Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

MISSION IMPOSSIBLE: ROGUE NATION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 08/28/2015 - 17:37
 
Titolo Originale: Mission Impossible: Rogue Nation
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Christopher MacQuarrie
Sceneggiatura: Christopher MacQuarrie
Produzione: BAD ROBOT, SKYDANCE PRODUCTIONS, TC PRODUCTIONS
Durata: 130
Interpreti: Tom Cruise, Jeremy Renner, Rebecca Ferguson, Simon Pegg, Ving Rhames, Alec Baldwin

Dopo essere riuscito a sventare il furto di un pericoloso materiale tossico, Ethan Hunt ha la conferma dell'esistenza di una pericolosa organizzazione spionistica criminale chiamata Sindacato che intende destabilizzare l'ordine mondiale con attacchi terroristici. Nel frattempo, però, l'MIF viene smantellato e Hunt e i suoi devono decidere se continuare a lavorare in proprio contro un nemico potentissimo... a complicare le cose la presenza di Ilsa Faust, un'agente britannica infiltrata nel Sindacato che stringe con Hunt un rapporto dai risvolti imprevedibili…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film di puro intrattenimento con qualche accenno alla tema della giustificazione della violenza per giusti fini
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere.
Giudizio Tecnico 
 
Un dinamico Tom Cruise, con ottimi comprimari, garantisce ancora una volta il successo di questa particolarmente atletica versione del genere spionistico
Testo Breve:

Mission Impossible arriva alla sua quinta edizione e ancora una volta un ancora atletico Tom Cruise riesce a garantirne il successo, coadiuvato da ottimi comprimari

Sono quasi vent'anni che il cinema si è appropriato del MIF, la squadra delle missioni impossibili ed estreme che la televisione aveva lanciato qualche decade prima e che un motivetto irresistibile e la tag line memorabile "questo messaggio si autodistruggerà..." hanno reso familiare anche a noi affezionati al genere. Dopo cinque lungometraggi bisogna ammettere che la persistente fortuna di questa particolare e atletica versione del genere spionistico si deve soprattutto al carisma e all'energia che il suo protagonista Tom Cruise profonde in tutte le pellicole. Suoi sono gli stunt della scena di apertura dove decolla aggrappato al portellone di un aereo e sue anche le corse in moto e le mille scene d'azione che costellano come al solito la pellicola, da una pericolosa missione in apnea, alle più comuni scazzottate e sparatorie.

La trama è brillante senza essere particolarmente originale: sono più le volte che abbiamo visto l'MIF rischiare più o meno seriamente lo smantellamento che quelle in cui i nostri hanno agito da "normale" protocollo e forse in un mondo che sospetta l'istituzione in quanto tale questo è il destino di ogni eroe che si rispetti (è capitato pure a Captain America...). Questo comunque non impedisce di godersi una storia che fa delle situazioni più improbabili una perenne fonte di autoironia, anche grazie all'ottima alchimia tra il protagonista  e i comprimari, in questo caso soprattutto Simon Pegg, nei panni del fedele Benji Dunn, che mette l'amicizia per Ethan anche al di sopra della fedeltà alla nazione.

A dare una marcia in più al film è però soprattutto la nuova entrata femminile, Rebecca Ferguson, nei panni della britannica Ilsa Faust, un concentrato di azione, intelligenza e citazioni assortite (non bastasse il nome e l'ambientazione marocchina della sequenza centrale, ci pensano le inquadrature iniziali a giocare sulla sua somiglianza con la Bergman di Casablanca, mentre la mossa con cui stende spesso gli avversari è debitrice a quella della Bond girl Xenia Onatopp di Goldeneye) capace di tenere testa e affascinare l'adrenalinico Hunt.

Per funzionare, non si richiede a un film d'azione di indagare chissà quali dilemmi morali, ma è comunque inevitabile che anche questi blockbuster  vivano dello spirito della loro epoca, e allora qui, a parte i soliti Mcguffin (qui una chiavetta che dovrebbe contenere i dati necessari a smascherare il Sindacato ma che ovviamente nasconde tutt'altro), la sceneggiatura di MacQuarrie ricama abilmente sul contemporaneo clima di sfiducia verso le agenzie segrete e la loro onnipresenza occhiuta, sulla mancanza di scrupoli tra alleati di facciata e sull'amoralità della realpolitik senza mai, diciamolo, rischiar di andare tanto in profondità da perdere la sua essenziale leggerezza.

Se la Mission Impossible Force riuscirà mantenere ancora questo delicato equilibrio e Tom Cruise i  suoi muscoli, le previsioni di rinascita della squadra (con o senza la bella misteriosa di turno, che ad ogni buon conto ha detto solo un arrivederci) sono di sicuro positive.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIE - LA FELICITA' E' CONTAGIOSA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/29/2015 - 22:06
 
Titolo Originale: Annie
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura: Will Gluck, Aline Brosh, McKenna, Emma Thompson
Produzione: Sony Pictures Entertainment,Marcy Media, Overbrook Entertainment
Durata: 118
Interpreti: Quvenzhané Wallis, Jamie Foxx, Cameron Diaz, • Rose Byrne

Annie è un’orfanella di dieci anni che vive con altre ragazze nella sua stessa condizione nella casa di miss Colleen, a cui interessano solo i soldi che il comune le versa per prendersi cura di loro. Annie continua a sperare di ritrovare i suoi genitori, anche se gli indizi di cui dispone sono pochi. Casualmente incontra Will Stack, un miliardario di New York, proprietario di una nota casa di produzione di cellulari, che ha deciso di concorrere alla carica di sindaco della città. Il suo staff è preoccupato perché Will si mostra poco simpatico e rischia di perdere le elezioni. Dall’incontro con Annie scaturisce un’idea geniale: Will adotterà temporaneamente in casa sua l’orfanella e in questo modo le sue quotazioni potranno salire alle stelle…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La piccola Annie esprime un ottimismo di fondo nei confronti della vita, in grado di contagiare chi le sta intorno ed è incapace di serbare rancore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film si regge sul divismo della piccola Quvenzhané, la sceneggiatura riesce a trasportare efficacemente il racconto originario ai nostri giorni, ma le coreografie e i canti sono modesti
Testo Breve:

Una piccola orfana viene adottata da un  miliardario che vive solo del suo lavoro ma  che alla fine scopre, grazie a lei, il valore degli affetti famigliari. Da un musical degli anni ’70.

Questo film-musical arriva da lontano. Esattamente dal 1927, quando sul Daily News di New York,  il disegnatore Harold Gray iniziò pubblicare a puntate il fumetto sulla piccola orfana Annie. Il 1927 era l’anno della Grande Depressione e il protagonista milionario era espressione di un atteggiamento conservatore che proponeva la carità (in questo caso l’adozione di un’orfana), come  l’unico strumento esistente per risollevare le sorti dei più poveri, in alternativa all’approccio statale e pianificato previsto dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Il 1970 fu nuovamente un anno di recessione e con l’occasione Brodway ripresentò la storia cercando di esprimere una maggiore armonia fra lo Stato e l’iniziativa privata.  Il musical ebbe anche una sua versione cinematografica nel 1982, per la regia di John Huston

Il film attuale sposta il racconto ai giorni nostri e FDR viene citato marginalmente solo all’inizio del film, come argomento di una lezione a scuola a cui partecipa Annie. Questa volta il miliardario si chiama  Will Stacks,  è un magnate dei telefoni e le minacce potenziali di uno stato interventista, presente nel fumetto originale, sono sostituite, nel presente racconto, da pericoli più insidiosi: l’azienda di Stack può controllare qualsiasi cittadino di New York, conoscendo tutte le loro conversazioni telefoniche degli ultimi dieci anni. Questi aspetti socio-politici sono in realtà molto attenuati, non c’è il dibattito serrato fra il miliardario e il presidente Roosevelt della versione originale ma una fotografia del potere dei media, in grado di determinare il successo o il fallimento di una campagna  elettorale solo  in base a motivazioni irrazionali ed emotive. 

Molto maggiore attenzione viene invece dedicata alla piccola Annie, magnificamente interpretata da Quvenzhané Wallis, già vista in Re della terra selvaggia: la piccola orfana è in un certo modo, il catalizzatore etico del racconto. Il suo ottimismo di fondo, la sua incapacità di serbare rancore verso alcuno, finiscono per sciogliere la corazza di Will Stacks , che ritorna con la mente, grazie a lei, ai tempi in cui, povero, cercava anche lui la sua strada, ma anche quella di miss Colleen, che si mostra burbera solo perché è stata disillusa dalla vita e ha perso la fiducia in se stessa.

Bravo anche Jamie Foxx mentre Cameron Diaz,  che ha accettato la parte quasi come esperimento per testare le sue capacità sonore e di ballerina, fornisce un’interpretazione sopra le righe.

Il racconto alla fine commuove, grazie soprattutto alla piccola star e il racconto si mantiene valido anche in questa versione ambientata al giorno d’oggi, ma la componente musical che risulta limitato, sia nelle coreografie che nei canti. Manca quel che di frizzante e di allegria esplosiva che ci si aspetta da un musical.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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TOMORROWLAND - IL MONDO DI DOMANI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/22/2015 - 10:02
 
Titolo Originale: Tomorrowland
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Brad Bird
Sceneggiatura: Damon Lindelof, Brad Bird
Produzione: WALT DISNEY PICTURES
Durata: 130
Interpreti: George Clooney, Britt Robertson, Hugh Laurie, Raffey Cassidy

Casey Newton è una ragazzina ottimista e con il pallino per la scienza, decisa a cambiare il mondo. Un giorno riceve una strana spilletta che le permette di accedere a Tomorrowland, una dimensione spazio temporale futuristica e meravigliosa. Decisa a trovare quel luogo incrocia la sua strada con Frank Walker, un inventore geniale ma ormai disilluso che Tomorrowland la conosce bene. Con il suo aiuto e con quello della misteriosa Athena dovrà impegnare per salvare il mondo dalla catastrofe…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Bisogna sempre nutrire il “lupo della speranza” piuttosto che quello del pessimismo e impegnarsi a trovare sempre nuove idee per rendere più accogliente il nostro mondo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L’enorme budget investito si vede tutto ma i due protagonisti non sono messi bene a fuoco e manca soprattutto un senso generale a tutta la storia, che rischia di risultare pedante fino alla banalità
Testo Breve:

Un grande budget è stato investito dalla Disney per realizzare questo Interstellar in versione teen ma nonostante autentici momenti di vera meraviglia, il film  risulta pedante fino alla banalità

Parte della delusione che si prova davanti a questa avventura futuristica targata Disney (e per cui qualcuno ha opportunamente evocato la dizione “una versione teen di Interstellar”) deriva probabilmente dalle aspettative generate dal coinvolgimento, alla regia e nella scrittura, di Brad Bird, cui si devono non solo i capolavori Pixar Gli Incredibili e Ratatouille ma anche il riuscito Mission: Impossible - Protocollo Fantasma, sua prima escursione nel cinema live action.

Non che Tomorrowland non offra momenti di autentica meraviglia, come durante il primo “viaggio” di Frank bambino e di Casey nella futuristica città del titolo, o quando la dimora dell’inventore scorbutico rivela tutte le sue ingegneristiche sorprese con un ritmo degno di un cartoon e, soprattutto, quando, in un momento di spudorata creatività cyberpunk la Tour Eiffel palesa la sua natura di rampa di lancio per un altro mondo.

L’enorme budget investito, insomma, si vede tutto, anche se ci si aspetterebbe di spendere più tempo nel mondo del titolo e invece si procede per assaggi e le visite a Tomorrowland si rivelano intermittenti come uno streaming mal funzionante e la parte centrale della pellicola, che vira nel thriller complottistico – con robot in nero, il sorriso di Jim Carrey e una certa facilità a smaterializzare gli avversari – è quella meno convincente di tutte.

 

Il problema, comunque, è soprattutto nel senso generale, pedante fino alla banalità, che culmina nel finale in un generico quanto didascalico appello all’impegno per salvare il pianeta, un misto tra un discorso motivazionale alla Steve Jobs (stay hungry stay foolish), uno spot multietnico à la Benetton e il video promozionale di una setta.

Quanto ai due protagonisti, l’ottimista Casey è un’adolescente stranamente solitaria la cui genialità capace di salvare il mondo è più suggerita che utilizzata, mentre George Clooney (scelto per suo potere di star quanto per la fama di progressista generoso e dedito alle buone cause) lascia alquanto perplessi quando con una quarantina d’anni di ritardo sembra dichiarare il suo amore adolescenziale a una androide con le fattezze di una bambina di undici anni. Hugh Laurie è il più sprecato di tutti nei panni di un cattivo dai piani veramente troppo poco chiari che a tratti assume più le caratteristiche di un fumetto alla Willy Coyote che di un avversario davvero serio.

L’impressione è che la pellicola ce la metta tutta per intercettare la voglia di cambiamento e di rivolta anti-istituzionale della generazione post occupy. ma lo faccia con un piglio da vecchio professore che rimprovera i giovani virgulti per la loro tendenza a crogiolarsi nel pessimismo. Ma quando la lezioncina, come in questo caso, sostituisce l’autentico senso di meraviglia, il rischio è che i destinatari si sentano piuttosto indottrinati che ispirati e il richiamo a “nutrire il lupo della speranza piuttosto che quello del pessimismo” assomigli più alle raccomandazioni di un manuale di self help che ai momenti più ispirati della poetica della Pixar che Brad Bird ha saputo incarnare altrove.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TIMBUKTU

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/16/2015 - 21:59
 
Titolo Originale: Timbuktu
Paese: FRANCIA, MAURITANIA
Anno: 2014
Regia: Abderrahmane Sissako
Sceneggiatura: Abderrahmane Sissako, Kessen Tall
Produzione: LES FILMS DU WORSO, DUNE VISION, IN COPRODUZIONE CON ARCHES FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA, ORANGE STUDIO
Durata: 97
Interpreti: Ibrahim Ahmed (II), Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara

In un villaggio non lontano da Timbuktù durante il breve periodo, alla fine del 2012, in cui il Mali del Nord fu controllato da jihadisti affiliati ad al-Qai’da, truppe armate si aggirano per le strade per far applicare le più rigide norme islamiche e i loro tribunali funzionano a pieno regime. Le donne debbono indossare sempre il velo e i guanti, è vietato cantare o giocare a pallone. Dei giovani vengono frustrati purché sorpresi a suonare la chitarra; una ragazza è costretta con la forza a sposare uno dei guerriglieri . Kidane, che vive pacificamente tra le dune con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastore 12enne Issan, un giorno uccide incidentalmente un pescatore ed ora anche lui deve presentarsi davanti al tribunale jihadista..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’autore islamico ha scritto un’opera di denuncia contro tutte le interpretazioni violente o puramente rituali del corano
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di fustigazione e una di lapidazione. Sono evitati dettagli cruenti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista e sceneggiatore ha scritto un’opera esteticamente molto bella, che riesce in questo modo a rendere più efficace la condanna della malvagità umana
Testo Breve:

Truppe jihadiste che hanno occupato il Mali del Nord impongono con rigore la legge del Corano. Un film esteticamente molto valido per descrivere la vita di ogni giorno sotto un regime fanatico

Per quasi sei mesi, dall’estate del 2012 all’inizio del 2013, guerriglieri jihadisti gli Ansar Dine affiliati al gruppo di al-Qai’da, presero il controllo del Mali del Nord, proclamando lo stato indipendente dell’ Azawad. Al centro del territorio occupato, abitato da popolazioni tuareg, si trova la favolosa Timbuktu, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, una specie di Alessandria del Sahara, famosa per la sua biblioteca ricca di antichi manoscritti, retaggio di un periodo illuminato, in stridente contrasto con il periodo in cui è ambientato il racconto. Le truppe dell’Azaward vennero sconfitte da un intervento francese a supporto delle truppe regolari del Mali.

Il regista rimase colpito, all’epoca, dalla morte per lapidazione di due giovani accusati di avere rapporti fuori del matrimonio. E’ probabilmente a loro che si riferisce la sequenza della lapidazione di un uomo e una donna a metà del racconto, senza alcun commento.  Il film costituisce un’opera corale, esteticamente molto curata, con la fotografia di Sofiane El Fani (La vita di Adele) che cerca di comprendere e farci comprendere cosa ha significato, per la popolazione tuareg, questo regime imposto da formazioni militari per le quali jihad voleva dire solo lotta a chi è infedele e non certo combattimento interiore.

Fin dalle prime sequenze, uomini armati di mitra perlustrano incessantemente le strade del paese imponendo divieti, controllando e arrestando i dissidenti: le donne devono indossare il velo e i guanti, è vietato giocare a palla, fumare o cantare.  Bisogna parlare in arabo. Il regista evita la facile scappatoia di coinvolgere emotivamente lo spettatore in un racconto fatto di spietati carnefici da una parte e inermi vittime dall' altra. Ogni personaggio, non importa da quale parte sia collocato, è visto nella sua umanità e tutti sono devoti ad Hallah e ligi alla Scahri’a. La differenza sta nell’interpretazione del Corano e le varie storie che avanzano in parallelo mostrano il contrasto fra le due impostazioni: una legalista e l'altra più umana e compassionevole, un'analogia forse voluta con il rigorismo farisaico e la buona novella portata da Gesù, presenti nel Nuovo testamento. “Dov’è la pietà, la clemenza, il perdono?” esclama l’imam locale che non esita a contrastare il capo jihadista, che ha imposto il matrimonio a una ragazza del luogo, contro la volontà di lei e della sua famiglia, con uno dei suoi miliziani in base a una sua presunta autorità.  In altri casi la legge islamica trova un’interpretazione univoca. Kindane, il protagonista, pio islamico, che durante una colluttazione ha finito per uccidere involontariamente un uomo, accetta le decisioni del tribunale jihadista perché in linea con quanto scritto nella Sahri’a: se riceverà il perdono dei familiari del defunto sarà salvo, altrimenti la morte andrà pagata con la morte. Significativa è la sequenza iniziale dove un gruppo di guerriglieri sta portando in un nascondiglio un occidentale che è stato sequestrato. Sono pieni di premure per lui: controllano che prenda le medicine di cui ha bisogno nei tempi prescritti. Il film non ci svela le sorti di quell’uomo: probabilmente sarà stato giustiziato. Sono tanti quadri che il regista mette insieme per dimostrare che il punto nodale non sta nell’avere un’indole buona o malvagia: si tratta di persone che cercano con diligenza di eseguire delle regole che sono sbagliate. “L’Islam è stato preso in ostaggio” ha dichiarato il regista in un’intervista. Lui, fedele di Allah,  assiste con sgomento a questa “cattura d’immagine” che è stata compiuta dagli jihadisti più violenti e che hanno fatto si che ad occhi estranei fosse questa l’immagine predominante della sua fede.

Dal film appare chiaro che il regista si è trovato emotivamente coinvolto in questa denuncia, ma non ha trasformato il suo lavoro in un pamphlet politico: al contrario il suo resta prevalentemente un linguaggio cinematografico. Più volte contrappone la bellezza della natura alla violenza umana. La famiglia di Kindane, lui, la moglie e una bambina, intenti a conversare gioiosamente nella loro tenda ,ad accudire pecore e mucche è espressione di una vita felice e pacifica che desidera solo restare tale. La sequenza iniziale, ripetuta anche a chiusura del film, di una inerme gazzella che fugge inseguita da un jeep di guerriglieri armati è stata assunta a simbolo di questa tragica storia.

Più volte abbiamo sperato, in questi tempi violenti, che si facesse sentire la voce di un Islam più umano e non violento. Questo film può costituisce, una prima forma di risposta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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ROMEO & JULIET

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/12/2015 - 19:48
 
Titolo Originale: Romeo & Juliet
Paese: Italia, Gran Bretagna
Anno: 2013
Regia: Carlo Carlei
Sceneggiatura: Julian Fellowes dalla tragedia di William Shakespeare
Produzione: MBER ENTERTAINMENT UK, SWAROVSKY ENTERTAINMENT, ECHO LAKE ENTERTAINMENT, INDIANA PRODUCTION ITALIA, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 118
Interpreti: Douglas Booth, Hailee Stenfeld, Paul Giamatti, Damian Lewis, Stellan Skarsgard, Laura Morante

Romeo, romantico e sognatore, e' l'erede della casata Montecchi. Ad una festa in maschera incontra Giulietta, l'erede della casata nemica dei Capuleti e se ne innamora...Nonostante l’aiuto del saggio Frate Lorenzo, l’inimicizia tra le loro famiglie porterà la storia d’amore tra i due ragazzi ad un finale tragico.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La purezza dell’amore fra due giovani trionfa sull’odio fra due famiglie rivali
Pubblico 
Pre-adolescenti
una scena sensuale, una scena di suicidio
Giudizio Tecnico 
 
Elegante adattamento, fedele al testo della tragedia che beneficia della sontuosa ambientazione lombarda. La palma della migliore interpretazione va a Paul Giamatti nella parte di frate Lorenzo
Testo Breve:

Il tentativo del regista è quello di presentare ai giovani una versione giovanilista del classico dramma di Shakespeare, con un testo molto fedele all’originale 

Una delle tragedie più celebri e conosciute di Shakespeare, nonché una delle storie d'amore più archetipiche della letteratura occidentale, la love story sfortunata di Romeo e Giulietta, trova qui un nuovo elegante adattamento grazie alla penna di Julian Fellowes, sceneggiatore di cinema e televisione, uno dei pochi autori inglesi che probabilmente non si sarebbe sentito in imbarazzo a "rimaneggiare" il Bardo.

In realtà la pellicola di Carlei si mantiene assai fedele alla tragedia shakespeariana, valorizzando al massimo le ambientazioni lombarde (gli esterni sono stati girati a Mantova) e puntando tutto sulla giovane età dei suoi protagonisti, davvero adolescenti al loro primo amore, in particolare Hailee Stenfeld, che ne Il Grinta aveva dimostrato tutta la sua tempra, e che qui tradisce tutta la fragilità, l'inesperienza e la goffaggine, ma anche la folle determinazione dei suoi 14 anni.

Se Douglas Booth, un veterano della televisione inglese in costume, e' un Romeo quasi troppo bello per essere vero (e questo per certi versi rende più credibili le palpitanti incertezze di una Giulietta poco sicura del suo fascino), anche gli altri personaggi della storia, da Mercuzio al timido Benvolio, si assestano su un'età adolescenziale che per certi versi giustifica anche le forzature "teatrali" del testo shakespeariano, anche se non sempre tutti sembrano a trovarsi a loro agio con le complesse battute del testo (qui ancor più che altrove Shakespeare esprime tutto il proprio barocco amore per il linguaggio).

La tragedia è nel suo svolgimento, tra le più scarne ed essenziali del suo repertorio: Réne Girard nota come il Bardo abbia dovuto accumulare ogni sorta di elementi esterni e disgraziati accidenti per complicare una love story di per se stessa assolutamente lineare: Romeo e Giulietta si incontrano, si innamorano all’istante e decidono si sposarsi. Non finissero così male allo spettatore farebbero quasi sorridere certi assurdi avvitarsi tipici dell’età adolescenziale, la propensione all’innamoramento assoluto di Romeo e il suo invocare il suicidio di fronte a qualsiasi impedimento, le palpitazioni si Giulietta e le sue richieste di dichiarazioni magniloquenti. Sarà per questo che in definitiva non sono nemmeno i protagonisti i personaggi più interessanti della storia.

Qui Damian Lewis regala al padre di Giulietta una vena di follia gigioneggiante che talora mostra tratti di inquietante violenza, ma di sicuro il migliore dei comprimari resta Paul Giamatti: il suo frate Lorenzo è un misto di saggezza inascoltata, fiducia nella Provvidenza (qui decisamente contorta), e sincero affetto per il suo protetto Romeo.

E se qualcuno potrebbe lamentarsi di fronte a uno Shakespeare fin troppo shakespeariano (a confronto dell'esaltata e psichedelica quanto indimenticabile versione di Baz Luhrmann con Leonardo Di Caprio), la storia in realtà si prende un paio di sottili quanto significative libertà, da un lato concedendo alla spettatore un'onirica quanto irreale possibilità di lieto fine, dall'altro rendendo ancora più dolente e drammatico il finale sulla scorta di una suggestione che era già nel balletto di Prokofiev. Resta da vedere se in un San Valentino invaso dalle 50 sfumature di Mister Gray ci sarà ancora qualcuno che preferirà l'amore assoluto di Romeo e Giulietta.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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SI ACCETTANO MIRACOLI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/01/2015 - 22:45
 
Titolo Originale: Si accettano miracoli
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Alessandro Siani
Sceneggiatura: Alessandro Siani, Gianluca Ansanelli, Tito Buffulini
Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Serena Autieri, Ana Caterina Morariu

Fulvio è un giovane in carriera, vicecapo del personale di un’azienda del centro direzionale di Napoli, specializzato nel tagliare i “rami secchi”. Quando  viene a sua volta licenziato reagisce violentemente colpendo il suo direttore. Viene quindi affidato per tre mesi in custodia a suo fratello, parroco del loro paese natio sulla costiera amalfitana, con l’impegno di aiutarlo a gestire una casa-famiglia dove sono accuditi sette orfanelli. In paese Fulvio ritrova sua sorella Adele, che ha un rapporto difficile con il marito e conosce Chiara, una ragazza non vedente che si occupa dei ragazzi. La crisi economica pesa anche sulla parrocchia che rischia di dover chiudere la casa-famiglia ma Fulvio ha un’idea: simula un miracolo facendo piangere la statua di S. Tommaso presente nella chiesa in modo da attirare masse di pellegrini…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il parroco di un paese svolge la funzione di guida morale per gli abitanti di un piccolo paese. Non viene definito il modo con cui Adele risolva la sua intricata situazione matrimoniale; forse con un annullamento
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Siani, regista, protagonista e sceneggiatore, sviluppa situazioni di vera comicità ma il racconto tende a disperdersi in un eccesso di citazioni. Poco approfonditi i personaggi di Fulvio e Chiara
Testo Breve:

Un paesino del Sud, raccolto intorno al suo parroco, si riscatta dalla la crisi economica simulando un avvenuto miracolo. Ci sono molte occasioni per ridere  ma i personaggi sono poco approfonditi

Alessandro Siani ,in questo suo secondo lavoro come regista e sceneggiatore dopo Il principe abusivo, conferma le sue scelte: impiega  la sua verve comica non per costruire racconti di acuta satira sociale ma per raccontarci favole semplici che hanno il doppio effetto di procurarci due ore di svago spensierato e consentirci di sognare un mondo come vorremmo che fosse o come lo è stato in passato ed ora non lo è più. Questo paesino affacciato su una stupenda costiera Amalfitana vive tutta intorno alla piazzetta centrale, dove c’è la chiesa, il bar, la bottega del barbiere e del fruttivendolo e dove transitano solo carretti trainati da asini. Tutti si conoscono, ospitali con gli esterni e pronti a battute scherzose fra di loro. Questo microcosmo che vive del poco ma è ricco di rapporti umani non viene posto in contrasto, come accadeva in Benvenuti al Sud, con un Nord consumista e frenetico ma svolge la funzione di ritorno agli affetti familiari (i tre fratelli si rivedono dopo dieci anni) e di contrasto fra i metodi di Fulvio, che persegue l’obiettivo di un rapido risultato anche in modo fraudolento e quelli del parroco-fratello, che cerca soluzioni più durature, possibilmente con la benevolenza divina.

L’aspetto positivo del film è proprio la figura di don Germano (Fabio  De Luigi), personaggio molto meglio costruito rispetto allo stesso Fulvio interpretato da Siani,  perché svolge egregiamente la sua funzione di guida morale della piccola comunità, attento  a riprendere chi sbaglia ma comprensivo delle esigenze di tutti. Ignaro del trucco organizzato dal fratello, non approva il giro di interessi che si è sviluppato intorno al presunto miracolo e chiede a san Tommaso (parla con lui come don Camillo di Guareschi faceva con il crocifisso della sua chiesa) un “segno”  di veridicità.

Ci sono nel film numerose situazioni di autentica  comicità ma ciò che si percepisce è la mancanza di una linea narrativa unitaria che si perde invece nell’abbondanza di riferimenti (l’arrivo delle autorità vaticane nel paese dove ognuno recita una parte prestabilita è una pura replica di quanto accade in Benvenuti al Sud) e in qualche inserto un po’ ruffianesco nei confronti del pubblico, come la presenza di ragazzini dispettosi  o quella di una ragazza non vedente.  

Ciò che manca all’appello è uno sviluppo approfondito della  storia sentimentale fra Fulvio e Chiara. La “conversione” del cinico vicedirettore delle risorse umane,  attratto dal solare semplicità della ragazza è solo intuita attraverso qualche sorriso e un bacio. Chiara (Ana Caterina  Morariu)  appare finta, graziosa bomboletta con un perenne sorriso sulle labbra. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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KZ

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/01/2015 - 18:20
 
Titolo Originale: KZ
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ermanno Alini, Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli
Produzione: Giancarlo Grilli
Durata: 116
Interpreti: Marco Maggioni, Luca Pirola, Michele Ramondino

Dopo l’8 settembre del ’43 l’Italia centro-settentrionale passò sotto il governo della Repubblica Sociale di Salò. Tre giovani del milanese, Guido Valota, Angelo Ratti e Venanzio Gibillini,contrari al regime nazifascista, vennero deportati in diversi campi di concentramento tedeschi. Giudo Valota morì durante una marcia di trasferimento mentre Gibillini e Ratti sono sopravvissuti ed hanno deciso di raccontare, in questa docu-fiction, la loro terribile esperienza.

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il valore di una lucida e forte testimonianza di eventi dl passato recente che non debbono più ripetersi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza sui prigionieri potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Tutta la forza nel film risiede nel racconto dei testimoni sopravvissuti a quei tragici eventi. Le parti ricostruite attraverso attori non professionisti risultano deboli nella messa in scena
Testo Breve:

Due italiani sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti e il figlio di uno dei tanti  che non tornarono più raccontano fatti che non dovranno più ripetersi. Particolarmente istruttivo per le  nuove generazioni 

KZ è la sigla con cui venivano indicati i Konzentrationslager e allo spettatore sorge subito spontanea una domanda: perché ancora un altro film sui campi di concentramento tedeschi? In effetti la produzione mediatica intorno a questa triste pagina della storia recente è molto vasta ma è quasi sempre associata in modo esclusivo al campo più famoso, quello di Auschwitz e allo sterminio di massa  degli ebrei.

Ci furono in realtà tanti altri campi organizzati con meticolosità tedesca: il film cita Mauthausen, Flossenburg, Dachau ma soprattutto Gusen o Ebensee dove morirono quasi 24.000 italiani. Per ricordare al grande pubblico questa parte poco nota della nostra storia recente è stato realizzato questo film che si avvale della testimonianza diretta di chi ha vissuto quell’esperienza, di visite ai luoghi dove avvennero i fatti, di foto e filmati di repertorio e della ricostruzione, tramite attori non professionisti, dei momenti più drammatici. E’ bello inoltre segnalare che il cast tecnico è stato costituito, con la supervisione di Filippo Grilli, dagli allievi del quarto anno della Formazione Professionale Salesiana di Sesto San Giovanni

Le parti più avvincenti sono costituite dai momenti in cui i due testimoni superstiti, Angelo e Venanzio e il figlio di Giulio, che non è più tornato, raccontano le fasi della cattura, della deportazione e dei lavori forzati.  Sono passati molti anni ormai, il tempo ha filtrato le emozioni ma proprio il fatto che il loro racconto risulti lucido, dettagliato, velato di un certo pudore così umano, rende ancora più vera e drammatica la ricostruzione. Di grande impatto è lo strappo dai calori familiari, con la forza o con l’inganno, per ritrovarsi rinchiusi dentro un vagone merci per più giorni senza mangiare né bere, in mezzo ai propri escrementi. E’ l‘inizio della perdita della propria dignità di uomo, che ci consuma all’arrivo nel KZ, dove ognuno diventa solo un numero fra tanti e il vivere o il morire diventa solo un fatto statistico. Quando venne liberato, racconta Angelo, pesava 38 chili. Era questo un altro modo per far diventare i prigionieri degli esseri sub-umani, deboli e ubbidienti a qualsiasi comando. La visita fatta oggi ai campi di concentramento, le descrizioni dettagliate di come venivano preparati i corpi per il forno crematorio ci danno una vivida immagine di ciò che accadde settant’anni fa. Il film non manca di raccontarci un paio di episodi di solidarietà da parte dei soldati tedeschi, attraverso la consegna furtiva di una mela o di una bottiglia di birra. Stranamente il film non sottolinea episodi di solidarietà fra prigionieri ma si concentra sul rapporto carnefici- deportati.

“Giustizia e non vendetta” è lo spirito con cui il regista invita a guardare quegli eventi; i testimoni di allora continuano a partecipare a incontri e dibattiti che cercano di far conoscere alle nuove generazioni ciò che non deve più accadere.

Le ricostruzioni degli eventi tramite attori costituisce la parte più debole del film, non tanto nella recitazione degli attori, quanto nella messa in scena. E’ chiaro che si tratta di un lavoro non professionale ma soprattutto nelle sequenze più drammatiche si nota che gli schiaffi vengono dati con cautela o che le pietre trasportate non pesano più di tanto. Il risultato netto è che questi inserti indeboliscono la drammaticità del racconto dei veri testimoni invece di sostenerla. Si tratta comunque di passaggi di modesta entità e la struttura generale del film resta valida.

Particolarmente rivelatrice è la sequenza realizzata a Mauthausen, dove Peppino, il figlio di Guido, mostra la grande piscina dove i tedeschi si concedevano un periodo di relax, contornati di verde e prati ben curati. Peppino si domanda come poteva avvenire tutto questo: poco più in là la gente moriva mentre intorno a quella piscina altri uomini si concedevano momenti di divertimento e di riposo. E’ la banalità del male che ci lascia più sgomenti e il film ci lancia un chiaro invito a non abbassare la guardia e a mantenere una coscienza vigile

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Francesco (2014)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/11/2014 - 15:23
 
Titolo Originale: Francesco
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Liliana Cavani
Sceneggiatura: Liliana Cavani, Mario Falcone, Gianmario Pagano, Monica Zapelli
Produzione: Rai Fiction, Ciao Ragazzi!,in collaborazione con Bayerischer Rundfunk
Durata: RaiUno, 8 e 9 dicembre 2014
Interpreti: Matieusz Kosciukiewics, Sara Serraiocco, Vinicio Marchioni, Rutger Hauer

Francesco, pur di non lavorare nella bottega del padre, ricco commerciante di stoffe di Assisi, decide di arruolarsi come cavaliere ma poi, riflettendo su alcune pagine del Vangelo che gli aveva dato l’amica Chiara e dopo aver conosciuto lo stato di abbandono in cui vivono tanti lebbrosi, decide di rinunciare ai sui diritti di famiglia per vivere di elemosina e predicare il vangelo nelle piazze e le chiese delle città. Il suo esempio è contagioso: intorno a lui si aggrega una vasta comunità di giovani ma Francesco fatica a fare in modo che i suoi seguaci mantengano viva la spiritualità originaria…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un Francesco che pratica la povertà e predica la pace viene utilizzato come icona di una contestazione giovanile contro tutte le autorità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La regista compie un’operazione ideologica raccontando un “suo” Francesco molto particolare che manca di coerenza stilistica
Testo Breve:

Francesco ritorna in televisione con scarsa veridicità storica, trasformato in icona della contestazione giovanile contro tutte le autorità

Il fatto che la vita di San Francesco d’Assisi continui a venir riproposta sia al cinema che alla televisione vuol dire sicuramente qualcosa. Questo Francesco della Liliana Cavani esce sul piccolo schermo, sempre su Raiuno,  appena sette  anni dopo Chiara e Francesco, la versione prodotta dalla Lux Vide e la stessa regista totalizza ormai tre diverse versioni dello stesso soggetto, dopo il film del 1966 con Lou Castel e quello del 1989 con Mickey Rourke.

Vuol dire che la figura di questo santo continua a interpellarci con il suo messaggio scomodo e affascinante al contempo ma vuol anche dire che le maglie del profilo storico del santo sono sufficientemente larghe da lasciar spazio a quegli  autori  che vogliono  presentare  il “loro” Francesco. Se Chiara Francesco, pur in una forma necessariamente romanzata, cercava di restare aderente ai tratti essenziali degli  eventi noti della sua vita, Liliana Cavani realizza il profilo di un giovane contestatore, un hippie fuori tempo massimo che porta  il suo messaggio di pace, povertà e solidarietà verso gli ultimi richiamandosi a un Dio misericordioso. Questi nobilissimi propositi sembrano però esprimere un radicalismo senza pietas,  impiegato dalla regista come arma contundente per attaccare la nascente  borghesia  bramosa di guadagno e le ottuse regole  di una Chiesa autoritaria.

Anche Fratello sole, sorella luna (1971) di Franco Zeffirelli era il risultato di una trasfigurazione estetizzante della figura di Francesco ma almeno potevamo  attribuirgli il pregio della coerenza stilistica. Il Francesco della Cavani è si, vestito di stracci per vivere in mezzo ai poveri ma i suoi capelli hanno sempre una messa in piega perfetta, una sorta di ragazzo dei quartieri alti che si diletta ideologicamente a intrattenersi con i più sfortunati.

Lo si può vedere  già dalle prime sequenze, nel noto contrasto fra Francesco (l’attore polacco Mateuz Kosciukiewicz) e suo padre (Rutger Hauer).  Nella versione della Cavani il padre: non è il personaggio ruvido e collerico che era stata tratteggiato in Chiara e Francesco ma una persona molto umana, che cerca di risolvere al meglio la situazione in cui lo ha trascinato il figlio.  Alla fine, nella famosa scena del giudizio davanti al vescovo, Francesco non chiede neanche perdono a suo padre e quando, tempo dopo, questi lo incontra mentre sta elemosinando per le strade e cerca di dargli almeno una moneta, Francesco sdegnosamente rifiuta. Non si può che parteggiare decisamente per questo padre infelice..

Anche Chiara (Sara Serraiocco) sembra affetta dallo stesso radicalismo astratto: la vediamo impegnata, quasi un Pannella ante litteram,  a digiunare per ottenere dal Papa l’autorizzazizone perché il nascente ordine delle Clarisse possa vivere senza alcuna rendita terriera, diversamente dalle usanze del tempo. L’autorizzazione poi arriva ma la fiction trascura di dire che Chiara e le sue sorelle vissero, com’era naturale, oltre che di elemosina, dei proventi ricavati dalla vendita dei lavori realizzati in convento, in piena contaminazione quindi con le odiate regole del mercato.

I rapporti tesi fra Francesco e la Chiesa del tempo finiscono per far assomigliare  in modo antistorico, le idee del santo ai tanti movimenti pauperisti di quel tempo. Liliana Cavani trascura di sottolineare la peculiarità del suo messaggio: la volontà di non fare nulla che fosse al di fuori del mantello di Madre Chiesa e il suo modo di esaltare la natura (niente prediche agli uccelli, niente colloquio con il lupo in questa versione), segno tangibile della generosità del suo Creatore. Quest’ultimo aspetto era particolarmente significativo perché si poneva in palese contrasto con i movimenti dualisti del tempo, come i Catari, che vedevano un conflitto irrisolvibile fra la materia e lo spirito.

La fede del Francesco della Cavani sembra costituire un anticipo del protestantesimo: il vero messaggio di Cristo va scoperto non nella dottrina della Chiesa ma nel Vangelo e nel “vento”. Espressione generica che più che far riferimento allo Spirito Santo sembra l’invito a obbedire a una forma di sentimentalismo del subconscio. La scena in cui Francesco parla a un gruppo di giovani  sembra il sermone di uno dei tanti predicatori d’oltre Oceano di oggi:  ogni frase  che Francesco dice viene intercalata  dal pubblico:con dei:  “si!” ,“giusto!”, “siamo con te!”.

Come chicca finale ci viene presentato un Francesco fautore della teoria dell’inferno vuoto; conclusione necessaria, secondo lui, perché Dio è misericordioso. E’ un modo di confondere la misericordia con il buonismo e di negare la reale libertà dell’uomo, pienamente responsabile dei suoi atti, nel bene come nel male.

Ben tratteggiato l’incontro con il sultano (d’altronde non abbiamo informazioni su cosa si dissero realmente i due uomini): Francesco beneficia della famosa ospitalità araba e viene anche curato agli occhi in omaggio alla fama della medicina mediorientale del tempo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GUARDIANI DELLA GALASSIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/23/2014 - 17:47
 
Titolo Originale: Guardians of the Galaxy
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: James Gunn
Sceneggiatura: James Gunn, Nicole Perlman
Produzione: Marvel Studios, Moving Picture Company
Durata: 121
Interpreti: Chris Pratt, Zoë Saldaña, David Bautista, Lee Pace, Benicio del Toro, Karen Gillan, Josh Brolin

Nel 1988 Peter Quill è un ragazzo che riceve da sua madre, prima di morire di cancro, un mangianastri con incisi i successi del momento. Disperato, Peter esce correndo dall’ospedale ma viene catturato da un’astronave di pirati dello spazio capitanata da Yondu, un umanoide dalla pelle bluastra. Ventisei anni dopo Peter è un avventuriero dello spazio che si fa chiamare Star Lord e che va a zonzo per lo spazio ascoltando sempre la musicassetta che la mamma gli aveva regalato. In un pianeta disabitato trova una strana sfera luminosa, di cui non tarderà a scoprire gli immensi poteri : vogliono averla il feroce Ronan che con essa intende distruggere il pianeta Xandar e lo stesso Yondu.
Quill riesce a formare una squadra composta dal procione Rocket, mago della meccanica, il suo amico Groot, una creatura dalle sembianze d'albero, la bella, anche se di color verdastro, Gamora e il grosso e irascibile Drax. Assieme partono per raggiungere la gigantesca e potente astronave di Ronan: vogliono assolutamente sventare il suo piano criminale…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Cinque avventurieri si uniscono per combattere il principe del male e sapranno fare squadra, pronti a sacrificarsi per gli altri
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di intenso combattimento (mai cruento) potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce ad essere altamente spettacolare ma al contempo non rinuncia a farci conoscere i protagonisti nella loro intimità. Belle musiche e fantasiosi costumi. Un film espressione di grande professionalità
Testo Breve:

Peter Quill è un avventuriero delle galassie che nasconde un doloroso segreto e porta sempre con sè l’audiocassetta che gli aveva regalato la madre prima di morire. Un film di fantascienza che vuole competere con Star Wars e che mescola molto bene grande spettacolarità e momenti di intimità dei protagonisti. 

Nella cultura occidentale la mitologia ha avuto nel passato dei contorni ben precisi. Gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea hanno alimentato, ancora di recente la grande macchina per entertainment di Hollywood (basti pensare a Troy, del 2003). Anche la Bibbia è stata usata come fonte di racconti spettacolari di cui Cecil B. de Mille è stato il più fiorente utilizzatore (basterebbe pensare a I dieci comandamenti del 1956).  In seguito, dopo il successo di Star Wars iniziato nel 1977, Hollywood aveva compreso che il mito si poteva proiettare con successo nel futuro invece che nel passato; con una lenta progressione,  ha iniziato a puntare su degli eroi nati in casa propria: quelli dei fumetti. Iniziando con Superman di Richard Donner del 1978 ma anche con Batman di Tim Burton del 1992, progressivamente sono stati portati sullo schermo un po’ tutti gli eroi dai superpoteri della Marvel. Il successo veniva garantito dalla spettacolarità dei combattimenti, da un eroe a tutto tondo che doveva affrontare temibili avversari e da alcune spalle comiche di contorno, come i due indimenticabili robot di Guerre Stellari. Era spesso presente una certo atteggiamento ironico del protagonista e non sono mancati nobili messaggi come nella trilogia su Batman di  Christopher Nolan (sacrificio per l’altro e solidarietà nel combattere il male) o nella nuova serie di Star Trek dove prevale  una visione  ottimista dell’uomo: aperto  con intelligenza all’avventura e a tutto ciò che è nuovo ma rispettoso di ogni forma di vita e civiltà.

I guardiani della galassia, se conferma la ricerca di spettacolarità nei combattimenti spaziali (ha tutta l’intenzione di rinnovare il successo di Guerre stellari) introduce nuove formule nella gestione dei personaggi.  Adesso la comicità non è più  appannaggio delle “spalle” ma è presa in carico direttamente dal protagonista Quill, più abile con le parole che con i suoi muscoli; i cinque eroi (uno solo è “semplice” umano) alternano ai quasi doverosi combattimenti (la trama, in fondo, è solo un pretesto) divertenti bisticci fra loro come fra amici che si incontrano al bar, prendendosi simpaticamente in giro. E’ un modo nuovo di farci conoscere questi eroi-non eroi, di scoprirli  nell’intimità del dopo-lavoro, quando  si infilano le pantofole.  E’ forse questa simpatica leggerezza combinata con una scanzonata vitalità,  uno dei motivi di successo del film, che è riuscito a porsi  in speciale sintonia d’onda con gli adolescenti e gli young adult a cui è destinato.

Arrivato buon ultimo sugli schermi italiani, il film ha incassato finora più di 700 milioni di dollari a livello mondiale. Significativo è il fatto che dopo gli Stati Uniti, i migliori incassi si sono avuti in Russia, dimostrando come  i giovani posti a latitudini così diverse abbiano una comune sensibilità.

Il film sta avendo successo per molti altri motivi: un 3D di grande impatto, costumi fantasiosi e una capacità di mescolare ingredienti di contrasto: musica originale ma anche le hit dgli anni 70-80; eroi indomiti che serbano nel loro cuore un grande spazio per gli affetti familiari spesso perduti; colpi di fantasia come quando Groot, un ominide di origine vegetale, moltiplicando le sue braccia a forma di rami, protegge in un unico abbraccio i suoi quattro amici.

Si tratta di un film di 121 minuti dove si alternando scene di azione a incontri più intimi, senza che si percepisca alcun segno di stanchezza. Il tutto si può desrivere con un solo appellativo: grande professionalità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VADO A SCUOLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/19/2014 - 10:34
 
Titolo Originale: Sur le chemin de l'école
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Marie-Claire Javoy, Pascal Plisson
Produzione: WINDS, YMAGIS, HERODIADE CON LA PARTECIPAZIONE DI OCS E FRANCE 5
Durata: 75
Interpreti: Jackson Saikong, Samuel J. Esther, Zahira Badi, Carlito Janez

Quattro storie. 1) Il piccolo keniota Jackson, dieci anni, deve percorrere ogni mattina più di 15 km a piedi per raggiungere dal suo villaggio la scuola più vicina. Più che compiti e interrogazioni, a preoccuparlo è l’attraversamento di una pista battuta dagli elefanti. 2) La marocchina Zahira, undici anni, deve fermarsi tutta la settimana in un alloggio per studenti insieme a due sue amiche. La scuola è troppo lontana perché facciano andata e ritorno in giornata. La già difficoltosa marcia sulle montagne, in uno sfortunato lunedì mattina, si trasforma in un calvario quando una delle bambine prende una storta a una caviglia e non riesce a camminare senza rallentare tutto il drappello. Indietro non si torna: troveranno un automobilista disposto a dar loro un passaggio? 3) Per il bengalese Samuel la scuola dista solo 8 km da casa. Peccato che il bambino sia in sedia a rotelle e i suoi fratellini Emmanuel e Gabriel non troveranno un metro di asfalto sull’accidentata strada verso la destinazione. 4) È un percorso a ostacoli anche quello del piccolo Carlito, abitante della Patagonia, che deve farsi ogni mattina 25 km sì a dorso di un cavallo ma anche in compagnia di una sorellina petulante. Che sollievo per tutti e quattro sedersi finalmente tra i banchi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel documentario che, proprio per una sua immediata spendibilità nei contesti educativi, andrebbe “servito” con tutta l’attenzione che merita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben diretto, sobrio e ha uno sguardo che ci sembra sincero sulle persone e sugli eventi descritti
Testo Breve:

Incredibili percorsi impervi che bambini in varie zone del mondo devono fare a piedi per arrivare nelle loro classi. Dalle savane del Kenya, alle montagne del Marocco, all’India, agli altopiani della Patagonia. 

Il cinema francese è forse stato il più attento, negli ultimi anni, al tema dell’educazione. Il bellissimo documentario Essere e avere (2002) di Nicolas Philibert, ambientato in una scuola elementare in Auvergne, è un capolavoro del genere. Da non perdere, per motivi diversi, sono anche Les choristes (2004) di Cristophe Barratier e La classe (2008) di Laurent Cantet, premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Anche la stagione cinematografica in corso ha avuto il suo film incentrato sull’argomento: Vado a scuola del documentarista Pascal Plisson racconta i percorsi impervi che bambini in varie zone del mondo devono fare a piedi per arrivare nelle loro classi. “Dalle savane pericolose del Kenya, ai sentieri tortuosi delle montagne dell’Atlante in Marocco, dal caldo soffocante del sud dell’India, ai vertiginosi altopiani della Patagonia, questi bambini sono uniti dalla stessa ricerca, dallo stesso sogno”. Così si legge nelle note di produzione che accompagnano il film, un racconto emozionante che evidenzia come, accanto alla fatica, ci sia anche la coscienza di come l’istruzione consentirà a questi bambini una nuova vita. “Ero nel Nord del Kenya alla ricerca di luoghi per un film sulla natura – racconta il regista – e ho intravisto alcune strane forme in lontananza. Camminavano dritti verso di noi e, quando si sono avvicinati, mi sono accorto che erano tre giovani guerrieri Masai. Mi hanno spiegato che avevano lasciato la casa prima dell’alba e che avevano corso due ore per raggiungere la scuola. Questi giovani Masai hanno rinunciato a essere guerrieri pur di studiare”. Chapeau!

Tante nobili intenzioni non possono che ottenere la nostra approvazione, anche se l’uso del documentario nelle scuole e in altri contesti educativi deve essere fatto con criterio. Se una critica possiamo avanzare, infatti, non è al film in sé – che è ben diretto, sobrio e ha uno sguardo che ci sembra sincero sulle persone e sugli eventi descritti – ma alla modalità con cui è stato recepito e recensito. In Italia almeno tre nostri critici hanno citato i ragazzini viziati, quelli accompagnati a scuola dall’autista col SUV, come i destinatari ideali di una lezioncina colpevolizzante. Se il film fosse questo, un banale ricatto moralistico, sarebbe del tutto inutile come mezzo educativo. Ci vuole ben altro a smuovere dall’apatia i nostri giovani “sdraiati” ma ovviamente è molto più comodo per chi dovrebbe educarli minacciarli con il senso di colpa. E quando da piccoli siamo stati ingozzati di cibi che non ci piacevano, l’argomentazione che dall’altra parte del mondo ci fossero bambini che morivano di fame, che in teoria avrebbe dovuto rendere irresistibili certi immondi passati di barbabietole, già allora ci sembrava pretestuosa. 

Forse lo spettatore occidentale, che si scontra con l’inutilità dei suoi prestigiosi titoli di studio in una società globalizzata che premia il “saper fare” svalutando educazione e cultura che non siano immediatamente monetizzabili, si chiederà cosa mai possa insegnare la scuola a questi minuscoli eroi che già non insegni loro la vita. Quello spettatore dimenticherebbe che all’istruzione si affida davvero lo sviluppo di un popolo, il cui futuro e progresso dipendono proprio dalla speranza della rottura di un circolo vizioso in cui le disparità sociali e culturali aumentano dipendenze e sfruttamento (può essere utile leggere sull’argomento l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI).

Insomma, un bel documentario che, proprio per una sua immediata spendibilità nei contesti educativi, andrebbe “servito” con tutta l’attenzione che merita e accompagnato, più che dall’istinto di fare confronti impossibili, da qualche buona lettura.

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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