Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

STORIA D'INVERNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/22/2014 - 00:30
Titolo Originale: Winter’s tale
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Akiva Goldsman
Sceneggiatura: Akiva Goldsman
Produzione: Akiva Goldsman, Marc Platt, Michael Tadross, Tony Allard per Warner Bros. Pictures/ Village Roadshow Pictures/ Weed Road Pictures
Durata: 118
Interpreti: Colin Farrel, Jessica Brown Findlay, Russell Crowe, Jennifer Connelly, William Hurt, Eva Marie Saint, Will Smith

New York 1914. Lo scassinatore Peter Lake incontra Beverly Penn, bellissima e malata. I due s’innamorano ma le forze del male congiurano contro di loro. Cento anni dopo Peter avrà una seconda chance per compiere il suo destino…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film parla del valore irriducibile di ogni singolo essere umano, ma purtroppo ha più il sapore di un confortante manuale di self help che di una vera filosofia.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza, una scena sensuale e di nudo parziale.
Giudizio Tecnico 
 
La storia procede con totale sprezzo del ridicolo: la banalizzazione estrema investe ogni elemento della storia e le sorprese sono bandite fino al prevedibile finale
Testo Breve:

Lui e lei si innamorano ma le forze del male cospirano contro di loro: la storia procede con totale sprezzo del ridicolo

 

È abbastanza difficile capire che tipo di pubblico pensasse di conquistare Akiva Goldsman (sceneggiatore pluripremiato cui si devono grandi film come A Beautiful Mind, Cinderella Man,  Il cliente, Io sono leggenda ma anche di scivolate imbarazzanti come l’adattamento de Il codice da Vinci e del suo seguito  Angeli e demoni e lo sciagurato Batman e Robin) qui alla sua prima prova da regista.

Certo non i lettori del libro di Mark Helprin da cui il film è tratto (pubblicato nel 1983, e considerato da un pubblico di critici uno tra i migliori 25 romanzi degli ultimi trent’anni) e a cui questo film sta come un foglietto dei Baci perugina a un canto di Dante.

La citazione del sommo poeta non è fuori luogo dato che il romanzo di Helprin, ben lungi dal ridursi alla favoletta zuccherosa e new age qui presentata, è un ambizioso tentativo di fantasy metafisico che parla di destino, giustizia, bellezza e verità, va avanti e indietro nel tempo e procede per voli pindarici, sullo sfondo di una New York descritta con il realismo magico dei grandi classici.  Qualcosa che rispetto alla modernità si colloca dalle parti de Il signore degli anelli

Di fronte a tanta grazia Akiva Goldsman, che pure deve aver coccolato il progetto per parecchio tempo, sbaglia tutto quello che poteva sbagliare, finendo spesso per scivolare nel ridicolo involontario e martellando ad ogni piè sospinto con dialoghi didascalici e voice over irritanti la sua morale: tutti abbiamo un destino e un miracolo da regalare a una persona e una persona soltanto e l’universo cospirerà per portarci al successo, o, al peggio, a darci un posto come stelle una volta finito il nostro cammino sulla terra.

Tolti anche i puristi che si erano sobbarcati le 800 pagine di fatica dell’originale, pure il pubblico ben disposto dei giorni di San Valentino rimarrà abbastanza deluso da una racconto in cui l’amore viene sì sbandierato a destra e a manca come salvifico Graal capace di distruggere le forze demoniache rappresentate da un cattivissimo Russel Crowe, ma poi si svolge tra scene da cartolina e senza un vero sviluppo drammatico.

Il protagonista Peter Lake (Colin Farrel con la pettinatura più assurda che si potesse immaginare) è un ladro e meccanico abilissimo (si tratti di caldaie, casseforti o apparecchi per le diapositive, riesce a smontare e ricostruire qualunque cosa) in rotta non si sa bene perché con il suo capo Pearly Soames.  Durante un furto incontra una ragazza bella e ricca, minata però da un male incurabile. È amore a prima vista, puro e splendente, ancora di più perché irrimediabilmente condannato dalla morte; del resto proprio in quanto tale diventa il terreno di scontro delle forze del Bene e del Male.

Le prime rappresentante da un candido cavallo volante (che tutti chiamano cane bianco ma solo chi ha letto il romanzo capirà perché), le secondo capeggiate dal bieco Pearly, che risponde, però, a niente di meno che a Lucifero stesso (un improbabile Will Smith che soggiorna in un sotterraneo mal illuminato).

La storia procede con totale sprezzo del ridicolo, passando dall’inizio del Novecento al 2014, dove il compimento del destino di Peter ha a che fare con la salvezza di una bambina malata di cancro che, in quanto tale (come sua madre inutilmente interpretata da Jennifer Connelly), non sembra bisognosa di ulteriore caratterizzazione.  Dato il dispiego di forze in campo, tra angeli e demoni che il buon Goldsman si deve essere portato dietro dall’ultimo adattamento di Dan Brown, ci saremmo aspettati qualcosa di più circa la salvezza universale, ma lo sceneggiatore ha la scusa pronta anche per questo. La banalizzazione estrema investe ogni elemento della storia e le sorprese sono bandite fino al prevedibile finale, che parla del valore irriducibile di ogni singolo essere umano, ma purtroppo ha più il sapore di un confortante manuale di self help che di una vera filosofia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LONE SURVIVOR

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/18/2014 - 17:26
Titolo Originale: Lone Survivor
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Peter Berg
Produzione: Emmett/Furla FIlms, Envision Entertainment Corporation, Film 44, Herrick Entertainment, Hollywood Studos International, Spikings Entertainment, Weed Road Pictures
Durata: 121
Interpreti: Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Ben Foster, Emile Hirsch, Ali Suliman, Eric Bana

Tratto dalle memorie che il militare Marcus Luttrell ha affidato al giornalista inglese Patrick Robinson, Lone Survivor racconta lo svolgimento di una spedizione fallimentare – nome in codice “Operation Red Wings” – che vide coinvolta nell’estate 2005 una squadra di Navy Seal, mandata tra le montagne della regione afghana di Kunar, al confine con il Pakistan, a stanare un leader talebano. I quattro uomini che devono occuparsi materialmente della ricognizione (ottimamente interpretati da Wahlberg, Kitsch, Foster e Hirsch) vengono colti di sorpresa, circondati da un nutrito drappello di talebani armati fino ai denti e, impossibilitati a comunicare con il centro operativo, ridotti allo stremo delle forze e delle munizioni. Venderanno carissima la pelle.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In una rischiosa missione una squadra di Navy Seals sceglie di risparmiare degli ostaggi che potrebbero rivelare la loro presenza. Un afghano rispetta l'antico codice di ospitalità del suo paese
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza cruda, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un action movie che ti fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia e la sceneggiatura non approfondisce gli aspetti più interessanti della storia. Tutti bravi gli attori.
Testo Breve:

Un action movie basato su una operazione di Navi Seal realmente svoltasi in Afghanistan, fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia 

Regista e sceneggiatore di questo atipico War-Movie è Peter Berg, capace mestierante hollywoodiano avvezzo ai film d’azione, che struttura il film in tre segmenti ben definiti: nel primo, dopo un prologo in cui immagini di repertorio mostrano quanto sia duro e selettivo l’addestramento dei Seal, conosciamo i personaggi. I militari, tutti abbastanza giovani (dietro le folte barbe spiccano i volti di alcuni talenti del nuovo cinema americano), chattano con le mogli e le fidanzate che li aspettano a casa e scherzano con le reclute, rivelando un cameratismo nutrito da stima e sincera amicizia. Nella seconda tranche si assiste all’operazione Red Wings vera e propria. Da un punto di vista tecnico, la parte centrale del film è la meglio realizzata: Berg piazza la macchina da presa sui quattro commilitoni, sui loro volti tumefatti, sugli sguardi allucinati, e racconta la strenua lotta per la sopravvivenza e l’eroismo, lo spirito di corpo e quello di sacrificio. Il terzo atto del film segue l’iter ugualmente accidentato dell’unico superstite che deve tornare a casa, con una brevissima tregua in un villaggio afghano in cui un padre di famiglia, rispettando il bimillenario codice di ospitalità del suo popolo, sottrae l’americano ai suoi persecutori e mette a repentaglio la sua stessa vita per proteggerlo.

Una volta partita la missione, il film non dà un attimo di tregua e si segue con il cuore in gola fino alla fine, anche conoscendo già l’esito della storia (il titolo del film dice già tutto). Berg è abile ma non è un cineasta dalle grandi sottigliezze: il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia, né ci sono particolari trovate che ci farebbero preferire questo film ad altri sullo stesso argomento. Troppe volte abbiamo visto un giovane marito lasciarci la pelle, senza che abbia potuto scegliere il colore delle piastrelle del bagno (i cui campioni scompaiono con lui sotto il fuoco nemico) per poterci commuovere. Né può più destarci emozione il solito capitano di corvetta (qui interpretato da un dimagritissimo Eric Bana) che sorseggia pensieroso beveroni di caffè, chiedendosi che fine abbiano fatto i suoi uomini.

Peccato, da un punto di vista della sceneggiatura, che il film non approfondisca e non dia unità tematica all’aspetto più interessante di questa storia: all’inizio della missione il drappello s’imbatte in un vecchio e in due ragazzi – tutti e tre disarmati – appartenenti alla stessa compagine del terrorista talebano che stanno cercando. Non sanno cosa farne: se li lasciassero andare, sicuramente darebbero l’allarme e in poco tempo avrebbero i nemici alle costole. Se uccidessero dei civili disarmati, avrebbero un peso sulla coscienza e finirebbero nell’occhio del ciclone dei media. Se li legassero, in una zona disabitata e selvaggia, li condannerebbero a morte certa. Che fare? I Seal sono in disaccordo ma obbediscono al loro più alto in grado, che sceglie di risparmiarli. È questa scelta probabilmente a condannarli ma il film non argomenta, non ne sottolinea per esempio il peso morale in contrasto con le tentazioni della vigliaccheria. Si limita a una cronaca dettagliata, benché avvincente. La questione del rispetto di questo “codice d’onore” riemerge nel finale, allorché l’unico sopravvissuto, nelle mani degli abitanti di un villaggio, gode della loro ospitalità e del loro precetto tramandato da generazioni per cui – come nella “legge del mare” dei pescatori siciliani – è immorale negare soccorso a un uomo che ne ha bisogno. Potrebbe nascere un altro film ma ormai le due ore sono passate, c’è tempo solo per un ultimo scontro a fuoco (e all’arma bianca) e aspettare la cavalleria

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

12 ANNI SCHIAVO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/17/2014 - 08:50
Titolo Originale: 12 Years a Slave
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Steve McQueen (II)
Sceneggiatura: John Ridley
Produzione: BRAD PITT, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, BILL POHLAD, STEVE McQUEEN, ARNON MILCHAN, ANTHONY KATAGAS PER RIVER ROAD ENTERTAINMENT, PLAN B ENTERTAINMENT, NEW REGENCY PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON FILM4
Durata: 133
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Paul Giamatti, Brad Pitt, Ashley Dyke

Salomon è un afroamericano che nel 1841 vive come uomo libero nello stato di New York. E’ un apprezzato violinista e vive serenamente con la moglie e i due figli. Con la speranza di un ingaggio, si reca a Washington su invito di due signori che si scoprono essere dei truffatori. Viene drogato e il giorno dopo si trova incatenato su un battello per esser venduto come schiavo in una delle piantagioni del Sud. Da quel momento il suo unico desiderio sarà quello di tornare libero ma deve muoversi con cautela e far finta di non saper neanche leggere e scrivere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film illustra la triste e violenta realtà dello schiavismo dell’800 ma sembra che voglia estrarre da tale situazioni pretesti per una certa violenza compiaciuta
Pubblico 
Maggiorenni
Continue scene esplicite di fustigazioni, impiccagioni, sevizie. Scene di abusi sessuali.
Giudizio Tecnico 
 
Steve McQueen (II) si conferma un grande narratore di storie a tinte forti ma anche la sua ossessione illustrativa del il corpo, sottoposto a violenza o a puro oggetto di soddisfacimento sessuale
Testo Breve:

La storia vera di un uomo di colore nato libero nello stato di New York  che si ritrova schiavo, nel 1841 in una piantagione del Sud. Un film intenso e ben realizzato ma non estraneo a un certo compiacimento per la violenza

Non sono pochi i film che in tempi recenti hanno cercato di farci riflettere sul  tema dello schiavismo negli Stati Uniti (forse un omaggio al Presidente Barack Obama?).

Sono lavori che condannano senza appello il periodo in cui la schiavitù era legale e sembra proprio che i tempi  del “zi padrona” di Via col vento -1939 o di un approccio conciliatorio come nel romanzo La capanna dello zio Tom siano tramontati per sempre.

Basterebbe citare The Butler – Un maggiordomo alla Casa  Bianca (dove in effetti Obama compare nel giorno della sua elezione), Lincoln-2012,  The help-2011, e  Django Unchained-2012. Scartiamo da subito dalla lista il film di Quentin Tarantino: questo regista  ripropone situazioni di prepotenza dell’uomo sull’uomo (lo schiavismo in questo caso,  il nazismo in Bastardi senza gloria-2009) senza alcun altro obiettivo se non quello di rappresentare scene di sadismo per giustificare in questo modo le atroci vendette dei “buoni”.

The Butler e Lincoln,  pur non minimizzando affatto la crudeltà dello schiavismo, hanno un approccio più propositivo e mostrano come l’America migliore, grazie a un contesto sociale genuinamente democratico, sia poi riuscita – faticosamente- a superare il problema.

12 Years slave ci fa vivere, corpo e anima, cosa vuol dire essere degli schiavi: con un andamento lento e grande cura nei dettagli, nelle sue più di due ore e un quarto, scandisce l’avvicendarsi delle stagioni in una piantagione di cotone e ci immerge nella cronaca di ordinarie giornate di soprusi, sofferenze e umiliazioni.

Il film, ricavato da una storia vera e ispirato al romanzo scritto dallo stesso protagonista della vicenda, si polarizza su confronto padrone-schiavo. Se alla fine della giornata non si è raccolto abbastanza  cotone, si viene frustati; alla domenica, unico giorno di riposo, è lo stesso padrone che legge loro la Bibbia cogliendo l’occasione per sottolineare che gli debbono  obbedienza come se lui stesso fosse Dio; basta un minimo accenno di protesta o di ribellione per finire con un cappio al collo.

Michael Fassbender, l’attore preferito del regista Steve McQueen (II), impersona la figura di un paranoico proprietario terriero a cui è ben chiaro che gli schiavi sono una sua proprietà, utili per la piantagione ma anche per soddisfare le sue voglie. Prende possesso di una ragazza di colore, ha con lei anche una figlia, ma ciò non costituisce l’occasione per esternare un po’ di tenerezza: al contrario il minimo pretesto è sufficiente per frustarla a sangue.

Quando alla fine il risvolto del film sarà positivo (lo stesso titolo lo suggerisce), lo spettatore non potrà che trarre un sincero sospiro di sollievo: il bravo regista riesce a far emergere i nostri più primordiali istinti di sopravvivenza e un desiderio estremo di libertà.

Questo film fornisce un contributo a una più approfondita e corretta prospettiva storica dello schiavismo? Il mio giudizio è negativo. L’opera di  Steve McQueen (II) non è molto diversa da quella di Quentin Tarantino.

Se Tarantino evidenziava situazioni di sopruso come pretesto per far esplodere odio e vendetta , anche il regista inglese carica il suo film di scene raccapriccianti ma in questo caso la reazione rabbiosa  non si manifesta sullo schermo ma viene trasferita direttamente allo  spettatore.

Non si vuole certo minimizzare né negare che quanto ci viene rappresentato non sia realmente accaduto, ma al contempo non si può parlare di ricostruzione storica quando i padroni non appaiono neanche umani, ma dei mostri mefistofelici usciti chissà da quale geenna. Non si tratta di una ricostruzione realistica ma è la rappresentazione di una ossessione.

Molto più bilanciato (in parte perché  ambientato ormai negli anni ’60), è stato il film The help: con meno violenza (il film è tutto al femminile) vengono ugualmente rappresentati  gli aspetti più negativi del razzismo, assunto a dottrina sociale quando si teorizza la liceità dell’esistenza di due razze con funzioni diverse: questi destinati a comandare, quelli ad ubbidire, in base a chissà quale legge di natura.

 Alla fine il modo migliore per giudicare un film è proprio lo stato d’animo con cui lo spettatore esce dalla sala: se ci sentiamo interpellati nella  nostra coscienza per vigilare affinché anche nella nostra banalità quotidiana non si insinuino strane giustificazioni di comportamenti discriminatori, allora il film è stato utile, come è accaduto per The Help.

Se al contrario l’opera è servita solo per alimentare sentimenti di odio, sostenuti da non troppo dissimulate forme di erotismo sadico, allora  è stato dannoso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SOTTO UNA BUONA STELLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/13/2014 - 16:57
Titolo Originale: Sotto una buona stella
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Gabriele Pignotta, Maruska Albertazzi
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS PER FILMAURO
Durata: 106
Interpreti: Carlo Verdone, Paola Cortellesi,Tea Falco, Lorenzo Richelmy

Federico Picchioni è un uomo affermato: ha un buon lavoro e una bella casa che condivide con Gemma, la sua convivente, dopo che ha abbandonato, molti anni prima, la moglie e i due figli. In pochi giorni il mondo gli crolla addosso: la sua azienda chiude per le malversazioni del suo presidente; la sua ex moglie muore e i due figli ormai ventenni, Lia con sua figlia e Niccolò, si installano in casa sua, facendo fuggir via Gemma e la domestica nel giro di 48 ore.
La convivenza non è facile: i figli gli rinfacciano di averli abbandonati e solo l’arrivo di una nuova vicina, Luisa, che di mestiere fa il tagliatore di teste, sembra comprendere i suoi problemi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia, ferita dal divorzio, riesce progressivamente a ricongiungersi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune dialoghi e scene mimiche con riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Verdone gestisce bene l’alternanza fra situazioni comiche ed altre più riflessive ma non riesce a mettere a fuoco tutti i personaggi. Molto brava Paola Cortellesi
Testo Breve:

Un padre che aveva abbandonato moglie e figli si ritrova in casa, dopo un rovescio finanziario, due figli sbandati e alternativi. Un Verdone che fa ridere ma anche più sensibile del solitoai risvolti umani della vicenda

Questa volta ci siamo. Verdone continua a esplorare i problemi della contemporaneità sia nel privato (ritorna il tema del rapporto padre-figlio, già affrontato in altri suoi lavori) che nel sociale (la crisi economica, i giovani che se ne vanno all’estero) ma questa volta si presenta con uno stile più maturo e una visione del mondo più equilibrata.

Verdone appare ora un regista maturo che calibra bene l’alternanza fra i momenti comici e quelli drammatici, il tutto condito con quel tono dolce-amaro  che gli è così caratteristico. La comicità, sviluppata per quadri, è giocata tutto su una scelta felice di bravi caratteristi (i due esaminatori degli aspiranti cantautori) ma soprattutto nei duetti che Carlo Verdone e Paola Cortellesi riescono a imbastire (Paola che fa la finta rumena, la mimica degli amplessi per chi ascolta dall’altra parte del muro, la discussione sulle modalità del primo bacio). Si tratta di gag e quadri comici che non diventano mai prevalenti e non ostacolano l’avanzare fluido del racconto. Si resta perplessi solo alle sequenze di Luisa che esercita il mestiere di tagliateste: dopo il film Tra le nuvole con George Clooney, sarebbe stato difficile dire qualcosa di più sull’argomento e in effetti sembra di assistere a una brutta copia di quanto già visto nel film americano.

Carlo Verdone ha abbandonato da tempo il tema dei rapporti di coppia per concentrarsi, negli ultimi lavori, sulla difficoltà dei rapporti familiari: con gli ultimi Io, loro e Lara e Posti in piedi in Paradiso abbiamo assistito a un caravanserraglio  di parenti egoisti, avidi, sazi dei loro vizi  ma al contempo depressi e se entrambi i film approdano a un finale consolatorio, noi non restiamo consolati  perché  i protagonisti sembrano, come minore dei mali, cercare almeno di restare uniti e solidali fra di loro, in una forma di complice perdono reciproco più che approdare a una vittoria sulle loro debolezze.

In questo Sotto una buona stella ci troviamo di fronte a un Carlo Verdone un po’ diverso: il protagonista appare gentile e conciliante, dotato di pazienza e aperto alla speranza. Un padre che troppo egoisticamente ha abbandonato la propria famiglia, due figli sbandati e superficiali, riescono, a poco a poco, a seguito di una coabitazione forzata, a conoscersi meglio e a comprendersi. Federico riesce perfino a esaltare il valore dell’anima, quando deve difendere suo figlio, aspirante cantautore,dallo sbrigativo giudizio di due rozzi esaminatori.

Mentore di questa metamorfosi è la vicina di casa Lucia,  che consente a questa scombinata famiglia (ma anche lei ha un passato da dimenticare) di vedersi riflessa, con tutte le sue debolezze, in una donna in grado di trasferire serenità e dolcezza, quasi un surrogato della madre e moglie che a loro è venuta a mancare.

Un elogio particolare si merita Paola Cortellesi, qui molto ben diretta, che sa modulare la sua interpretazione alternando situazioni comiche a momenti di più intensa tristezza.

Non possiamo dire lo stesso dei due giovani, Lorenzo Richelmy e Tea Falco: sono sicuramente due bravi attori, ma sono stati ingabbiati nello stereotipo del giovane intellettuale alternativo, che Verdone non ha voluto o saputo approfondire, e essi sono rimasti semplicemente dei “diversi”, separati da lui da un gap generazionale incolmabile.

Da notare che appaiono nel film alcuni scorci di Roma molto belli, molto sentiti di quelli, oleografici, del recente La grande bellezza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

JESUS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/06/2014 - 18:24
Titolo Originale: Jesus
Paese: USA
Anno: 1979
Regia: Peter Sykes, John Krisch
Sceneggiatura: Barnet Bain,
Produzione: John Heyman, Richard F. Dalton
Durata: 115
Interpreti: Brian Deacon, Yosef Shiloach, Rivka Neumann

La vita di Gesù Cristo secondo il Vangelo di S. Luca, con in appendice, commenti di spettatori che hanno visto il film e si sono convertiti

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film lascia ben trasparire tutta la potenza del racconto di Luca, a cui vengono aggiunti dei commenti fuori campo di ispirazione protestante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Anche se ben recitato dal protagonista che interpreta Gesù, il film procede per quadri e sembra più un Vangelo illustrato che un film
Testo Breve:

Il Vangelo di San Luca raccontato in chiave protestante con molto rigore ma scarso estro artistico

Non poteva mancare alla nostra collezione di film cristiani Jesus, il film sulla vita di Gesù Cristo, tradotto 1153 lingue, il film più visto al mondo.

Jesus  nacque su iniziativa di un’organizzazione evangelica, la JESUS Film Project,  fondata dal magnate americano Bill Bright, che aveva l'ambizione di finanziare  un film sulla vita di Gesù.

Si cercò si realizzare un film che fosse il più possibile aderente all’epoca e ai fatti narrati: venne usato come riferimento il Vangelo di Luca partendo dalla versione inglese della Good News Bible e le riprese vennero realizzate interamente in Palestina.

Il film venne distribuito negli Stati Uniti dalla Warner Bros nel 1979 ma non fu un successo commerciale: si stima che in quella prima uscita abbia perso 2 milioni di dollari.

Bill Bright non si diede per vinto e nel 1981 creò la Jesus Film Project con l’obiettivo di tradurre il film in altre lingue e di farlo proiettare, a sostegno delle attività missionarie, nei paesi più sperduti dell’Estremo Oriente. Fu così tradotto nella lingua Tagalog parlata nelle Filippine,in indonesiano,  in mandarino per venir utilizzato  dal China Christian Council, l’organizzazione che include tutte le fedi protestanti che operano in Cina.

Nel 2000 è stata anche realizzata una versione del film adatta ai bambini che ora è disponibile in 130 lingue.

Secondo un articolo apparso sul New York Times, Jesus è il film più visto al mondo.

Considerando anche i 1.190 DVD/VHS distribuiti, la traduzione in 1153 lingue, si stima che sia stato visto da 6 milioni di persone.

A parte l’impegno profuso nel distribuire e far vedere il film nei paesi più sperduti del globo, si comprende perché il film non sia stato un successo commerciale.

Pur dando atto dell’impegno profuso nel ricostruire direttamente nei luoghi della Palestina la vita di Gesù e dell’efficace interpretazione dell’attore Brian Deacon, lo scrupolo di seguire rigorosamente il Vangelo di S. Luca ha fatto si che la realizzazione risultasse piatta, senza particolari stimoli visivi né emotivi. Il film procede per quadri, come è in effetti il racconto scritto e sembra di seguire un Vangelo illustrato più che una narrazione filmica. Manca la spiritualità estetizzante del Gesù di Nazaret – 1977 di Franco Zeffirelli, manca il realismo popolare ma anche la fedeltà al testo del Vangelo secondo Matteo – 1964 di Pier Paolo Pasolini  o manca l’angosciosa, sublimata  violenza de  La passione di Cristo-2004 di Mel Gibson.

Bisogna convenire che non si possono realizzare film-catalogo dove il regista riesce rendersi invisibile: lo spettatore finisce per vedere il film attraverso le stesse emozioni che l’autore ha provato nello sviluppare il racconto, anche se ciò vorrà sempre dire vedere una specifica, mai universale, interpretazione del Vangelo. Il magnate Bill Bright voleva realizzare l’intera Bibbia, ma per fortuna ha desistito dall’impresa: c’è riuscita invece la Lux Vide di Ettore Bernabei proprio perché, pur restando fedele ai testi originali, non ha trascurato le esigenze dello spettacolo.

Il film tradisce la sua origine protestante: Pietro non è mai visto come il capo degli apostoli e si percepisce un senso cupo del peccato che porta al principio della sola gratia. Come dice il commentatore alla fine del film: “Il sacrificio della croce è stato necessario per pagare così l’enorme debito che avevamo contratto offendendoLo con il nostro atteggiamento e le nostre azioni. Queste offese sono così gravi da impedirci qualsiasi rapporto con Dio non solo in questa vita ma per sempre”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

A PROPOSITO DI DAVIS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/06/2014 - 16:00
Titolo Originale: Inside Llewyn Davis
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Joel Coen Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Produzione: SCOTT RUDIN, ETHAN COEN, JOEL COEN PER SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MIKE ZOSS PRODUCTIONS, STUDIOCANAL
Durata: 105
Interpreti: Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund, Justin Timberlake

New York, 1961 Nello stesso anno in cui Bob Dylan inizia a esibirsi in alcuni locali del Greenwich Village, Llewyn Davis, si presenta come un cantautore molto più sfortunato: non riesce a trovare un produttore che lo lanci, non ha una casa dove dormire perché è stato cacciato dalla sua ragazza e quando un amico gli affida un gatto riesce a perdere anche quello…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Llewyn ha dei problemi non solo perché è sfortunato, ma perché appesantito da una indifferenza del vivere, che lo rende insensibile anche di fronte alla decisione della sua ragazza di abortire
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, avvio di una pratica di aborto, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
I fratelli Coen ricostruiscono con toni crepuscolari la nascita della musica pop degli anni ’60 e riescono a riprodurre ancora una volta quell’atmosfera fra l’ironico e il melanconico che è tipica dei loro lavori
Testo Breve:

Llewyn è un cantautore del Greenwich Village in cerca di un ingaggio e senza neanche un letto dove dormire. Un figura melanconica che nelle mani dei fratelli Coen diventa anche cinica

New York, Greenwich Village, 1961. Llewyn non ha una casa. Dorme ogni sera dove può, presso amici. E’ inverno, ma Llewyn non possiede neanche un cappotto. Appena incontra un amico chiede un prestito, appena riesce ad essere ingaggiato per qualche lavoretto chiede subito un anticipo perché non ha mai un soldo in tasca. Comporre canzoni e cantare è il suo mestiere e a questo resta fedele, nella buona (molto scarsa) e nella cattiva sorte Si sposta continuamente con la sua inseparabile chitarra alla ricerca di un produttore che voglia valorizzarlo.

Questo monaco eremita della musica non può che destare simpatia: canta molto bene struggenti canzoni folk e di fronte a una sfortuna che si accanisce contro di lui riesce sempre a mantenere la calma, nella speranza che domani vada meglio di oggi.

A una lettura meno superficiale il nostro Llewyn finisce per mostrare il suo vero volto: quella che appare come autocontrollo  è in realtà apatia. La sua indifferenza raggiunge presto forme odiose: mette incinta la sua (ora ex) ragazza e tutto quello che fa è cercare i 200 dollari necessari per l’aborto; veniamo poi a sapere dal dottore che appena due anni prima aveva dovuto pagare lo stesso “servizio” per un’altra ragazza (che per fortuna all’ultimo momento aveva deciso di tenersi il bambino). Si arrabbia raramente ma quando lo fa se la prende solo con i più deboli: con una cantante in età che cerca di guadagnare qualche soldo in un locale, con una signora che ha avuto la gentilezza di ospitarlo in casa.

Alla fine, come Il professore ebreo di A serious man  o il barbiere in L’uomo che non c’era, anche Llewyn Davis è un povero birillo sballottato da un fato indifferente, più che inclemente. Non so se ha un significato sottolineare la comune radice culturale ebraica, ma anche Woody Allen, come i fratelli Coen, è ossessionato dalla nostra impotenza a fronteggiare il vuoto di senso intorno a cui cerchiamo  di portare avanti la nostra vita (si pensi in particolare a Match Point o a Basta che funzioni) .

I fratelli Coen non sono nuovi a operazioni nostalgia e questa volta ci sono riusciti benissimo: il Greenwich Village come fulcro della nascita di quella musica pop che vedrà in Bob Dylan la sua stella è reso molto bene e le musiche di cui è disseminato il film sono particolarmente seducenti. In quello stesso 1961 Bob Dylan aveva iniziato ad esibirsi in alcuni locali del Greenwich ma sarà lui  il vero interprete del nascente movimento di protesta americano.  

Per Llewyn, troppo impegnato a pensare solo a se stesso, non poteva esserci un futuro.

Non possiamo naturalmente condividere la filosofia dei fratelli Coen secondo il quale l’oppressiva ineluttabilità del fato diventa il pretesto per un comportamento al di fuori da qualsiasi riferimento morale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ALL IS LOST - TUTTO E' PERDUTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/05/2014 - 18:31
Titolo Originale: All is Lost
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura: J.C. Chandor
Produzione: Before The Doors Pictures/Washington Square Films
Durata: 106
Interpreti: Robert Redford

Robert Redford è un uomo senza nome capace di sopravvivere per otto giorni sperduto nell’oceano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo riesce a sopravvivere da solo, sperduto nell’oceano, combattendo la disperazione.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e numerosi momenti di tensione.
Giudizio Tecnico 
 
Un “One man show” con Robert Redford che non riesce a supplire alla mancanza di una tematica narrativa
Testo Breve:

Robert Redford da solo su una barca nell’oceano. I critici lo lodano ma il pubblico si addormenta

I critici lo lodano, il pubblico si addormenta. All Is Lost è l’audace tentativo di J.C. Chandor e Robert Redford di raccontare una storia di sopravvivenza e solitudine tramite il solo uso di immagini di “straordinaria quotidianità”.

“Il Nostro Uomo”, pseudonimo utilizzato nei titoli di coda per identificare un Redford senza nome, non è un Seal o un marinaio dalle capacità fuori dall’ordinario, ma un uomo con un’irrefrenabile voglia di vivere. J.C. Chandor non comunica alcun dettaglio sulla vita personale del suo protagonista, se non nella lettura iniziale di una lettera dal contenuto alquanto vago, e non ha alcuna pretesa (sarebbe stata legittima peraltro) di produrre un arco narrativo. Redford non incarna tanto l’uomo comune quanto un’umanità generica e forse proprio per questo (paradossalmente) priva di punti d’identificazione.

Film che vedono come fulcro narrativo la battaglia dell’uomo contro fenomeni naturali sono interessanti per il loro aspetto visivo, ma si elevano artisticamente e acquistano significato quando il vero conflitto è quello del protagonista contro se stesso. La lotta interiore e personale di un uomo contro le sue debolezze è ciò che emoziona un pubblico. Un uomo che vuole vivere nonostante gli innumerevoli nubifragi è ammirevole, ma non colpisce il cuore come il personaggio che cade, si rialza e combatte.  

Vista la genericità narrativa, la conseguenza è un film episodico, quasi documentaristico, in cui si susseguono catastrofi naturali che Redford vive con una tranquillità stoica che lascia lentamente spazio ad una crescente disperazione. La mancanza di tessuto narrativo si fa sentire anche nella scelta delle inquadrature e del montaggio. L’attenzione ai dettagli della nave, dell’oceano e del cielo è quasi esasperata e spesso innecessaria.  

Ci troviamo di fronte ad un’ambientazione soffocante, dalla piccola imbarcazione iniziale alla scialuppa di salvataggio fino all’immensità oceanica. Gravity ha il pregio di suscitare ambivalenza nel pubblico: lo spazio diventa un luogo tanto terrificante quanto affascinante. Chandor sembra non amare l’oceano e ogni suo particolare è utilizzato per suscitare timore e claustrofobia.

 

“One man show” sembra il motto delle maggiori pellicole di questo 2013. Gravity vanta Sandra Bullock, Captain Phillips Tom Hanks e All Is Lost si appropria del mito americano Redford. Può un attore, pur dalle grandi capacità, supplire alla mancanza di una tematica narrativa? La risposta è no.

Un film deve essere una storia umana raccontata per immagini, non un esercizio visivo. 

Autore: Gaia Violo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

I SEGRETI DI OSAGE COUNTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/30/2014 - 20:07
Titolo Originale: August: Osage County
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Tracy Letts dalla sua pièce omonima
Produzione: Jean Doumanian/Smokehouse Pictures/Battle Mountain Films/Yucaipa Films
Durata: 119
Interpreti: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Margo Martindale, Benedict Cumberbatch, Abigal Breslin, Juliette Lewis, Julianne Nichols, Dermot Mulroney, Sam Shepard, Misty Upham

Poco dopo aver assunto una badante indiana per la moglie Violet, malata di cancro, Beverly Weston, poeta e padre di famiglia, scompare. Violet convoca le figlie giusto in tempo perché il corpo di Beverly venga ritrovato in fondo a un lago. Si scopre che l’uomo si è suicidato. Attorno alla vedova si stringono così Barbara, che torna da Denver con il marito professore universitario fedifrago e la figlia quattordicenne, Ivy, che è sempre rimasta vicino ai genitori e non ha una famiglia sua, e Karen, che arriva da Miami con l’ennesimo fidanzato. Ci sono anche la sorella di Violet, Mattie Fae, con il bonario marito Charlie e il timidissimo rampollo Charlie Jr. La celebrazione del funerale e i giorni che seguono sono l’occasione per far esplodere tensioni sopite e far emergere imbarazzanti segreti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’ennesimo deprimente ritratto di famiglia disfunzionale dove i suoi componenti non lasciano passare scena senza vomitarsi addosso giudizi senza misericordia, recriminazioni, insulti e allusioni offensive
Pubblico 
Maggiorenni
turpiloquio, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
La pellicola, costellata di interpretazioni intense e sublimi, soffre un po’ della sua origine teatrale
Testo Breve:

I Weston si riunicono a casa della nonna in occasione del funerale del nonno che si è suicidato. Una occasione propizia per scambiarsi insulti, recriminazioni, giudizi offensivi. Una Meryl Streep da Oscar.

Tratto da una pièce teatrale di grande successo e adattato per lo schermo dallo stesso autore, I segreti di Osage County è un dramma familiare che spingerebbe chiunque a riconsiderare in positivo i meriti del proprio parentado.

I Weston, infatti, non lasciano passare scena senza vomitarsi addosso, in più o meno bello stile, giudizi senza misericordia, recriminazioni, insulti e allusioni offensive. Maestra in questo è la matriarca Violet (Meryl Streep in una parte che sembrava fatta apposta per garantirle una nomination all’Oscar, puntualmente arrivata insieme a quella per Julia Roberts), bravissima a intrappolare i familiari in discussioni che finiscono sempre per rendere più profonde e dolorose le ferite che si infliggono da anni l’un l’altro. Ciascuno dei personaggi nasconde un segreto (ma, minaccia fin dall’inizio Violet, lei vede tutto) e ciascuno ha qualcosa da perdonare e farsi perdonare, anche se di perdono nessuno sembra avere la minima voglia.

Fin dall’inizio il matrimonio tra Violet e Berverly (è con la voce di quest’ultimo, che cita il poeta T.S. Eliot, che si apre la vicenda) è presentato come una prigione o un patto che è sopravvissuto al suo senso d’essere piuttosto che il rapporto vitale tra due coniugi. La casa in cui la famiglia si riunisce per la cena post-funerale (c’è anche lo Zeno di turno, un cugino timido e imbranatissimo, che arriva in ritardo al funerale perché non ha puntato la sveglia) è una magione d’epoca, piena di finestre e verande che si aprono sugli spazi sterminati delle grandi pianure dell’Oklahoma, ma che in realtà è un ambiente chiuso e soffocante a causa della malefica influenza di Violet.

Come un ragno al centro di una ragnatela Violet (che, trasparente metafora, ha un cancro alla bocca) sparge il suo veleno intorno a sé e le sue figlie sembrano potersi solo allontanare per sfuggire a questa nefasta influenza. Lo ha fatto Karen, ma condannandosi a una serie infinita di repliche di un copione di coppia sbagliato pur di non restare sola. Non ci è riuscita la triste Ivy, che ha in serbo la ribellione più inaspettata.

Il rapporto attorno a cui ruota tutta la storia, però, è quello tra Violet e la primogenita Barbara, un tempo aspirante scrittrice, preferita del padre defunto, a sua volta dotata di una famiglia in crisi. Per tutto l’arco della storia Barbara e Violet si confrontano come due spadaccini in attesa di colpirsi, e le parole, davvero, qui, tagliano come coltelli. I lamenti aggressivi e auto assolutori di Violet, la sua ansia di possesso (delle cose, dei soldi, delle sue stesse figlie) hanno radice in un passato doloroso da cui non riesce a liberarsi e che brandisce come un’arma e un ricatto verso tutti. Starà a Barbara, che inizialmente cerca di rimettere in sesto le cose e di farsi carico di un impossibile equilibrio familiare, scegliere se riprodurre gli errori materni o optare per la libertà, anche a costo della solitudine.

La pellicola, costellata di interpretazioni intense e sublimi, soffre un po’ della sua origine teatrale (l’azione si svolge quasi interamente nella casa dei Weston e nei suoi dintorni), tra lunghi monologhi e scene di gruppo dove tutti attaccano tutti, in cui dall’umorismo si passa al sarcasmo e alla violenza. Il tutto sotto gli occhi silenziosi e imperscrutabili della badante indiana (o “nativa americana”, secondo l’imperante politically correctness denunciata da Violet).

L’ennesimo deprimente ritratto di famiglia disfunzionale sullo sfondo di quell’America rurale poeticamente cantata da Norman Rockwell, dove, invece, l’unico passaporto se non per la felicità, almeno per la libertà, sembra essere la fuga. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

DALLAS BUYERS CLUB

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/30/2014 - 19:04
Titolo Originale: Dallas Buyers Club
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura: Craig Borten, Melisa Wallack
Produzione: TRUTH ENTERTAINMENT, VOLTAGE PICTURES, EVOLUTION INDEPENDENT, R2 FILMS
Durata: 117
Interpreti: Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Denis O'Hare

Dallas. 1985. In un mondo pieno di pregiudizi, in cui l’AIDS è sia la malattia-vergogna sia una piaga umana e sociale, a un promiscuo e rude ranchero, Scott Woodroof, sono diagnosticati trenta giorni di vita. Dopo un breve periodo di sconforto, Scott inizia a sperimentare medicine alternative, non approvate dal sistema sanitario statunitense dell’epoca, e a notare miglioramenti. Grazie all’aiuto di un transessuale sieropositivo e successivamente di una giovane dottoressa, inizia un giro di vendite che non solo gli consentirà di sopravvivere molto più a lungo, ma di dare una speranza a molti malati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film interessante su uno spaccato di realtà che non ha buoni e cattivi, ma persone reali alle prese con un dramma che ha distrutto migliaia di vite. Eppure non emoziona quanto potrebbe perché il protagonista non attraversa alcun cambiamento sostanziale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di droghe e numerose scene a contenuto sessuale e di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Matthew McConaughey conferma di aver conquistato a pieni voti il suo posto tra i più efficaci interpreti del genere drammatico. La vera sorpresa e gemma del film, però, è Jared Leto, che regala una performance bellissima nella parte di Rayon
Testo Breve:

Scott, a cui sono stati diagnosticati 30 giorni prima di morire di AIDS. inizia a importare medicine illegali dal Messico. Una vicenda storica e umana dall’ambiguo spessore recitata benissimo

Ispirandosi a una storia vera, Vallée e i suoi sceneggiatori raccontano una vicenda storica e umana dall’ambiguo spessore. Scott Woodroof non è il tipico eroe hollywoodiano a cui siamo stati spesso abituati e il suo percorso è sicuramente verosimile, anche se spesso poco edificante. Inizialmente dipinto come un uomo pieno di pregiudizi, dal carattere scontroso e dedito alle donne, il personaggio interpretato da McConaughey progressivamente migliora, ma non attraversa alcun cambiamento sostanziale. Forse è questo il motivo per cui la sua storia, seppure drammatica, fallisce nel toccare fino in fondo il cuore dello spettatore. Scott rimane un uomo che pensa principalmente a se stesso e anche il suo modo di aiutare gli altri malati è, per un bel tratto, frutto di una manovra dettata dal denaro più che da una condivisione di un doloroso vissuto. 

Se non possiamo affezionarci al protagonista, non si può dire lo stesso di Rayon, il transessuale sieropositivo, che rappresenta l’anima del film. Impulsivo, dolce, autodistruttivo e destinato a soccombere a una malattia che non sa o non riesce ad affrontare. Mentre la platonica relazione tra Scott e la dottoressa ondeggia nell’incertezza tra amicizia e qualcosa di più, l’amicizia tra Rayon e Scott costituisce la colonna emotiva dell’intero film, in quanto consente al protagonista di diventare un uomo migliore, permettendogli di vedere la persona Rayon al di là del pregiudizio.

A questo punto è lecito però notare come anche questo sia un po’ frutto di uno stereotipo, in cui spesso il transessuale viene dipinto come il buono da contrapporre all’etero. Sarebbe stato interessante vedere Rayon affrontare un cammino umano simile in spessore a quello intrapreso da Scott.

Accanto alla parabola umana di Scott (a suo modo un self made man, capace di inventarsi il sistema ingegnosissimo del titolo per dribblare i divieti ottusi o platealmente pilotati della legislazione farmaceutica americana) il film segue, seppure ricamando un po’ sui fatti a favore del suo “eroe”, il percorso spesso ambiguo e contraddittorio della ricerca sulla cura dell’AIDS. Quello delle case farmaceutiche, più preoccupate di fare soldi con i brevetti che di migliorare realmente la vita di persone allora destinate a una morte più o meno veloce, è un mondo dipinto in toni ambigui e oscuri, in cui la buona fede di pochi singoli non sembra poter controbilanciare la mancanza di scrupoli di tanti altri.

Una considerazione a parte deve essere spesa nei confronti degli attori: Matthew McConaughey conferma ancora una volta, dopo la prova di successo in Mudd, di aver conquistato a pieni voti il suo posto tra i più efficaci interpreti del genere drammatico. La vera sorpresa e gemma del film, però, è Jared Leto, che regala una performance bellissima nella parte di Rayon – un’interpretazione che vale da sola il prezzo del biglietto.

Dallas Buyers Club è un film interessante su uno spaccato di realtà che non ha buoni e cattivi, ma persone reali alle prese con un dramma che ha distrutto migliaia di vite. Eppure non emoziona quanto potrebbe e neanche, dato l’argomento, offre tutti gli spunti che sarebbero necessari per riflettere maturando un giudizio completo. Peccato.

Autore: Gaia Violo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE WOLF OF WALL STREET

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/25/2014 - 22:03
Titolo Originale: The Wolf of Wall Street
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Terence Winter
Produzione: Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio, Riza Aziz, Joey Mcfarland, Emma Tillinger Koskoff per Appian Way/Emjag Productions/Red Granite Pictures/Sikelia Productions
Durata: 180
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Rob Rainer, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Jon Favreau, Jean Dujardin, Joanna Lumley

Jordan Belford arriva a Wall Street negli anni Ottanta e ci mette pochissimo a imparare la formula magica per portare il denaro degli investitori nelle sue tasche. Ci mette poco a fondare una sua compagnia con cui, circondandosi di una banda di collaboratori che condividono totalmente i suoi “ideali”, fa soldi a palate, per poi spenderli in droga, sesso, case e macchine di lusso in un’iperbole senza freni di vizi e illegalità. Le sue imprese poco pulite attirano l’attenzione della SEC (l’organismo di controllo della borsa) e dell’FBI e alla fine arriva il momento in cui bisogna pagare il conto… Ma sarà proprio la fine del lupo di Wall Street?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ci troviamo davanti ad una tragica storia di dipendenza, tanto più tragica perché né il suo protagonista né la società in cui si muove sembrano avere gli anticorpi per opporsi a una visione del mondo in cui la droga più potente è il denaro.
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di droga, nudo, sesso, orge e violenza
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto da interpretazioni eccezionali, la sceneggiatura gioca abilmente con le aspettative del pubblico, ma forse qualche taglio in sede di montaggio avrebbe fatto bene
Testo Breve:

La parabola di Belford, da aspirante broker a miliardario speculatore fino alla galera e alla reinvenzione come guru delle vendite. Un continuo succedersi di scene di eccessi per raccontare il mito della ricerca della felicità con il denaro

L’ultima fatica di Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio (protagonista, ma anche produttore) è un viaggio allucinato e sopra le righe nella vita di un uomo privo di ogni morale (a meno che si voglia considerare una morale la convinzione che essere ricchi è meglio di essere poveri…). Un viaggio che lo spettatore compie sotto la guida molto poco affidabile del protagonista medesimo.

Seguiamo la parabola di Belford, dal suo esordio come ingenuo aspirante broker negli anni Ottanta a miliardario speculatore fino alla galera e alla reinvenzione come guru delle vendite in giro per il mondo, guidati dalla sua onnipresente voce che ci “spiega” (o all’occorrenza, si rifiuta di spiegare, magari proprio guardando in macchina rivolto allo spettatore) le sue mirabolanti avventure.

Il tono della vicenda (e sostanzialmente anche tutto quello che di importante ha da dire sull’uomo in questione e sulla società in cui si muove) il film lo chiarisce nei primi quindici minuti. Il giovane Belford arriva a Wall Street con la “legittima” aspirazione ad arricchirsi (dopotutto l’America non è forse il paese del diritto alla ricerca della felicità?...dove la felicità è ridotta a una manciata di banconote) e subito riceve in regalo una bella lezioncina dal suo mentore in un ristorante con vista spettacolare su Manhattan (il riferimento alle tentazioni diaboliche è probabilmente voluto). La Borsa, ci viene spiegato, è solo una versione più sofisticata e meno comprensibile dell’illusionismo e del gioco d’azzardo, dove il banco (cioè loro) vince sempre e l’incauto investitore fa la parte del pollo. L’importante è tenerlo dentro il gioco per non rompere l’illusione: l’irruzione della realtà in questo mondo di inganni è la fine di tutto. Sesso e droghe sono il necessario complemento per mantenere in piedi questo mondo di illusioni per se stessi e per gli altri. Una lezione che Jordan apprende e applica ancor meglio del maestro.

Di lì in poi il facilmente corruttibile Jordan Belford da spettatore attonito si trasforma in quattro e quattr’otto in un imbonitore da fiera capace di mettere insieme un gruppetto di amici (privi di qualunque scrupolo quanto lui) e mettersi a vendere fumo all’America. Prima quella dei poveri che possono permettersi solo le azioni spazzatura, e poi anche quella dei ricchi, perché non c’è proprio nessuno che voglia rimanere fuori dal gioco.

Di qui in poi è un succedersi di scene di eccessi, tra sesso (mercenario, etero e omosessuale, plurimo e perverso, perché bisogna alzare sempre di più la posta), droghe di ogni tipo, violenza e abiezione. Il tutto girato e recitato ad altissimi livelli: la regia di Scorsese non si lascia mancare nulla, come se avendo perso la speranza di poterci far empatizzare con un protagonista così assurdo e senza inibizioni, ci chiedesse solamente di stupirci per i “vertici” dove riesce ad arrivare.

I rimandi cinefili (a partire, ovviamente, dalle proprie stesse opere, prima di tutto Casino e Quei bravi ragazzi, ma certa violenza farsesca ricorda pure Tarantino, e si tocca anche il cinema classico) sono numerosissimi, l’uso della macchina da presa sempre sapiente e anche la sceneggiatura (scritta non a caso da un autore de I Soprano e Boardwalk Empire) gioca abilmente con le aspettative del pubblico. Imprigionati nel discutibile punto di vista di Belford non ci viene concesso nemmeno un momento per considerare le vittime delle sue truffe: sono anonimi allocchi dall’altra parte di una linea telefonica, gli stessi allocchi che più avanti si faranno raccontare dall’ex squalo della finanza uscito di galera come vendere una penna… Pure all’agente dell’FBI che finisce per incastrarlo (quello che in un altro tipo di film sarebbe stato il nostro eroe) viene concessa, fuori dallo sguardo di Belford, solo un’ultima malinconica inquadratura mentre torna in metropolitana verso la sua squallida abitazione da uomo medio.

Inutile pretendere da Scorsese, come ha fatto certa critica americana, una qualche forma di inibizione nella rappresentazione del suo oggetto né un racconto morale; è abbastanza evidente che il regista non ha mai avuto l’intenzione di concederne (ma forse qualche taglio in sede di montaggio quello sì che avrebbe fatto bene). Ci troviamo, di fatto, davanti ad una tragica storia di dipendenza che richiama le tante che Scorsese ha già raccontato. Una parabola tanto più tragica perché né il suo protagonista (che non trova, a dispetto di quello che cerca di farci credere, alcuna forma di vera redenzione) né la società in cui si muove sembrano avere gli anticorpi per opporsi a una visione del mondo in cui la droga più potente è il denaro.

Il tutto è sorretto da interpretazioni eccezionali (primo tra tutti Leonardo di Caprio, che gigioneggia compiaciuto in ogni possibile forma di vizio, ma ha anche la faccia giusta per fingere una qualche forma di coscienza); eppure c’è da chiedersi se il successo di pubblico in America e in Italia non sia proprio l’ennesima prova dell’acutezza dell’assunto di fondo della pellicola. Di fronte a tanto luccicore siamo tutti pronti a trasformarci in polli che sperano di trasformarsi in lupi.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |