Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

EPIC - IL MONDO SEGRETO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/23/2013 - 18:19
 
Titolo Originale: Epic
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Wedge
Sceneggiatura: Daniel Shere, William Joyce Tom, J. Astle, Matt Ember, James V. Hart
Produzione: BLUE SKY STUDIOS
Durata: 104

Mary Katherine, per gli amici MK, raggiunge una casetta in mezzo al bosco dove abita suo padre scienziato. Sua madre è morta da poco e MK cerca di riallacciare i rapporti con questo padre un po’ svitato che si ostina a fare ricerche con la pretesa di dimostrare che il bosco è abitato da un popolo di piccolissime creature. MK scopre che il padre ha ragione: ridotto anche lei a dimensioni minime, si accorge che nel bosco è in atto una battaglia fra le forze del bene e quelle del male per la sopravvivenza della natura…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Le foglie sono tante ma l’albero è uno”: è l’invito che proviene dal film alla solidarietà e all’unità di intenti fra chi si sente parte dello stesso popolo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia piena di fascino grazie a una CG in 3D particolarmente riuscita e con protagonisti ben caratterizzati
Testo Breve:

Mary Katherine scopre che  il bosco è animato da piccolissime creature impegnate a combattere per la sopravvivenza della natura. Un film pieno di fascino realizzato con un ottimo 3D, adatto per piccoli ecologisti 

Sono tanti i film che ci hanno prospettato l’esistenza di minuscole creature che popolano i boschi e la semplice erba dei nostri giadini e alla fine bisognerà pur crederci. Luc Besson con Arthur e il popolo dei minimei ci aveva fatto scoprire un microcosmo di piccoli esseri che vivono nel giardino di Arthur come in quello di qualsiasi altro bambino. Anche Sho, il ragazzo affetto da una grave malattia al cuore che sta passando un periodo di riposo presso la casa di campagna della nonna, fa la conoscenza con Arrietty nel film omonimo dello Studio Ghibli: una dolce ragazza del popolo dei minuscoli Rubacchiotti che vivono prendendo “in prestito” dagli umnani ciò che loro serve.

Epic assomiglia di più al secondo, come storia di formazione di due adolescenti: se Sho e Arrietty, aiutandosi a vicenda, avevano scoperto il valore dell’amicizia e Sho aveva recuperato la voglia di  continuare a lottare per vivere,  Mary Katherine supera il lutto per la morte della madre ritrovando l’affetto paterno mentre l’indisciplinato e orfano Nod del popolo dei Leafmen diventa un guerriero degno di suo padre.

La storia potrebbe assomigliare alle tante già raccontate per un pubblico di giovani ma questo lavoro di Chris Wedge realizzato con la sua Blue Sky Studios di cui è co-fondatore, conferma il segreto del successo dei suoi precedenti lavori ed in particolare della quadrilogia dell’ Era glaciale: la puntuale e divertente caratterizzazione dei personaggi e la capacità di  non perdere mai il gusto, anche nei momenti che si profilano tragici, per la scenetta divertente e la battuta scherzosa, grazie in questo caso alle due spalle comiche costituite dalle due lumache Mub e Grub, doppiate nella versione italiana da Lillo e Greg.

E’ proprio dal confronto con i precedenti lavori che si resta ammirati dai progressi nell’animazione 3D compiuti   dalla Blue Sky Studios, che continua in questo modo a tener testa a giganti delle dimensioni della Disney-Pixar e Dreamworks: se l’Era Glaciale manifestava una certa semplificazione del disegno, in questo Epic lo stupore per la ricchezza e la complessità delle immagini costituisce l’elemento predominante: numerose e complesse scene di massa, grande ricchezza e fantasia nelle scenografie delle processioni del popolo dei Leafmen nel bosco incantato.

Il tema dominante è quello della difesa della natura: come in Avatar non viene esclusa una qual forma di religione della natura, Epic manifesta la presenza di una misteriosa forza che  regola l’armonia della natura e la rigenera continuamente. Se  Avatar aveva una visione decisamente panteista, in questo caso  prevale una visione dualista dove le forze del male e del bene  si fronteggiano senza esclusione di colpi.

Occorre riconoscere che film come Epic risultano molto stimolanti per i più piccoli perché li invitano ad osservare con curiosità la natura che ci circonda, anche quella più domestica, per abituarli a scoprire quella bellezza che a prima vista non si scorge.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN JERSEY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/30/2013 - 18:13
 
Titolo Originale: Made in Jersey
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Dana Calvo
Produzione: FanFare Productions, Sony Pictures Television
Durata: 8 puntate di 42 minuti
Interpreti: Janet Montgomery, Kristoffer Polaha, Kyle MacLachlan, Megalyn Echikunwoke

Martina Garretti è una giovane donna del New Jersey di origine italiana che grazie alla sua tenacia e nonostante le origini modeste, è riuscita a farsi assumere in un importante studio legale di New York iniziando da subito a risolvere casi anche complessi. I suoi modi schietti ma sinceri riescono a far breccia nel nuovo ambiente di lavoro, formale è un po’ snob e destano simpatia le continue interruzioni sul lavoro che lei subisce da una famiglia numerosa e invadente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista si fa notare per un comportamento onesto verso tutti i colleghi e l’attaccamento alla famiglia di origine
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica per adulti
Giudizio Tecnico 
 
La protagonista è molto simpatica, i casi legali sono ben sviluppati, ma non riescono a sottrarsi a una certa prevedibilità che fanno perdere la suspence per l’inatteso
Testo Breve:

Una giovane avvocatessa di origini italiane risolve complessi casi legali in uno studio di New York. Immagine positiva di immigrati italiani che si distinguono per il loro attaccamento alla famiglia

E’ pensiero comune ritenere, anche se probabilmente non è più vero, che nel New Jersey vivano molti americani di origine italiana. Il serial TV Made in Jersey, in onda  da aprile 2013 su Fox Life, già andato in onda in U.S.A. sulla rete CBS nel 2012, ha come protagonista Martina Garretti, una italoamericana.

Non possiamo che applaudire al fatto che finalmente essere italiani non è più sinonimo di mafioso (I Soprano insegna) ma Martina, cresciuta in una famiglia numerosa di semplici origini, è riuscita con la sua tenacia a diventare avvocato e nella prima puntata la vediamo entrare, come neo assunta, in un prestigioso studio legale di New York. Sono lontani da lei anche i comportamenti rozzi che hanno costituito il successo dei protagonisti di Jersey Shore, giovani cafoni e tamarri di quello stato.

Il suo look inoltre è assolutamente professionale e non tradisce nulla delle sue origini: tailleur d’ordinanaza, borsa business e gonna sopra il ginocchio, unica concessione alla sua giovane età. Dov’è allora la sua italianità, come si può impostare un serial  che possa diventare interessante proprio perché la protagonista è un’italiana?

La risposta è nella famiglia. Un italiano si identifica in U.S.A. (almeno lì, meno male) per una sana, antica consuetudine a mantenere saldi i rapporti con i genitori e i fratelli, a non perdere i legami con la famiglia di origine anche quando si è diventati adulti.

La Garretti è la più piccola di una famiglia numerosa, dove la componente femminile ha la maggioranza: due sorelle, una sposata e l’altra divorziata, un fratello perdigiorno, una madre onnipresente ed impicciona, un padre che a stento riesce a infilare una parola nelle loro conversazioni.

Ad ogni puntata viene presentato un micro evento della famiglia: se Bonnie, la sorella divorziata invita a pranzo il suo nuovo fidanzato, subito dopo si organizza una riunione di famiglia per giudicare se  è l’uomo più adatto; se il figlio della sorella maggiore ruba un giubbotto in un negozio e  il proprietario è deciso a sporgere denuncia, Martina riesce a dissuaderlo offrendogli in cambio assistenza legale gratuita per un suo contenzioso. Se Martina non ha ancora ricevuto la prima busta-paga dallo studio, l’intraprendente mamma va direttamente a parlare con Donovan Stark, il titolare dello studio.

L’italianità va ricercata anche nei modi estroversi, schietti e allegri della protagonista (interpretata in realtà da Janet Montgomery, un’attrice britannica) che fanno da contrasto con i modi distaccati e un po’ snob dell’ambiente dello studio.

Non è da escludere che sia stato costruito di proposito un confronto, puntata dopo puntata, fra i valori portanti dei due mondi: se Martina resta indignata dal comportamento della madre di un suo cliente che ha abbandonato il figlio all’età di otto anni e solidalizza con la sorella nel dissuadere la nipote adolescente dal farsi un tatuaggio, veniamo a sapere che due colleghi maschi dello studio sono riusciti ad ottenere l’adozione di un bambino coreano mentre una cliente altolocata dello studio, essendo sterile, è riuscita a trovare una madre surrogata.

Le parentesi private sono però molto brevi, perché il cuore di ogni puntata è costituito dalla risoluzione di un legal thriller. La perspicace e tenace Martina riesce ogni volta a risolvere un caso che si presenta più complesso del previsto, spesso in contrasto di altri suoi colleghi che si accontenterebbero di un compromesso legale.

Se i dettagli investigativi sono sviluppati con buone competenze legali, la serie si adagia sulla sicurezza di un meccanismo ben oliato, che alla fine rende tutto scontato: il caso viene risolto, Martina riceve l’apprezzamento del capo dello studio, le stesse colleghe, che all’inizio l’avevano ostacolata, finiscono per complimentarsi con lei e la puntata si conclude con il primo piano di  Martina che sorride radiosa, mentre i suoi occhi dicono:  “quanto sono stata brava”.

Il serial non non ha avuto successo, almeno in U.S.A e si è fermato all’ottava puntata. Progettato per un pubblico prevalentemente femminile, si è forse pensato che questo tipo di audience avrebbe gradito la valorizzazione della famiglia e un ambiente di lavoro dove prevale la collaborazione e un’onesta attribuzione di meriti. Forse l’errore è stato proprio qui: non c’è cattiveria nelle storie, non c’è sesso (Martina si occupa solo di lavoro e non ha un fidanzato) né violenza.
Indubbiamente non ha aiutato una certa ripetitività nei plot delle varie puntate che forse ha contribuito a far sì che  il “buono” diventasse “buonismo”. Probabilmente il “buono” deve nascere, per interessare, dal contrasto con il “cattivo”

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KIKI - CONSEGNE A DOMICILIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/24/2013 - 16:44
 
Titolo Originale: Majo no takkyûbin
Paese: GIAPPONE
Anno: 1989
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: STUDIO GHIBLI, NIPPON TELEVISION NETWORK, TOKUMA SHOTEN
Durata: 102

Kiki ha appena compiuto 13 anni e secondo le regole delle streghe, deve inforcare la sua scopa per fare apprendistato presso una città dove non ci sono altre “colleghe”. Saluta i genitori e inizia il viaggio finché decide di fermarsi in una città di mare. Qui incontra una simpatica panettiera che le offre alloggio ma non riesce a fare amicizia con altre ragazze della sua età perché lei è troppo mal vestita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La generosità di alcune persone che incontra e l’amicizia con una giovane pittrice saranno determinanti per la formazione della giovane Kiki
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film conferma l’incanto dei disegni dello Studio Ghibli e una sceneggiatura particolarmente valida nel descrivere i turbamenti di una adolescente
Testo Breve:

La giovane strega Kiki cerca di essere utile, con la sua attitudine a volare su di una scopa, agli abitanti di una città dove non è conosciuta. Un film di formazione, di amicizia e di solidarietà giovanile

La Lucky Red ha deciso di regalarci, al ritmo di uno all’anno, i vecchi capolavori dello Studio Ghibli,  diretti e sceneggiati direttamente da Hayao Miyazaki.

Con Kiki – consegne a domicilio-1989, non ritroviamo la passione totalizzante per il volo presente  in Porco rosso-1992 o ne Il Castello del cielo-1986 (ma un dirigibile avrà una parte non secondaria verso la fine) né siamo trasportati in mondi di pura fantasia  come era accaduto ne La città incantata- 2001 o Il castello errante di Howl -2004 (ma la giovane protagonista è pur sempre una strega). Ci troviamo piuttosto sul crinale di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza  e due ragazzi sono protagonisti di un racconto di formazione e di amicizia come era già accaduto ne Il mio vicino Totoro-1988, in  Arrietty-2010 e ne La collina del papaveri – 2011.

Kiki ha tredici anni e secondo le regole delle streghe, è l’età giusta per iniziare l’anno di apprendistato; salutati quindi i suoi amati genitori e la sua deliziosa nonnina (come lo sono tutte le nonne nei film giapponesi, forse  specchio  di una cultura che rispetta particolarmente gli anziani, forse effetto dei film di Ozu) e inforca la sua scopa  con ancora qualche incertezza nella guida per  raggiungere una grande città, desiderosa di mostrarsi utile.

Una materna signora che gestisce con il marito una panetteria la ingaggia per le consegne a domicilio (ovviamente per via aerea) e le consente  di sistemarsi  in una  stanza ricavata nel solaio del negozio, con una bellissima vista sull’oceano.

Sono tante le componenti che contribuiscono a realizzare quel fascino così particolare delle opere di  Hayao Miyazaki.  Sicuramente il disegno, in questo caso una città di fantasia a metà fra le salite di S. Francisco e la old town di Edimburgo, animata da auto d’epoca e dal vento fresco che proviene dal porto. La natura è poco distante,  sempre presente nei suoi film: fitte boscaglie ma anche animali (in questo caso stormi di oche selvatiche compagne di viaggo di Kiki). Una natura saggia e benevola che  alimenta l’atteggiamento contemplativo di Miyazaki , espressione di un senso di meraviglia che è quasi ossequio verso qualcosa di divino.

Il racconto si sviluppa lento e ciò potrebbe risultare poco gradito ai giovani ma anche questo aspetto concorre a costituire lo stile dell’autore, che ha bisogno di tempo per mostrare le emozioni e le più lievi mutazioni nell’animo dei protagonisti adolescenti.

Sono note di stile che fanno da supporto alla principlale dote di  Miyazaki, vero esperto di umanità: raccontare in profondità  l’animo di un adolescente, in questo caso della tredicenne Kiki.

 Pochi tratti sono sufficienti per delineare le differenze fra i due protagonisti: Kiki è più riflessiva, incerta come tutte le adolescenti, sulla possibilità di essere considerata  carina, sugli abiti da indossare, sul come trattare i ragazzi; Tombo invece è un ragazzo schietto fino ad apparire maldestro, facile all’entusiasmo e incapace di stare fermo.  

Kiki oscilla fra lo slancio entusiasta e l’insicurezza paralizzante e in questa incertezza,  secondo la metafora imbastita dal film, finisce per  perdere  la capacità di volare.

Come era già successo in Arrietty, in Ponyo sulla scogliera, ne  La collina del papaveri, queste crisi di crescita non si superano da soli, ma con l’aiuto di un altro verso il quale si stabilisce un profondo senso di intesa e di amicizia. In questo caso sarà l’estrosa giovane pittrice che la ospita nella sua casa nella foresta a spingere Kiki  a trovare il suo stile personale con cui affrontare la vita, allo stesso modo con  cui anche lei aveva trovato la sua ispirazione artistica. 

Mentre fluiscono i titoli di coda, vediamo il gatto Gigi (amico inseparabile di Kiki) e la sua gatta con tanti gattini, la padrona della pasticceria che si coccola il  bambino appena nato, un finale che fa tornare inevitabilmente alla memoria quello, molto simile (ma in quel caso erano cuccioli di cane) , di un classico family-film della Walt Disney: Lilli e il vagabondo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CROODS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2013 - 17:21
 
Titolo Originale: The Croods
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Sanders, Kirk De Micco
Sceneggiatura: Kirk De Micco, Chris Sanders
Produzione: Dreamworks Animation
Durata: 90

simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio fantastico alla ricerca di una nuova vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Teneri e sinceri rapporti familiari, un bel racconto sul percorso educativo della protagonista
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli per un film divertente ed educativo
Testo Breve:

Una simpatica famiglia preistorica abbandona la propria caverna per intraprendere un viaggio che diventa anche un percorso di maturazione e di apertura alla speranza 

Una trama semplice, comprensibile anche dai più piccoli. Una famiglia di cavernicoli, padre madre nonna e tre figli, è l’unica sopravvissuta alle dure difficoltà di un mondo avverso. I vicini non ce l’hanno fatta: chi mangiato da un dinosauro, chi schiacciato da un mammut, ecc. Solo loro sono sopravvissuti. Come? Grazie alla paura. Il padre infatti insegna, per necessità, ai propri figli che solo guardandosi dai pericoli è possibile andare avanti.

Così la famigliola trascorre un’esistenza “tranquilla” tra le buie mura della propria caverna, uscendo esclusivamente per procacciarsi del cibo. Ma è evidente che questo non può bastare, e la prima ad accorgersene è la figlia maggiore, impavida e curiosa nonostante i dettami paterni. Ed è proprio quando lei si decide a rompere le regole avventurandosi nell’ignoto che tutto cambia. Grazie a lei, e all’incontro con un ragazzo, Guy, “diverso” perché pieno di fiducia nel futuro, tutta la famiglia impara a conoscere il nuovo, il bello, il buono che c’è nella realtà, riuscendo anche a scampare al terribile disastro ambientale che incombe su di loro.

Ed è quasi un percorso educativo quello che Guy fa compiere ai suoi buffi e trogloditi compagni di viaggio, un percorso di conoscenza a tutti gli effetti che permette di non porre la paura come unico orizzonte dell’esistenza. È la conoscenza di se stessi, degli altri, del mondo che permette il vero salto evolutivo e la possibilità di una vita più piena.

Altro aspetto interessante di questo viaggio fantastico sono i rapporti famigliari, in particolare quello tra padre e figlia che, seppur non nuovo per il grande schermo, è rappresentato in maniera tenera e sincera, oltre che con una grande dose di esilarante comicità. Il padre rozzo e primitivo per tutta la vita ha pensato solo a salvaguardare i propri cari, e ora si trova costretto a rischiare, ribaltando la propria visione del mondo, per assicurarne la sopravvivenza. Deve vincere la paura per abbracciare la speranza e, nella realtà come in un film di animazione, la cosa è più difficile di quanto sembri.

Con tanta allegria, freschezza e humor “I Croods” riesce nell’intento di divertire tutta la famiglia, insegnando qualcosa di profondo ai più piccoli e soprattutto ai loro genitori.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HOST

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/29/2013 - 11:02
 
Titolo Originale: The Host
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol dal romanzo di Stephenie Meyer
Produzione: Chockstone Pictures/Inferno Entertainment/Nick Wechsler Productions/Silver Reel
Durata: 125
Interpreti: Saoirse Ronan, Max Irons, William Hurt, Diane Kruger; prodotto da Stephenie Meyer, Paula Mae Schwartz, Steve Schwartz, Nick Wechsler

La Terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle Anime. In cambio dal mondo sembrano essere stati rimossi conflitti, inquinamento e ogni forma di violenza...se non fosse che alcuni "sopravvissuti" umani non si arrendono; quando Melanie, una di loro, viene catturata e nel suo corpo viene inserita una creatura aliena, la ragazza fa resistenza e così tra le due inizia un'inattesa e conflittuale convivenza. Quando poi Melanie convince la sua occupante a fuggire per raggiungere il fratello e l'innamorato Jared, la situazione si complica perchè nessuno crede che Melanie sia "sopravvissuta" mentre poi uno dei ribelli si innamora della nuova personalità della ragazza...Intanto sulle tracce dei ribelli c'è una Cercatrice disposta a tutto per annullare ogni forma di resistenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ancora amori romantici sulla scia della serie di Twilight e il tema della riconquista della libertà contro i malvagi alieni.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane,
Testo Breve:

La terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle anime. Il connubio fra fantascienza e storia d’amore adolescenziale non raggiunge l’effetto sperato

Per chi aveva sperato che il coinvolgimento di un autore come Niccol (suoi sia il meraviglioso Gattaca che il geniale Truman Show) potesse in qualche modo "salvare" l'adattamento del romanzo di Stephenie Meyer resterà deluso. Sembra proprio che, forse anche per il deciso coinvolgimento della scrittrice nella produzione, non ci sia verso che il materiale dell'autrice della saga di Twilight possa  maturare al punto da allargarsi oltre il suo target di riferimento. Va detto che il romanzo (per nostra fortuna un pezzo unico) da cui la pellicola è tratta, ha di per sé un punto di partenza problematico, che risiede più nell'impossibile matrimonio tra il genere "storia d'amore adolescenziale" con la fantascienza piuttosto che nella costruzione, in fin dei conti abbastanza banale, di un nuovo triangolo impossibile di quelli che hanno fatto la fortuna della scrittrice mormona. La fantascienza, genere metafisico per eccellenza, è da sempre il "luogo" naturale dove raccontare le grandi domande dell'esistenza, che qui purtroppo vengono ammannite solo in versione "bacio perugina" a discapito di ritmo narrativo e credibilità...

Inutile forse sprecare i paragoni con le varie "invasioni degli ultracorpi", ma nemmeno con le due versioni dei Visitors. Qui la Meyer lancia il sasso di una conquista soft ma non per questo meno drammatica (le Anime, a dispetto del loro nome, sono pur sempre delle specie di insetti luminosi che si installano alla base della testa del corpo occupato annullandone - quasi sempre- l'identità), ma poi, come spesso accade nei suoi romanzi, pretende di annullare il conflitto che lei stessa ha creato. Da una parte, infatti, "normalizza" la relazione tra le due identità che convivono in un solo corpo, dall'altra fa comodamente accettare la suddetta da chiunque la incontri dopo un breve momento di frizione...

Del resto la logica e il funzionamento di questa nuova Terra, non viene, opportunamente, mai davvero spiegato, in modo da non creare crepe nell'impostazione del film, che di fatto punta tutto su questo anomalo quadrilatero sentimentale i cui passaggi appaiono talmente forzati da scivolare in più momenti in un comico involontario.

Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane, dal momento che i potenziali conflitti vengono risolti senza un vero perché, guidando la vicenda verso un finale che non ha il coraggio di essere drammatico e cioè di portare fino in fondo la scelta dell'aliena "convertita". Senza voler svelare il finale siamo dalle parti di Twilight, dove un dilemma impossibile si scioglie come neve al sole lasciando la protagonista felice e contenta...

L'allontanamento non violento degli occupanti (che, d'altra parte, sembra non dare molte garanzie, se non pilotate, sul fatto che possano ritornare), ventilato nel finale, del resto sembra una soluzione simile a quelli che pensano di risolvere il problema dell'inquinamento mandando i rifiuti sulla Luna, e cioè, in questo caso, scaricando i visitatori indesiderati a qualcun altro, lontano qualche anno luce, in ogni caso abbastanza perché non ci si debba preoccupare per il loro destino...

Una serie di compromessi che rende tra l'altro la pellicola decisamente più debole anche sul piano del racconto, a cui mancano picchi e tensione e che rischia di scontentare, con il suo eccesso di retorica, anche il suo pubblico di riferimento, che, un po' come accade con i romanzi rosa, finirà per "scorrere" i minuti del film come le pagine di un libro mediocre, in attesa di uno degli improbabili momenti di intimità della protagonista con i sue due pretendenti...

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UPSIDE DOWN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/11/2013 - 22:24
 
Titolo Originale: Upside Down
Paese: CANADA, FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Juan Diego Solanas
Sceneggiatura: Juan Diego Solanas, Santiago Amigorena
Produzione: NOTORIOUS PICTURES
Interpreti: Kirsten Dunst, Jim Sturgess

Due pianeti sono così vicini fra loro che i loro abitanti possono guardarsi semplicemente alzando gli occhi ma i due mondi sono separati da una profonda ingiustizia: in uno ci sono gli sfruttati, nell’altro gli sfruttatori. Adam e Eve si sono innamorati, a dispetto del fatto che non sono nati nello stesso pianeta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un amore contrastato finirà per trionfare e gli sfruttati riscatteranno il loro destino
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film è ammirevole per l’originalità con la quale ha saputo costruire una storia d’amore in un mondo di pura fantasia ma il racconto manca del pathos necessario per affascinare pienamente
Testo Breve:

Il film realizza un universo futuro  visivamente affascinante, luogo di un romantico amore fra un Romeo e una Giulietta nati in mondi fra loro divisi. Il film colpisce per l’originalità delle scenografie ma lo sviluppo della storia non riesce ad appassionare pienamente

Bisogna riconoscere che non c’è convenienza a desiderare di vivere nel prossimo futuro. A giudicare da quel che ci viene proposto al cinema, il tempo che verrà sarà caratterizzato da  ingiustizia e schiavitù. Solo per citare qualche fim della scorsa stagione, Hunger Games e In Time (che a sua volta rimanda al magnifico Gattaca-la porta dell’universo, dello stesso autore) ci mostrano un mondo irrimediabilmente spaccato in due: da una parte gli sfruttatori, dall’altra gli sfruttati.  Anche nel recente Looper – In fuga dal passato appare evidente che la violenza e la sopraffazione prenderanno il sopravvento.

Nel caso di Upside Down la situazione è un poco più complicata: i mondi ora sono due, ma così vicini fra loro che non sarebbe difficile passare da uno all’altro (è stata perfino costruita una lunga galleria che li collega fra loro, “il mondo di mezzo”, attrezzata con uffici) se non fosse rigorosamente vietato perché nel mondo di sopra ci sono gli sfruttatori (un mondo ricco e colorato) mentre nel mondo di sotto, in bianco e nero, infestato da una pioggia di petrolio che cade da impianti di trivellazione mal gestiti, ci sono gli sfruttati. A rendere più complicata la situazione (i primi minuti del film vengono spesi solo per spiegare questa intricata situazione) ogni essere umano, ogni oggetto  risente della forza di gravità del pianeta di origine  anche quando si reca nell’altro. Venire a contatto con oggetti del mondo gemello può anche essere pericoloso, perché dopo qualche ora generano una combustione.

Dopo un primo momento di smarrimento, lo spettatore riesce ad immedesimarsi in questa realtà spaccata in due (in una sala da ballo “promiscua”, se alcuni ballano con i piedi sul  pavimento, altri volteggiano a testa in giù sul soffitto) anche perché gli autori hanno saputo fare un uso sapiente della computer grafica, rendendo non solo credibile, ma anche esteticamente affascinante questo mondo double-face. Anche in questo universo diviso sboccia, quasi inevitabile, l’amore fra un Romeo e una Giulietta: lui si chiama Adam, è un ragazzo orfano che vive nel mondo di sotto, lei è Eve ed è una privilegiata del mondo di sopra.

Si sono conosciuti fin da piccoli quando, andando sulla cima più alta dei loro mondi e guardando in su, si sono visti ed hanno incominciato a parlare. Una volta che sono diventati grandi, Adam cercherà di incontrarla, sfidando i gendarmi che tengono ben separati i due mondi, le leggi fisiche che lo costringerebbero a “precipitare in alto” quando si trova nel pianeta che non è il suo e a combattere l’amnesia di Eve che dopo un incidente non ricorda più il suo innamorato di un tempo.

Il film ha la graziosità di una favola; la storia d’amore, così contrastata, è carica di  sognante romanticismo e non manca di un suo originale fascino visivo, soprattutto quando i due giovani si trovano fra le nuvole, in cima a due montagne contrapposte: un nuovo, originale contributo all’immaginario filmico.

C’è però qualcosa che manca nel racconto: se è molto curata la descrizione sul come si possono contrastare le due forze di gravità antagoniste, non si percepisce la minaccia di un vero nemico umano (per due volte i due innamorati vengono catturati e per due volte li ritroviamo, inspiegabilmente, liberi). E’ come se il desiderio di costruire un mondo di sogno abbia attutito le tensioni e il film manchi dell’energia necessaria per costruire il punto di svolta catartica della storia.

Il film ha saputo dar corpo a uno spunto sicuramente ingegnoso ed originale  che però finisce per diluirsi nel suo stesso sviluppo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CIRQUE DU SOLEIL 3D: Mondi lontani

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/08/2013 - 20:51
 
Titolo Originale: Cirque du Soleil: Worlds Away
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andrew Adamson
Produzione: ANDREW ADAMSON, MARTIN BOLDUC, ARON WARNER
Durata: 91

Una ragazza s’innamora di un trapezista e lo insegue attraverso i tendoni di un fantasmagorico circo, in una dimensione parallela in cui realtà e immaginazione si confondono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La bellezza dello spettacolo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Andrew Adamson non riesce a costruire un discorso cinematografico sensato che giustifichi la messa in scena, indeciso se porsi dalla parte dello spettatore passivo o trovare una più autoriale sintesi tra immagini e musiche
Testo Breve:

Il film è in realtà un documentario sullo spettacolo messo in scena dal  famoso circo che si esibisce soprattutto negli Stati Uniti ma la realizzazione è piatta e può interessare solo una stretta cerchia di appassionati

La frase di lancio del film recita: “Un viaggio spettacolare in cui l’immaginazione diventa realtà”. Produttore esecutivo è James Cameron – e per questo il poster con furbizia annuncia “Dai produttori di Titanic e Avatar” – e regista è Andrew Adamson, che ha diretto pellicole importanti come i primi due episodi di Shrek e i primi due delle Cronache di Narnia. Tutti questi elementi potrebbero trarre in inganno gli spettatori e far loro credere che Cirque du Soleil sia l’ennesimo fantasy. Nossignore. Si tratta di una versione cinematografica dell’omonimo spettacolo circense, girata durante alcune esibizioni della compagnia a Las Vegas.

Niente personaggi e niente trama, insomma: la cornice – in cui una ragazza entra in un circo, s’innamora al volo di un ragazzo, che poi scopriamo essere un asso del trapezio – è un debole pretesto che serve ad accompagnare lo spettatore all’inizio del film, fargli prendere posto e poi lasciarlo allo stesso spettacolo che vedrebbe se pagasse il biglietto in uno degli allestimenti che ogni anno si tengono in varie città del mondo.

Perché farne un film, allora? Un po’ per il feeling sempre esistito tra i due ambienti dello spettacolo: circo al cinema vuol dire Charlie Chaplin, Cecil B. De Mille e, soprattutto, Federico Fellini. Vuol dire tanti omaggi e citazioni, che vanno dal prologo di Indiana Jones e l’ultima crociata a Madagascar 3. Un po’ perché le esibizioni del Cirque du Soleil erano un banco di prova interessante per continuare a fare esperimenti con il 3D, in un continuo lavoro di perfezionamento tecnologico a cui cineasti come James Cameron – che qui ci mette il nome forse soprattutto per portare un po’ di gente nelle sale – stanno dedicando tempo ed energie.

Gli omaggi cinefili si esauriscono dopo i primi minuti di film quando, come detto, l’introduzione narrativa lascia lo spazio allo show vero e proprio. L’ambientazione non è neanche circense nel senso stretto del termine, giacché le performance del Cirque du Soleil sono piuttosto un intreccio di altre arti, che vanno dal balletto, alla performing art al musical classico, in cui scenografia, coreografia e fotografia la fanno da padrone, dialogando con la musica senza bisogno di parole.

Il 3D è appena percepibile e sicuramente non vale il prezzo del biglietto. Andrew Adamson è indeciso se assecondare lo stupore dello spettatore, tenendosi a distanza, oppure cercare una più autoriale sintesi tra immagini e musiche, lavorando sulla poesia dei corpi, dei movimenti e degli elementi (acqua, aria, terra e fuoco, di cui la fotografia cerca di recuperare le diverse consistenze e luminescenze). Il risultato è più che altro anonimo. Meno interessante di quello che sarebbe potuto essere un documentario con gli stessi protagonisti, non è neanche abbastanza coraggioso da diventare arte astratta.

Insomma, un nulla di fatto: un “film” che porta nelle sale di tutto il mondo uno show altrimenti visibile soltanto in Canada, Stati Uniti e pochi altri Paesi, interessante forse per una nicchia di appassionati di questo genere di esibizioni, che però non dà niente allo spettatore alla ricerca di emozioni, e neanche riesce a costruire un discorso cinematografico sensato che giustifichi la messa in scena. Con l’aggravante che, una volta visto sulla tv di casa, perderà anche quel minimo di spettacolarità che sul grande schermo almeno lo tiene in piedi.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RE DELLA TERRA SELVAGGIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/01/2013 - 18:41
 
Titolo Originale: RE DELLA TERRA SELVAGGIA
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Benh Zeitlin
Sceneggiatura: Benh Zeitlin, Lucy Alibar
Produzione: COURT 13, CINEREACH, JOURNEYMAN PICTURES
Durata: 92
Interpreti: Quvenzhané Wallis, Dwight Henry

Hushpuppy è una bambina di 6 anni che vive nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa del Sud della Lousiana, a perennne rischio di allagamento da parte degli uragani, frequenti in quella zona. Suo papà, Wink, un alcolista dalla salute inferma, la addestra a cavarsela da quando lui non ci sarà più. Hushpuppy si sta preparando con cura perché sa che prima o poi le calotte polari si scioglieranno, l’acqua innonderà tutta la loro terra e i terribili Aurochs, creature preistoriche, faranno la loro comparsa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un rapporto fra padre e figlia contrastato ma intenso, caratterizzato da forte stima e amore reciproci
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena impressionante e linguaggio scurrile. Il padre invita la figlia a bere bevande alcoliche
Giudizio Tecnico 
 
Il regista è stato molto bravo nel trasmetterci la poesia di un mondo visto con gli occhi di una bambina ma anche a rendere molto vivi i rapporti umani fra attori non protagonistl
Testo Breve:

Questo piccolo film con attori non protagonisti, ambientato nel sud della Louisiana perennemente infestata da uragani,  candidato a 4 Oscar, ci trasmette tutta  la poesia di un mondo trasformato dalla fantasia di una bambina di sei anni

“Tutti noi, uomini ed animali, siamo solo carne. Ogni cosa fa parte del buffet  dell’universo. Gli Aurochs sono feroci creature esistenti dai tempi in cui  tutti noi  vivevano nelle caverne. Essi divoravano i bambini proprio davanti ai loro genitori. E i genitori cavernicoli non potevano farci niente perché erano troppo poveri e molto piccoli. Qualcuno qui pensa che gli uomini delle caverne restassero seduti a piangere come delle femminucce? E’ bene che ci pensiate perché un giorno di questi la struttura dell’universo si spezzerà, le calotte polari si scioglieranno, l’acqua salirà e tutto ciò che si trova a sud della diga verrà sommerso. E’ meglio che impariate a sopravvivere già da adesso”.

La maestra guarda i bambini, tutti in età pre-scolare ed è sicura, dagli occhi sgranati che la stanno fissando, che le sue parole hanno fatto il loro  effetto. Si è servita dell’immagine del un graffite paleolitico dove uomini stilizzati fronteggiano strani e possenti animali, poi della foto dei ghiacci del Polo Sud, da dove proviene  la futura minaccia ed infine una cartina geografica al centro della quale è riprodotta l’isola  di Jean Charles dove vivono, a sud della Louisiana, quella terra bassa e paludosa che nel 2005 è stata totalmente devastata dall’uragano Katrina.
Hushpuppy è una bimba di sei anni di colore che ha imparato fin da piccola da suo padre ad amare la terra in cui vivono, ad essere orgogliosa di non essere come “quelli  che si trovano all’asciutto al di là della diga” . Quella è gente che mangia i pesci che stanno dentro la plastica e i loro bambini restano sempre legati a una carrozzina, mentre loro possono pescare anche solo immergendo le mani nella laguna e aspettando che un pesce passi. Hushpuppy fa da voce di sottofondo ed è proprio la visione della bimba a rendere magico ciò che al nostro sguardo non lo è affatto: una vita passata in mezzo al fango e come in una gigantesca discarica di rifiuti, fra l’incredibile disordine di  baracche fatte di latta e di compensato.  In quella che loro confidenzialmente chiamano la “vasca da bagno” c’è una comunità di sbandati, con i volti scavati dei barboni dei tempi della Grande Depressione, ma tutti solidali fra loro e orgogliosi di vivere in un mondo dove non circola il denaro, lontani da ogni comodità o convenzione, a stretto contatto con la natura, sostenuti solo da  ciò che essa generosamente può loro offrire.

Il regista e sceneggiatore Benh Zeitlin alla sua opera prima è riuscito a ricostruire e a renderci credibile questo mondo a parte, così  desolato ma reso magico dalla visione della bambina: per lei è solo un pezzo dell’universo che, come le ha insegnato la maestra, è un tutto strettamente interconnesso, dove ogni cosa  deve restare al suo posto e  se un pezzo anche piccolo si rompe, l’universo intero si spezzerà.

Ma la componente di sogno e di meraviglioso espressa dalla fantasia della bambina è solo un contorno per l’aspetto più vivo del film: il rapporto fra Hushpuppy e suo padre Wink. Un rapporto difficile, con un padre alcolista e definitivamente minato nel fisico ma che sicuramente, a modo suo, vuole molto bene a sua figlia. Hushpuppy lo sa e a dispetto dei litigi fra di loro, a dispetto del suo scomparire per giorni senza lasciare traccia, lo cerca e piange quando vede che Wink non ha  più la forza per rialzarsi. Il padre le insegna a essere forte come un uomo e a non piangere mai, perché quando lui morirà dovrà imparare a cavarsela da sola.
Hushpuppy segue fedelmente i suoi insegnamenti perché sa che prima o poi i ghiacci si scioglieraano e arriveranno gli Aurochs, ma lei è pronta, lei non ha paura.

Benh Zeitlin assieme alla co-sceneggiatrice Lucy Alibar sono riusciti mirabilmente, con pochi mezzi, a ricostruire questo mondo filtrato dalla fantasia di una bambina, un mondo pieno di meraviglie dove il rischio di fare letteratura era presente ad ogni passo, ma soprattutto a far recitare attori non protagonisti, prima fra tutti la piccola Quvenzhané Wallis, candidata all’Oscar 2013 come protagonista femminile, la più piccola nella storia del cinema.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MILLE E UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/27/2012 - 18:26
 
Titolo Originale: Le mille e una notte
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Marco Pontecorvo
Sceneggiatura: Lucia Zei
Produzione: Raifiction, Lux Vide, Tececinco Cinema
Durata: RaiUno 26 e 27 novembre 2012
Interpreti: Vanessa Hessler, Marco Bocci, Paz Vega, Massimo Lopez

Aladino ha perso la memoria, è diventato molto infelice e malvagio perché uccide tutte le donne che raggiungono il suo castello. Sherazade sta per subire la stessa sorte ma si salva perché promette al principe di raccontarli una storia che sicuramente gli interesserà. In questo modo notte dopo notte, riesce ad intrattenere il principe evitando la morte.
Sherazade racconta in realtà la loro storia: Aladino l’aveva salvata da un attentato ordito dalla matrigna Alissa. I due giovani si erano subito innamorati ma si erano dispersi quasi subito: il malefico Jafar non aveva esitato ad uccidere il padre di Sherazade per impadronirsi del trono e Sherazade era stata costretta a fuggire…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'amore vero è capace di tenacia e sacrificio, di mettere l'amato e la sua felicità sopra la propria, senza perdere mai la speranza di un lieto fine che è anche ristabilimento della giustizia e dell'amore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La miniserie colpisce per la ricchezza delle ambientazioni e la preziosità dei costumi, come si addice a una favola. In armonia con la favola è anche la bellezza della protagonista (Vanessa Hessler) anche se la dinamica della sua recitazione appare spesso trattenuta
Testo Breve:

RaiFiction e Lux Vide ci ripropongono il fascino delle favole orientali per riunire tutta la famiglia intorno a questi grandi racconti archetipici che trasmettono ancora oggi importanti valori. , Nostra intervista esclusiva alla produttrice creativa Luisa Cotta Ramosino

 

INTERVISTA A LUISA COTTA RAMOSINO, PRODUTTORE CREATIVO DELLA MINISERIE

 

Dopo Pinocchio e Cenerentola Lux Vide e  Rai Fiction sono tornati a proporci una fiaba. Le fiabe sono di gran moda al cinema: aveva iniziato la serie Shrek dissacrando allegramente tutte le fiabe Disney , ma il più delle volte (Cappuccetto Rosso sangue-2011, Biancaneve-2012, Biancaneve e il cacciatore-2012,..) le fiabe sono state rivisitate in chiave dark e psicoanalitica.
Mi sembra invece che con Le mille e una notte si vogliono riproporre le fiabe di un tempo per motivi totalmente diversi, non è vero?”

Il lavoro della Lux sulle fiabe è piuttosto il tentativo di recuperare un tipo di racconto in grado di unire tutta la famiglia davanti allo schermo, recuperando i valori che questi grandi racconti archetipici trasmettono ancora oggi, ma inserendoli in un contesto e in un linguaggio che li rendano appetibili al pubblico di oggi

 

“Quindi Lux Vide e Rai Fiction ci proporranno presto altre fiabe?”

Siamo al lavoro su altre fiabe: "La bella e la bestia", "La sirenetta", "Peter Pan"

 

“Le mille è una notte” è una raccolta di racconti orientali molto diversi fra loro di origine araba, persiana ed egiziana. , con quale criterio avete selezionato le novelle per arrivare a costruire un racconto unitario?”

 La sceneneggiatrice Lucia Zei (già autrice di Atelier Fontana per la Lux) ha scelto di raccontare i personaggi che riteneva più moderni e capaci di parlare al pubblico televisivo, e poi costruendo per loro dei percorsi di crescita in cui ci si potesse immedesimare

 

Già nella prima puntata si intravedono innesti anche “occidentali” (la maga Circe, la matrigna di Biancaneve ed anche riferimenti cinematografici come la passeggiata per la città di Sherazade e  Aladino che ricorda molto la principessa e il giornalista di Vacanze romane): non era sufficiente la ricchezza delle novelle orientali per presentarsi a  un pubblico europeo ed americano?

Piuttosto ci siamo resi conto che c'erano molti punti in comune tra i patrimoni narrativi orientali e occidentali e quindi era possibile e intrigante "inventare" una storia in cui i due mondi potessero incontrarsi, rendendo più "familiare" il mondo del racconto al pubblico italiano

 

I protagonisti sono sicuramente Sherazade (Vanessa Hessler) e Aladino (Marco Bocci) avete costruito per loro una forma di maturazione, di cammino interiore?

Assolutamente sì, nel caso di Sherazade si tratta il percorso doloroso di una giovane donna che deve imparare a non puntare solo sulla sua intelligenza, ma anche ad ascoltare il suo cuore ed educarlo alla pietà, mentre nel caso di Aladino si tratta di un percorso in cui un giovane uomo deve capire il suo valore, anche in un mondo che tende a dar valore al denaro e al potere

 

Le mille e una notte colpisce per la ricchezza delle ambientazioni e la preziosità dei costumi, come si addice a una favola. Tu e Sara Melodia  siete state i produttori creativi della miniserie: puoi dirci se è  stata complessa e impegnativa la realizzazione della miniserie?

E’ stata molto complessa anche pensando alla riduzione dei budget della nostra televisione, alla fatica di girare in un paese come la Tunisia in piena estate per non parlare della fatica di realizzare un film pieno di effetti speciali e visivi, costruendo tantissime ambientazioni diverse. Essenziale è stato il contributo del regista Marco Pontecorvo, che ha una lunga esperienza anche internazionale ed è stato in grado di offrire un giusto compromesso tra il gusto della messa in scena e la profondità dei sentimenti, sfruttando al meglio le risorse a sua disposizione. 

 

Vanessa Hessler buca lo schermo per la bellezza del suo volto (anche se la sua formazione di modella finisce a volte per dare un tono trattenuto alla sua recitazione); perché questa scelta? Non si poteva trovare   un’attrice di origine mediorientale o mediterranea? Oltretutto l’arrivo in TV, a una settimana di distanza, della miniserie su Santa Barbara (di nuovo con la stessa protagonista) non rischia di generare un effetto “saturazione” nei confronti della Hessler?

L a scelta di usare un volto molto amato dal pubblico di Rai 1 è legata al tentativo di creare una mediazione tra l'ambientazione lontana e le aspettative del pubblico di Rai1, con una licenza poetica che crediamo fosse essenziale a creare un ponte tra il normale gusto televisivo e un'operazione a suo modo "temeraria" sia per il genere affrontato (l'avventura e il fantasy che sulla tv italiana sono una rarità) che per la scelta di una "fiaba" che non è strettamente parte della nostra tradizione.  Quanto alla saturazione di Vanessa Hessler questo è un discorso che riguarda più le scelte di programmazione della Rai che chi realizza i prodotti e poi li "consegna" al broadcaster...

 

“Secondo te,  quali sono i messaggi positivi che possono cogliere i giovani e i non giovani che vedono la miniserie?

il messaggio è credo quello sintetizzato dall'insegnamento del Genio, che di fronte al desiderio di Aladino di mettere le mani sulla lampada magica per realizzare i suoi desideri lo invita piuttosto a guardare al fondo del suo cuore, scoprire il suo valore e puntare su quello per conquistare la sua amata; così come vale l'insegnamento che Sherazade apprende dall'incontro con un'altra donna innamorata, e cioè che l'amore vero è capace di tenacia e sacrificio, di mettere l'amato e la sua felicità sopra la propria, senza perdere mai la speranza di un lieto fine che è anche ristabilimento della giustizia e dell'amore.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN MOSTRO A PARIGI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/21/2012 - 20:51
 
Titolo Originale: Un monstre à Paris
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Bibo Bergeron
Sceneggiatura: Bibo Bergeron, Stéphane Kazandjian
Produzione: LUC BESSON PER EUROPA CORP., BIBO FILMS, FRANCE 3 CINÉMA, WALKING THE DOG
Durata: 82

Nel 1910 Parigi è sott’acqua perché la Senna ha superato gli argini. Emilie e Raoul sono due amici: il primo è un timido proiezionista mentre l’altro si occupa di consegnare pacchi per la città con il suo furgoncino. Entrambi hanno problemi sentimentali: Emilie vorrebbe tanto dichiararsi alla cassiera del suo cinema ma non trova mai il coraggio; Raoul è segretamente innamorato di Lucille, la prima cantante del cabaret l'"Oiseau rare" ma ormai lei è troppo famosa e non si occupa di lui.
A complicare la situazione una pulce gigante (effetto di un esperimento andato fuori controllo) terrorizza Parigi. Sarà Lucille a riconoscere l’animo mite della pulce e la sua bella voce tanto da convincerla a salire sul palcoscenico per cantare insieme. Intanto il prefetto di Parigi è alla ricerca del mostro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film valorizza la preminenza della bellezza interiore a dispetto di qualsiasi apparenza e la generosa solidarietà per protagonisti nel confronti del “mostro”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Molto belle le scenografie di Parigi; qualche carenza nella tenuta dell’intreccio narrativo
Testo Breve:

L’animatore francese Bibo  Bergeron, dopo aver lavorato molti anni alla Dreamworks, realizza un’opera interamente francese di grande qualità estetica senza paura di sfigurare con le grandi produzioni americane

 

Il cinema di animazione americano è sotto assedio? È troppo presto per dirlo.

Dall’Italia è partita la sfida con “I gladiatori di Roma” di Igino Staffi. Una sfida audace ma al contempo prudente (come sceneggiatore per i dialoghi è stato ingaggiato  un americano, Michael J. Wilson, autore di “L’era glaciale) con un occhio al mercato americano (quale giovane d’oltreoceano non conosce il Colosseo e i gladiatori?) e a quello nazionale (la voce inconfondibile di Belèn).

Adesso è la volta della Francia: Bibo  Bergeron,  diplomato presso la scuola per animatori CFT- Gobelins di Parigi e poi per otto anni presso la Dreamworks (è stato co-regista di Shark Tales), ha tutte le carte in regola per affrontare la sfida. Anche Bibo con i suo “Un mostro a Parigi”  ha avuto un occhio all’America (tutti conoscono i ponti sulla Senna e il profilo d Montmartre) e al mercato francese grazie al richiamo del duetto di Vanessa Paradis con  M. Chedid che è anche autore delle canzoni.

Parigi è sempre Parigi, soprattutto nell’immaginario americano che si è  cristallizzato grazie agli scrittori americani che la conobbero nell’immediato dopoguerra (ricordato molto intelligentemente da Woody Allen in Midnight in Paris) e già visitata dai film d’animazione della Walt Disney (Gli aristogatti e Ratatouille). Bibo Bergeson aveva come autorevole precedente nazionale la fantasiosa bellezza dei disegni di  Sylvain Chomet in Appuntamento a Belleville e nelle scenografie di questo film mostra tutto il suo estro: ha impiegato caldi colori pastello e un pizzico di nostalgia che richiama molto da vicino le strade  di Parigi di  Maurice Utrillo.  E’ sicuramente questa la parte più affascinante del suo lavoro, mentre iI disegno dei caratteri è simpatico ma non molto dettagliato, com era già accaduto per  “I gladiatori di Roma”.

Il racconto è sicuramente edificante perché sottolinea la preminenza della bellezza interiore rispetto alle apparenze e  la generosità di Lucille e dei suoi compagni che sanno difendere il mostro buono dai suoi nemici. Il film non è stato ritagliato sugli spettatori più piccoli (manca la spalla comica di qualche animaletto o la figura di un bambino) ma è  orientato alla prima adolescenza con le storie d’amore dei due protagonisti.

La struttura del racconto è forse la parte più debole, perché si limita a realizzare un collage di storie note e scene già viste: il fantasma dell’Opera, Frankestein, La bella e la bestia ma anche King Kong, quando il mostro sale in cima alla Torre Eiffel.

Complessivamente un’opera divertente e gradevole anche per le sue canzoni originali ma forse, volendo fare il punto sulla sfida lanciata agli americani, non sono le capacità tecniche che mancano in Itaia e in Francia (anche se perfezionabili) ma occorrerebbe più coraggio proprio nella struttura del racconto, senza rifugiarsi nel già visto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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