Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

EDGE OF TOMORROW - SENZA DOMANI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/30/2014 - 07:32
 
Titolo Originale: Edge of tomorrow
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Christopher McQuarrie, Jez Butterworth, John-Henry Butterworth
Produzione: 3 Arts Entertainment/Viz Productions/LLC
Durata: 113
Interpreti: Tom Cruise, Emily Blunt, Bill Paxton, Brendan Gleeson, Noah Taylor

William Cage, un maggiore dell’esercito americano esperto di comunicazione ma senza alcuna esperienza sul campo, viene incastrato da un infido generale e mandato sul fronte a combattere corpo a corpo contro ferocissimi alieni che hanno invaso la terra. Praticamente una condanna a morte. Senza alcun addestramento e competenza militare, il nostro viene subito falcidiato dalle forze nemiche (in una spettacolare battaglia che dovrebbe essere la versione interplanetaria del D-Day), salvo risvegliarsi, sano e salvo, la mattina prima del combattimento, preso a calci da un sergente che lo invita a unirsi alle altre reclute. Sconvolto, Cage si rituffa nella mischia ma, ogni volta che viene colpito a morte, si risveglia nello stesso identico istante del giorno prima. Ogni giorno, va da sé, il nostro riesce a sopravvivere più a lungo e in maniera diversa ma questo non basta né a raccapezzarsi né a evitare la morte, giacché lo stesso giorno che Cage è condannato a ripetere in eterno è anche quello in cui gli alieni avranno definitivamente ragione dell’umanità intera. Le risposte, quasi tutte, ce le ha una pluridecorata e tostissima eroina di guerra, l’unica a credere alla sua storia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film divertente e scacciapensieri, senza controindicazioni
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e di tensione, nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
L’uso della grammatica del genere e delle fonti pregresse è molto sfacciato nel primo terzo del film ma con l’entrata in scena di Emily Blunt il film improvvisamente decolla, si sgancia dalle pesantezze dell’incipit e trascina lo spettatore in una coinvolgente drammaturgia
Testo Breve:

Un maggiore dell’esercito, poco esperto in combattimenti, muore ogni giorno in una guerra contro gli alieni ma ogni giorno ritorna a vivere. Una fantascienza citazionista ma divertente e ben recitata

Tratto dal graphic novel All You Need Is Kill del fumettaro giapponese Hiroshi Sakurazaka, Edge of Tomorrow rivela in realtà il proprio debito (tutto cinematografico) con il celebre “fantasy filosofico” Ricomincio da capo, memorabile commedia giocata sul paradosso temporale in cui resta incastrato un borioso anchorman televisivo, condannato a ripetere all’infinito la stessa giornata. Il concept (che viene enunciato per la prima volta da Nietzsche come paradosso ne La gaia scienza) è stato variamente ripreso negli anni e, oltre al remake italiano È già ieri con Antonio Albanese, conta diverse riletture fantascientifiche (al cinema nell’intrigante Source Code, alla tv con una puntata di Star Trek: The Next Generation e con una di X-Files) e una declinazione horror nel racconto a fumetti Il giorno del licantropo (Dylan Dog n. 277). Buon ultimo, ma non per questo senza il solito sorriso sulle labbra, arriva Tom Cruise, diretto da quel Doug Liman che, avendo in curriculum The Bourne Identity – l’episodio meno riuscito della saga ma pur sempre il primo – qualche credenziale se la porta dietro (giusto nominare, invece, tra gli sceneggiatori, Christopher McQuarrie, premio Oscar per I soliti sospetti).

Edge of Tomorrow è innanzitutto un blockbuster citazionista, il cui meccanismo di riciclo del “già visto”, che gioca sulla riconoscibilità dei cliché del genere, si rivela tra l’altro del tutto funzionale alla storia. Così nell’impasto finiscono, oltre ai già citati Ricomincio da capo e Source Code, anche i vari Aliens, Starship Troopers (da entrambi l’idea di una guerra tra gli enormi alieni insettiformi e l’umanità militarizzata), 28 giorni dopo (con l’epicentro bellico spostato in Europa e l’apocalisse portata nelle piazze di Londra e nelle campagne inglesi), ma anche Inception e Oblivion (l’idea della prigione temporale e del “risveglio” dall’incubo). Per non farsi mancare proprio niente, arriva anche la scena di Cruise a cavalcioni della moto, memore di Top Gun e di M:I-2 (ma alla saga di Mission:Impossible si rifà anche l’idea del compito da gestire strategicamente prevedendo nei dettagli le mosse dell’avversario).

L’uso della grammatica del genere e delle fonti pregresse è talmente sfacciato che, nel primo terzo del film, lo spettatore ha ragione di credere che tutta la vicenda si svolga all’interno di un videogioco e che il protagonista altro non sia che l’avatar di un giocatore, convinto (come Buzz Lightyear di Toy Story) di essere una persona reale (e qui la memoria del cinefilo cerca addentellati addirittura con Ralph Spaccatutto e Nirvana di Gabriele Salvatores). Possibile che, in maniera del tutto ovvia e prevedibile, i soldati siano sboccati, i sergenti carogne e i generali ottusi, come se ognuno dovesse obbedire a un ruolo già scritto? Poi, con l’entrata in scena dell’“Angelo di Verdun” (l’eroina interpretata da Emily Blunt), il film improvvisamente decolla, si sgancia dalle pesantezze dell’incipit e trascina lo spettatore in una coinvolgente drammaturgia che qualche ideuzza originale dimostra pure di avere in serbo. Più che sulle spalle di Cruise, che comunque non dispiace nelle vesti iniziali dell’imbranato e che rende credibile il suo arco di maturazione, il film poggia su quelle ben più robuste della magnetica Emily Blunt, perfettamente a suo agio in un ruolo che era facile far scadere nella maniera e che invece l’attrice riesce a rendere complesso e sfaccettato.

Non bisogna aspettarsi altezze metafisiche da questo film (almeno non le stesse raggiunte da Ricomincio da capo, che fu inserito anni fa nel percorso di una mostra al MOMA di New York dedicata al concetto teologico di Deus Absconditus), che ha giustamente l’unico intento di divertire e che si gusta da cima a fondo, stuzzicando qua e là l’intelligenza dello spettatore. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X - MEN - GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/21/2014 - 18:34
 
Titolo Originale: X - Men: Days of future past
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Simon Kinberg dai fumetti di Chris Claremont e John Byrne "Gli incredibili X-Men"
Produzione: Bryan Singer, Simon Kinberg, Lauren Schuler Donner, Hutch Parker per Bad Hat Harry Productions/Donners' Company/Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 131
Interpreti: Hugh Jackman, Michael Fassbender, James McAvoy, Jennifer Lawrence, Ian McKellen, Patrick Stewart, Peter Dinklage, Halle Berry, Ellen Page, Omar Sy, Evan Peters

Nel 2023 i mutanti sono quasi estinti, cacciati dalle Sentinelle, robot capaci di adattarsi ai loro poteri per distruggerli. In un ultimo tentativo di salvarsi, il professor X riesce a sfruttare i poteri della mutante Kitty Pride per spedire Wolverine (o almeno la sua coscienza) nel passato, nel 1973, per impedire che la guerra tra mutanti e Sentinelle abbia inizio. Il compito di Wolverine, però, è complicato dal fatto che lo stesso Charles Xavier, nel passato, ha perso la fiducia nei suoi poteri, mentre Magneto è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e la pericolosa Mystica si aggira per gli Stati Uniti alla ricerca di vendetta contro Bolivar Trask, il futuro promotore del programma Sentinelle, che ha catturato, torturato e ucciso molti mutanti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“si può perdere la strada ma la strada non è perduta per sempre”: un film nel segno della fiducia nella più umana e apparentemente fragile delle virtù, la speranza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere, un nudo maschile, qualche parolaccia.
Giudizio Tecnico 
 
Un mix riuscitissimo di dramma e umorismo con attori eccezionali
Testo Breve:

I mutanti stanno per estinguersi perché decimati da robot che hanno i loro stessi poteri. Wolverine torna indietro nel tempo per cercare di risolvere il problema dalle radici. Un film sulla speranza, il dialogo e le seconde possibilità

Le aspettative per l’ultimo film della saga dei mutanti erano altissime e la pellicola non le delude, con un mix riuscitissimo di dramma e umorismo, che fonde con eleganza passato e futuro nel segno della fiducia (da sempre la riconoscibile firma di Bryan Singer su questo cinecomic) nella più umana e apparentemente fragile delle virtù, la speranza.

Giocando abilmente tra una cupa cornice futuristica in cui gli ultimi mutanti, riuniti attorno ai nemici-amici Xavier e Magneto, lottano per la sopravvivenza, e un passato, il 1973, in cui la guerra stessa sta per scoppiare, il film costruisce una parabola avvincente che si muove senza incertezza tra le classiche insidie dei viaggi nel tempo, solo per valorizzare il significato e il potere di libero arbitrio e responsabilità individuali.

Singer riprende e varia quella che è la ormai tradizionale contrapposizione tra Magneto, deciso a proteggere la “sua” specie a costo di sacrificare gli umani e forse anche qualche alleato (compresa Mystica, con cui pure ha intrecciato un complesso rapporto), e Charles Xavier, il teorico del dialogo e delle seconde possibilità, che qui, però a sorpresa, non è (o non è solo) il solito saggio mentore, ma un giovane perso nelle sofferenze e nella disillusione e bisognoso a sua volta di guida e fiducia.

Non sfugge a Singer e ai suoi autori il pericolo che chi si sente, anche a ragione, perseguitato, si trasformi senza neppure troppa riflessione in un persecutore, capace di vedere solo i torti e le vittime dalla sua parte e diventando cieco alle perdite altrui. O la tentazione di considerare chi ha sbagliato come “sbagliato in sé” e in quanto tale irrimediabilmente perduto, mentre, come dice il professor X, “si può perdere la strada ma la strada non è perduta per sempre” mentre la singola scelta di rinunciare a una vendetta può cambiare il destino del mondo intero.

Ancora una volta, come in First Class, gli X-Men riescono a riproporre in modo originale, stravolgendoli ma non troppo, elementi e tematiche di un decennio di storia (ma anche di cinema), sfruttando tutti gli spunti in senso sia comico sia drammatico. E così in questo 1973 alternativo ci sono Nixon e il Vietnam, i vestiti e le capigliature improbabili e le teorie del complotto (Magneto si trova incarcerato perché considerato responsabile dell’assassinio di Kennedy, di cui si proclama però innocente perché “era anche lui uno di noi”) e abbondano i riferimenti più o meno diretti a film e fumetti, per fare felici appassionati e pubblico “ignorante”.

L’intreccio tra futuro e passato, poi, consente di unire idealmente i cast delle prime pellicole con le ultime e la “potenza di fuoco” di un gruppo di attori eccezionali è un ulteriore incentivo a una godibilissima visione. Tra le numerose new entry, oltre al Peter Dinklage di Game of Thrones nei panni del cattivo Bolivar Trask, l’inserimento più riuscito è senza dubbio quello di Quicksilver: un adolescente che dei poteri di mutante (si muove a velocità incredibile) fa un uso piuttosto disinvolto e ruba quasi la scena ai personaggi “classici”, diventando il protagonista di una delle sequenze più spettacolari e divertenti dell’intero film. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GODZILLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/15/2014 - 15:03
 
Titolo Originale: Godzilla
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Gareth Edwads
Sceneggiatura: Max Borenstein
Produzione: Thomas Tull, Jon Jashni, Mary Parent, Brian Rogers per Warner Bros. Pictures/Legendary Pictures
Durata: 120
Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche, Sally Hawkins, David Strathairn, Bryan Cranston

Filippine 1999. Lo scienziato giapponese Serizawa scopre una misteriosa spora gigante in una miniera crollata e, subito dopo, una serie di eventi misteriosi provoca la distruzione di una centrale nucleare giapponese, nonostante i coraggiosi tentativi dell’ingegnere americano Brody di mettere in guardia i responsabili. 15 anni dopo, i misteriosi fenomeni si ripetono e Brody, con l’aiuto del figlio Ford, si rimette alla ricerca della verità. Nel frattempo però le cose precipitano e l’umanità si trova minacciata da ben tre enormi mostri preistorici radioattivi pronti a scontrarsi tra loro. Ford si unisce all’esercito impegnato nella missione per cercare di raggiungere e salvare moglie e figlio….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il famoso mostro diventa il simbolo di una natura che l’uomo cerca inutilmente di soggiogare
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e distruzione di massa nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Con un budget miliardario, il regista Gareth Edwards riempie il cast di candidati o vincitori di Oscar ed Emmy che appaiono anche solo per pochi minuti ma i protagonisti cercano disperatamente di avere un qualche spessore drammatico senza riuscirci mai veramente. Di grande effetto scenografico le battaglie fra mostri.
Testo Breve:

Godzilla festeggia i suoi settant’anni in grande stile con un remake americano miliardario che fa di tutto per mettere insieme l’ambizione da blockbuster e le citazioni dai classici. Scene spettacolari ma grandi attori con scarso spessore drammatico

Godzilla festeggia i suoi settant’anni in grande stile con un remake americano miliardario che fa di tutto per mettere insieme l’ambizione da blockbuster e le citazioni dai classici, affidando il timone della nave a Gareth Edwards, uno che in Monsters era riuscito con un budget risicato a creare suggestioni da grande film horror-fantascientifico.

Già nel 1998 Roland Emmerich, specializzato in roboanti pellicole d’azione, aveva realizzato una sua deludente versione dell’epica del grande mostro, con qualche ironia ma senza vero cuore.

Qui la strada scelta è più complessa anche se riuscita solo a metà. Edwards sembra procedere come se avesse ancora per le mani un film indipendente piuttosto che un “giocattolo” da 160 milioni di dollari, riempie il cast di candidati o vincitori di Oscar ed Emmy – alcuni dei quali in scena per poco più di cinque minuti (come Juliette Binoche nei panni della sfortunata moglie dello scienziato interpretato da Bryan Cranston, il primo a intuire che qualcosa si cela dietro lo strano incidente nucleare) – e si fa fare le musiche dal pluripremiato Alexandre Desplat.

Anche di Godzilla, dopo i suggestivi titoli di coda (che ricostruiscono una sorta di alternativa storia degli ultimi sessant’anni nel Pacifico, a uso del lucertolone preistorico), si vede relativamente poco, mentre lo spazio di distruzione è inizialmente occupato dai due MUTO, mostri insettiformi con analogo potere distruttivo e che saranno gli avversari di Godzilla nella pellicola. Del resto nell’arco dei decenni Godzilla si è battuto o accompagnato, oltre che con gli inermi umani che cercavano di sbarrargli la strada, con ogni sorta di mostri dalle più varie dimensioni, tra cui il farfallone Mothra, dando origine al ricchissimo filone dei film di mostri, kaiju in giapponese.

È un peccato che Edwards e compagni abbiano fatto economia in questo senso, perché quando Godzilla entra in scena, accompagnato dal suo proverbiale ruggito e dalle fiamme radioattive che escono dalla bocca, l’effetto è davvero fenomenale e la battaglia tra mostri tra i grattacieli di San Francisco, in una luce crepuscolare da fine del mondo, è di quelle che danno soddisfazione.

Edwards ha cercato di dare alla pellicola un look iperrealista, quasi che quelli ripresi fossero gli effetti di una catastrofe naturale (trasparenti i riferimenti allo tsunami di qualche anno fa) o di una guerra, avvicinandosi, sia per concezione sia per tecniche di ripresa, all’esperimento di Cloverfield (recensito in Scegliere un film 2008) di qualche anno fa.

In questo contesto si muovono personaggi che, rispetto allo standard del genere, cercano disperatamente di avere un qualche spessore drammatico senza riuscirci mai veramente. Aaron Taylor-Johnson, forse quello con il profilo più da star del genere, se ne va in giro con la qualifica di disinnescatore di ordigni nucleari, ma alla fine non esercita la sua abilità nemmeno una volta. Ken Watanabe fa la sua parte nel ruolo del misterioso scienziato giapponese che sembra sapere tutto o quasi dei mostri preistorici e che veicola l’attualizzazione tematica del nuovo Godzilla. Se nel 1954 la distruzione di Tokio a opera del mostro non poteva non richiamare tristi ricordi delle devastazioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki, oggi, pur facendo l’occhiolino a quell’interpretazione, il mostro diventa piuttosto il simbolo di una natura che l’uomo pensa di soggiogare, ma di cui al limite può cercare di non essere vittima. Il mostro, quindi, non è un cattivo vero e proprio, ma un totalmente altro che talora può addirittura esercitare una funzione salvifica, ma di fronte a cui gli esseri umani hanno l’altezza e l’importanza di formiche impazzite. Non si fa la guerra e non si fa il tifo per uno tsunami, al limite si cerca di spostarsi dal suo cammino. Di qui la curiosa impressione che qualunque azione i protagonisti compiano sia sostanzialmente indifferente alla salvezza propria e del genere umano, di modo che la reazione più logica sembra proprio quella del dottor Serizawa che a un certo punto di fronte alla mobilitazione dell’esercito dice semplicemente “lasciamoli combattere!”. Sì, lasciamoli combattere e nel frattempo mangiamoci un bel tazzone di popcorn…

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE AMAZING SPIDER-MAN 2 - IL POTERE DI ELECTRO 3D

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/24/2014 - 14:42
 
Titolo Originale: The Amazing Spider-Man 2
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Jeff Pinkner
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 140
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, Dane DeHaan

Peter/Spider-Man si è ormai diplomato assieme a Gwen ma non riesce a conciliare l’amore che prova verso la ragazza con l’impegno fatto a suo padre prima di morire. Continua a indagare sulla misteriosa morte di suo padre: scopre che lavorava alla OsCorp per progetti avanzati di ingegneria genetica e teme che alcuni esperimenti possano esser ripresi, proprio ora che la società è passata nelle mani del suo amico Harry Osborn…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Peter/Spider-Man cerca sempre di essere coerente con le promesse fatte e onesto e sincero con tutti anche se ciò può provocargli sofferenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un eccesso di cinematismo può disturbare i più piccoli, incluse alcune scene impressioinanti
Giudizio Tecnico 
 
Il film vive di rendita della rivitalizzazione dell’antico eroe diventato ora molto umano già introdotta nella trilogia di Sam Raimi ma svolge il compito con diligenza, senza guizzi di originalità
Testo Breve:

Spider-Man deve affrontare avversari sempre più temibili e tecnologicamente ben attrezzati. Il suo amore per Gwen continua ad avere alti e bassi. Un film che conferma tutti gli elementi che stanno ridando vitalità all’uomo ragno ma è privo di qualsiasi brivido di novità

Non è difficile immaginarsi lo spettatore-tipo per il quale il film è stato realizzato: adolescenti con in mano un bicchierone di pop corn e gli occhialini 3D in una sala a schermo gigante immersi nella potenza del Sensurround. Da questo punto di vista il film offre esattamente quanto ci si poteva attendere: salti acrobatici di Spider-Man fra i grattacieli di New York, cattivi tecnologicamente super attrezzati che immancabilmente vengono sgominati (questa volta ce ne sono ben tre) e la romantica ma contrastata storia d’amore fra Spider-Man/Peter Parker e Gwen Stacy. Questo è quanto il pubblico si aspettava ma il problema di questo film sta proprio qu, nella sua inerte adesione a uno schema ormai impostato.

I cattivi sono veramente temibili, ma si tratta di avversari tecnologici, che Spider-Man riesce a sopraffare con contro-misure tecniche: manca la forte caratterizzazione e il fascino di un genio del male. In questa puntata Super-Man deve piuttosto stare molto attento quando parla, perché rischia continuamente di venir male interpretato da antagonisti suscettibili: se Electro è uno psicopatico arrabbiato con lui per il solo fatto che non si  è ricordato del suo nome, Harry Osborn, un suo vecchio amico di scuola, si trasforma in un temibile avversario perché gli sembra che Spider-Man non voglia aiutarlo.

Molto tenera la relazione fra Peter e Gwen con momenti di struggente romanticismo caratterizzati da: “ora ti lascio/ora ti riprendo”, dove il regista  Marc  Webb, già autore di 500  giorni insieme – 2009 cerca di dare del suo meglio ma la difficoltà del loro riuscire a stare insieme (la promessa fatta da Parker al padre di Gwen prima che lui morisse) era stata già impostata nel film precedente e la loro relazione non subisce evoluzioni. Si assiste a un un andamento pendolare, una situazione di stallo  eccessivamente diluita e sarà solo il fato, nel finale, a decidere per loro.

Peter Parker cerca continuamente di conciliare la sua grigia vita borghese (è riuscito anche a diplomarsi, come apprendiamo dalle scene iniziali) con i suoi impegni da super-eroe ma questa tematica era già stata sviluppata molto bene  in Spider-man 2  nell’ambito della  trilogia firmata da  Sam Raimi e ben poco di nuovo ci viene detto, ne’ gli sceneggiatori ce lo propongono come un dato ormai acquisito.,

L’ironia, cosi vitale  in questo genere di film pere evitare di appesantire il racconto di eccessivo trionfalismo,  si manifesta solo a tratti e non riesce a intaccare la prosaicità dello sviluppo; discutibile e ben poco originale l’inserimento dello scienziato che fa esperimenti su esseri umani, caratterizzato da un pesante accento tedesco.

 Il film troverà sicuramente il gradimento di chi è entrato nella sala solo per ricevere delle conferme ma chi non si rinnova è perduto: questa puntata ha già consumato il premio fedeltà che ci si poteva attendere ed è arrivata nuda alla meta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI SPOSO MA NON TROPPO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/17/2014 - 16:15
 
Titolo Originale: Ti sposo ma non tropo
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Gabriele Pignotta
Sceneggiatura: Gabriele Pignotta
Produzione: MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Gabriele Pignotta, Vanessa Incontrada, Chiara Francini, Fabio Avaro

Andrea, una donna che è stata abbandonata dal promesso sposo proprio nel giorno delle nozze, decide di ricorrere alle cure di uno psicologo per riprendersi dallo shock subito. In realtà il presunto medico è un fisioterapista (anche lui abbandonato dalla fidanzata) che non ha potuto resistere alla tentazione di mentire, per l’avvenenza della sua paziente. Nel frattempo un’altra coppia, Andrea e Carlotta vivono stancamente il loro sesto anno di convivenza anche se hanno deciso di sposarsi. Entrambi sono in cerca di distrazioni “virtuali” chattando su Internet….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il merito di raccontare in modo pulito storie di giovani che cercano l’amore vero, quello che dura tutta una vita
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di incontro amoroso. Qualche frase scurrile
Giudizio Tecnico 
 
Il film mostra una insolita gioiosa freschezza ma è imperfetto sia nella sceneggiatura che nella conduzione degli attori (significativa eccezione: Chiara Francini).
Testo Breve:

Un fisioterapista si finge psichiatra per avvicinare la bella Vanessa Incontrada, sconvolta da un amore finito male. Una commedia fresca e pulita ma che mostra molte imperfezioni nella sceneggiatura e nella conduzione degli attori

Qualcosa si sta muovendo (lentamente) nel panorama cinematografico italiano. Dopo il periodo d'oro della commedia italiana fino almeno agli anni '70, dopo la lunga serie di commedie pecorecce la cui portabandiera è stata la serie “Natale a..”, era stato raggiunto un minimo storico in termini di idee e di qualità ma come spesso succede, l’aver raggiunto il fondo ha aperto la porta a nuove energie, a generazioni di nuovi autori.

Senz’altro interessante è stato Smetto quando voglio di Sydney Sibilia sulle disavventure di alcuni ricercatori universitari alla disperata ricerca di come sbarcare il lunario. Più recentemente è arrivato sugli schermi Ti ricordi di me? che ha molte analogie con questo Ti amo ma non troppo.  Per entrambi si tratta di opere a budget minimo ricavate dalle omonime piece teatrali; per entrambi il tema portante è la faticosa ricerca dell’amore; non l’amore-intrattenimento ma quello vero, quello del per sempre, che ti porta a prometterlo davanti all’altare. Tutti i titoli citati sviluppano inoltre storie pulite, senza volgarità.

Una situazione in pieno contrasto con le più recenti tendenze viste nei lavori presentati agli Oscar 2014, come  Dallas Buyers Club, The Wolf of Wall Street o Lei, dove l’amore ha perso ogni interesse per gli autori e gli incontri uomo-donna si sviluppano per  motivi di  puro interesse o sono prezzolati o virtuali, come in Lei.

Il film, di Gabriele Pignotta (nelle vesti di regista, sceneggiatore e attore, già noto come co-sceneggiatore di Sotto una buona stella), si sviluppa secondo gli schemi della più classica commedia degli equivoci. Ci troviamo di fronte a una lei che ha bisogno di ricorrere alle cure di uno psicanalista, esattamente come in Ti ricordi di me? e come nel film precedente l’intreccio narrativo si sviluppa intorno ai destini paralleli di due coppie, espressione dei due momenti dell’amore, quello della passione trasformante e l’altro della sua faticosa conferma, giorno per giorno.

Si raggiungono alcuni momenti di vera ilarità ma altre volte alcune battute appaiono infantili in modo quasi disarmante, come  il gioco del doppio senso sulle “finestre” di Windows o le battute ambigue sull’insolito nome della protagonista interpretata da Vanessa Incontrada: Andrea.

Alla fine, come in una commedia di Goldoni, le traversie dei protagonisti saranno servite da setaccio per portare a galla il vero amore o per pervenire alla consapevolezza della sua mancanza.

Si tratta di un film sicuramente imperfetto, sia dal punto di vista della sceneggiatura che della conduzione degli attori (unica eccezione: Chiara Francini) ma non si può non riconoscergli una insolita freschezza di impostazione e la voglia di tornare, in questi tempi difficili (in generale e in particolare per il cinema italiano) alla riscoperta dei significati più profondi della nostra esistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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RIO 2: MISSIONE AMAZZONIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/17/2014 - 16:03
 
Titolo Originale: Rio 2
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Carlos Saldanha
Sceneggiatura: Don Rhymer, Carlos Kotkin, Jenny Bicks, Yoni Brenner
Produzione: Blue Sky Studios
Durata: 102

Il famoso pappagallo Blu vive a Rio insieme alla moglie Jewel e ai suoi tre cuccioli, perfettamente adattati in un ambiente cittadino. Ma la scoperta dell’esistenza di altri esemplari della specie spinge Jewel a riportare tutta la famiglia nella selvaggia Amazzonia alla ricerca dei propri simili.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Moglie felice, vita felice” è lo slogan ripetuto più volte nel film, che vede nell’amore coniugale (in qualunque razza) e nella cura dei figli la fonte primaria della nostra felicità. Molta sensibilità sui problemi legati alla cura dell’ambiente
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Con l’incredibile vitalità delle immagini, delle musiche e dei colori Rio 2 riesce a trascinare gli spettatori in un turbine di allegria, direttamente sulle calde spiagge di Rio de Janeiro e nella foresta amazzonica.
Testo Breve:

Bue e Jewel, gli unici superstiti della razza macao blu, si sono sposati e hanno tre figli. Decidono di tornare in Amazzonia alla ricerca dei loro antenati. Il carnevale di Rio e l’Amazzonia sono l’occasione per un tripudio di danze e di colori che fa da contorno a una divertente storia ecologica

Con l’incredibile vitalità delle immagini, delle musiche e dei colori Rio 2 riesce a trascinare gli spettatori in un turbine di allegria, direttamente sulle calde spiagge di Rio de Janeiro. Il mix di energia e buonumore è indubbiamente la caratteristica distintiva di questo film di animazione che, se nello svolgersi della storia talvolta si appoggia a cliché fin troppo noti,  riesce comunque a divertire affrontando anche tematiche non banali.

Il protagonista Blu, dolce e impacciatissimo come sempre, è il vero perno comico della storia. Perfettamente adattato ad una tranquilla vita cittadina, non chiede altro che trascorrere le giornate guardando tv e mangiando pancakes. Viene però convinto dagli amici a seguire la moglie nell’avventuroso viaggio in Amazzonia, secondo il saggio principio “moglie felice, vita felice”. Peccato che vita felice non sia affatto sinonimo di vita comoda! E il povero Blu, armato di marsupio, coltellino e navigatore satellitare, si renderà ben presto conto che la felicità sua e della sua famiglia è molto di più che un egoistica ricerca della tranquillità.

Infatti i pericoli sono sempre dietro l’angolo: uno spietato trafficante di legname è disposto a sterminare la sua specie pur di continuare a disboscare la foresta, mentre il cacatua Nigel, seguito dalla velenosa ranocchia Gabi, è determinato ad attuare la sua vendetta. Blu sarà quindi costretto ad imparare a sopravvivere nella foresta, guadagnandosi il rispetto dei suoi simili, in particolare del suocero, fino rischiare la vita per salvare quella dei suoi cari.

La scoperta della felicità nella famiglia e negli altri, invece della solitaria assenza di problemi, non è l’unica tematica interessante. Anche la scoperta di se stesso e del proprio valore sarà una conquista per Blu, così impacciato agli occhi del mondo, ma capace di tutto pur di proteggere chi ama. Inoltre la sensibilizzazione ai problemi dell’ambiente, come la sopravvivenza di una specie, o l’importanza della vegetazione amazzonica, è sicuramente un punto importante del film. Un po’ fuori tono invece è l’amore segreto della ranocchia Gabi per il perfido Nigel, troppo trascinato tra musiche e citazioni teatrali e che porta davvero poco divertimento e sostanza alla storia. Molto carina infine la mini trama del tucano Rafael alla ricerca di una guest star per il carnevale di Rio, che regala momenti di grandi risate ed esplode con l’incredibile tripudio del concerto finale.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUPERCONDRIACO - RIDERE FA BENE ALLA SALUTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/09/2014 - 20:28
 
Titolo Originale: Supercondriaque
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon
Produzione: PATHÉ PRODUCTION, LES PRODUCTIONS DU CH'TIMI, TF1 FILMS PRODUCTION, ARTEMIS PRODUCTIONS
Durata: 107
Interpreti: Dany Boon, Kad Merad, Alice Pol, Jean-Yves Berteloot

Romain Fauber è un ipocondriaco all’ultimo stadio e questa limitazione lo ha portato, a quarant’anni, a non avere ancora trovato l’anima gemella, ad aver perso tutti gli amici ad eccezione del suo medico curante, Dimitri, che ormai lo conosce da diciotto anni e non ha il coraggio di abbandonarlo al suo destino solitario. Inizia quindi con il suo paziente una terapia pratica, che consiste nel suggerirgli il modo migliore per approcciare le donne ma dopo una serie di tentativi falliti, lo invita a una cura più drastica. Si tratta di prestare aiuto in un campo profughi: sarà un modo per conoscere delle persone che soffrono certo più di lui e al contempo abituarsi a vivere in ambienti irrimediabilmente sporchi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film pone in primo piano il valore dell’amicizia ma la ricerca di una donna di cui innamorarsi porta alla rottura di un matrimonio preesistente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Dany Boon si conferma un valido autore per costituire simpatici personaggi e situazioni comiche ma questa volta un eccesso di temi complica inutilmente la trama.
Testo Breve:

Dopo il successo di Giù al nord, Dany Boon ritorna con una nuova commedia degli equivoci particolarmente divertente. Questa volta però si ride per ridere e non ci vengono trasmessi messaggi particolari se non il valore dell’amicizia in momenti di difficoltà

 

Dany Boon torna sugli schermi come regista, sceneggiatore e attore dopo il grandioso successo di Giù al Nord ( Bienvenue chez les Ch'tis – 2008), poi trasformato  in versione nostrana con Benvenuti al Nord (2011) e il divertente  Niente da dichiarare? (Rien à déclarer -2011). Ancora una volta Dany Boom ci fa divertire giocando sui pregiudizi che contrappongono  gente di etnie e regioni diverse; in tutte e tre le occasioni è proprio il linguaggio l’elemento che viene utilizzato come marcatore delle differenze (con sempre grossi problemi per il doppiaggio). Se in Giù al Nord si ironizzava sul fatto che i popoli del Nord parlano con la “polpetta” (chez les Ch'tis), in Niente da dichiarare francesi e belgi si scambiavano frecciate salaci sulle loro differenze di accento; ora, in Supercondriaco si va sull’esotico: si gioca sui suoni gutturali  che emettono i rudi guerrieri del fantomatico Tcherkistan quando cercano di parlare in francese.

In quest’ultimo lavoro del regista franco-algerino la struttura narrativa è diventata più complessa e  ambiziosa. Alla radice della comicità del film c’è ancora un gioco di equivoci: il mite Romain  viene scambiato per Anton Miroslav, l’eroico leader della resistenza tcherkistana; una situazione che offre l’estro a Dany Boon per sviluppare situazioni comiche dove Romain deve fare salti mortali perché la romantica  Anna continui a credere di trovarsi di fronte a un eroe per lei  leggendario, degno di stima e..di amore.

L’amore e l’amicizia continuano in effetti, come nei precedenti lavori, a costituire  l’energia emotiva del racconto: Romain, arrivato scapolo a quarant’anni, spera di aver trovato finalmente in Anna colei che lo può” amare per quello che è”, mentre  l’amicizia fra Romain e Dimitri si muove questa volta su un percorso più accidentato; un rapporto che dura da ormai 18 anni in continua oscillazione fra una rottura definitiva e l’incapacità, da parte di entrambi,  di abbandonare l’amico in difficoltà.

In questo lavoro  Dany Boon visita criticamente la contemporaneità in due aspetti: nell’ipocondria del protagonista come segno della difficoltà di aprirsi alla comprensione degli altri e nel fenomeno dell’immigrazione in Europa di rifugiati dalle zone  più infiammate dell’Africa e dell’Oriente. Sarà quest’ultimo spunto a far virare il film verso inaspettate sequenze da action-movie, come se il paniere di situazioni predisposto da Dany Boon non fosse già abbastanza pieno.

Siamo debitori del cinema francese per tanti importanti film che dove divertendo ci dicono cose serie: primo fra tutti il recente Quasi amici, dove la cura delle persone con handicap viene vista in una luce nuova ed originale ma anche Il mio migliore amico dove è stato trovato un modo arguto per presentare il vero valore dell’amicizia. Anche Giù al Nord poteva rientrare in questa categoria (la conquista di una vera amicizia, l’amore conquistato) ma non possiamo dire lo stesso di quest’ultimo lavoro: se si parla di immigrazione, di ipercondria, i temi restano solo un pretesto per qualche gag in più.

Complessivamente Dany Boon riesce ancora una volta a farci ridere ma in modo più epidermico, né l’aver complicato la trama apporta vantaggi significativi.

L’autore mantiene comunque la capacità di tratteggiare personaggi non banali, dotati di una calda umanità e la coppia Dany Boon e Kad Merad fa ancora scintille.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SAVING MR. BANKS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/25/2014 - 21:32
 
Titolo Originale: Saving Mr. Banks
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2013
Regia: John Lee Hancock
Sceneggiatura: Kelly Marcel Sue Smith
Produzione: WALT DISNEY PICTURES, RUBY FILMS, ESSENTIAL MEDIA & ENTERTAINMENT, BBC FILMS, HOPSCOTCH FEATURES
Durata: 120
Interpreti: Emma Thompson, Tom Hanks, Paul Giamatti

Nel 1961, Walt Disney invita nel suo studio di Los Angeles P.L. Travers, autrice del libro "Mary Poppins": sono almeno vent'anni che Walt cerca di ottenere i diritti sul libro per ricavarne un film. Pamela è contraria: ha paura che il suo racconto delicato che nasconde, come scopriremo, tristi esperienze vissute durante la fanciullezza,venga trasformato in un insulso cartone animato. Lo scontro fra i due personaggi sarà lungo e irto di difficoltà ma Walt non vuole rinunciare al suo progetto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I due protagonisti superano le reciproche diffidenze iniziali per regalare ai bambini una favola bella ed edificante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una buona sceneggiatura supportata dai ricordi di un fatto realmente accaduto, con qualche ripetizione e lentezza nella parte iniziale
Testo Breve:

Il racconto dei tentativi di Walt Disney di ottenere i diritti del romanzo di Mary Poppins dalla riluttante e gelida autrice. Un simpatico incontro di personalità meno diverse di quanto appaia nel fascino dei Disney Studios degli anni ‘60

Ammettiamolo, questo piccolo film molto carino non è propriamente per i ragazzi di oggi ma per coloro che sono stati giovani quando uscì Mary Poppins: è a loro che farà piacere riparlarne con un po’ di nostalgia ricordando anche l’epoca dei grandi classici di Walt Disney, quando erano solo in 2D, ma anche tanto poetici.

Il film, nella sua semplicità, tratta molti temi contemporaneamente: le difficoltà per convincere Pamela Travers, l’autrice del romanzo di Mary Poppins a concedere a Disney i diritti d’autore; il  ricordo tormentato dei propri padri, sia da parte della Travers che di Disney e la possibilità di andare oltre i condizionamenti del proprio passato. Ma il film è anche cinema del cinema: nelle varie sedute di Pamela con gli sceneggiatori viene presentato quanto sia doloroso e conflittuale il parto di una buona idea che faccia avanzare il racconto.

La vera attrattiva del film è però un’altra: soddisfare la curiosità di vedere, per la prima volta sullo schermo, il grande Walt Disney visto nei suoi aspetti più umani (bibliografie non autorizzate lo hanno ritratto spesso come manager esigente e anti sindacale) e di  girare virtualmente per i Walt Disney Studios per carpire il suo way of working. Si tratta di una curiosità legittima per cercar di comprendere come tanti creativi, certamente validi ma anche ben diretti, hanno potuto realizzare prodotti di alta qualità, rastrellare vari premi e di sicuro ottenere grandi successi di bottegino.

Ne esce un  Walt Disney bonario e con una grande intesa artistica con i suoi collaboratori (la sua tosse continua fa riferimento al tumore che di lì a pochi anni gli sarebbe stato fatale) anche se la vita negli studios  appare un po’ da catricatura con la presenza di tanti pupazzi di Topolino in giro per le stanze e di vassoi, mentre si lavora,  trabordanti di dolci e leccornie varie; ma anche la presenza di creativi capaci di restare in piedi tutta la notte per trovare l’idea giusta.

Il racconto principale parte da lontano, da un paesino sperduto dell’Australia all’inizo del secolo scorso, dove si è rifugiata la famiglia Travers: il padre, alcoolizzato e malato, continua a perdere posti di lavoro.

E’ qui che si sviluppa la fantasia creativa della piccola Pamela, che adora quel padre che riesce a trasformare la banalità quotidiana in fantastiche visioni di fate e principesse E’ grande la sua delusione quindi verso quel padre che le aveva promesso di starle vicino ma che muore troppo presto. La Pamela adulta crea quindi il suo grande ma unico personaggio, Mary Poppins (il romanzo fu scritto dalla Travers per aiutare i suoi fratelli a superare un periodo di crisi), una propria creatura verso cui manifesta una gelosia tanto possessiva da non volere che venga trasformata in un film da Walt Disney. Sarà paradossalmente proprio questa gelosia a stabilire un’intesa con Walt; anche lui da giovane, si era sempre rifiutato  di cedere i diritti del suo Topolino e anche lui aveva avuto un padre difficile, che lo faceva lavorare dall’età di otto anni.

Un film magari piccolo, un po’ lento nella fase iniziale, ma riuscito nella descrizione dei protagonisti, sia di Pamela e della sua lotta per chiudere con un passato doloroso ma anche di un Walt ragionevole e umano, in grado di comprendere i problemi degli altri.

Quando il film ricostruisce l’evento della prima del film al Chinese Theatre di Los Angeles nel 1964, fra lo scintillio delle luci e i colori dei pupazzi dei personaggi più famosi dei cartoni della Disney si nota un po’ di autocompiacimento ma possiamo anche essere indulgenti con la casa di produzione californiana, nel nome di un film il cui successo è stato pienamente meritato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN BOSS IN SALOTTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/08/2014 - 16:21
 
Titolo Originale: Un boss in salotto
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero
Produzione: Cattleya per Warner Bros
Durata: 90
Interpreti: Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Ale e Franz

Siamo vicino a Bolzano e Cristina (Paola Cortellesi) è una moglie perfettina, dall’accento spiccatamente nordico, che spinge tutti i componenti della sua famiglia a essere i primi, a vincere, a “riuscire”. Afferma che vuole preparare loro un futuro. Sta spingendo il marito Michele (Luca Argentero) a ottenere la promozione a direttore marketing dell’azienda edile in cui lavora, il figlio adolescente Vittorio e la piccola Fortuna (sic!) a primeggiare. Finché non scopre che il fratello Ciro, che non vede e non sente da quindici anni, ha eletto casa sua come luogo per scontare gli arresti domiciliari in attesa di un processo: è sospettato di essere un capo camorrista… Scopriamo così, fra l’altro, che anche lei è napoletana e il suo vero nome era Carmela. Ma la presenza del fratello boss non deve intralciare il tentativo di Cristina/Carmela di fare amicizia con la famiglia Mainetti, i proprietari dell’azienda edile, il cui figlio è anche compagno di classe di Vittorio… Naturalmente, niente andrà per il verso giusto, fino alle estreme conseguenze finali, che riserveranno più di una sorpresa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella dei due protagonisti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune lievi volgarità verbali e visive
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti Una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag, si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori
Testo Breve:

Luca Miniero, già autore di due film di successo come Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, ritenta la carta Nord-Sud con questa gradevole e ben recitata commedia, che vede la ricomposizione di una insolita famiglia

Guardato con sospetto e degnazione dalla critica, ma premiato largamente dal pubblico (più di 5 milioni di incasso nei primi cinque giorni di programmazione), Un boss in salotto è una simpatica commedia che fa leva su due bravi attori italiani, Paola Cortellesi e Rocco Papaleo, contorniati da un efficace cast di supporto (oltre a un buon Luca Argentero, marito e padre debole e un po’ imbranato, come sempre è molto brava Angela Finocchiaro). A Miniero, che afferma di aver tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto prima di girare Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, si rimprovera di ricorrere per la terza volta al confronto Nord-Sud con contrapposizioni ormai stereotipiche…

Ma in realtà il film non si ferma lì e affronta – anche se in modo non particolarmente approfondito – una serie di altre questioni: la “faccia pulita” del Nord è davvero rispetto della legge o è solo un perbenismo di convenienza che all’occorrenza non esita a ricorrere a capitali sporchi? Fin dove è vigente davvero la giustizia e fin dove la legge del più forte?

Il personaggio di Cristina è quello che compie l’arco di trasformazione più significativo: inizia fingendo di essere un’altra e alla fine accetta il fratello e le proprie radici, tornando a chiedere che lui la chiami Carmela. Nel contempo, si accorge che non ha senso spingere tutti a cercare ossessivamente dei risultati che appaiono giustificati (per i figli) dalla parola magica “il vostro futuro”. E nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella di Michele e Cristina, fratello boss compreso.

Girato con qualche piccolo tocco creativo da Miniero e con una confezione ben curata, come tutti i film di Cattleya, il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti (qualche disparità di tono, qualche lieve incongruenza nella trama). Insomma, non sarà un capolavoro, ma è una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag (ma ha anche alcune sorprese interessanti nella linea narrativa), si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori. Quel tipo di film che dovrebbero essere l’ossatura di un’industria che funziona.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NEWSROOM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 11:21
 
Titolo Originale: The Newsroom
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Aaron Sorkin, Scott Rudin
Produzione: HBO
Durata: 50' a puntata Prima televisiva USA 24 giugno 2012; in Italia su Rai3 dal 17 ottobre 2013
Interpreti: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Sam Waterston, Alison Pill:

ACN (Atlantis Cable News) è un network televisivo di notizie via cavo. Il suo anchorman è Will McAvoy, che nel tornare dopo due settimane di vacanza, viene informato dal presidente della sua sezione informativa che il suo produttore esecutivo e buona parte dello staff hanno cambiato redazione, perché non tolleravano più il suo carattere troppo brusco. Il presidente tranquillizza Will: ha già trovato il nuovo produttore esecutivo: si tratta di MacKenzie McHale, una brava professionista che ha avuto con Will una relazione tre anni prima. Nonostante ci siano ancora dissapori fra loro, Will si fa convincere da lei a cambiare stIie redazionale: verranno fornite solo notizie la cui fonte verrà rigorosamente controllata senza essere accondiscendenti con nessuno: “non c’è niente di più importante in democrazia di un elettorato ben informato”.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial offre un ottimo esempio di impegno per una corretta etica della comunicazione
Pubblico 
Tutti
Niente da segnalare nelle prime tre puntate
Giudizio Tecnico 
 
Lo sceneggiatore e produttore esecutivo Aaron Sorkin conferma le sue doti: abile nel costruire i dialoghi, capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore, per un serial TV che sviluppa temi forse troppo americani
Testo Breve:

In Newsroom partecipiamo con lo staff di una redazione televisiva all’ansia di imbastire ogni giorno, nel modo migliore, il notiziario serale. Un altro serial ben impostato di Aaron Sorkin ma molto americano come tematiche

Aaron Sorkin è tornato. Dopo il serial West Wing (l’altro serial, Studio 60 è stato poco seguito in Italia) e il film The Social Network, vincitore di tre Oscar nel 2011, torna sul piccolo schermo per farci partecipare, nei minimi dettagli, alla vita di una redazione televisiva: la raccolta delle notizie, la loro validazione, la quotidiana riunione redazionale fino al magico momento in cui tutti i giochi sono fatti e si va in onda.

Come nei precedenti lavori, Aaron conferma le sue doti: dialoghi brillanti e sofisticati, la costruzione, ad ogni puntata, di uno stato di tensione continua che sembra rendere incerta, fino all’ultimo secondo, la preparazione del notiziario serale. E’ evidente il suo interesse, qui come in West Wing, per le dinamiche che si sviluppano in comunità chiuse (là era il brain trust del Presidente U.S.A., qui lo staff di una redazione televisiva) dove tutti si sentono impegnati a collaborare per la migliore riuscita dei loro obiettivi e, quando capita, ad intrattenere anche relazioni affettive.

Nella maggior parte dei film o dei serial televisivi che ci capita di vedere, l’attenzione è focalizzata sui rapporti sentimentali dei protagonisti mentre la rappresentazione del loro ambiente di lavoro è sempre molto  generica. Non così nelle opere di Aaron Sorkin: le dinamiche lavorative sono la vita dei protagonisti e lo spettatore è inviato a seguirne in dettaglio tutti  i possibili risvolti in modo che possa apprezzare anche lui, quando ciò avviene, la soddisfazione per un lavoro ben fatto, frutto dell’intesa raggiunta fra i componenti del gruppo. A rendere più realistico questo approccio, ad ogni puntata di questa prima stagione la redazione deve occuparsi di fatti accaduti realmente nell’anno 2010. Questo tipo di impostazione non è semplicemente una scelta di stile dello sceneggiatore ma riflette una precisa visione antropologica: il lavoro costituisce l’interesse prevalente, il luogo primario dello sviluppo e dell’espressione della propria personalità (è facile vedere in questi telefilm gente che si attarda sul lavoro anche oltre l’orario di chiusura); una prevalenza solo parzialmete influenzata dai risvolti familiari. Il serial TV: ER si può considerare il pioniere di questo spostamento di attenzione. 

Oltre alle sue capacità tecniche Aaron va ammirato per il suo sguardo puro, le sue visioni ideali. In questo caso si tratta di  una tensione verso una corretta etica della comunicazione che si sposa in questo serial  con una sua visione “alta” della politica: indagare dietro la reale consistenza dei fatti, mantenere indipendenza di giudizio e promuovere una politica che si muova nella direzione di una vera uguaglianza i cittadini e che faccia grande la nazione (c’è molto patriottismo in questa serie). Il suo sguardo ottimista si rispecchia anche nei comportamenti dei protagonisti: ci sono molte discussioni animate in questo serial (è la specialità di Aaron) fra persone che la pensano diversamente ma proprio quando sembra che i rapporti stiano  per rompersi, interviene la ragionevolezza e ognuno riconosce la parte di verità presente nell’altro.

Nonostante tutti questi pregi, l’accoglienza del pubblico italiano potrà non essere elevata (come già stanno dimostrando le prime puntate) occorre riconoscere che le tematiche trattate sono molto americane soprattutto quando si affrontano temi politico (l’autore non nasconde le sue preoccupazioni per il successo del Tea Party).

Occorre anche aggiungere che a volte sembra che la capacità di Aaron di imbastire dialoghi diventi quasi un abuso: alcuni personaggi si confrontano abilmente difendendo le loro posizioni ma a volte sembra di assistere ad un esercizio di retorica, a scapito della profondità dell’analisi dei personaggi.

 Sarebbero stato  auspicabile ascoltare  discorsi meno programmatici ed assistere di più a fatti che realizzavano quegli ideali che venivano declamati..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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