Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

L'ABBIAMO FATTA GROSSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/28/2016 - 13:06
Titolo Originale: L'abbiamo fatta grossa
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudioso
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS
Durata: 112
Interpreti: Carlo Verdone, Antonio Albanese, Anna Kasyan, Francesca Fiume, Clotilde Sabatino, Massimo Popolizio

Arturo Merlino è un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova, e Yuri Pelagatti è un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione con la moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena. Yuri assume Arturo perché questi gli fornisca le prove dell’infedeltà della ex moglie, ma i due per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta contenente 1 milione di euro 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia che si crea un po’ per caso un po’ per necessità tra i due protagonisti costituisce un positivo esempio di reciproco sostegno. Il personaggio di Yuri, nonostante i numerosi errori che continua a commettere e i tradimenti compiuti nel passato, dimostra un sincero pentimento nei confronti della moglie e un altrettanto sincero desiderio di tornare insieme
Pubblico 
Adolescenti
I dialoghi spesso sono accompagnati da turpiloquio
Il fortunato sodalizio fra Carlo Verdone e Antonio Albanese rappresenta il vero punto di forza di questa nuova commedia dell'attore romano. Il film tuttavia risente di un andamento discontinuo, in cui i momenti comici non riescono a fondersi con i momenti d’azione e nel complesso il film appare lento e poco armonioso. Buona la fotografia, le scenografie e la colonna sonora che conferiscono al film una patina vintage
Testo Breve:

Carlo Verdone, in sodalizio con Antonio Albanese, esperimenta il genere comico-noir con risultati discontinui. Buono l’affiatamento dei due comici ma lo sviluppo appare lento, ravvivato da isolate gag comiche

L’abbiamo fatta grossa è una commedia in stile noir. Con questo lavoro Verdone ha spiegato di volersi discostare dai suoi precedenti personaggi medio borghesi un po’ psicotici, per sperimentare un genere nuovo. Ha scelto come protagonista al suo fianco Antonio Albanese con cui, non solo si è creata una felice collaborazione professionale, ma anche una inaspettata e gradita amicizia, i cui positivi effetti si percepiscono anche nel film. Il fortunato sodalizio rappresenta infatti il vero punto di forza di questa nuova commedia dell'attore romano.

Nel film Verdone e Albanese sono rispettivamente Arturo Merlino, un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova, e Yuri Pelagatti, un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione con la moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena. Yuri assume Arturo perché questi gli fornisca le prove dell’infedeltà della ex moglie, ma i due per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta contenente 1 milione di euro. La coppia stringe una insolita amicizia e incorre in una serie di avventure-sventure al limite dell'assurdo, fino a giungere ad un finale piuttosto inaspettato.

Le scene in cui i due comici recitano insieme sono le più riuscite e costituiscono, linguaggio a parte, la vera nota di pregio di questo film. Tuttavia, a parte questo, L'abbiamo fatta grossa oscilla tra il crime e la commedia degli errori, senza che però i due generi riescano a fondersi mai del tutto. Si ha così la sensazione di assistere ad un film a corrente alternata in cui l'assenza di azione infonde un ritmo lento. A più riprese, soprattutto durante le numerose e spassose gag comiche della coppia, si ha l'impressione che la commedia stia finalmente per decollare e regalare uno spettacolo veramente godibile, ma l'entusiasmo si spegne alla scena successiva, la tensione comica cala a causa di situazioni fin troppo prevedibili e nel contempo poco credibili. Mentre la storia, sul piano drammaturgico, non riesce a coinvolgere a sufficienza, se non grazie ad una riuscita colonna sonora che conferisce un certo brio alla narrazione. In particolare i momenti d’azione richiesti dal racconto mancano di ritmo, quindi nel complesso il film appare lento, un po’ troppo lungo e poco armonioso.

L’amicizia che si crea, un po’ per caso un po’ per necessità, tra i due protagonisti costituisce un positivo esempio di reciproco sostegno. Tuttavia i due protagonisti dimostrano nelle proprie azioni una sprovvedutezza e un’incoscienza disarmanti, grottesche e ai limiti dell’assurdo. Il personaggio di Yuri recupera un po’ sul versante dei legami affettivi. Nonostante i numerosi errori che continua a commettere e i tradimenti compiuti nel passato, dimostra infatti un sincero pentimento nei confronti della moglie e un altrettanto sincero desiderio di tornare insieme.

Buona la fotografia e le scenografie che conferiscono una patina vintage nel complesso adatta al genere ed omogenea.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI GUARDO - DESDE ALLA'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/22/2016 - 20:16
Titolo Originale: Desde Allà
Paese: Venezuela, Messico
Anno: 2015
Regia: Lorenzo Vigas
Sceneggiatura: Lorenzo Vigas
Produzione: FACTOR RH, MALANDRO FILMS, IN CO-PRODUZIONE CON LUCIA FILMS
Durata: 93
Interpreti: Alfredo Castro, Luis Silva

Armando è un uomo di mezza età, scapolo, con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Recluta giovani ragazzi dalla strada e, in cambio di cospicue somme di denaro, li guarda spogliarsi davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico con loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità, tuttavia Ti guardo si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità, si concentra su una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre visto come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.
Pubblico 
Sconsigliato
Sono presenti scene di violenza, diverse scene di nudo maschile e rapporti omosessuali.
Giudizio Tecnico 
 
Il film è girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Leone doro al festival di Venezia 2015
Testo Breve:

Questo film venezuelano-messicano ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2015. Realizzato con realismo estremo e immagini fortemente rappresentative, racconta una storia particolarmente disturbante senza risolvere i molteplici temi sollevati

Con questo suo lavoro Vigas non sembra voler esprimere un giudizio sul tema dell’omosessualità, né cerca di spiegarla facendola risalire a qualche oscuro trauma infantile nel rapporto padre- figlio e nemmeno desidera raccontare le difficoltà della vita in una città impietosa e terribilmente discriminante come Caracas. Un film come Ti guardo in realtà spiega il suo senso proprio attraverso il titolo originale: Desde allà in catalano significa “da lontano”. Le scene del film sembrano infatti un’osservazione fatta “da lontano” sui personaggi e le loro vicende, come uno sguardo che scruta con attenzione una realtà, cruda e desolante, senza addentrarvisi. Il mondo dei due protagonisti, soprattutto del più anziano dei due, Armando, nel film è osservato con paziente attenzione fin nei minimi dettagli. Le immagini e le sequenze più che narrare, compongono, attraverso le poche vicende della storia, una sempre più dettagliata psicologia del personaggio senza raccontare in realtà nulla del suo passato e senza di fatto creare alcuna empatia.

Armando (Alfredo Castro) è un uomo di mezza età, scapolo, una figura distinta e discreta, quasi invisibile, con un buon lavoro ma con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Armando non sa amare e per questo soddisfa le sue pulsioni solo guardando da lontano l’oggetto del suo desiderio: giovani ragazzi che recluta dalla strada e che, in cambio di cospicue somme di denaro, si spogliano davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico tra loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder, disgustato dalle attenzioni dell’uomo, cerca più possibile e senza alcuno scrupolo di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre e comincia a sua volta a provare attrazione per l’uomo.

Armando e Elder sono accomunati dalla stessa sofferenza che nasce da un distorto rapporto con la figura paterna. Armando è un uomo solo, incapace di esprimere i propri sentimenti e dialogare con essi, ma desideroso di amare; nel portare via Elder dalla strada cerca di dare un senso al proprio esistere e al proprio dolore. Elder invece è un ragazzo con una forte energia, cresciuto in una realtà dura e spietata, abituato a badare da solo a se stesso e a pensare esclusivamente alla propria sopravvivenza; ma quando comincia a ricevere da Armando le cure, la protezione e una forma di affetto che non aveva mai conosciuto prima, cede, svela la propria fragilità e si dona completamente e in modo quasi follemente insensato ad un uomo più grande di lui. Si viene così a creare una ambigua relazione tra i due a metà tra quella omosessuale e quella genitore-figlio. Le attenzioni che Armando offre ad Elder, per quanto delicate e generose, lasciano comunque sempre il gusto amaro di un rapporto ambiguo e di una profonda problematica interiore irrisolta.

Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità. Tuttavia Ti guardo, che rappresenta il secondo capitolo della serie, si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità. Il regista sembra essere più interessato a osservare e descrivere una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.

Desde allà è un film crudo e disarmante per la schiettezza con cui descrive una storia forte con un esito drammatico senza che nulla di fatto si risolva nel film. È girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Eppure si tratta di un film che spiazza lo spettatore proponendo una storia sconcertante ma senza che questa contribuisca a dare allo spettatore un’idea in merito ai temi trattati che rimangono sospesi.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FAMIGLIA NELLA FICTION ITALIANA CONTEMPORANEA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/15/2015 - 22:20
Paese: ITA
Anno: 2015

VIENE ATTACCATA LA FAMIGLIA O LA CAPACITA' DELLA COPPIA DI DURARE NEL TEMPO?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La famiglia, come agglomerato intimo di persone che hanno legami di sangue, non è il vero bersaglio della cultura contemporanea ma è il legame coniugale che ha invece perso completamente quella sacralità che invece gli spetterebbe di diritto. L’amore che dura nel tempo non è neanche più considerato oggetto d’interesse, lo si scarta a priori e vengono sopratutto esaltati i momenti iniziali di una relazione amorosa,
Giudizio Tecnico 
 
Il difetto principale di queste fiction è che mentono per motivi ideologici, tradendo non solo la realtà, ma lo spirito stesso della commedia che è quello di dire la verità sia pure in modo scherzoso.
Testo Breve:

Nella recente produzione italiana di fiction, non sono i legami di sangue presenti nella famiglia a venir  attaccati, ma il credere che una relazione uomo-donna possa durare tutta una vita. Vengono mostrate come salde solo le coppie omossesuali, per motivi ideologici

La famiglia, come agglomerato intimo di persone che hanno legami di sangue, non è il vero bersaglio della cultura contemporanea.

La narrazione televisiva, non solo quella italiana, ne è una controprova piuttosto inconfutabile. La famiglia è una realtà ineludibile,e, sebbene a volte vissuta come una prigione culturale, non può essere soppressa, l’individuo si sentirebbe smarrito in una società sempre più aggressiva, e incapace di sussidiarietà. La famiglia è il luogo dove qualcuno ti ascolta sempre, dove sei amato, dove ci si riunisce intorno a una tavola, dove si desidera tornare dopo delusioni cocenti. Chiariamoci, si tratta di una famiglia quasi sempre allargata, dove le generazioni continuano a vivere insieme in modo assolutamente anomalo ( Un medico in famiglia ), dove l’angoscia dei distacchi necessari alla maturazione, i lutti dovuti al trascorrere del tempo vengono colmati dalla convivenza caotica dettata pur sempre da quei legami di sangue che sono considerati prioritari: genitori e figli, nonni e genitori, nonni nipoti ex suoceri.
“La famiglia è il luogo che a volte ti soffoca, ti stritola ti inchioda sempre alla stessa immagine di te, e non si accorge quanto sei cambiato , quanto sei diverso,per questo la famiglia è il luogo dal quale vuoi scappare, ma è anche il luogo ove si torna, è la casa, che ti accoglie, dove si torna tutte le volte che la vita sembra averti lasciato solo…” ( Una Grande Famiglia ). una-grande-famiglia-3-cast
Se sono considerati intoccabili i legami di sangue, il legame coniugale ha invece perso completamente quella sacralità che invece gli spetterebbe di diritto. E la domanda sorge spontanea: di quale famiglia parliamo, senza una coppia che genera la vita e dura nel tempo? Sembra una contraddizione, e in fondo lo è, ma la sfiducia profonda che l’amore tra un uomo e una donna possa durare nel tempo è ormai un comune denominatore di tutte le narrazioni televisive sia italiane che estere, di generi e di livelli artistici differenti. L’amore che dura nel tempo non è neanche più considerato oggetto d’interesse, lo si scarta a priori, nelle lunghe serie l’esigenza di dare un o una partner nuovi a un attore o a una attrice principale spinge a creare espedienti drammaturgici bizzarri come vedovanze per esempio, o fughe per missioni umanitarie. Perché il pubblico, soprattutto femminile, secondo i produttori, vuole immedesimarsi nei protagonisti nel momento magico dell’innamoramento, quello che fa sentire “ le farfalle nello stomaco, che ci fa sognare, che ci aiuta a evadere da una quotidianità opprimente perché sempre uguale a se stessa, lasciandoci sperare che possa succedere anche a noi di innamorarci di nuovo, di sentirci leggeri e felici come quando eravamo molto giovani. 
Vengono esaltati i momenti iniziali di una relazione amorosa, così gli approdi alla celebrazione delle nozze svuotata, tuttavia, di quell’onorevole impegno alla fedeltà che garantisca all’altro la propria vicinanza nel futuro , qualsiasi cosa accada. Le parole del rito diventano un momento di forte emozione, ma nessuno pensa che possa esserci bellezza e poesia nel lottare ogni giorno per mantenere quanto promesso. Non lo si crede affatto, altrimenti qualcuno penserebbe a raccontare una storia d’amore che dura nel tempo. Le conseguenze poi sono sotto gli occhi di tutti. Scardinata la coppia di genitori, alleggerita del suo compito di essere il principale riferimento affettivo ed educativo della prole, l’agglomerato famiglia prevede l’inclusione senza limiti di nonni, suoceri, ex nonni, ex suoceri, zie,zii, tate e quant’altro. Il modello esistenziale più appetibile è quello dell’adulto soddisfatto del proprio lavoro, che esercita senza limiti imposti dai doveri nei confronti dei figli, e, da un punto di vista affettivo quello dell'eterno adolescente ( I Cesaroni, Provaci ancora prof. , E’ arrivata la felicità). Tutto ciò è riflesso di una crisi reale, ma che non viene considerata tale, cioè un’anomalia. Diventa un assioma: vivere bene significa non negare che tutto ciò sia vero, l’amore tra uomo e donna non può durare nel tempo se non accontentandosi di essere infelice.
Earrivataimages"E’arrivata la felicità", fiction che attualmente va in onda su Rai Uno , ha poi oltrepassato ogni limite. Come abbiamo già messo in evidenza dai due articoli pubblicati su questo sito, le coppie etero vengono addirittura additate come quelle veramente problematiche. Gli etero di per sé vengono raccontati come individui nevrotici, immaturi, bugiardi, instabili, cinici. E la coppia di lesbiche ? Due donne assolutamente equilibrate, mature, sincere, premurose, con qualche debolezza, ma pronte a perdonarsi, a progettare una vita affettiva stabile, duratura. Essere etero rappresenta una sorta di condanna che non risparmia neanche i primi amori degli adolescenti già in preda alle contraddizioni.
Il difetto principale di queste fiction è che mentono tradendo non solo la realtà, ma lo spirito stesso della commedia che è quello di dire la verità sia pure in modo scherzoso. Riaffermarlo è tutto ciò che possiamo fare, sperando che il pubblico si ribelli a quella che consideriamo la più grande e dannosa manipolazione della realtà.

Per gentile concessione di www.Istantv.it

 

Autore: Alessandra Caneva
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IRRATIONAL MAN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/15/2015 - 21:22
Titolo Originale: Irrational man
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON PERDIDO PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Jamie Blackley, Joaquin Phoenix, Parker Posey, Emma Stone

Sinossi: Abe Lucas è un professore di filosofia depresso e demotivato che non riesce a dare un senso alla sua vita e non trova in essa più alcuna gioia. Abe accetta l’incarico di insegnare nel college di una piccola cittadina dove fa la conoscenza di una sua collega, Rita Richards, anche lei infelice e insoddisfatta della propria vita, e di una sua studentessa, la solare e graziosa Jill Pollard, che rimane immediatamente catturata dalla personalità tormentata ed eccentrica del suo professore. Con Jill Abe stringe inizialmente un legame di amicizia molto forte ed intenso, ma che non riesce a sanare il vuoto in cui vive. Improvvisamente però un evento del tutto casuale fa reagire Abe in modo assolutamente inaspettato, scuotendolo dal suo torpore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, che inizialmente sembra inneggiare alle emozioni forti come unica possibile fonte di gioia e come antidoto alla frustrazione del vivere e al non senso dell’esistenza umana, in realtà finisce col sostenere l’esigenza di una scelta di vita più semplice, ordinaria ma sana e rispettosa di sé e degli altri. Tuttavia resta la sensazione che la conclusione finale sia frutto non tanto di una acquisita consapevolezza interiore, ma piuttosto di una rinuncia quasi obbligata e indispensabile.
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche scena di sesso e una colluttazione un po’ forte.
Giudizio Tecnico 
 
Allen si conferma un maestro nel saper trattare ogni genere di tema con sarcasmo sorprendente fornendo un punto di osservazione sulla realtà ironico e sdrammatizzante ma sempre molto concreto. Riesce inoltre a coinvolgere con una trama avvincente e con una eccellente direzione del cast artistico.
Testo Breve:

Woody Allen torna ancora una volta a filosofeggiare sulla casualità della vita e sul cinismo del fato, ma per fortuna conferma il suo stile brillante di raccontare storie e la sua capacità di dirigere gli attori

E’ evidente che Allen nutre un sempre più vivo interesse verso il pensiero filosofico ed in particolare verso il tema del caso e dell’imprevedibilità della vita, ma in Irrational man, che ripercorre in modo un po’ meno drammatico i temi morali che erano al centro di Match Point, sono più che altro i personaggi ad essere del tutto imprevedibili, mentre l’evento casuale che scatena il fulcro della storia è piuttosto marginale.

Abe è un professore di filosofia depresso e con una certa dipendenza dall’alcool, deluso dalla vita, nella quale ha sempre cercato esperienze dal forte impatto sia emotivo che ideologico e sfiduciato sul valore della ragione e del pensiero filosofico. Jill è invece una studentessa allegra, brillante e con una positiva visione della vita. Tra loro nasce un’amicizia molto intima, fondata sulla reciproca attrazione, in cui Jill ambisce a diventare la salvatrice di Abe. Entrambe i personaggi si trovano a compiere scelte fuori degli schemi, spinti più dal sentimento del momento e dalla ricerca di emozioni forti che da una reale riflessione. La storia inizialmente appare così come un minestrone di sentimenti e citazioni filosofiche a buon mercato, con poca sostanza. Fintanto che un piccolo evento, del tutto estraneo alle vicende dei personaggi, sconvolge Abe nel profondo e il film passa dalla commedia brillante al thriller morale. Il sottofondo beat e ritmato della colonna sonora però continua a dare brio e leggerezza alle scene anche nei passaggi più critici, e, pure quando il thriller raggiunge il suo apice, Allen riesce a far sorridere con il suo sguardo ironico e dissacrante sul mondo e sulle persone.

Proprio quando il tema della moralità degli atti sembra aver perso del tutto consistenza a vantaggio di una esaltante e gratificante irragionevolezza dell’agire umano, la storia devia verso una soluzione piuttosto inaspettata. Jill recupera un controllo più razionale di sé e degli eventi e comincia vedere la realtà in modo più oggettivo e meno romantico. Si accorge del comportamento del tutto folle e insensato di Abe e cerca di rimettere a posto le cose.

L’epilogo è tutto a favore di una scelta di vita semplice e ordinaria, come può essere quella piccolo borghese, che ha i suoi aspetti conservatori e un po’ noiosi, ma che resta in fondo la più rassicurante e certamente quella moralmente più corretta, almeno per quanto riguarda i temi fondamentali della vita e della morte.  Tuttavia, sebbene Allen condanni il comportamento irrazionale del suo protagonista, il film si chiude lasciando un lieve senso di nostalgia verso l’impossibilità di vivere un’esistenza pienamente appagante, sia fuori dalle regole che restando dentro gli schemi. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/08/2015 - 15:59
Titolo Originale: Me and Earl and the Dying Girl
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: RHODE ISLAND AVE
Durata: 105
Interpreti: Thomas Mann (II), Olivia Cooke, RJ Cyler, Nick Offerman

Greg frequenta l’ultimo anno di high school. Ha talento creativo (realizza filmini che sono una parodia di altrettanti classici della celluloide) ma è incapace di relazionarsi con il prossimo. Il futuro lo spaventa e non si entusiasma all’idea di dover iniziare cercarsi un’università. Con molta riluttanza, finisce per ubbidire alla madre che lo spinge ad andare a trovare Rachel, una compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg inizia a frequentare Rachel e questo fatto lo spingerà, suo malgrado, a una maggiore coscienza di sé e degli altri…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane chiuso nel suo mondo di fantasia, riesce a uscire da se stesso, per dedicarsi a una sua amica malata. Non è presente alcuna riflessione sulla vita dopo la morte
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dialoghi con riferimenti sessuali; un singolo episodio con uso di stupefacenti; la tematica affrontata potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Buona la regia e bravi i giovani attori. La sceneggiatura è curata e solo verso la fine scivola nel patetismo. Gran premio della giuria e premio del pubblico al Sundance Festival 2015
Testo Breve:

Un giovane all’ultimo anno di high school, chiuso in un mondo tutto suo, non ama avere rapporti con gli altri, finché viene spinto dalla madre a tenere compagnia a una sua compagna malata. Un racconto di formazione che riscostruisce molto bene uno specifico mondo adolescenziale 

E’ nato prima questo film o Colpa delle stelle? E’ Bianca come il latte, rossa come il sangue che ha tratto ispirazione da questo Quel fantastico peggior anno della mia vita o viceversa oppure i due autori non conoscevano affatto l’opera dell’altro?

Sono domande legittime perché stanno diventando veramente molti i racconti che parlano della morte per cancro in età adolescenziale: la morte come dura scuola di formazione. Aggiungerei alla lista anche Città di carta dove, sebbene non sia presente alcun malato terminale, è sempre lei, con il suo comportamento (una fuga misteriosa) che innesca un percorso di crescita in lui (perché nei film le ragazze debbono sempre morire o fare qualcosa di strano per far maturare i ragazzi?).

Il Greg di questo film è diverso dal Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Quest’ultimo era un gigione un po’ guascone, simpatico ma con poca voglia di studiare; Greg è un nerd che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, che a scuola assume un atteggiamento di basso profilo, sperando di risultare trasparente agli occhi degli altri. La sua vera passione, da vero intellettuale, che condivide con il suo amico dall’infanzia, Eart, è quella di rifare, parafrasandoli, film famosi, in perfetto stile Be kind, rewind.

Il pregio maggiore del film sta proprio nel ricostruire il mondo di Greg, un adolescente che non ha trovato il suo posto fra i tanti gruppi di studenti che sono presenti nella sua scuola, non sente alcun entusiasmo per iscriversi ad una università, una realtà ancora più coinvolgente della scuola e le freddure spiritose e argute, che pronuncia di continuo, servono solo per tenersi a distanza di sicurezza dal resto mondo.

E’ comprensibile quindi che percepisca subito grande fastidio quando la madre lo invita ad andare a trovare Rachel, una sua compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg si muove su un terreno inesplorato, il suo primo grande sforzo per uscire da se stesso per occuparsi di un’altra persona: balbetta e non sa cosa fare. Cerca comunque di essere spiritoso, non per distacco ma per far ridere (in questo il suo comportamento è identico a quello di Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue). E’ solo grazie alla pazienza affettuosa di lei, proprio lei che dovrebbe esser maggiormente consolata, che inizia fra loro un dialogo, nasce l’amicizia.  Il passo successivo è molto più difficile: Greg non è disposto a lasciare che venga distrutto tutto quel mondo di speranza che riteneva di aver costruito con Rachel, quando lei decide di sospendere la chemio, in segno di resa alla malattia. Non comprende ancora che l’amicizia può e deve sussistere proprio nel momento di maggior disaccordo, anzi, forse, dovrebbe mostrare la propria vitalità proprio in quelle circostanze.  Si tratta di un nuovo passo in avanti, più difficile del primo, che affronterà a modo suo, completando con l’amico un breve film proprio su Rachel.

Un tema forte come quello della morte, innesca inevitabilmente la domanda su cosa accadrà dopo. In questa prospettiva la riflessione più approfondita viene fatta in Colpa delle stelle, dove è proprio l’amore fra Hazel e Gus che costituisce una garanzia per l’esistenza dell’aldilà: il loro amore non può essere un “grido nel vuoto” ma ha un chiaro sapore di infinito; in Bianca come i latte e rossa come il sangue il tema è appena accennato, attraverso il diario che Beatrice scrive direttamente a Dio, mentre in questo Quel fantastico peggior anno della mia vita non c’è nessuna risposta e l’attenzione è concentrata più su chi resta che su chi sta per andarsene. I morti, con i ricordi che ci lasciano, spiega un simpatico professore a Greg, continuano a parlarci e a rivelarci qualcosa di loro anche quando non ci sono più: per questo bisogna frequentarli intensamente fino all’ultimo istante.

Alla fine questo film mostra comunque una sua interessante vitalità, mostrandoci il confronto fra due giovani, uno che deve riuscire a trovare il coraggio di affrontare la vita e l’altra che deve trovare il coraggio di affrontare la morte.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SAPORE DEL SUCCESSO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/30/2015 - 15:49
Titolo Originale: Burnt
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Steven Knight
Produzione: Shiny Penny, 3 Arts Entertainment, Battle Mountain Films
Durata: 101
Interpreti: Bradley Cooper, Sienna Miller, Omar Sy, Daniel Bruehl, Riccardo Scamarcio, Alicia Vikander, Uma Thurman, Emma Thompson, Lily James

La celebre massima del filosofo Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia” si trasforma in “siamo ciò che cuciniamo “ in questo film di John Wells. Così tra ricette gourmet, piatti elaborati e sofisticati, nouvelle cuisine, fornelli, coltelli, ingredienti, il film racconta la storia dello chef Adam Jones, rockstar dei fornelli da due stelle Michelin e dalle pessime abitudini. L’uomo aveva tutto, era famoso per essere l’ enfant terrible della ristorazione , il re dell’improvvisazione e della continua ricerca nella creazione di esplosioni di gusto, ma la sua dipendenza dall’alcool e droghe e il suo caratteraccio lo avevano portato a perdere tutto. Dopo essersi disintossicato e aver espiato le sue colpe pulendo un milione di ostriche nei ristoranti della Luisiana, decide di tornare a Londra per mettersi al timone di una cucina d’eccellenza e ottenere la tanto ambita terza stella Michelin. Per far ciò, si avvale di vecchi amici, e del miglior team di chef in circolazione, tra cui la bella Helen. Ma il passato non si può cancellare completamente e spesso ritorna ponendo degli ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi. Non sarà facile per Adam avere la prestigiosa stella, e forse alla fine nemmeno così fondamentale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film dal gusto dolce amaro che sottolinea l’importanza della seconda possibilità, che consente di trasformare il desiderio di rivincita in accettazione del fallimento.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, presenza di scene che potrebbero impressionare
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha una sceneggiatura semplice e una trama convenzionale ma, Bradley Cooper nel ruolo dell’affascinante chef convince, come anche Sienna Miller in quello della dolce Helen
Testo Breve:

Un cuoco famoso, che si è autodistrutto a causa della sua dipendenza dall’alcool e droghe, cerca la sua seconda possibilità. Un film positivo ma poco originale

Adam Jones è un personaggio complesso, un uomo affascinante che ha sempre ricercato la perfezione in ogni cosa, nella vita come nella cucina, perché cresciuto con la convinzione che il mondo e la vita fossero un ingranaggio impeccabile. Purtroppo la realtà non è così, pone di fronte difficoltà, imprevisti, situazioni umanamente imperfette, sconfitte, che l’uomo non è riuscito e non riesce ad accettare, e proprio il crollo dei suoi modelli e il mancato raggiungimento di tutti i suoi ideali lo hanno portato ad autodistruggersi con ogni dipendenza possibile, alcool, droga, sesso.  Una volta liberatosi da esse non può tuttavia liberarsi del suo carattere e del suo passato, e sebbene determinato a riprendersi il suo prestigio, non può farlo senza affrontare i suoi lati oscuri. Tornato a Londra vive per raggiungere il suo unico obiettivo: ottenere la terza stella Michelin, ma solo attraverso un percorso che lo pone di fronte a vecchie e nuove situazioni, amici, nemici, riesce a comprendere che la vera felicità non è data dalla ricerca e dal raggiungimento della perfezione, ma dalla condivisione della vita e dei sentimenti, apprezzando le cose più semplici ed essenziali.

Il sapore del successo è un film dal gusto dolce amaro, una storia divertente sulla passione per il cibo e la cucina raffinata, sui sentimenti, il potere di una seconda possibilità, la capacità di trasformare il desiderio di rivincita in accettazione del fallimento.

Tra piatti da sogno, zucchine affettate, carni rosolate, salse amalgamate, spezie, sapori e odori, emerge una realtà spesso sconosciuta: il lavoro frenetico che caratterizza la cucine dei ristoranti stellati, dove vere e proprie catene di montaggio umane si adoperano per dar vita a piccoli capolavori di gusto e dove naturalmente subentrano la vita, i sentimenti, gli asti, i rancori e gli amori.

Il film si colloca sicuramente nel filone del genere culinario, ultimamente molto in voga, con una sceneggiatura semplice e una trama convenzionale.

Il sistema dei personaggi e’ legato ai classici cliché della commedia americana con il bello e dannato, la bella e fragile, i nemici gangster, l’amico gay, inseriti in situazioni molto stereotipate.

Nonostante la mancanza di originalità gli attori risultano all’altezza della situazione, Bradley Cooper nel ruolo dell’affascinante chef convince, come anche Sienna Miller in quello della dolce Helen.

Il sapore del successo si rivela una portata ben servita, saporita, che stimola l’appetito, ma non sazia completamente, come se fosse una ricetta in cui viene a mancare qualche ingrediente, sicuramente un pizzico di novità. 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/27/2015 - 17:05
Titolo Originale: Le tout nouveau testament
Paese: BELGIO, FRANCIA, LUSSEMBURGO
Anno: 2015
Regia: Jaco van Dormael
Sceneggiatura: Thomas Gunzig, Jaco van Dormael
Produzione: JULIETTE FILMS, CAVIAR, ORANGE STUDIO, VOO ET BETV, RTBF (TÉLÉVISION BELGE), BNP PARIBAS FORTIS FILM FINANCE, BELGA PRODUCTIONS
Durata: 113
Interpreti: Benoît Poelvoorde, Pili Groyne, Catherine Deneuve, Yolande Moreau

Dio ha un aspetto alquanto trasandato: barba sfatta, si muove per casa ciabattando con indosso una misera vestaglia. E’ brusco con la moglie che, intimorita, non parla mai, e con la figlia Èa, di dieci anni, più ribelle, a cui Dio non lesina colpi di cintura per riportarla all’obbedienza. Dio si diverte (sadicamente) solo quando va nel suo studio dove, attraverso un PC antidiluviano, organizza disastri naturali e incidenti per tormentare quegli uomini che ha creato assieme alla terra. Dio ha avuto anche un figlio, JC, che però è uscito fuori di testa: quando lo aveva mandato sulla terra, si era messo a parlare di amore e fratellanza ed era finito crocifisso. Èa riesce un giorno a entrare nel suo studio: manda un sms a tutti gli uomini della terra indicando loro la data della loro morte e abbandona definitivamente la “casa paterna”, per vivere assieme a noi mortali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista non è in grado di conciliare il momento della creazione, che immagina essere frutto di un Dio sadico nei confronti degli uomini e la figura di Gesù Cristo, giudicata positiva perché ha insegnato l’amore fra gli uomini
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza familiare e alcuni nudi femminili. Le tematiche trattate richiedono maturità e una buona preparazione
Giudizio Tecnico 
 
Il racconto non è in grado di sviluppare i presupposti provocatori posti all’inizio. Ottima interpretazione di Benoît Poelvoorde
Testo Breve:

Dio è un padre e marito violento e scorbutico che dalla tastiera di un PC si diverte ad affliggere gli uomini che lui stesso ha creato. Si tratta di una provocazione potenzialmente interessante, a cui non segue uno sviluppo coerente ma solo qualche spunto di comicità surreale

Dio, nel suo sadismo, creò Bruxelles: cieli sempre scuri e pioggia a catinelle. L’inizio del film, con la creazione del mondo e dell’uomo, pur nella sua irriverenza, manifesta alcuni spunti di gelida comicità e quando, a tutti gli abitanti della terra, viene inviato un sms con l’indicazione della data di morte, si determina uno stimolante caso di “cosa succederebbe se…”. Anche l’obiettivo di cercare altri sei apostoli da parte di Èa (per il futile motivo che la dea sua madre preferisce guardare le partite di baseball, dove sono 18 i giocatori di ogni squadra) potrebbe costituire un altro percorso di “what if..”che scoprire come verrebbe scritto un vangelo al giorno d’oggi.

Con una tale provocazione e con stimoli così forti, lo spettatore si aspetta delle risposte, tanto più che ogni riferimento alla Bibbia è espressamente voluto (il film è suddiviso in capitoli come Genesi, Esodo…).

Al contrario il film si perde per strada, dando al più qualche spunto per un sorriso. La conoscenza della data di morte determina apatia e disinteresse per la vita ai più, mentre un giovane mattarello, che sa che potrà vivere altri sessant’anni, prova tutti i modi per suicidarsi ma non ci riesce. I famosi sei apostoli, cercati con cura, hanno ben poco di straordinario da scrivere ma sono più che altro impegnati a risolvere i loro problemi sentimentali, incluso il personaggio interpretato da Catherine Deneuve che lascia il marito per unirsi a un gorilla.   Anche la piccola dea Èa non sembra determinare molti cambiamenti nell’esistenza degli uomini, una volta discesa sulla terra, perché il suo paniere di doti soprannaturali è limitato: oltre a camminare sulle acque riesce a sentire la musica che ognuno si porta dentro e così i sei nuovi apostoli vengono allietati dalla musica che più a loro si addice, da Haendel a Trenet.

Alla fine le tante e troppo ambiziose provocazioni del regista  non trovano, né una intelligente contro-proposta culturale come il surrealismo anarchico di  Luis Buñuel , né una arguta presa in giro della fede come accadeva nei film dei Monty Python, ma soluzioni stranianti come quella della dea-moglie che, finalmente libera di agire, riempie il cielo di ornamenti floreali, né manca un po’ di ideologia gender, che non guasta mai, come il bambino che ha deciso di vestirsi da ragazza o la coppia in dolce attesa, dove chi è gravido è lui, non lei.

Woody Allen ci ha a abituati da tempo a sentire i suoi sermoni nichilisti attraverso i suoi film: secondo lui noi siamo in balia di un caso indifferente ai nostri destini e l’unico svago che resta è l’innamoramento e il sesso. Lo fa però almeno attraverso confezioni sempre eleganti e argute.

Jaco van Dormael perviene anche lui a conclusioni simili (per uomini e donne l’unica salvezza è amarsi) ma i presupposti sono diversi: il regista-sceneggiatore non crede in un fato anonimo ma in un Dio crudele che si diverte a farci soffrire, mentre suo figlio Gesù è stato buono ed è morto per noi (nel film compaiono anche le figure positive di un sacerdote e dei suoi parrocchiani che si occupano dei più poveri, in nome di Cristo).

In sostanza il regista percepisce una sostanziale incoerenza fra le due manifestazioni divine: la creazione e l’incarnazione di Gesù: speriamo per lui che, prima o poi, troverà un modo per conciliarle.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA FELICITA' E' UN SISTEMA COMPLESSO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/27/2015 - 16:44
Titolo Originale: La felicità è un sistema complesso
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Gianni Zanasi
Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrin, Lorenzo Favella
Produzione: Pupkin Production, IBC Movie, Rai Cinema
Durata: 117
Interpreti: Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston

Per lavoro Enrico Giusti convince dirigenti incompetenti e irresponsabili a dimettersi prima che mandino in rovina le imprese che gestiscono. Un giorno si trova costretto ad ospitare e aiutare la ex-fidanzata straniera di suo fratello. Intanto gli viene affidato il compito di impedire che due adolescenti, orfani di una coppia di imprenditori di alto livello, diventino dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film parte carico di buone intenzioni. Il protagonista sembra sul punto di voler cambiare vita, si avverte in lui la spinta a cercare un bene più vero e profondo e si aprono diverse prospettive di crescita anche per gli altri personaggi. Tuttavia in realtà non si può dire che questi raggiungano un vero significativo cambiamento
Pubblico 
Adolescenti
non sono presenti scene particolarmente problematiche per la visione, ma la struttura complicata e poco concludente del film rende la visione poco interessante per un pubblico giovane
Giudizio Tecnico 
 
Il film intraprende diverse linee narrative, tanto che inizialmente sembrerebbe addirittura adatto a diventare una serie televisiva, e in effetti, proprio come accade per molte fiction, l’intreccio rimane aperto e non conclude davvero il possibile percorso di crescita che si aspetterebbe soprattutto nel protagonista. Ottima interpretazione di Valerio Mastrandrea
Testo Breve:

Per lavoro il protagonista convince dirigenti incompetenti a dimettersi dalla loro azienda per evitare il peggio. Un racconto complesso che parte con le migliori intenzioni ma che non alla fine risulta inconcludente 

Quello della felicità è un tema di grande interesse, uno di quelli che si potrebbero dire universalmente validi per la maggior parte delle opere cinematografiche e non, anche perché si presta a numerose interessanti interpretazioni. Tuttavia in questo caso il titolo crea aspettative a cui la storia non riesce a rispondere. Per tutta la durata dei 117 minuti del film infatti ci si chiede quando e in che modo il discorso sulla felicità comincerà a svilupparsi, ma il momento non arriva mai. E questo non perché la storia sia eccessivamente triste o pesante o drammatica, ma semplicemente perché non è la felicità, ricercata, perduta, trovata o compresa, il concetto che sta alla base del film.

La storia ruota tutta intorno agli eventi che accadono al protagonista, Enrico Giusti -interpretato da un interessantissimo Valerio Mastandrea- in un momento in cui questi avverte l’esigenza di un cambiamento di senso nella sua vita. Ciò che è veramente complesso però in questo film è proprio la storia, articolata, ricca di materiale narrativo ma in definitiva poco concludente.

Enrico ha uno strano lavoro: convince alti dirigenti di grandi aziende ad abbandonare la propria carica prima che questi facciano fallire le società per cui lavorano a causa della loro incompetenza o per la loro dissolutezza. Per portare a termine la sua missione diventa amico di questi personaggi, li lascia parlare e li ascolta e alla fine sono essi stessi a convincersi da soli ad andare via prima che tutto sia distrutto. Eppure, nonostante il successo che egli ottiene nel proprio particolarissimo mestiere, percepisce che qualcosa non va nella sua vita. L’improvvisa irruzione in casa sua della fidanzata straniera abbandonata da suo fratello più piccolo mette in difficoltà il sistema di equilibri in cui Enrico vive e molte cose cominciano a cambiare. Intanto un’auto cade nel lago e Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori; Enrico viene quindi chiamato per impedire che i due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il suo caso più facile, ma in realtà l’intera situazione lo porta a mettersi in discussione e a rivedere le sue scelte sia professionali che personali.

Nonostante le tante strade che la narrazione intraprende e i diversi personaggi, oltre al protagonista, su cui viene posto l’accento, tutto in questo film resta insoluto, irrisolto. Se non fosse per la ricchezza e complessità che Valerio Mastandrea riesce ad infondere al suo personaggio, la storia in se stessa deluderebbe profondamente. Il film, attraverso i diversi personaggi che lo compongono, intraprende in effetti una buona quantità di discorsi: l’amore visto come forte spinta al cambiamento, l’etica del lavoro, l’inumana spietatezza che a volte assume il sistema economico, il valore dell’amicizia e il difficile confronto tra padre e figlio. Ma nessuno di questi trova una soluzione vera, una conclusione che offra allo spettatore un punto di vista o uno spunto di riflessione originale al di là della semplice rappresentazione del caso.

Questo perché in effetti nessuno dei personaggi giunge a concludere il proprio percorso di crescita. Enrico in realtà già dalle prime scene appare come un uomo desideroso di fare del bene. È gentile e accogliente tanto con il fratello quanto con la fidanzata di lui e i dubbi che nutre sin dall’inizio del film sul proprio lavoro fanno di lui una personalità positiva e piuttosto matura, capace di gestire bene le difficoltà anche con un certo senso dell’ironia. Per questo alla termine della storia si ha la sensazione che dopo tanto peregrinare, il percorso di crescita operato da Enrico sia ben poco. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LORO CHI?

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2015 - 18:12
Titolo Originale: Loro chi?
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Francesco Miccichè, Fabio Bonifacci
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: PICOMEDIA, WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
Durata: 95
Interpreti: Marco Giallini, Edoardo Leo, Catrinel Marlon, Bor Lisa

Un caleidoscopio di false identità, inganni, truffe, tante maschere e pochi volti, sempre i soliti, sempre i loro, ma “Loro chi? “, quesito che dà il titolo al nuovo film di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, “Loro chi?” è anche il titolo del manoscritto che il protagonista David, con un un sotterfugio, propone ad un editore per venderne i diritti e poter fuggire via, lontano da una storia che vuole dimenticare, una storia che ci viene raccontata dalle pagine di quel libro che lo stesso David legge ad alta voce. Le parole che descrivono la sua paradossale vicenda prendono corpo e vita, e così l’uomo, con un passato da giornalista e il sogno di diventare scrittore, si ritrova a gestire la comunicazione di una importante azienda nel nord Italia. Finalmente la sua occasione sembra arrivata: dovrà presentare un brevetto rivoluzionario che gli garantirà la gloria e l'apprezzamento inseguiti da sempre. Ma in una sola notte l'incontro con Marcello, un abile truffatore aiutato da due avvenenti socie, cambierà il corso della sua vita. David perde tutto: fidanzata, casa e lavoro. Per recuperare e’ deciso a vendicarsi, ma si troverà invischiato nella vita del truffatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nulla è completamente, chiaro, nulla è mai definito, né nei personaggi né nelle situazioni. In questo relativismo dominante vincono solo i più furbi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Marco Giallini ed Edoardo Leo dimostrano ancora una volta tutta la loro verve comica, il loro eclettismo. Miccichè e Bonifacci danno vita a una regia scoppiettante e dinamica
Testo Breve:

Imbrogliare è un’arte che sfrutta i sogni e le aspettative degli altri. Un film divertente ma anche triste perché sottolinea che nulla è come appare e che i più furbi vincono

Marcello e’ un uomo che vive di inganni, di false identità, imbroglia, ruba, però lo fa con grande abilità, senza creare apparentemente dolori, senza violenza o danni. È un compositore della realtà, crea nella realtà quelle storie che David vorrebbe scrivere sulle pagine bianche dei suoi romanzi. Sovvertendo la legge e i principi morali, l’uomo regala emozioni, che seppur finte e create a tavolino, sono sempre vere per chi le prova. È come se truffando riuscisse comunque a donare felicità e a realizzare i sogni della persona a cui sottrae qualcosa.

Così David, affascinato dallo scrittore di storie reali, desiste dai suoi intenti di vendetta e decide di seguirlo, diventando una sorta di suo allievo. David che da sempre e’ stato un uomo debole, incapace di imporsi, di lottare per ottenere ciò che gli spetta e ha sempre sognato, decide che è arrivato il momento di agire, e chiede a Marcello di mettere in atto un piano ai danni dell’azienda per la quale lavorava, per prendersi la sua personale rivalsa, e anche un bel quantitativo di denaro. Il truffatore accetta, e i due, con l’aiuto delle solite socie, danno il via ad una farsa che, tra scambi di ruoli, falsi poliziotti, gag, divertenti intrighi, battute e travestimenti, porterà a raggiungere l’obiettivo prefissato. Ma nulla è come sembra..

Loro Chi?” è un film divertente e ben fatto che rimanda alle commedie all’italiana di Monicelli e Risi; non a caso i due protagonisti ricordano Gassman e Trintignant del celebre” Il sorpasso”. Marcello / Giallini a bordo della sua Maserati, rigorosamente rubata,  ricorda Bruno / Gassman che,  a bordo della sua Lancia Sport  compressa, con il suo carisma, trascina con se l’insicuro  Roberto  che ha molto dell’ingenuo David.

Marco Giallini ed Edoardo Leo, protagonisti indiscussi, sebben affiancati da altri personaggi caratteristici, dimostrano ancora una volta tutta la loro verve comica, il loro eclettismo, affermandosi come una coppia che riesce, convince, diverte e affascina.

Miccichè e Bonifacci danno vita a una regia scoppiettante, dinamica, grazie ad un montaggio veloce, tipico dei road movie, e a una sceneggiatura ricca, imprevedibile, coinvolgente, divertente, che va a costruire un film in cui si ride tanto, ma è una risata che lascia l’amaro in bocca. È presente una comicità mai fine a se stessa, una comicità che stupisce, fa riflettere e pone degli interrogativi nella mente degli spettatori. A partire dai personaggi, mai completamente negativi anche se sovvertono la legge, per arrivare alle situazioni, mai completamente chiare e definite. Una realtà in cui tutti illudono tutti, tutti ingannano tutti, discernere la verità diventa difficile, se non impossibile. Forse allora la domanda “Loro chi?” rimarrà sempre senza risposta, anche dopo il finale.

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOBBIAMO PARLARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/17/2015 - 19:47
Titolo Originale: Dobbiamo parlare
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Carla Cavalluzzi, Diego De Silva, Sergio Rubini
Produzione: Palomar, Nuovo Teatro, Rai Cinema
Durata: 98
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese, Sergio Rubini

Una sera, nell’attico nel pieno centro di Roma in cui convivono Vanni, cinquantenne scrittore di successo, e Linda, giovane ghost writer, mentre i due si preparano ad uscire, irrompe Costanza. Costanza è una dermatologa, amica di Linda, sposata in seconde nozze con Alfredo, chirurgo romano di successo, ed ha appena scoperto di essere stata tradita dal marito. Nel corso della serata si aggiunge pure Alfredo, anche lui amico di Linda e Vanni. I quattro trascorrono insieme nel salotto di casa una lunga nottata in cui si alternano liti e conversazioni più amene, discussioni accese e momenti divertenti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
All’apparenza il film sembrerebbe voler affrontare il tema della famiglia e del matrimonio, ma in realtà si tratta di 4 persone singole che non riescono a trovare la generosità per uscire da se stessi e stanno assieme solo per convenienza personale. Il matrimonio è visto come “contratto” finché c’è beneficio. L’amore, inteso come donazione di se stessi all’altro, non c’è, come non c’è fusione in un organismo superiore che è la famiglia.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa dei dialoghi che spesso rimandano a situazioni complesse e difficili da comprendere, con un linguaggio a volte un po’ triviale, il film è più adatto ad un pubblico adulto
Giudizio Tecnico 
 
Più che un film una pièce teatrale per il grande schermo, un progetto in cui convergono teatro, letteratura e cinema.
Testo Breve:

Da un'opera teatrale, i litigi in una stessa stanza di due coppie. Ottima interpretazione di tutti ma invece di amore c'è solo la ricerca individuale del proprio tornconto

La storia è semplice e si sviluppa, proprio come potrebbe accadere per una commedia teatrale, in un arco di tempo assai limitato, dalla sera alla mattina, in un unico ambiente, l’attico in cui Vanni (Sergio Rubini), scrittore affermato, convive con la sua compagna Linda (Isabella Ragonesi), di 20 anni più giovane, che lo aiuta nel comporre i suoi romanzi. I loro programmi per la serata vengono prepotentemente interrotti dall’arrivo di Costanza (Maria Pia Calzone), dermatologa e amica di Elisa, che cerca conforto dopo aver scoperto la relazione extraconiugale di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), suo marito, chirurgo romano di successo. La vicenda a questo punto procede per ellissi, tra il comico e il drammatico, proponendo uno spaccato della società che si muove tra il mondo della piccola borghesia e quello radical chic. I quattro cominciano a parlare tra loro, di loro e delle relazioni che li legano. Recriminazioni, offese, accuse e tradimenti reciproci, ma anche improvvise complicità frutto di un’intima frequentazione, cominciano a saltare fuori alternando momenti dolorosi a situazioni piacevoli e divertenti.

Sergio Rubini, che in questo film fa da attore, regista e sceneggiatore, dimostra di sapersi muovere con disinvoltura dal teatro al cinema. La sua idea per questo progetto era di mostrare la forza delle parole, tanto di quelle dette quanto di quelle non dette, e per farlo ha chiesto l’aiuto a due scrittori veri, Diego De Silva e Carla Cavallucci. Il risultato, dal punto di vista dell’intrattenimento, è abbastanza divertente e coinvolgente ma in quanto a contenuti e valori sui temi scelti, matrimonio, convivenza e famiglia, manca di ordine.

L’alternanza tra serio e faceto della sceneggiatura è ben riuscita, raramente i dialoghi risultano pesanti. Tuttavia il tema irrinunciabile della felicità e dell’amore sono affrontati da una prospettiva tristemente individualista. Da un lato c’è il matrimonio di Alfredo e Costanza visto quasi come un accordo, una sorta di alleanza fatta di compromessi, a volte anche dolorosi, ma funzionali ad un equilibrio che offre reciproca convenienza, sia da un punto di vista materiale che umano. Dall’altro c’è la convivenza di Linda e Vanni, tutta fondata su sentimenti ed emozioni, sui quali però non è possibile investire e lo dimostra anche il fatto che, mentre lei non desidera avere figli, lui non riesce a tagliare definitivamente con il suo precedente matrimonio.

L’appartamento in cui la storia si sviluppa finisce col diventare una sorta di campo di battaglia in cui restano solo i vinti, vittime di un amore percepito come un affetto problematico e non come una straordinaria sfida da intraprendere per la vita.

In questa prospettiva un po’ drammatica e triste, fatta di equilibri affettivi precari e legami instabili fondati sulla convenienza, il “parlare” diventa addirittura rischioso, perché fondamentalmente significa rivelare a se stessi e all’altro il proprio egoismo, la propria chiusura, e fare i conti prima di tutto con la propria incapacità di volersi donare in modo disinteressato. Così in definitiva anche il discorso del film non si chiude davvero e il titolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in una amara domanda: Dobbiamo parlare?

"Dobbiamo parlare" è indubbiamente un'opera strana: sembra che parli di famiglia e di matrimonio, invece non ne parla affatto. In realtà si tratta della triste storia di quattro persone che non hanno la generosità di uscire da se stessi. Solo il personaggio di Rubini pare orientato alla conciliazione e alla pace, ma manca del coraggio delle decisioni. Sono delle finte coppie, perché sono 4 singoli che cercano i propri interessi e stanno assieme solo per una momentanea convenienza personale. L’amore non è percepito come un’occasione di fusione tra due persone che si scelgono e si uniscono per creare un organismo superiore quale è la famiglia. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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