Tonto che nella versione originale fungeva da sola spalla e sostegno nei momenti difficili.

Ora la squadra della trilogia I pirati dei Caraibi (il regista Gore Verbinski, il produttore Jerry Bruckheimer, gli sceneggiatori Ted Elliott Terry Rossio, affiancati anche da Justin Haythe) provano a ripeterne il successo a beneficio soprattutto delle famiglie e dei ragazzi individuando nel westwen il nuovo  filone da dove estrarre avventure a piene mani ma soprattutto puntando su  Jonny Deep che trasforma il nativo americano da semplice spalla in protagonista incaricato di garantire ilarità e simpatia.

Il western dunque. E’ come se si fosse voluto partire dagli inizi,a beneficio delle nuove generazioni. Se la Monument Valley è sempre stato sinonimo di western, qui ci viene ammannita a piene mani in tutte le angolature: non è solo lo scenario per qualche cavalcata solitaria ma  è stato costruito un intero villaggio con tanto di passaggio di ferrovia . Bisogna riconoscere però che l’ampio impiego di riprese all’aperto, la polvere, i volti duri dei caratteristi, i primi piani  della pistola impugnata o della stella da sceriffo rimandano a un solo grande regista del genere: Sergio Leone.

Il film esprime tutto se stesso (ovviamente con un ampio uso della CG) nelle scenografiche e fracassone sequenze d’azione che si svolgono soprattutto all’inizio e nel finale, dove il treno funge da protagonista assoluto. Quando però si passa alle scene dialogate, dove dovremmo conoscere meglio i protagonisti, c’è come una caduta verticale: le battute sono scialbe, il confronto dei caratteri  non decolla e si aspetta impazienti che i due protagonisti finiscano per infilarsi in qualche nuovo guaio per sottrarli a una situazione imbarazzante. Se la figura di Tonto non presenta problemi perché non è il Tonto originale ma è semplicemente Jonny Deep che gigioneggia con una nuova maschera, quella di John Red/Il cavaliere solitario ha il suono fesso di una moneta falsa. La sua fede pura in una America regolata dalla giustizia, dove i delinquenti hanno diritto a un regolare processo senza spirito di vendetta, poteva andare bene per un eroe a stelle e strisce degli anni ‘40 o ’50; oggi, dopo tanti film che ci hanno proposto personalità sicuramente più ambigue e complesse, sembra che si sia voluto innestare un eroe vecchio in un film nuovo.

Il film, anche se in modo sporadico, tenta di sottrarsi dallo schema di un western puramente letterario e cerca di ricostruire lo spirito di quel momento storico: se un gruppo di fedeli battisti invita John Red a leggere con loro le  Sacre scritture, lui esibisce pronto quella che è la sua Bibbia:I Due trattati sul governo di John Locke. C’è anche un lungo discorso del magnate delle ferrovie (un richiamo al Cornelius Vanderbilt che proprio in quegli anni stava costruendo il suo impero nel settore dei trasporti) su come le ferrovie sarebbero state la chiave per un progresso e una ricchezza senza limiti e come chi ne avesse posseduto il controllo sarebbe diventato il padrone della nazione (idea illusoria ma valida a quel tempo, perché il nascente capitalismo monopolista avrebbe presto assunto altre forme: quelle  dell’acciaio ma soprattutto del petrolio).

Alla fine il film risulta gradevole e spettacolare con molte scene divertenti: l’importante è non pretendere molto di più.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DREAM TEAM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2013 - 14:27
 
Titolo Originale: Les Seigneurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Marc de Chauveron
Produzione: VITO FILMS, IN COPRODUZIONE CON O.D. SHOTS, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 97
Interpreti: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Franck Dubosc, Gad Elmaleh,Joey Starr

Patrick Orbéra è stato un glorioso giocatore che ha portato la Francia a vincere i mondiali di calcio ma ora, a cinquantanni, è un uomo alla deriva, alcoolizzato, collerico e che viene tenuto a distanza dalla sua stessa famiglia. Per trovare un lavoro stabile accetta di allenare la squadra di calcio di Molène, un’isola della Bretagna che vive di pesca ma la cui fabbrica rischia di chiudere se la squadra locale non riesce a conquistare un po’ di prestigio. Patrik si accorge che il team è alquanto malmesso e non gli resta che cercare di reclutare vecchie glorie decadute come lui…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di giocatori non più giovani che stanno andando alla deriva scoprono il valore della solidarietà e ritrovano fiducia in loro stessi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale. Turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un film francese che non pretende altro se non divertire e che ci riesce, con l’aggiunta di un pizzico di buona morale
Testo Breve:

Ex giocatori un po’ sbandati si impegnano a salvare una piccola squadra di calcio. Ottimi attori comici realizzano un film corale senza molte pretese ma con messaggio di speranza

Ai tempi gloriosi della commedia all’italiana si organizzava un film con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Vittorio De Sica   ed altri nostri grandi attori comici e il successo era garantito. Sembrava quasi che la sceneggiatura venisse costruita o almeno “interpretata” sul momento, tanta era l’estrosa  l’inventiva di quegli istrioni dello spettacolo. Ora quell’epoca è definitivamente scomparsa (sorvoliamo sulla generazione successiva, quella dei “Natale a..”) mentre in Francia quel certo tipo di cinema popolare è ancora in auge.

Dream Team (in originale: les Seigneurs) è proprio un film che punta tutto sulla “squadra” non solo in termini calcistici ma anche nel senso di compagine di attori di tutto rispetto: Omar Sy ormai notissimo anche da noi per il film Quasi Amici, che accetta di giocare purchè non lo sappia la sua terribile moglie, preoccupata per il suo soffio al cuore; Franck Dubosc, da noi conosciuto tramite Benvenuti a bordo, che ha cercato di riciclarsi come attore ma inutilmente; Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto, Train de vie) un nevrotico playstation-dipendente; Ramzy Bedia (Il concerto) che idolatra Che Guevara e sogna la rivoluzione del popolo. C’è anche una apparizione di Jean Renò nelle parti di se stesso, a dire il vero un po’ imbolsonito.

Molto meno definite le figure femminili: sono presenti o per la loro capacità seduttiva, come la ragazza interpretata da Frédérique Bel, che ha ricevuto il compito di convincere i giocatori, con la sua sola presenza,  che in fondo l’isola mostra qualche attrattiva oppure la ragazza tutto casa e famiglia che immancabilmente si innamora del calciatore che viene dal continente.

Fatta la squadra, il film procede seguendo binari ormai tracciati: i difficili allenamneti con giocatori così diversi  fa innescare  scintille di comicità  mentre la tranquilla vita della piccola isola genera nei nuovi arrivati crisi claustrofobiche. Non manca la suspence indotta dall’ansia di vincere le partite del campionato a tutti costi, mentre la fabbrica rischia di chiudere.

Bisogna riconoscere che il film scorre spumeggiante e con un buon ritmo; si potrebbe concludere che si tratta di un film popolare di buona fattura, senza molte pretese;  il finale è prevedibile e deve essere tale perché lavori come questi vengono realizzati per rassicurare,  non certo per turbare.

C’è però una piccola  anima segreta nel film che lo riscalda e che lo rende più interessante di quanto ci si possa aspettare: la solidarietà fra uomini che sanno di essere fragili, che sanno che riprendere in mano il pallone comporta per loro ricordare fallimenti passati ma che tuttavia vanno avanti perché quella piccola squadra per cui giocano li costringe a non pensare a loro stessi  e forse per la prima volta riescono ad essere altruisti.

Giorno dopo giorno, lo sforzo per restare uniti e affrontare una sfida che li accomuna sublima la loro soggettività e poco a poco li trasforma. Per alcuni sarà l’effetto di una stagione, forse finito il campionato torneranno alla vita scombinata di prima ma qualcosa di positivo è accaduto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EPIC - IL MONDO SEGRETO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/23/2013 - 18:19
 
Titolo Originale: Epic
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Wedge
Sceneggiatura: Daniel Shere, William Joyce Tom, J. Astle, Matt Ember, James V. Hart
Produzione: BLUE SKY STUDIOS
Durata: 104

Mary Katherine, per gli amici MK, raggiunge una casetta in mezzo al bosco dove abita suo padre scienziato. Sua madre è morta da poco e MK cerca di riallacciare i rapporti con questo padre un po’ svitato che si ostina a fare ricerche con la pretesa di dimostrare che il bosco è abitato da un popolo di piccolissime creature. MK scopre che il padre ha ragione: ridotto anche lei a dimensioni minime, si accorge che nel bosco è in atto una battaglia fra le forze del bene e quelle del male per la sopravvivenza della natura…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Le foglie sono tante ma l’albero è uno”: è l’invito che proviene dal film alla solidarietà e all’unità di intenti fra chi si sente parte dello stesso popolo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia piena di fascino grazie a una CG in 3D particolarmente riuscita e con protagonisti ben caratterizzati
Testo Breve:

Mary Katherine scopre che  il bosco è animato da piccolissime creature impegnate a combattere per la sopravvivenza della natura. Un film pieno di fascino realizzato con un ottimo 3D, adatto per piccoli ecologisti 

Sono tanti i film che ci hanno prospettato l’esistenza di minuscole creature che popolano i boschi e la semplice erba dei nostri giadini e alla fine bisognerà pur crederci. Luc Besson con Arthur e il popolo dei minimei ci aveva fatto scoprire un microcosmo di piccoli esseri che vivono nel giardino di Arthur come in quello di qualsiasi altro bambino. Anche Sho, il ragazzo affetto da una grave malattia al cuore che sta passando un periodo di riposo presso la casa di campagna della nonna, fa la conoscenza con Arrietty nel film omonimo dello Studio Ghibli: una dolce ragazza del popolo dei minuscoli Rubacchiotti che vivono prendendo “in prestito” dagli umnani ciò che loro serve.

Epic assomiglia di più al secondo, come storia di formazione di due adolescenti: se Sho e Arrietty, aiutandosi a vicenda, avevano scoperto il valore dell’amicizia e Sho aveva recuperato la voglia di  continuare a lottare per vivere,  Mary Katherine supera il lutto per la morte della madre ritrovando l’affetto paterno mentre l’indisciplinato e orfano Nod del popolo dei Leafmen diventa un guerriero degno di suo padre.

La storia potrebbe assomigliare alle tante già raccontate per un pubblico di giovani ma questo lavoro di Chris Wedge realizzato con la sua Blue Sky Studios di cui è co-fondatore, conferma il segreto del successo dei suoi precedenti lavori ed in particolare della quadrilogia dell’ Era glaciale: la puntuale e divertente caratterizzazione dei personaggi e la capacità di  non perdere mai il gusto, anche nei momenti che si profilano tragici, per la scenetta divertente e la battuta scherzosa, grazie in questo caso alle due spalle comiche costituite dalle due lumache Mub e Grub, doppiate nella versione italiana da Lillo e Greg.

E’ proprio dal confronto con i precedenti lavori che si resta ammirati dai progressi nell’animazione 3D compiuti   dalla Blue Sky Studios, che continua in questo modo a tener testa a giganti delle dimensioni della Disney-Pixar e Dreamworks: se l’Era Glaciale manifestava una certa semplificazione del disegno, in questo Epic lo stupore per la ricchezza e la complessità delle immagini costituisce l’elemento predominante: numerose e complesse scene di massa, grande ricchezza e fantasia nelle scenografie delle processioni del popolo dei Leafmen nel bosco incantato.

Il tema dominante è quello della difesa della natura: come in Avatar non viene esclusa una qual forma di religione della natura, Epic manifesta la presenza di una misteriosa forza che  regola l’armonia della natura e la rigenera continuamente. Se  Avatar aveva una visione decisamente panteista, in questo caso  prevale una visione dualista dove le forze del male e del bene  si fronteggiano senza esclusione di colpi.

Occorre riconoscere che film come Epic risultano molto stimolanti per i più piccoli perché li invitano ad osservare con curiosità la natura che ci circonda, anche quella più domestica, per abituarli a scoprire quella bellezza che a prima vista non si scorge.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN JERSEY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/30/2013 - 18:13
 
Titolo Originale: Made in Jersey
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Dana Calvo
Produzione: FanFare Productions, Sony Pictures Television
Durata: 8 puntate di 42 minuti
Interpreti: Janet Montgomery, Kristoffer Polaha, Kyle MacLachlan, Megalyn Echikunwoke

Martina Garretti è una giovane donna del New Jersey di origine italiana che grazie alla sua tenacia e nonostante le origini modeste, è riuscita a farsi assumere in un importante studio legale di New York iniziando da subito a risolvere casi anche complessi. I suoi modi schietti ma sinceri riescono a far breccia nel nuovo ambiente di lavoro, formale è un po’ snob e destano simpatia le continue interruzioni sul lavoro che lei subisce da una famiglia numerosa e invadente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista si fa notare per un comportamento onesto verso tutti i colleghi e l’attaccamento alla famiglia di origine
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica per adulti
Giudizio Tecnico 
 
La protagonista è molto simpatica, i casi legali sono ben sviluppati, ma non riescono a sottrarsi a una certa prevedibilità che fanno perdere la suspence per l’inatteso
Testo Breve:

Una giovane avvocatessa di origini italiane risolve complessi casi legali in uno studio di New York. Immagine positiva di immigrati italiani che si distinguono per il loro attaccamento alla famiglia

E’ pensiero comune ritenere, anche se probabilmente non è più vero, che nel New Jersey vivano molti americani di origine italiana. Il serial TV Made in Jersey, in onda  da aprile 2013 su Fox Life, già andato in onda in U.S.A. sulla rete CBS nel 2012, ha come protagonista Martina Garretti, una italoamericana.

Non possiamo che applaudire al fatto che finalmente essere italiani non è più sinonimo di mafioso (I Soprano insegna) ma Martina, cresciuta in una famiglia numerosa di semplici origini, è riuscita con la sua tenacia a diventare avvocato e nella prima puntata la vediamo entrare, come neo assunta, in un prestigioso studio legale di New York. Sono lontani da lei anche i comportamenti rozzi che hanno costituito il successo dei protagonisti di Jersey Shore, giovani cafoni e tamarri di quello stato.

Il suo look inoltre è assolutamente professionale e non tradisce nulla delle sue origini: tailleur d’ordinanaza, borsa business e gonna sopra il ginocchio, unica concessione alla sua giovane età. Dov’è allora la sua italianità, come si può impostare un serial  che possa diventare interessante proprio perché la protagonista è un’italiana?

La risposta è nella famiglia. Un italiano si identifica in U.S.A. (almeno lì, meno male) per una sana, antica consuetudine a mantenere saldi i rapporti con i genitori e i fratelli, a non perdere i legami con la famiglia di origine anche quando si è diventati adulti.

La Garretti è la più piccola di una famiglia numerosa, dove la componente femminile ha la maggioranza: due sorelle, una sposata e l’altra divorziata, un fratello perdigiorno, una madre onnipresente ed impicciona, un padre che a stento riesce a infilare una parola nelle loro conversazioni.

Ad ogni puntata viene presentato un micro evento della famiglia: se Bonnie, la sorella divorziata invita a pranzo il suo nuovo fidanzato, subito dopo si organizza una riunione di famiglia per giudicare se  è l’uomo più adatto; se il figlio della sorella maggiore ruba un giubbotto in un negozio e  il proprietario è deciso a sporgere denuncia, Martina riesce a dissuaderlo offrendogli in cambio assistenza legale gratuita per un suo contenzioso. Se Martina non ha ancora ricevuto la prima busta-paga dallo studio, l’intraprendente mamma va direttamente a parlare con Donovan Stark, il titolare dello studio.

L’italianità va ricercata anche nei modi estroversi, schietti e allegri della protagonista (interpretata in realtà da Janet Montgomery, un’attrice britannica) che fanno da contrasto con i modi distaccati e un po’ snob dell’ambiente dello studio.

Non è da escludere che sia stato costruito di proposito un confronto, puntata dopo puntata, fra i valori portanti dei due mondi: se Martina resta indignata dal comportamento della madre di un suo cliente che ha abbandonato il figlio all’età di otto anni e solidalizza con la sorella nel dissuadere la nipote adolescente dal farsi un tatuaggio, veniamo a sapere che due colleghi maschi dello studio sono riusciti ad ottenere l’adozione di un bambino coreano mentre una cliente altolocata dello studio, essendo sterile, è riuscita a trovare una madre surrogata.

Le parentesi private sono però molto brevi, perché il cuore di ogni puntata è costituito dalla risoluzione di un legal thriller. La perspicace e tenace Martina riesce ogni volta a risolvere un caso che si presenta più complesso del previsto, spesso in contrasto di altri suoi colleghi che si accontenterebbero di un compromesso legale.

Se i dettagli investigativi sono sviluppati con buone competenze legali, la serie si adagia sulla sicurezza di un meccanismo ben oliato, che alla fine rende tutto scontato: il caso viene risolto, Martina riceve l’apprezzamento del capo dello studio, le stesse colleghe, che all’inizio l’avevano ostacolata, finiscono per complimentarsi con lei e la puntata si conclude con il primo piano di  Martina che sorride radiosa, mentre i suoi occhi dicono:  “quanto sono stata brava”.

Il serial non non ha avuto successo, almeno in U.S.A e si è fermato all’ottava puntata. Progettato per un pubblico prevalentemente femminile, si è forse pensato che questo tipo di audience avrebbe gradito la valorizzazione della famiglia e un ambiente di lavoro dove prevale la collaborazione e un’onesta attribuzione di meriti. Forse l’errore è stato proprio qui: non c’è cattiveria nelle storie, non c’è sesso (Martina si occupa solo di lavoro e non ha un fidanzato) né violenza.
Indubbiamente non ha aiutato una certa ripetitività nei plot delle varie puntate che forse ha contribuito a far sì che  il “buono” diventasse “buonismo”. Probabilmente il “buono” deve nascere, per interessare, dal contrasto con il “cattivo”

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KIKI - CONSEGNE A DOMICILIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/24/2013 - 16:44
 
Titolo Originale: Majo no takkyûbin
Paese: GIAPPONE
Anno: 1989
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: STUDIO GHIBLI, NIPPON TELEVISION NETWORK, TOKUMA SHOTEN
Durata: 102

Kiki ha appena compiuto 13 anni e secondo le regole delle streghe, deve inforcare la sua scopa per fare apprendistato presso una città dove non ci sono altre “colleghe”. Saluta i genitori e inizia il viaggio finché decide di fermarsi in una città di mare. Qui incontra una simpatica panettiera che le offre alloggio ma non riesce a fare amicizia con altre ragazze della sua età perché lei è troppo mal vestita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La generosità di alcune persone che incontra e l’amicizia con una giovane pittrice saranno determinanti per la formazione della giovane Kiki
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film conferma l’incanto dei disegni dello Studio Ghibli e una sceneggiatura particolarmente valida nel descrivere i turbamenti di una adolescente
Testo Breve:

La giovane strega Kiki cerca di essere utile, con la sua attitudine a volare su di una scopa, agli abitanti di una città dove non è conosciuta. Un film di formazione, di amicizia e di solidarietà giovanile

La Lucky Red ha deciso di regalarci, al ritmo di uno all’anno, i vecchi capolavori dello Studio Ghibli,  diretti e sceneggiati direttamente da Hayao Miyazaki.

Con Kiki – consegne a domicilio-1989, non ritroviamo la passione totalizzante per il volo presente  in Porco rosso-1992 o ne Il Castello del cielo-1986 (ma un dirigibile avrà una parte non secondaria verso la fine) né siamo trasportati in mondi di pura fantasia  come era accaduto ne La città incantata- 2001 o Il castello errante di Howl -2004 (ma la giovane protagonista è pur sempre una strega). Ci troviamo piuttosto sul crinale di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza  e due ragazzi sono protagonisti di un racconto di formazione e di amicizia come era già accaduto ne Il mio vicino Totoro-1988, in  Arrietty-2010 e ne La collina del papaveri – 2011.

Kiki ha tredici anni e secondo le regole delle streghe, è l’età giusta per iniziare l’anno di apprendistato; salutati quindi i suoi amati genitori e la sua deliziosa nonnina (come lo sono tutte le nonne nei film giapponesi, forse  specchio  di una cultura che rispetta particolarmente gli anziani, forse effetto dei film di Ozu) e inforca la sua scopa  con ancora qualche incertezza nella guida per  raggiungere una grande città, desiderosa di mostrarsi utile.

Una materna signora che gestisce con il marito una panetteria la ingaggia per le consegne a domicilio (ovviamente per via aerea) e le consente  di sistemarsi  in una  stanza ricavata nel solaio del negozio, con una bellissima vista sull’oceano.

Sono tante le componenti che contribuiscono a realizzare quel fascino così particolare delle opere di  Hayao Miyazaki.  Sicuramente il disegno, in questo caso una città di fantasia a metà fra le salite di S. Francisco e la old town di Edimburgo, animata da auto d’epoca e dal vento fresco che proviene dal porto. La natura è poco distante,  sempre presente nei suoi film: fitte boscaglie ma anche animali (in questo caso stormi di oche selvatiche compagne di viaggo di Kiki). Una natura saggia e benevola che  alimenta l’atteggiamento contemplativo di Miyazaki , espressione di un senso di meraviglia che è quasi ossequio verso qualcosa di divino.

Il racconto si sviluppa lento e ciò potrebbe risultare poco gradito ai giovani ma anche questo aspetto concorre a costituire lo stile dell’autore, che ha bisogno di tempo per mostrare le emozioni e le più lievi mutazioni nell’animo dei protagonisti adolescenti.

Sono note di stile che fanno da supporto alla principlale dote di  Miyazaki, vero esperto di umanità: raccontare in profondità  l’animo di un adolescente, in questo caso della tredicenne Kiki.

 Pochi tratti sono sufficienti per delineare le differenze fra i due protagonisti: Kiki è più riflessiva, incerta come tutte le adolescenti, sulla possibilità di essere considerata  carina, sugli abiti da indossare, sul come trattare i ragazzi; Tombo invece è un ragazzo schietto fino ad apparire maldestro, facile all’entusiasmo e incapace di stare fermo.  

Kiki oscilla fra lo slancio entusiasta e l’insicurezza paralizzante e in questa incertezza,  secondo la metafora imbastita dal film, finisce per  perdere  la capacità di volare.

Come era già successo in Arrietty, in Ponyo sulla scogliera, ne  La collina del papaveri, queste crisi di crescita non si superano da soli, ma con l’aiuto di un altro verso il quale si stabilisce un profondo senso di intesa e di amicizia. In questo caso sarà l’estrosa giovane pittrice che la ospita nella sua casa nella foresta a spingere Kiki  a trovare il suo stile personale con cui affrontare la vita, allo stesso modo con  cui anche lei aveva trovato la sua ispirazione artistica. 

Mentre fluiscono i titoli di coda, vediamo il gatto Gigi (amico inseparabile di Kiki) e la sua gatta con tanti gattini, la padrona della pasticceria che si coccola il  bambino appena nato, un finale che fa tornare inevitabilmente alla memoria quello, molto simile (ma in quel caso erano cuccioli di cane) , di un classico family-film della Walt Disney: Lilli e il vagabondo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CROODS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2013 - 17:21
 
Titolo Originale: The Croods
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Sanders, Kirk De Micco
Sceneggiatura: Kirk De Micco, Chris Sanders
Produzione: Dreamworks Animation
Durata: 90

simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio fantastico alla ricerca di una nuova vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Teneri e sinceri rapporti familiari, un bel racconto sul percorso educativo della protagonista
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli per un film divertente ed educativo
Testo Breve:

Una simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio che diventa anche un percorso di maturazione e di apertura alla speranza 

Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli. Una famiglia di cavernicoli, padre madre nonna e tre figli, è l’unica sopravvissuta alle dure difficoltà di un mondo avverso. I vicini non ce l’hanno fatta: chi mangiato da un dinosauro, chi schiacciato da un mammut, ecc. Solo loro sono sopravvissuti. Come? Grazie alla paura. Il padre infatti insegna, per necessità, ai propri figli che solo guardandosi dai pericoli è possibile andare avanti.

Così la famigliola trascorre un’esistenza “tranquilla” tra le buie mura della propria caverna, uscendo esclusivamente per procacciarsi del cibo. Ma è evidente che questo non può bastare, e la prima ad accorgersene è la figlia maggiore, impavida e curiosa nonostante i dettami paterni. Ed è proprio quando lei si decide a rompere le regole avventurandosi nell’ignoto che tutto cambia. Grazie a lei, e all’incontro con un ragazzo, Guy, “diverso” perché pieno di fiducia nel futuro, tutta la famiglia impara a conoscere il nuovo, il bello, il buono che c’è nella realtà, riuscendo anche a scampare al terribile disastro ambientale che incombe su di loro.

Ed è quasi un percorso educativo quello che Guy fa compiere ai suoi buffi e trogloditi compagni di viaggio, un percorso di conoscenza a tutti gli effetti che permette di non porre la paura come unico orizzonte dell’esistenza. È la conoscenza di se stessi, degli altri, del mondo che permette il vero salto evolutivo e la possibilità di una vita più piena.

Altro aspetto interessante di questo viaggio fantastico sono i rapporti famigliari, in particolare quello tra padre e figlia che, seppur non nuovo per il grande schermo, è rappresentato in maniera tenera e sincera, oltre che con una grande dose di esilarante comicità. Il padre rozzo e primitivo per tutta la vita ha pensato solo a salvaguardare i propri cari, e ora si trova costretto a rischiare, ribaltando la propria visione del mondo, per assicurarne la sopravvivenza. Deve vincere la paura per abbracciare la speranza e, nella realtà come in un film di animazione, la cosa è più difficile di quanto sembri.

Con tanta allegria, freschezza e humor “I Croods” riesce nell’intento di divertire tutta la famiglia, insegnando qualcosa di profondo ai più piccoli e soprattutto ai loro genitori.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HOST

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/29/2013 - 11:02
 
Titolo Originale: The Host
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol dal romanzo di Stephenie Meyer
Produzione: Chockstone Pictures/Inferno Entertainment/Nick Wechsler Productions/Silver Reel
Durata: 125
Interpreti: Saoirse Ronan, Max Irons, William Hurt, Diane Kruger; prodotto da Stephenie Meyer, Paula Mae Schwartz, Steve Schwartz, Nick Wechsler

La Terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle Anime. In cambio dal mondo sembrano essere stati rimossi conflitti, inquinamento e ogni forma di violenza...se non fosse che alcuni "sopravvissuti" umani non si arrendono; quando Melanie, una di loro, viene catturata e nel suo corpo viene inserita una creatura aliena, la ragazza fa resistenza e così tra le due inizia un'inattesa e conflittuale convivenza. Quando poi Melanie convince la sua occupante a fuggire per raggiungere il fratello e l'innamorato Jared, la situazione si complica perchè nessuno crede che Melanie sia "sopravvissuta" mentre poi uno dei ribelli si innamora della nuova personalità della ragazza...Intanto sulle tracce dei ribelli c'è una Cercatrice disposta a tutto per annullare ogni forma di resistenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ancora amori romantici sulla scia della serie di Twilight e il tema della riconquista della libertà contro i malvagi alieni.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane,
Testo Breve:

La terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle anime. Il connubio fra fantascienza e storia d’amore adolescenziale non raggiunge l’effetto sperato

Per chi aveva sperato che il coinvolgimento di un autore come Niccol (suoi sia il meraviglioso Gattaca che il geniale Truman Show) potesse in qualche modo "salvare" l'adattamento del romanzo di Stephenie Meyer resterà deluso. Sembra proprio che, forse anche per il deciso coinvolgimento della scrittrice nella produzione, non ci sia verso che il materiale dell'autrice della saga di Twilight possa  maturare al punto da allargarsi oltre il suo target di riferimento. Va detto che il romanzo (per nostra fortuna un pezzo unico) da cui la pellicola è tratta, ha di per sé un punto di partenza problematico, che risiede più nell'impossibile matrimonio tra il genere "storia d'amore adolescenziale" con la fantascienza piuttosto che nella costruzione, in fin dei conti abbastanza banale, di un nuovo triangolo impossibile di quelli che hanno fatto la fortuna della scrittrice mormona. La fantascienza, genere metafisico per eccellenza, è da sempre il "luogo" naturale dove raccontare le grandi domande dell'esistenza, che qui purtroppo vengono ammannite solo in versione "bacio perugina" a discapito di ritmo narrativo e credibilità...

Inutile forse sprecare i paragoni con le varie "invasioni degli ultracorpi", ma nemmeno con le due versioni dei Visitors. Qui la Meyer lancia il sasso di una conquista soft ma non per questo meno drammatica (le Anime, a dispetto del loro nome, sono pur sempre delle specie di insetti luminosi che si installano alla base della testa del corpo occupato annullandone - quasi sempre- l'identità), ma poi, come spesso accade nei suoi romanzi, pretende di annullare il conflitto che lei stessa ha creato. Da una parte, infatti, "normalizza" la relazione tra le due identità che convivono in un solo corpo, dall'altra fa comodamente accettare la suddetta da chiunque la incontri dopo un breve momento di frizione...

Del resto la logica e il funzionamento di questa nuova Terra, non viene, opportunamente, mai davvero spiegato, in modo da non creare crepe nell'impostazione del film, che di fatto punta tutto su questo anomalo quadrilatero sentimentale i cui passaggi appaiono talmente forzati da scivolare in più momenti in un comico involontario.

Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane, dal momento che i potenziali conflitti vengono risolti senza un vero perché, guidando la vicenda verso un finale che non ha il coraggio di essere drammatico e cioè di portare fino in fondo la scelta dell'aliena "convertita". Senza voler svelare il finale siamo dalle parti di Twilight, dove un dilemma impossibile si scioglie come neve al sole lasciando la protagonista felice e contenta...

L'allontanamento non violento degli occupanti (che, d'altra parte, sembra non dare molte garanzie, se non pilotate, sul fatto che possano ritornare), ventilato nel finale, del resto sembra una soluzione simile a quelli che pensano di risolvere il problema dell'inquinamento mandando i rifiuti sulla Luna, e cioè, in questo caso, scaricando i visitatori indesiderati a qualcun altro, lontano qualche anno luce, in ogni caso abbastanza perché non ci si debba preoccupare per il loro destino...

Una serie di compromessi che rende tra l'altro la pellicola decisamente più debole anche sul piano del racconto, a cui mancano picchi e tensione e che rischia di scontentare, con il suo eccesso di retorica, anche il suo pubblico di riferimento, che, un po' come accade con i romanzi rosa, finirà per "scorrere" i minuti del film come le pagine di un libro mediocre, in attesa di uno degli improbabili momenti di intimità della protagonista con i sue due pretendenti...

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UPSIDE DOWN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/11/2013 - 22:24
 
Titolo Originale: Upside Down
Paese: CANADA, FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Juan Diego Solanas
Sceneggiatura: Juan Diego Solanas, Santiago Amigorena
Produzione: NOTORIOUS PICTURES
Interpreti: Kirsten Dunst, Jim Sturgess

Due pianeti sono così vicini fra loro che i loro abitanti possono guardarsi semplicemente alzando gli occhi ma i due mondi sono separati da una profonda ingiustizia: in uno ci sono gli sfruttati, nell’altro gli sfruttatori. Adam e Eve si sono innamorati, a dispetto del fatto che non sono nati nello stesso pianeta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un amore contrastato finirà per trionfare e gli sfruttati riscatteranno il loro destino
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film è ammirevole per l’originalità con la quale ha saputo costruire una storia d’amore in un mondo di pura fantasia ma il racconto manca del pathos necessario per affascinare pienamente
Testo Breve:

Il film realizza un universo futuro  visivamente affascinante, luogo di un romantico amore fra un Romeo e una Giulietta nati in mondi fra loro divisi. Il film colpisce per l’originalità delle scenografie ma lo sviluppo della storia non riesce ad appassionare pienamente

Bisogna riconoscere che non c’è convenienza a desiderare di vivere nel prossimo futuro. A giudicare da quel che ci viene proposto al cinema, il tempo che verrà sarà caratterizzato da  ingiustizia e schiavitù. Solo per citare qualche fim della scorsa stagione, Hunger Games e In Time (che a sua volta rimanda al magnifico Gattaca-la porta dell’universo, dello stesso autore) ci mostrano un mondo irrimediabilmente spaccato in due: da una parte gli sfruttatori, dall’altra gli sfruttati.  Anche nel recente Looper – In fuga dal passato appare evidente che la violenza e la sopraffazione prenderanno il sopravvento.

Nel caso di Upside Down la situazione è un poco più complicata: i mondi ora sono due, ma così vicini fra loro che non sarebbe difficile passare da uno all’altro (è stata perfino costruita una lunga galleria che li collega fra loro, “il mondo di mezzo”, attrezzata con uffici) se non fosse rigorosamente vietato perché nel mondo di sopra ci sono gli sfruttatori (un mondo ricco e colorato) mentre nel mondo di sotto, in bianco e nero, infestato da una pioggia di petrolio che cade da impianti di trivellazione mal gestiti, ci sono gli sfruttati. A rendere più complicata la situazione (i primi minuti del film vengono spesi solo per spiegare questa intricata situazione) ogni essere umano, ogni oggetto  risente della forza di gravità del pianeta di origine  anche quando si reca nell’altro. Venire a contatto con oggetti del mondo gemello può anche essere pericoloso, perché dopo qualche ora generano una combustione.

Dopo un primo momento di smarrimento, lo spettatore riesce ad immedesimarsi in questa realtà spaccata in due (in una sala da ballo “promiscua”, se alcuni ballano con i piedi sul  pavimento, altri volteggiano a testa in giù sul soffitto) anche perché gli autori hanno saputo fare un uso sapiente della computer grafica, rendendo non solo credibile, ma anche esteticamente affascinante questo mondo double-face. Anche in questo universo diviso sboccia, quasi inevitabile, l’amore fra un Romeo e una Giulietta: lui si chiama Adam, è un ragazzo orfano che vive nel mondo di sotto, lei è Eve ed è una privilegiata del mondo di sopra.

Si sono conosciuti fin da piccoli quando, andando sulla cima più alta dei loro mondi e guardando in su, si sono visti ed hanno incominciato a parlare. Una volta che sono diventati grandi, Adam cercherà di incontrarla, sfidando i gendarmi che tengono ben separati i due mondi, le leggi fisiche che lo costringerebbero a “precipitare in alto” quando si trova nel pianeta che non è il suo e a combattere l’amnesia di Eve che dopo un incidente non ricorda più il suo innamorato di un tempo.

Il film ha la graziosità di una favola; la storia d’amore, così contrastata, è carica di  sognante romanticismo e non manca di un suo originale fascino visivo, soprattutto quando i due giovani si trovano fra le nuvole, in cima a due montagne contrapposte: un nuovo, originale contributo all’immaginario filmico.

C’è però qualcosa che manca nel racconto: se è molto curata la descrizione sul come si possono contrastare le due forze di gravità antagoniste, non si percepisce la minaccia di un vero nemico umano (per due volte i due innamorati vengono catturati e per due volte li ritroviamo, inspiegabilmente, liberi). E’ come se il desiderio di costruire un mondo di sogno abbia attutito le tensioni e il film manchi dell’energia necessaria per costruire il punto di svolta catartica della storia.

Il film ha saputo dar corpo a uno spunto sicuramente ingegnoso ed originale  che però finisce per diluirsi nel suo stesso sviluppo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CIRQUE DU SOLEIL 3D: Mondi lontani

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/08/2013 - 20:51
 
Titolo Originale: Cirque du Soleil: Worlds Away
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andrew Adamson
Produzione: ANDREW ADAMSON, MARTIN BOLDUC, ARON WARNER
Durata: 91

Una ragazza s’innamora di un trapezista e lo insegue attraverso i tendoni di un fantasmagorico circo, in una dimensione parallela in cui realtà e immaginazione si confondono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La bellezza dello spettacolo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Andrew Adamson non riesce a costruire un discorso cinematografico sensato che giustifichi la messa in scena, indeciso se porsi dalla parte dello spettatore passivo o trovare una più autoriale sintesi tra immagini e musiche
Testo Breve:

Il film è in realtà un documentario sullo spettacolo messo in scena dal  famoso circo che si esibisce soprattutto negli Stati Uniti ma la realizzazione è piatta e può interessare solo una stretta cerchia di appassionati

La frase di lancio del film recita: “Un viaggio spettacolare in cui l’immaginazione diventa realtà”. Produttore esecutivo è James Cameron – e per questo il poster con furbizia annuncia “Dai produttori di Titanic e Avatar” – e regista è Andrew Adamson, che ha diretto pellicole importanti come i primi due episodi di Shrek e i primi due delle Cronache di Narnia. Tutti questi elementi potrebbero trarre in inganno gli spettatori e far loro credere che Cirque du Soleil sia l’ennesimo fantasy. Nossignore. Si tratta di una versione cinematografica dell’omonimo spettacolo circense, girata durante alcune esibizioni della compagnia a Las Vegas.

Niente personaggi e niente trama, insomma: la cornice – in cui una ragazza entra in un circo, s’innamora al volo di un ragazzo, che poi scopriamo essere un asso del trapezio – è un debole pretesto che serve ad accompagnare lo spettatore all’inizio del film, fargli prendere posto e poi lasciarlo allo stesso spettacolo che vedrebbe se pagasse il biglietto in uno degli allestimenti che ogni anno si tengono in varie città del mondo.

Perché farne un film, allora? Un po’ per il feeling sempre esistito tra i due ambienti dello spettacolo: circo al cinema vuol dire Charlie Chaplin, Cecil B. De Mille e, soprattutto, Federico Fellini. Vuol dire tanti omaggi e citazioni, che vanno dal prologo di Indiana Jones e l’ultima crociata a Madagascar 3. Un po’ perché le esibizioni del Cirque du Soleil erano un banco di prova interessante per continuare a fare esperimenti con il 3D, in un continuo lavoro di perfezionamento tecnologico a cui cineasti come James Cameron – che qui ci mette il nome forse soprattutto per portare un po’ di gente nelle sale – stanno dedicando tempo ed energie.

Gli omaggi cinefili si esauriscono dopo i primi minuti di film quando, come detto, l’introduzione narrativa lascia lo spazio allo show vero e proprio. L’ambientazione non è neanche circense nel senso stretto del termine, giacché le performance del Cirque du Soleil sono piuttosto un intreccio di altre arti, che vanno dal balletto, alla performing art al musical classico, in cui scenografia, coreografia e fotografia la fanno da padrone, dialogando con la musica senza bisogno di parole.

Il 3D è appena percepibile e sicuramente non vale il prezzo del biglietto. Andrew Adamson è indeciso se assecondare lo stupore dello spettatore, tenendosi a distanza, oppure cercare una più autoriale sintesi tra immagini e musiche, lavorando sulla poesia dei corpi, dei movimenti e degli elementi (acqua, aria, terra e fuoco, di cui la fotografia cerca di recuperare le diverse consistenze e luminescenze). Il risultato è più che altro anonimo. Meno interessante di quello che sarebbe potuto essere un documentario con gli stessi protagonisti, non è neanche abbastanza coraggioso da diventare arte astratta.

Insomma, un nulla di fatto: un “film” che porta nelle sale di tutto il mondo uno show altrimenti visibile soltanto in Canada, Stati Uniti e pochi altri Paesi, interessante forse per una nicchia di appassionati di questo genere di esibizioni, che però non dà niente allo spettatore alla ricerca di emozioni, e neanche riesce a costruire un discorso cinematografico sensato che giustifichi la messa in scena. Con l’aggravante che, una volta visto sulla tv di casa, perderà anche quel minimo di spettacolarità che sul grande schermo almeno lo tiene in piedi.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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