Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

IL PASSATO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/22/2013 - 11:37
Titolo Originale: Le passè
Paese: Francia, Italia
Anno: 2013
Regia: Asghar Farhadi
Sceneggiatura: Asghar Farhadi
Produzione: MEMENTO FILMS PRODUCTION, FRANCE 3 CINÉMA, BIM DISTRIBUZIONE
Durata: 130
Interpreti: Bérénice Bejo, Tahar Rahim Samir, Ali Mosaffa

L’iraniano Ahmad torna in Francia, dopo quattro anni dalla separazione da Marie – di cui è stato il secondo marito – per firmare i documenti relativi al loro divorzio. La donna, infatti, ha intenzione di sposare Samir, con cui ha una relazione da quasi un anno. L’annuncio di questo matrimonio, che non sembra turbare più di tanto Ahmad, uscito ormai da tempo dalla vita della donna, si abbatte invece con violenza su Pauline, la maggiore delle due figlie (che Marie ha avuto dal primo marito), ancora affezionata ad Ahmad e infastidita dalla novità di un terzo uomo nella vita sua e di sua madre. Marie non riesce a comunicare con sua figlia e chiede ad Ahmad di parlarle per capire il perché della sua ostilità nei confronti di Samir. Di chiacchierata in chiacchierata, e di litigio in litigio, emergono segreti e verità che rimettono in discussione i rapporti tra tutti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film magistrale, che senza mai coinvolgere dinamiche di fede nel trascendente, tocca di fatto temi “implicitamente” religiosi, parlando in maniera lucidissima di senso di colpa, peccato e redenzione
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Una storia di grande intensità, con una sceneggiatura perfetta e implacabile, serrate scene di dialogo e grandi interpretazioni
Testo Breve:

L’iraniano Ahmad torna in Francia, dopo quattro anni dalla separazione da Marie – di cui è stato il secondo marito – per firmare i documenti relativi al loro divorzio. Una storia di peccato e redenzione di grande intensità, con una sceneggiatura perfetta

Ottimo film drammatico dell’iraniano Asghar Farhadi (autore della sceneggiatura oltre che della regia), di cui già si era apprezzato il precedente Una separazione, premiato nel 2012 con l’Oscar per il miglior film straniero. Il passato racconta una storia di grande intensità, attraverso una sceneggiatura perfetta e implacabile, serrate scene di dialogo e grandi interpretazioni (la protagonista, Bérénice Bejo – in un ruolo diversissimo da quello in The Artist che l’ha resa nota al grande pubblico – ha vinto il premio come miglior attrice al Festival di Cannes 2013).

La sapientissima costruzione narrativa conduce lo spettatore sempre più in profondità nello svolgimento della storia, rivelando gradualmente le psicologie dei personaggi e i segreti che nascondono. Anche se le scene parlate hanno il sopravvento sulle azioni, si può individuare in ogni dialogo una “azione cinematografica” che conduce la storia in avanti, alzando la posta in gioco. Pur non essendolo, infatti, Il passato funziona come un giallo giudiziario, in cui l’arte retorica e le capacità induttive hanno un ruolo fondamentale nello svelamento della verità: l’iraniano Ahamd, secondo marito della donna e assente da quattro anni dalla vita della sua famiglia, riesce a guardare le cose da un punto di vista esterno e a svolgere pertanto – narrativamente – il ruolo il del “detective”. La distanza (temporale, geografica e culturale) dal contesto in cui si trova ora a dipanare l’intricata matassa, non gli toglie, certo, né il dolore per la separazione da Marie e dalle sue figlie né la responsabilità per la sofferenza che può infliggere e aver inflitto loro (la cosa che Pauline teme di più, a proposito del nuovo fidanzato di sua madre, è che un giorno possa andarsene e lasciarle sole, come ha già visto fare a due uomini, tra cui suo padre).

Nonostante il dolore e la paura, Ahmad sembra un uomo sereno, pacificato con la propria vita e i propri errori. Cerca con insistenza di appianare tutti i conflitti e di non lasciare che le persone coinvolte in questa storia possano diventare schiavi dei segreti che nascondono e delle bugie che hanno detto. Questa sua ostinazione sembrerebbe, in un primo momento, arrecare solo più dolore di quanto già gli altri non ne provino ma, sulla distanza, dimostra di essere la strada più giusta perché gli altri imparino a conoscersi e a maturare giudizi responsabili sulla realtà. Verso la fine del film, in maniera sorprendente, il film abbandona il punto di vista di Ahmad e – sempre procedendo come in un giallo in cui si resta con il fiato sospeso fino alla fine – si avventura nella scoperta del personaggio di Samir, rivelando lati del suo carattere imprevisti e leggendo sotto una luce positiva (benché non per questo meno dolorosa) l’intera vicenda.

Un film magistrale, che senza mai coinvolgere dinamiche di fede nel trascendente, tocca di fatto temi “implicitamente” religiosi, parlando in maniera lucidissima (e non pessimistica, come hanno scritto alcuni critici, semmai realistica) di senso di colpa, peccato e redenzione. Riuscitissima è anche la descrizione dei rapporti tra adulti e bambini (i soliti, questi ultimi, incolpevoli spettatori dei madornali errori dei grandi) e tra adulti e adolescenti (la serietà con cui Ahmad incarna il ruolo di padre putativo di Pauline è affascinante e commovente). La pertinace ricerca della verità da parte dell’uomo è intrisa di un senso morale del tutto familiare a una visione della vita che contempla la verità – appunto – come data, oggettiva e perciò conoscibile. La svolta, imprevedibile, dell’ultimo atto, con la scoperta del personaggio di Samir – che lo mostra come un padre e un marito migliore di quanto il film aveva lasciato intendere fino ad allora – non solo è un pezzo di alta scuola di scrittura ma consegna al film un messaggio che potrebbe riassumersi in una famosa asserzione: “La Verità vi farà liberi”.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VENERE IN PELLICCIA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/16/2013 - 10:50
Titolo Originale: La Vénus à la fourrure
Paese: Francia
Anno: 2013
Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: David Ives e Roman Polanski
Produzione: R.P. Productions, A.S. Films, Monolith Films con Polish Film Institute, in associazione con Manon 3 e Mars FIlms, con la partecipazione di Canal + e Ciné +.
Durata: 96
Interpreti: Emmanuelle Seigner, Mathiue Amalric

Dopo decine di audizioni, il regista parigino Thomas si rassegna a non trovare l’attrice giusta per il suo adattamento teatrale del romanzo Venere in pelliccia. Proprio quando sta per uscire dal teatro per tornarsene sconsolato a casa, irrompe in scena (in tutti i sensi) Vanda, un’attrice matura, sboccata e male in arnese, che insiste talmente tanto da riuscire a farsi provinare, sia pure fuori tempo massimo. Già preparato mentalmente a liquidarla dopo poche battute, Thomas rimane invece folgorato dalla bravura di Vanda e irretito da come riesca ad aderire perfettamente allo spirito del personaggio che egli ha scritto. Inizia così un gioco di seduzione in cui l’uomo e la donna s’addentrano sempre più in profondità nelle pieghe del testo, fino a non distinguere più la realtà dalla sua rappresentazione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un esercizio intellettuale con al centro del discorso le perversioni sessuali, in cui arte, vita ed eros si combinano senza alcun intento costruttivo
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, allusioni sessuali, accenni di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Pochi cineasti come Roman Polanski sono così capaci di far dialogare le tecniche del cinema con quelle del teatro. Una racconto morboso che solo il sorvegliato uso della macchina da presa da parte del raffinato regista riesce a rendere non del tutto sgradevole. Molto bravi i due protagonisti.
Testo Breve:

Un’attrice matura  cerca di convincere un regista teatrale a selezionarla per la parte da protagonista  in una piece teatrale dai contenuti morbosi. Solo la bravura di Polansky riesce ad evitare che il film si trasformi in compiaciuta ossessione 

Pochi cineasti come Roman Polanski sono così capaci di far dialogare le tecniche del cinema con quelle del teatro. Come il precedente e celebrato Carnage (ma anche come La morte e la fanciulla, altra trappola claustrofobica giocata sui temi dello smascheramento e della vendetta), anche questo Venere in pelliccia è tratto da una pièce, che a sua volta era un adattamento dal romanzo erotico omonimo di Leopold von Sacher-Masoch, all’origine di svariate riletture in ambito letterario e cinematografico, oltre che del termine “masochismo”, dal nome dello scrittore. Solo due personaggi in scena, un uomo e una donna, e un unico ambiente, quello delle quinte di un palcoscenico, quasi a ridurre il cinema all’osso inchiodando in primo piano caratteri e psicologie. Va da sé che acquistano particolare rilevanza, in un esercizio del genere, la costruzione dei dialoghi e le interpretazioni degli attori, così come anche la creazione di un’atmosfera avvolgente e claustrofobica in cui gioca un ruolo cruciale l’implacabile colonna sonora di Alexandre Desplat. Un film tecnicamente costruito come un orologio di precisione, in cui Polanski si rivolge al suo pubblico colto e sofisticato, conducendolo sulla pista in cui il morboso, evocato praticamente in ogni battuta di dialogo, è sempre in agguato anche se non giunge mai veramente a esplodere.

Cercando delle parentele nella filmografia del regista, Venere in pelliccia assomiglia, oltre che formalmente ai film già citati, a Luna di fiele, che con questo condivide invece il tema dell’amore malato che conduce alla morte o alla follia. Un gioco al massacro, insomma, un esercizio intellettuale con al centro del discorso le perversioni sessuali, in cui arte, vita ed eros si combinano senza alcun intento costruttivo (anche volendolo leggere come una rivincita femminile contro i soprusi di una società maschilista, il film non ne uscirebbe nobilitato; casomai appesantito da una cappa di moralismo) e che solo il sorvegliato uso della macchina da presa da parte del raffinato regista riesce a rendere non del tutto sgradevole.

Oltre che ovviamente sconsigliato al pubblico familiare per l’argomento trattato, il film è meno avvincente di quanto potrebbe, giacché la sceneggiatura scopre le carte abbastanza presto, facendo intuire senza molti dubbi chi tra i due personaggi dirigerà il gioco fino alla fine e avrà vinto la partita. Forse, però, il divertimento dovrebbe consistere proprio in questo. Allora lasciamo volentieri Polanski alle sue ossessioni e cambiamo serenamente film.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMA RUOTA DEL CARRO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/15/2013 - 17:03
Titolo Originale: L'ultima ruota del carro
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giovanni veronesi
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti
Produzione: Fandango, Warner Bros Entertainment Italia
Durata: 113
Interpreti: Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastronardi

Ernesto non completa gli studi perché il padre lo prende a lavorare con sè come tappezziere. Cresciuto, lascia il padre che non lo ha mai valorizzato per mettersi in proprio come autotrasportatore assieme al suo amico Giacinto. Ernesto si sposa con Angela, hanno un figlio e la loro vita scorre serena, mentre la storia d’Italia degli ultimi decenni scorre sul loro televisore di casa. Un affaticamento alla schiena lo costringe a lasciare la sua impresa per accettare un posto nell’amministrazione di un’azienda legata al Partito Socialista. Ma è il periodo di tangentopoli ed Ernesto sta firmando troppe carte compromettenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel racconto di unità familiare dove una coppia sa restare sempre unita anche nei momenti più difficili
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche sgradevole scena con riferimenti sessuali, una rapida scena di incontro sessuale, espressioni volgari
Giudizio Tecnico 
 
Bravi tutti gli attori ma la sceneggiatura mostra alcune incongruenze e il racconto è più semplice e minimalista dell’impegno di critica sociale che il racconto sembrava promettere all’inizio
Testo Breve:

La  semplice vita di Ernesto e di sua moglie scorre serena mentre i grandi eventi degli ultimi quarant’anni della storia italiana si susseguono senza scalfire la loro onestà e fedeltà matrimoniale

Il film ha un obiettivo ambizioso: raccontare quarant’anni della recente storia italiana facendo perno su alcuni eventi-simbolo (la vincita al campionato di calcio del 1982, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, le monetine lanciate a Craxi, l’ascesa di Berlusconi) attraverso lo scorrere parallelo della semplice vita di un uomo qualunque, spesso ingenuo ma sempre onesto.

Il film fallisce sia nel riscostruire la realtà socio-politica italiana che nel raccontare la cronaca familiare del tappezziere/trasportatore Ernesto Fioretti.

La cronaca degli anni ‘60-2010  scivola via  velocemente in un modo estremamente qualunquista (in questo simile al recente  Viva l’Italia!): ricorda l’esigenza inderogabile di farsi raccomandare per ottenere un lavoro al comune, la tangentopoli del periodo craxiano, le attenzioni di  Berlusconi per le giovani ragazze del suo partito. Tutto vero, ma il modo con cui il film accenna a questi eventi non genera nessuna positiva provocazione se non la banale conclusione che politica e corruzione sono la stessa cosa.  Non giova certo ricordare la miniserie TV La meglio gioventù, dove, indipendentemente dal giudizio che si vuol dare all’angolazione politica assunta dagli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, viene fatta un’analisi degli gli ultimi decenni della storia italiana con un ben diverso spessore.

La storia privata di Ernesto Fioretti ha anch’essa un punto debole: risente del problema che si trovano ad affrontare tutti i registi/sceneggiatori ogni volta che debbono tracciare la biografia di una persona a loro cara (basti ricordare come era stata idealizzata la figura di Mannina nel film Baaria di Giuseppe Tornatore, che raffigurava la madre del regista da giovane). Ernesto Fioretti non è un personaggio inventato ma uno reale e ben conosciuto dal regista Veronesi, perché è stato suo autista così come di molti altri registi e attori del cinema italiano. Questa figura di uomo semplice ma sempre onesto, spesso  ingenuo e impotente di fronte alle furbizie degli altri (un novello Candide o un Forrest Gump italiano) risulta talmente idealizzato che il film appare più che un racconto di fatti reali pubblici e privati, una apologo morale.

Peccato, perché gli attori sono molto bravi, la figura del pittore d’avanguardia interpretato da Alessandro  Haber è la più originale ma soprattutto, anno dopo anno, risalta la vera “ricchezza” del film: l’ amore immutato fra Ernesto e sua moglie Angela.

Un rapporto molto sbilanciato dalla parte di lei: se nelle relazioni esterne è Ernesto che riesce a tenere lontana la famiglia, con la sua correttezza e onestà, da ambienti inquinati, è sempre Angela che regala al marito la sua fiducia incondizionata ogni volta che Ernesto è costretto a iniziare una nuova attività.

La sceneggiatura risente di alcune incongruenze che indeboliscono ulteriormente il racconto: il padre di lui, esigente nei suoi confronti e molto presente nella prima parte, a un certo punto scompare; il timore per un ghepardo presente in un giardino che poi non si vede mai; l’incertezza sulla diagnosi di un presunto cancro ai polmoni del protagonista che forse è stata sbagliata (quindi lo sceneggiatore sembra aver voluto aggiungere il tema della malasanità)  oppure si è trattato di un pietosa bugia da parte del dottore.

Complessivamente un film minimalista con belle espressioni di unità familiare che ha più il tono di una favola che quella di una  denuncia sociale

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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THE CANYONS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/14/2013 - 21:18
Titolo Originale: The Canyons
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Paul Schrader
Sceneggiatura: Bret Easton Ellis
Produzione: FILMWORKS FX, POST EMPIRE FILMS, SODIUM FOX, IN ASSOCIAZIONE CON PRETTYBIRD
Durata: 99
Interpreti: Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Tenille Houston

Christian è un giovane ricco e annoiato che con i soldi del padre si diletta nella produzione di horror di bassa qualità, Tara è la sua compagna, ex attrice ed ex modella. Vivono insieme ma sono una coppia “aperta”, che pratica incontri a tre e scambi di coppia… Una situazione già complicata che precipita quando un ex fidanzato di Tara, Ryan, viene scelto come protagonista del film che Christian sta producendo. Ryan ora è fidanzato con Gina, l’assistente di Christian, ma è ancora legato a Tara, che però non ha detto nulla a Christian della loro relazione... Il ragazzo inizia a sospettare, inizia a spiare e far pedinare la fidanzata e precipita in un vortice di paranoica gelosia, tra giochi perversi e violenza latente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ondeggia tra il voyeurismo compiaciuto e una condanna morale confusa e in quanto tale piuttosto inefficace.
Pubblico 
Sconsigliato
Numerose scene a contenuto sessuale molto esplicite, linguaggio volgare, consumo di droghe, violenza.
Giudizio Tecnico 
 
Questa pellicola è un pasticciaccio poco digeribile che solo un pubblico da Festival potrebbe avere lo stomaco o la sofisticazione per sorbirsi e apprezzare
Testo Breve:

Una troupe di dilettanti vuole realizzare un film Horror di basso costo. Un pretesto per molto voyeurismo e violenza

Non credete a chi andrà a cercare giustificazioni da capolavoro postmoderno, iperconsapevole e ironico a questa storia squallida e noiosa di vite buttate via, vendute e sprecate tra sesso, droghe e internet, che si perde nelle sue confuse intenzioni e che la buona regia di Schader (pure se evidentemente limitata dal budget) non riesce a nobilitare. Il re è nudo e questa pellicola è un pasticciaccio poco digeribile che solo un pubblico da Festival (la pellicola è passata Fuori Concorso a Venezia 2013) potrebbe avere lo stomaco o la sofisticazione per sorbirsi e apprezzare.

Una riflessione sul declino di Hollywood e del cinema (la pellicola si apre su sale cinematografiche desolatamente abbandonate)? Un thriller psicologico? Una riflessione spinta sul degrado dei rapporti di coppia dovuto al pansessualismo e alla dipendenza patologica dai cellulari? Un ambiguo omaggio alla decadenza fisica e psicologica di Lindsay Lohan? Quale che sia l’intento del film di Paul Schader (sceneggiato da Bret Easton Ellis, già sceneggiatore di American Psyco), il risultato è per lo meno deludente e ondeggia tra il voyeurismo compiaciuto e una condanna morale confusa e in quanto tale piuttosto inefficace.

Va detto che, non si sa se a proposito o no, c’è veramente poco di interessante nelle vite dei protagonisti, il ricco e annoiato Christian (la scelta del nome è forse l’unico colpo di genio della pellicola, un ironico omaggio al protagonista del famigerato porno-soft Cinquanta sfumature di grigio, che Ellis si era autocandidato a sceneggiare), la sua fidanzata sottomessa, turbata e infedele Tara, l'ex fidanzato di lei Ryan, aspirante attore di belle speranze e dalla moralità claudicante, la di lui attuale fidanzata Gina e tutto il mondo che gira attorno alla produzione di un piccolo film horror di serie D.

Cene a quattro in cui Christian e Tara passano il tempo al cellulare e sdottorano sul loro statuto di coppia apertissima, gli incontri tra scambisti squallidi pure sullo sfondo delle lussuose ville californiane, i giri di shopping e gli incontri inconcludenti nei centri commerciali, pedinamenti misteriosi che non portano da nessuna parte, storie di sesso spiate su social network e cellulari. Niente di tutto questo riesce mai a creare una qualche empatia da parte del pubblico nel confronto dei personaggi, solo un senso di noia e di fastidio crescente non mitigato dalla curiosità un po’ perversa nei confronti degli interpreti.

Prima tra tutti Lindsay Lohan, ex piccola star dei film Disney da tempo persa tra droghe, alcool e riabilitazioni, già sfigurata nel fisico e nel viso da vizi e chirurgia, che qui sembra recitare stancamente se stessa a beneficio di un pubblico guardone. Lo stesso che potrebbe andare al cinema incuriosito dalla presenza, nel ruolo di Christian, del pornodivo James Deen, un unico broncetto (che si vorrebbe astutamente perverso)  stampato in viso e qualità attoriali pari a zero.

Non è una buona idea e l’impressione è che qualunque aspettativa, intellettualistica o banalmente pecoreccia, si nutra su una pellicola come questa è destinata a restare delusa.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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JOBS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/14/2013 - 11:59
Titolo Originale: jOBS Get Inspired
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Joshua Michael Stern
Sceneggiatura: Matt Whiteley
Produzione: FIVE STAR INSTITUTE IN ASSOCIAZIONE CON SILVER REEL
Durata: 128
Interpreti: Ashton Kutcher, Josh Gad, Lukas Haas, Dermot Mulroney, Ann Warren, Ahna O'Reilly

Steve Jobs viene mandato dai suoi genitori adottivi all’università ma dopo sei mesi abbandona il college perché più interessato ad acquisire esperienza pratiche più che teoriche. Dopo un viaggio in India attrezza il garage di casa per costruire con il suo amico Steve Wozniak una piastra per computer che decidono di chiamare Apple. Dopo che il prodotto è stato presentato in alcune fiere, trovano un finanziatore: Mike Markkula, che versa nelle casse della società la somma di 250.000 dollari. Intanto alla sua compagna nasce una figlia, Lisa che Steve non vorrà riconoscere se non molti anni dopo.
Il successo arriva con Apple II ma il Macintosh non raggiunge le vendite sperate. Dopo un conflitto con il consiglio d amministrazione Steve si dimette. Passato qualche anno, a causa dei rovesci subiti dalla Apple, Steve viene richiamato come CEO e l’azienda, grazie al lancio di prodotti particolarmente innovativi, riesce a riprendersi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le capacità imprenditoriali e progettuali di Steve Jobs non giustificano la sua incapacità di mostrare riconoscenza e benevolenza verso chi lo ha aiutato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche sgradevole situazione familiare può impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film racconta in modo dettagliato i fatti accaduti ma è incapace di scavare nella personalità del protagonista
Testo Breve:

La biografia di Steve Jobs dall’università, al trionfo, dalla caduta al recupero finale. Un racconto di molti fatti ma di poche emozioni.

Spesso nelle biografie di personaggi importanti viene aggiunta con un po’ di fantasia qualche linea narrativa non vera ma verosimile per rendere il racconto più interessante. Non è il caso di questa biografia di Steve Jobs: ovviamente il film non racconta tutto l’accaduto (mancano i rapporti con Bill gates e la Xerox) ma ciò che viene descritto è molto vicino al realmente accaduto.  Il film si divide rigorosamente in due parti: nella prima uno Steve giovane è alla ricerca di se stesso e muove i primi passi per rendere concrete le sue intuizioni nel nascente mondo del personal computer; nella seconda il protagonista sembra diventare il consiglio di amministrazione della Apple: mostro inerte e ottuso contro il quale Steve subisce una prima sconfitta ma poi la vittoria finale, ottenuta rimuovendo dalle loro posizioni tutti i suoi avversari.

Si tratta quindi di un racconto che si svolge quasi interamente fra laboratori di sviluppo e sedute del consiglio di amministrazione (le donne di Steve e sua figlia Lisa fanno una fugace comparsa) dove ci vengono raccontati snodi interessantissimi della più recente storia industriale ma che forse non sono adatti per un vasto pubblico (la progettazione di un nuovo alimentatore molto compatto, la scelta del processore più adatto, lo sviluppo di una interfaccia basata solo su icone nella prima parte; le opinioni contrastanti  nel board of director per decidere se investire in un prodotto molto innovativo o dirottare le risorse più pregiate nell’aggiornamento dei prodotti cash-cow; la scelta di una efficace strategia di marketing, nella seconda parte).

Ben presto lo spettatore, di fronte a questo racconto così aziendalista, inizia a domandarsi: dov’è  Steve Jobs?. Lo vediamo fisicamente attraverso l’interpretazione di  Ashton Kutcher che ne imita la camminata goffa, il suo sorriso sempre a mezza bocca ma non comprendiamo le sue intime motivazioni.

Nelle due ore del film lo vediamo piangere, sotto l’effetto di allucinogeni, al pensiero della madre che l’ha abbandonato; disegnare nuovi prodotti con un preciso gusto estetico ed una forte tensione verso la perfezione, ma poi in situazioni particolari la sua personalità appare totalmente anaffettiva: non vuole riconoscere sua figlia, tratta male i  collaboratori né  mostra gratitudine verso gli amici della prima ora.   Qual’è la personalità che tiene uniti comportamenti così diversi? Il film non fornisce una risposta. Non giova certo il confronto con The social network, la storia di Mark Zuckerberg, autore di Facebook, l’enfant prodige della seconda generazione rispetto a Steve, dove lo sceneggiatore Aaron Sorkin aveva ben amalgamato nella personalità del protagonista la voglia di emergere e la  spietatezza nel trattare gli amici di ieri,  pienamente inserita  nella dinamica di un’America in rapida trasformazione. Anche la biografia di Howard Hughes, prima in L’uomo che non sapeva amare (1964) e poi in The Aviator (2004) aveva contribuito a costruire il mito di un altro figlio dell’America che sa guardare avanti, alla ricerca del  successo ad ogni costo con decisione e durezza.

La figura di Steve Jobs è però più complessa e il pubblico si aspetta molto di più che il racconto di un industriale in carriera. Il magnetismo di Jobs, a dispetto del suo pessimo carattere, risiede tutto nella sua capacità, in modo unico rispetto a qualsiasi uomo della sua generazione, di anticipare le aspettative dei suoi Apple people. Lo sceneggiatore ha scelto anche in questo caso la soluzione di rappresentare senza spiegare: lascia che lo Steve- Ashton Kutcher declami alcuni dei suoi discorsi più famosi e visionari,. Solo all’inizio, quando Steve inizia a “vedere” quale sarà il computer per tutti, esprime le sue idee sull’innovazione, vista come un impegno assolutamente individuale e perciò creativo, in grado di liberare quelle energie che gli consentono di realizzare pienamente se stesso.

Su Raiuno è andata di recente in onda la biografia romanzata di Adriano Olivetti. Un imprenditore che sapeva anche lui guardare lontano e che concepì il personal computer ancor prima di Jobs ma che considerava prioritario il benessere dei propri lavoratori e aveva il coraggio di affrontare problemi del nostro paese ancora insoluti come la crescita del meridione. Noi stiamo con Adriano Olivetti. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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SOMETHING GOOD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/07/2013 - 22:38
Titolo Originale: Something Good
Paese: Italia, Cina
Anno: 2013
Regia: Luca Barbareschi
Sceneggiatura: Anna Pavignano, Francesco Arlanch, Luca Barbareschi
Produzione: Luca Barbareschi per Casanova Multimedia con Rai Cinema
Durata: 111
Interpreti: Luca Barbareschi, Zhang Jingchu, Kenneth Tsang, Gary Lewis.

Matteo Valli è un trafficante internazionale di cibo adulterato, un cinico esperto del settore che permette alle multinazionali di speculare sulla vendita, nei quattro angoli del globo, di cibo contaminato. Dopo aver salvato rocambolescamente una partita di pesce radioattivo, e aver mandato a monte l’operazione di polizia destinata a incastrarlo, Matteo viene promosso: il mellifluo signor Feng, capo della multinazionale omonima spargitrice di veleni, gli promette il posto di amministratore delegato del proprio gruppo aziendale, dopo che avrà portato a termine una rischiosa missione che riguarda la vendita di latte in polvere destinato alle missioni africane. Matteo cambia identità, si trasferisce a Hong Kong e porta avanti brillantemente l’operazione, finché non scopre di essere finito in un intrigo di cui è solo una pedina. L’unica persona di cui può fidarsi è una giovane ristoratrice con cui ha fatto amicizia, ma che serba in cuore un lutto legato proprio all’attività di Matteo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una love story che non è solo un espediente narrativo ma dice qualcosa di molto vero e di molto profondo sul vero amore, quello che redime.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena sensuale e due scene violente
Giudizio Tecnico 
 
La regia asciutta, priva di velleità e vezzi, conduce in porto il film, che può contare su una confezione di alto livello. Barbareschi ha la faccia giusta e le physique du role per dare credibilità al personaggio del gaglioffo internazionale
Testo Breve:

Un atipico noir italo cinese sul traffico interrnazionale di cibo adulterato. Una regia sciutta e una sceneggiatura in grado di esprimere dei valori

Ogni volta che ci sediamo a tavola e mettiamo in bocca del cibo, compiamo un atto di fede. Questo è l’assunto da cui parte il romanzo Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto, da cui è tratto questo atipico noir italo cinese, non facilmente incasellabile nell’ambito del cinema italiano sia per l’argomento trattato (le frodi alimentari internazionali), sia per l’ambientazione (solo una scena italiana, nel porto di Gioia Tauro), sia per l’impegno con cui si muove in un terreno – quello dei generi – su cui i nostri autori poco si arrischiano. Timoniere dell’operazione, riuscita, è Luca Barbareschi, qui nelle quadruplici vesti di produttore, sceneggiatore (con Anna Pavignano e Francesco Arlanch), regista e attore. Barbareschi ha la faccia giusta e le physique du role per dare credibilità al personaggio del gaglioffo internazionale (il film, non a caso, dimostra più di una somiglianza con The International del tedesco Tom Tykwer, in cui l’attore italiano aveva un piccolo ruolo).

La regia asciutta, priva di velleità e vezzi, conduce in porto il film, che può contare su una confezione di alto livello, dove spicca la presenza come costumista della pluripremiata all’Oscar Milena Canonero. Più che sulla trama thriller (chi ci sia a capo del complotto si capisce in pochi scambi di sguardi tra i subdoli personaggi), spicca in sceneggiatura l’idea del sovvertimento delle regole del noir: se nel noir classico la donna fatale usa le debolezze di un uomo più o meno onesto, trascinandolo con lei alla dannazione, qui – al contrario – un uomo disonesto è condotto da una donna alla redenzione. In un incontro inaspettato, insomma, esiste la possibilità di un cambiamento di vita, in meglio. In questo caso, insomma, la love story non è solo un espediente narrativo ma dice qualcosa di molto vero e di molto profondo sul vero amore, quello che redime. Anche questo, nel cinema italiano, non si vede spesso.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA PICCOLA IMPRESAMERIDIONALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/18/2013 - 22:26
Titolo Originale: Una piccola impresa meridionale
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Valter Lupo, Rocco Papaleo
Produzione: ISABELLA COCUZZA E ARTURO PAGLIA PER PACO CINEMATOGRAFICA
Durata: 103
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Rocco Papaleo, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza

Don Costantino è un ex prete che, per evitare che in paese si sappia della sua nuova condizione, è stato confinato dalla madre Stella in un vecchio faro dismesso, di loro proprietà. Costantino viene presto raggiunto da altre persone che non sanno dove andare: Arturo, il marito di sua sorella che è stato abbandonato, una prostituta che desidera mettersi a riposo e sua sorella stessa che in realtà convive con un’altra donna…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film cerca di costruirsi nemici che non esistono per sottolineare presunti pregiudizi nei confronti di coppie lesbiche, divorziati, cornuti, ex-preti e prostitute. Uno sbrigativo disprezzo nei confronti della religione.
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune sequenze di nudo. Film sconsigliato per lo sbrigativo disprezzo mostrato verso chi ha una fede
Giudizio Tecnico 
 
Film a tema, ideologico e discontinuo. Bravi gli attori e fotografia molto bella
Testo Breve:

Rocco Papaleo realizza un modesto film ideologico allineato alle mode correnti che vuole  mostrare come la Chiesa e certi pregiudizi della società ancora si accaniscono contro le coppie lesbiche, i divorziati, le prostitute

La malattia che corrode ormai da troppo tempo il cinema italiano si ripresenta inesorabilmente anche in questa opera seconda di Rocco Papaleo. Peccato, perché “Basilicata coast to coast” si era appoggiato sullo zoccolo duro di una “meridionalità” intimamente sentita, fonte inesauribile di ispirazione per tanti film.

Questa volta anche Rocco scivola sulla buccia di banana dell’ideologia celebrale, per nulla originale ma ossequiosa delle mode correnti. Solo i bellissimi panorami della costa sarda reggono l’impalcatura della cornice meridionale, mentre tutto il resto è una metafora artificiale e posticcia.

La storia si svolge intorno a una faro abbandonato, rifugio-simbolo dei reietti dei “poteri forti” (leggi la Chiesa) e dai pregiudizi della società di oggi. Quali sono questi reietti? Un prete spretato che ha avuto una relazione con una donna, un marito cornuto che non può più sostenere le derisioni della gente del paese, due ragazze unite da un amore lesbico, un padre divorziato che non vuole che sua figlia stia con la madre, una prostituta che a quarant’anni decide di mettersi in pensione ma non sa dove andare ed infine la stessa mamma del sacerdote, che non può più vivere in paese dopo che tutti hanno saputo delle vicissitudini del figlio.

Questo avvio del racconto è già sufficiente per mostrarne tutta la forzatura ideologica: l’Italia è uno dei paesi più tolleranti del mondo e sarebbe interessante sapere in quale parte dell’Italia meridionale di oggi ci sono ancora i ragazzini che per strada deridono il cornuto di turno.

La metafora continua: questi parìa superano le reciproche diffidenze iniziali, solidarizzano fra loro ed iniziano a riparare quella costruzione fatiscente per farla diventare un albergo rustico. Alla fine dei lavori il  faro viene acceso ed è questa la  nuova “luce” che illumina la loro umanità che ha ormai ritrovato una ragione per vivere con dignità.

Ma c’è ancora da fare i conti con “gli altri”: quelli del paese, che sono stati tutti invitati alla serata inaugurale dell’albergo.

Qui l’ex-sacerdote si pone dietro un tavolo che sta per diventare uno pseudo-altare; davanti a tutti dichiara che la religione è soprattutto un bel sentimento personale e che non si è mai sentito un vero sacerdote come adesso, che sta per “unire” le due ragazze lesbiche, rigorosamente vestite di bianco con il velo.  Improvvisa una formula per questo nuovo rito che per fortuna non contempla la frase “finché morte non vi separi” ma un più prosaico “finché non sentirete amore l’una per l’altra”.

Gli “altri” si allontanano disgustati mentre un sacerdote, fra di loro, grida: “vergogna!”

Di critiche sulla religione e chi la pratica se ne possono fare ovviamente tante ma quella espressa da Rocco Papaleo come attore, regista e sceneggiatore è solo uno sbrigativo e incolto disprezzo che paradossalmente getta una luce sinistra proprio sull’ideologia che voleva difendere, quella dell’uguaglianza fra i matrimoni etero ed omosessuali.
Quella cerimonietta che vede unite due ragazze, quel generico “stare insieme almeno finché vi vorrete bene”, in nessun caso può venir proclamato come una avvenuta acquisizione dell’uguaglianza con il matrimonio eterosessuale.

Anche quella sua orgogliosa affermazione su quale sia la vera fede, qui ridotta a spicciola  psicologia individuale, sembra solo uno sbrigativo segno di matita tracciata sopra duemila anni di santi e di riflessioni teologiche. 

Si ride in modo discontinuo in questo film: Rocco Papaleo si mostra molto bravo nel dirigere gli attori ma pessimo nella sceneggiatura.Un vero scivolone per lui, che se voleva dimostrare di avere la capacità di condurre un film oltre che di recitare (e ci sta riuscendo) si è dimostrato troppo sbrigativo nella scrittura. e superficiale nelle sue riflessioni sull'uomo e sulla fede.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIOVANI RIBELLI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2013 - 19:23
Titolo Originale: Kill your Darlings
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: John Krokidas
Sceneggiatura: John Krokidas e Austin Bunn
Produzione: Michael Benaroya, Christine Vachon, Rose Ganguzza, John Krokidas per Benaroya Pictures/ Killer Films
Durata: 104
Interpreti: Daniel Radcliffe, Dean DeHaan, Michael C. Hall, Ben Foster, Jack Huston, Kyra Sedwick, Elizabeth Olsen

New York, 1943. Il giovane Allen Ginsberg all’università incontra e resta folgorato da Lucien Carr, un ragazzo originale alla ricerca di una rivoluzione letteraria, umana e morale. Attraverso di lui Allen si trova immerso nel mondo bohemien della letteratura d’avanguardia, frequentato anche da Jack Kerouac e William Burroughs. Decisi a rompere con le regole e la tradizione, i ragazzi del gruppo si mettono alla prova con un nuovo concetto di arte, letteratura e poesia. Ma un giorno Lucien, da cui anche Allen è attratto, uccide David Kammerer, un suo ex amante ancora ossessionato da lui, e per il giovane poeta della Beat Generation la creazione artistica diventa una questione di vita e di morte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la Beat Generation avrebbe meritato un omaggio insieme più critico e più approfondito: il film appare una anacronistica e furba provocazione carica di violenza, droga, scene di sesso splicite
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di droga, violenza, numerose scene esplicite di sesso omosessuale.
Giudizio Tecnico 
 
Il film sembra spesso la caricatura survoltata dei giovanotti de "L’attimo fuggente" mentre Radcliffe resta una scelta di cast artisticamente discutibile e fastidiosamente ruffiana
Testo Breve:

Il film avrebbe dovuto essere una rievocazione della nascita della Beat Generation; partecipiamo invece solo ai giochi molto tragressivi di un gruppo di giovani universitari  e la rievocazione si perde fra didascalismo e modeste interpretazioni

Giunto al Lido di Venezia accompagnato dall’isteria delle fan dell’ex Harry Potter Daniel Radcliffe (probabilmente saranno state un po’ scioccate a vedere il tenero maghetto impegnato a fare sesso con uno sconosciuto rimorchiato in un bar fumoso, oltre che a farsi delle droghe più fantasiose per trovare la vena artistica), il film d’esordio di Jonh Krokidas, un mix di didascalismo letterario e anacronistica provocazione (ahinoi a volte idiota oltre che futile), gioca la carta dello Shakespeare in love  della beat Generation, condendola con un po’ di noir e momenti di invenzione letteraria a base di stupefacenti.

I protagonisti per il vero sembrano più spesso la caricatura survoltata dei giovanotti de L’attimo fuggente: nella pellicola, infatti, ci sono evidenti, per non dire pedestri, inviti a strappare pagine di libri simbolo della cultura tradizionale, alla faccia, si direbbe, del loro valore artistico, così come all’opposizione all’involucro formale cui il messaggio artistico classico poneva attenzione pari a quella dedicata al contenuto. Da cui le invettive contro la metrica, che rende solo più facile l’espressione… ditelo a chi prova a scrivere un sonetto!

La misura del poco riuscito tentativo è data da un lato dalla scelta furbetta di un protagonista che più mainstream non si potrebbe (salvo che il materiale escluderà automaticamente dalle sale la maggior parte del suo pubblico di riferimento), così come dall’accumularsi di cliché sulla vita della bohéme controculturale (anche tenendo conto che in effetti Kerouac, Ginsberg e compagni sono all’origine di molti di questi cliché), dall’altro dalla necessità di accompagnare con indicazioni puntuali e pure un po’ ridicole un pubblico che evidentemente si presuppone di scarsa cultura storica e letteraria.

Solo per fare un esempio: le preferenze in campo sessuale di Ginsberg sono ormai note (anche da altri film sull’argomento, tra cui lo sperimentale L’urlo, passato un paio d’anni fa a Berlino e con James Franco protagonista) e allora perché il regista-sceneggiatore deve accumulare riferimenti a Rimbaud, arresti di coppie omosessuali nei locali (con tanto di cliente che mugugna “Pervertiti”!), schiere di marinai sorridenti e benpensanti ghignanti?

Qui la strada è simile a quella intrapresa, con risultati altrettanto imbarazzanti, da On the Road; anche lì il potenziale ostico di un romanzo che è probabilmente tra quelli più amati dai non-lettori era tamponato dalla presenza di bei giovanotti e dalla divetta di Twilight.

Tra gli interpreti, mentre se la cavano i comprimari, a partire da Dean DeHaan (al suo attivo Chronicle, film di supereroi adolescenti e cattivelli in stile Blair Witch Project) per continuare con il televisivo Michael C. Hall,  Radcliffe resta una scelta di cast artisticamente discutibile e  fastidiosamente ruffiana.

Il problema più grave, però, è forse che oggigiorno riempire con libri osceni le vetrine dove sono custodite le prime edizioni della Bibbia di Gutenberg e delle opere di Shakespeare sembra più una bravata da ubriachi che la manifestazione di una “nuova Visione”, mentre le altre spavalderie del gruppetto vanno a confondersi con le ormai migliaia di imitazioni fatte da epigoni di minor talento, poi di fatto metabolizzate e sfruttate da quella società dei consumi che in origine erano destinate a demolire. La controcultura, opportunamente evolutasi, è di fatto divenuta l’anima del mainstream, e nel mondo postmoderno, dove l’autoespressione è diventata la nuova norma, le poesie di Rimbaud fanno vendere profumi da uomo e i versi si confondono con le banalità pronunciate da un attore famoso per pubblicizzare una nota fragranza.

Il film prende una direzione più interessante quando si tinge di nero con l’omicidio, a opera di Lucien Carr (l’astuto manipolatore oggetto del desiderio di Ginsberg) di un ex amante infelice e troppo invadente e il relativo processo, che mette finalmente a nudo la natura dei rapporti interni al gruppo e scatena la diaspora. Ginsberg però nel frattempo ha scoperto il suo talento, e allora chi lo ferma più? Anche qui la risoluzione sceglie una via piuttosto prevedibile, con il nostro eroe che lascia l’università, ma pur sempre con l’onore delle armi reso dal professore fino a quel momento severissimo.

In un mondo in cui all’università i corsi di poesia classica (quella in metrica contro cui i nostri “giovani ribelli” si scagliano con tanto vigore) sono stati sostituiti da quelli sugli zombie, forse la Beat Generation avrebbe meritato un omaggio insieme più critico e più approfondito, mentre di sicuro la furbizia poco intelligente dell’operazione non si merita lo strappo di molti biglietti.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ESCAPE PLAN - FUGA DALL'INFERNO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2013 - 19:15
Titolo Originale: Escape Plan
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Mikael Håfström.
Sceneggiatura: Miles Chapman e Jason Keller
Produzione: Emmett/ Furla Films, Summit Entertainment
Durata: 105
Interpreti: Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Jim Caviezel, Vinnie Jones, Sam Neill, Vincent D’Onofrio.

Ray Breslin è un esperto di sicurezza carceraria che, per guadagnarsi da vivere, si fa rinchiudere in incognito in penitenziari di massima sicurezza da dove riesce a evadere, una volta studiati i punti deboli, presentandosi poi agli allibiti direttori con una pagella (con tutti voti insufficienti) e dei suggerimenti per eventuali migliorie. Quando la CIA gli chiede di testare le misure di sicurezza di un carcere supersegreto (che dovrebbe fare da prototipo per una serie di prigioni in cui richiudere la feccia dell’umanità), qualcosa va storto. Il nostro eroe finisce rapito, narcotizzato e si risveglia in una cella senza nessun contatto con il mondo esterno, capendo ben presto di essere stato incastrato. Essendo in gioco la sua stessa sopravvivenza, stavolta, la sua unica possibilità è di fidarsi di un detenuto particolarmente socievole che sembra potergli dare una mano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c’è molto da dire se non che i cattivi vengono sconfitti in mezzo a violenza e turpiloquio
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura e la regia sembrano accontentarsi delle soluzioni più facili, senza neanche provare a creare un po’ di tensione e di senso dell’avventura e tutto diventa noioso e prevedibile
Testo Breve:

Questo film ha una sola idea: riunire le due maggiori icone del cinema action degli anni Ottanta e Novanta, Sylvester Stallone, e Arnold Schwarzenegger in un B-movie condito di sparatorie e scazzottate

Una sola idea: riunire le due maggiori icone del cinema action degli anni Ottanta Novanta in un B-movie condito di sparatorie e scazzottate. Non c’erano particolari motivi per sperare che quest’operazione nata “a tavolino” funzionasse ma la delusione rimane. È vero che Arnold Schwarzenegger – dismessi i panni di governatore – si era saputo reinventare come eroe veterano con la giusta dose d’ironia (nel saporito The Last Stand); è anche vero che Stallone, pur incapace di non prendersi sul serio qualunque sia l’impresa in cui si cimenti (contrariamente al compagno d’armi), aveva però dimostrato di avere ancora un certo fiuto per gli affari, riuscendo addirittura a scalare il boxoffice con l’operazione nostalgia di The Expendables; è vero anche che il cast di volti noti che dovevano fare da compagnia cantante ai magnifici due (e in certi casi prendere anche qualche sberla) era abbastanza invitante, con quel brutto ceffo di Vinnie Jones, i mai dimenticati Sam Neill e Vincent D’Onofrio, e il povero Jim Caviezel che – esattamente come il Mel Gibson che l’ha diretto ne La Passione di Cristo – sembra trovare a Hollywood ormai solo ruoli da psicopatico.

La puzza di operazione programmatica e improvvisata, però, stavolta era inequivocabile e una volta passata dalla carta allo schermo, infatti, l’operazione ha mostrato tutta la sua inconsistenza. Sarebbe un esercizio sterile e fin troppo lungo fare l’elenco delle assurdità della trama, che inizia a perdere colpi già nei primi cinque minuti, con Stallone che evade dall’Alcatraz di turno usando un rotolo di carta igienica e un cartone del latte (una puntata del McGyver televisivo, al confronto, sembra una pièce di David Mamet), e che finisce in gloria con una serie di flashback esplicativi a prova di spettatori ottusi, per cui sembra di stare vedendo una puntata di un telefilm di quart’ordine . Ciò che irrita è che la prigione è un luogo denso di memoria cinematografica e sarebbe bastato scopiazzare un po’ di vecchi modelli per realizzare un onesto e divertente prodotto d’intrattenimento. La sceneggiatura e la regia, invece, si accontentano delle soluzioni più facili, senza neanche provare a creare un po’ di tensione e di senso dell’avventura. E poi con quel cattivo così fesso che sembra uscito da un cartone animato di Cip e Ciop, la vittoria dei nostri eroi è talmente scontata e prevedibile che starli a guardare è una noia mortale. Il ridicolo, perennemente in agguato, ghermisce il film più di una volta (il medico coscenzioso che si rilegge in giuramento di Ippocrate prima di fare la cosa giusta è da guinness dei primati della risata involontaria) e quando Stallone mette fuori uso tutte le telecamere della prigione più sicura del mondo con una fetta di pan carré, anche lo spettatore meglio disposto manderebbe al diavolo lo sceneggiatore.

Piccola nota sociologica: di fronte ai nuovi cattivi (corporazioni che creano e gestiscono carceri a scopo di lucro senza preoccuparsi chi ci mettono dentro: e purtroppo in America succede davvero…) i nemici di ieri, gli islamici, diventano alleati dei buoni, anime candide che si votano docilmente alla causa con dedizione e spirito di sacrificio. Come passa il tempo…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEFORE MIDNIGHT

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/12/2013 - 15:50
Titolo Originale: Before Midnight
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Richard Linklater
Sceneggiatura: Richard Linklater, Julie Delpy, Ethan Hawke
Produzione: DETOUR FILMPRODUCTION, FALIRO HOUSE PRODUCTIONS
Durata: 108
Interpreti: Ethan Hawke, Julie Delpy

Sono passati poco meno di venti anni da quando Jesse e Cèline si sono incontrati a Vienna per un solo giorno, e dieci dalla secondo volta che si sono visti a Parigi: ora Jessie ha divorzioato, convive con Céline e hanno avuto due figlie gemell. Durante una vacanza in Grecia presso una casa di amici, i due intrattengono lunghe conversazioni interrogandosi sul loro rapporto, inevitabilmente messo alla prova dal tempo. Riuscirà una notte in hotel a offrire delle risposte sul loro amore?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Jesse e Cèline credono solo nella validità del piacevole attimo fuggente né sono credenti ma poi sono i primi a testimoniare la costanza del loro amore
Pubblico 
Maggiorenni
Una lunga sequenza di un colloquio a letto con nudità
Giudizio Tecnico 
 
Il colloquio ininterrotto fra Jesse e Cèline risulta coerente con i loro personaggi in tutto l’arco dei tre film ed è un’ ottima opportunità per una riflessione sui rapporti di coppia anche se ciò a volte va a discapito delle esigenze dello spettacolo
Testo Breve:

Jesse e Céline a venti anni dal loro primo incontro e del primo film sulla loro storia, hanno ormai quarant’anni e continuano a farsi domande sulla consistenza del loro amore ma mentre continuano a domandarselo continuano a stare insieme

I primi 5 minuti valgono da soli tutto il film. Jesse è divorziato e suo figlio Hank di 9 anni ha passato qualche settimana di vacanza con lui in Grecia. Ora il soggiorno è finito e Jesse accompagna il figlio all’aeroporto:deve tornare negli Stati Uniti da sua madre. L’imbarazzo fra i due è palpabile e il colloquio procede a stento: Hank, come tutti i ragazzi, risponde per monosillabi e Jesse, che sa che per almeno un anno non  potrà più vederlo, è  incapace di avviare un dialogo degno della situazione: tutto si frantuma in piccoli dettagli (hai caricato bene il PC? Giocherai ai videogames tutto il tempo? Potremo fare skyping ogni tanto?). Quando ormai stanno per salutarsi, Jesse scopre che il figlio non ha interesse  e non si sente adatto a giocare a soccer: di colpo si sente addosso tutto il rimorso per non aver passato del tempo con lui, per aver perso l’occasione di dargli quel coraggio e  quella fiducia in se stesso che sono necessari per confrontarsi con gli altri.

Questo senso di responsabilità mancata sarà la ferita che Jesse proverà a trasmettere per tutto il resto del film a Celine, la donna incontrata a Vienna venti anni prima per la quale ha divorziato e dalla quale ha avuto due gemelle.

Con Before Midnight stiamo assistendo a un caso pressoché unico nella storia del cinema: il racconto di un lui e di una lei vissuto nell’arco di vent’anni (fino a questo momento): tre film dove gli stessi attori invecchiano come i protagonisti e non smettono di interrogarsi sulla consistenza, le ragioni del loro amore e mentre se lo domandano (i tre film sono dei lunghi colloqui a due) continuano a restare inestricabilmente uniti.

Se le conversazioni fra gli innamorati dei film di Rohmer non hanno mai nscosto un certo compiacimento letterario, se Scene da un matrimonio (1973) di Igmar Bergman sviscerava i rapporti fra un uomo e una donna con la cupa coscienza di un ineluttabile destino umano verso la solitudine, i tre film di Richard Linklater (ma gli stessi due attori hanno contribuito alla sceneggiatura) possono esser visti come un laboratorio sull’amore, un serio studio psicologico (a scapito a volte dello stesso spettacolo) sulla complessità del rapporto di coppia. Un rapporto che passa  dall’entusiasmo del primo conoscersi (Prima dell’alba -1995), alla sorpresa del riscoprire la vitalità della reciproca attrazione dopo nove anni di lontananza (Prima del tramonto-2004), fino ad affrontare i problemi di una vita ormai adulta e imperfetta, per la prosaicità quotidiana del prendersi cura delle due piccole bambine, per i problemi di Jesse lacerato fra  le sue due famiglie, per le frustrazioni professionali di Céline che si sente ancora irrealizzata (Before Midnight-2013).

Jessie e Céline, lui americano, lei francese, fin dal primo film parlano di tutto ininterrottamente, in un felice, disinibito flusso comunicativo su come va il mondo, sulla religione, sul senso della vita, sulle differenza fra l’uomo e la donna o fra i francesi e gli americani, ma soprattutto parlano di loro stessi (gli autori sono bravissimi nel conservare la coerenza caratteriale dei protagonisti nell’arco dei tre film). La psicoanalisi sembra essere il loro forte quando iniziano a rievocare i loro sogni d’infanzia, il desiderio di indipendenza nei confronti dei genitori, le loro aspirazioni professionali. Imbastiscono anche test psicologici (cosa faresti se sapessi che oggi è l’ultimo tuo giorno di vita? Se morissi prima io, tu che faresti?).

Il loro atteggiamento appare paradossalmente contraddittorio: quel loro continuo comunicare è il chiaro segno di una intesa profonda ma al contempo sono malinconicamente pervasi dal senso della caducità dei rapporti e della incapacità strutturale dell’uomo e della donna di gestire una relazione per la vita. Ciò è evidente fin dal primo film: dopo una giornata passata assieme a Vienna decidono di separarsi senza neanche scambiarsi l’indirizzo. “Non è una tragedia se ci lasciamo qui, non voglio che la cosa si sgonfi: perché dovrebbe durare per sempre?” dice lei per convincerlo a questo gesto radicale. “L’idea stessa di completarsi con un’altra persona è deleteria” rinforza lei nel secondo film. “Noi non siamo altro che la somma di tutti i momenti della nostra vita”: filosofeggia lui. In Before Midnight, anche se sono padre e madre di due gemelle, lei rifiuta di sposarsi e finisce per mentire quando le due bambine chiedono dettagli sul loro matrimonio. Inevitabilmente la religione è fuori dei loro interessi: “io non credo ma non posso provare tenerezza per tutte le persone che vengono qui in cerca di una qualche risposta” commenta lei mentre visita una chiesa a Vienna. Anche nell’ultimo film, nel visitare una cappella ortodossa, lei non si trattiene da un gesto irriverente.

Il loro solipsismo esplode in quest’ultimo film, quando rifugiatisi in un albergo nella speranza di trascorrere una serata romantica lontano dalle gemelle, finiscono per litigare rinfacciandosi reciprocamente, con una pignoleria degna di una riunione condominiale, quanto lei si sia dovuta sacrificare per l’altro e viceversa. Ancora una volta, le onde tumultuose del loro rapporto si alzano ma anche si abbassano ed essi  continuano a non riuscire a far meno l’uno dell’altra. Forse, a dispetto del loro raziocinare sulla precarietà dei legami umani, a dispetto della loro voglia di libertà e di indipendenza, non hanno il coraggio di arrendesi all’evidenza: amore è morire a se stessi, ai propri egoismi per trasformarsi nella parte di un tutto, quello della loro unione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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