Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

UN RAGAZZO D'ORO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/18/2014 - 22:52
Titolo Originale: Un ragazzo d'oro
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Produzione: ANTONIO AVATI, FLAVIA PARNASI PER DUEA FILM, COMBO PRODUZIONI CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli

Davide lavora a Milano come creativo in un’azienda di pubblicità. Sogna di fare lo scrittore ma i suoi racconti vengono rifiutati continuamente dagli editori. Soffre di ansia e deve prendere continuamente delle pillole che gli ha prescritto la psichiatra. Da tempo ha rotto i rapporti con il padre Michele, prolifico sceneggiatore di film di serie B. La morte per incidente d’auto del padre (forse un suicidio) lo costringe a tornare a Roma, la sua città natale. Decide quindi di tornare a vivere nella vecchia casa di famiglia (ha perso il lavoro a causa del suo carattere litigioso,) per far compagnia alla madre e riuscire scoprire, frugando fra le sue carte, chi fosse veramente suo padre…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il giovane Davide scopre chi era veramente suo padre solo quando è morto e si impegna a riscattarne l’immagine ma tutto il film è pervaso di una visione pessimistica sulla possibilità di preservare la fedeltà matrimoniale e sulla stabilità dei rapporti uomo-donna
Pubblico 
Maggiorenni
Le tematiche affrontate: il suicidio del padre, una convivenza giovanile, i tradimenti del personaggio impersonato da Sharon Stone, suggeriscono la visione a persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Pupi Avati mette troppa carne al fuoco in questo film, con il risultato che nessuna dei protagonisti (ad eccezione della madre Giovanna Ralli) riesce a convincere pienamente lo spettatore
Testo Breve:

Un giovane aspirante novellista scopre il vero talento di suo padre ormai morto, supera gli antichi rancori e costruisce la sua riabilitazione. Una messa in scena complessa che non convince 

Un ragazzo d’oro è un film complesso, con molte tematiche che avanzano in parallelo senza mai incontrarsi veramente.  I rapporti difficili padre-figlio, già esplorato in altre sue opere  (basterebbe ricordare La cena per farli conoscere-2006, dove Sandro Lanza, star di soap opera, tradisce la moglie e trascura le figlie); il delicato crinale fra lucidità mentale e demenza (Una sconfinata giovinezza-2010, aveva già raccontato il lento ma progressivo decadimento causato dal’Alzheimer); la critica a una certa cinematografia di serie B, dominata da  produttori rapaci, capaci di  distruggere le aspirazioni più genuine.

Si tratta di spunti tutti interessanti ma che non giungono a maturazione e che annaspano nel pantano di una messa in scena dai ritmi lenti e dall’invasione di product displament

Su tutto incombe un sostanziale pessimismo, una fatica del vivere: il protagonista non riesce a vendere le sue novelle, perde il posto di lavoro, non parla più da tempo con suo padre, ha una ragazza che non lo ama veramente, è in cura da una psicoanalista e prende continuamente degli ansiolitici. Se c’è un riscatto finale, questo avrà un prezzo troppo alto.

Il tema portante è quello della progressiva presa di coscienza di Davide nei confronti della figura paterna. Il suo giudizio iniziale di uomo distaccato dalla famiglia e autore mediocre, si trasforma progressivamente: inizia ad apprezzarlo professionalmente leggendo alcune sue vecchie sceneggiature; scopre che il suo mancato riconoscimento come autore era stato determinato da produttori gretti interessati solo al successo di cassetta; infine, leggendo alcune pagine di un libro che il padre stava scrivendo, scopre il grande amore che portava per lui (perché nei film ci sono sempre dei padri che non riescono a dire quello che sentono?).

Inizia da questo momento una progressiva identificazione del figlio con il padre fino a ritrovare la voglia di scrivere per consentirgli di raggiungere, da morto, quel successo che immeritatamente non ha conseguito da vivo.

Quanto abbiamo raccontato è in realtà un’interpretazione possibile di una sceneggiatura che si inceppa negli snodi principali. Perché padre e figlio all’inizio si odiano tanto?  E’ sufficiente la lettura di una sceneggiatura per commuoversi e comprendere il valore artistico del padre? L’approccio intimista dato da Pupi Avati alla recitazione impegna i protagonisti a parlare sottovoce, con pause continue fra una parola e l’altra. Se Scamarcio costruisce a fatica, in queste condizioni,  un personaggio credibile, se Giovanna Ralli ci regala una madre dolente e affettuosa, meno credibile è Cristina Capotondi nella sua posizione oscillante fra due uomini. Totalmente fuori posto è Sharon Stone, che ha sempre tratteggiato donne piene di energia e che si rivela inadatta per questa parte dai toni spenti. I ricordi del suo passato ( i suoi rapporti sentimentali con il padre di Davide) non  affiorano in alcun modo dalle sue paroie e dai suoi sorrisi di circostanza

La progressiva malattia di Davide appare infine solo un espediente letterario per chiudere in modo doloroso una storia già nata senza speranze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUCY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/16/2014 - 14:12
Titolo Originale: Lucy
Paese: FRANCIA, USA
Anno: 2014
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Luc Besson
Produzione: LUC BESSON E CHRISTOPHE LAMBERT PER EUROPACORP, TF1 FILMS PROD
Durata: 89
Interpreti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Choi Min-sik

La giovane Lucy, che vive a Taiwan, ha commesso l’errore di mettersi con Richard, un uomo che traffica loschi affari con alcuni potenti dell’isola. Accetta, dopo lunghe insistenze da parte di Richard, di portare una misteriosa valigetta in un albergo. Cade così nelle mani di una banda internazionale di spacciatori ed è costretta con la forza a diventare corriere di una nuovissima droga che gli viene immessa nello stomaco. Il sacco si rompe e Lucy viene invasa da questa sostanza che ha la capacità di potenziare al massimo grado le capacità celebrali. Dotata ora di super poteri, la donna organizza la sua vendetta e al contempo cerca uno scienziato che possa spiegale cosa le sta succedendo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Strane teorie evolutive e il riferimento a insolite religioni orientali alimentano una visione meccanicista dell’universo dove l’uomo è un semplice ingranaggio di complessi fenomeni fisici
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene di violenza, alcune immagini di ferite potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Luc Besson conferma la sua capacità di realizzare prodotti di puro entertainment con spettacolari scene di azione e combattimento ma in questo caso manca un intreccio umano che possa coinvolgere emotivamente lo spettatore
Testo Breve:

Lucy assimila senza volerlo una nuova droga che potenzia le sue capacità celebrali. Luc Besson ci diverte con strane teorie evolutive ma non riesce ad appassionarci: si accavallano molte teorie scientifiche ma c'è poca umanità

Luc Besson, come regista (è spesso anche produttore e sceneggiatore come in questo caso) ha un suo stile personale e ben riconoscibile. Ama le scene d’azione: in questo Lucy assistiamo a una corsa di macchine per il centro di Parigi, non strettamente  necessaria all’economia del film ma sicuramente d’effetto. Le sparatorie sono continue, come era già evidente nei film che lo hanno fatto conoscere: Nikita-1990 e Leòn-1994. Il protagonista è sempre una donna, impegnata a impugnare le pistole o a gestire superpoteri: nei film d’azione come nei due già citati, in questo Lucy, in Adele-l’enigma del faraone-2010, ma anche in film storici come Giovanna d’Arco-1999 o come The Lady -  l’amore per la libertà-2011 sulla vita  di Aung San Suu Kyi, la pacifista birmana tenuta chiusa nella sua abitazione per vent’anni dalla dittatura al potere.

In questo Lucy ritorna dirompente la passione di Besson per i misteri che provengono da lontano: potenze misteriose che giungono a noi dallo spazio extraterrestre come ne Il quinto elemento-1997 o dall’antico Egitto. In questo film, non a caso intitolato con il nome della prima donna preistorica conosciuta, il regista-sceneggiatore si sbizzarrisce con insolite teorie evolutive secondo le quali noi usiamo oggi soltanto il 20% delle nostre capacità celebrali ma potremmo arrivare a percentuali maggiori con risultati imprevedibili. Un altro tema parascientifico che ha scatenato una serie di dibattiti in Francia e in USA (dove è stato già proiettato) è il riferimento a una sostanza, il  CPH4 (nome inventato) che corrisponderebbe alla molecola che viene prodotta realmente da una donna incinta alla sesta settimana e che darebbe al feto l’energia per generare tutta la sua struttura ossea. Sarebbe questa la sostanza, secondo il fantasioso regista francese, che iniettata in grande quantità, darebbe al cervello poteri straordinari.

Ovviamente nessuna persona di buon senso dovrebbe prestare attenzione alle ipotesi parascientifiche di questo film, anche se suggestive e godersi il film per quello che è: un puro entertainment dove l’autore  si sbizzarrisce a generare in immagini spettacolari come nella parte finale, una sorta di riassunto di tutta la storia dell’universo che però è ben misera cosa rispetto a quanto si vedeva in  2001-Odissea nello spazio-1968  o il più recente The tree of life-2011.

Non mancano alcune furbizie del Besson produttore che ambienta il film metà a Taiwan  e metà a Parigi (vista con gli occhi di un turista) per soddisfare il nascente mercato orientale.

Se lo spettacolo è garantito (per fortuna l’autore non si prende mai molto sul serio) il film mostra un grosso difetto. Manca l’elemento umano. Manca una storia d’amore o un intrigante rapporto allieva-mentore come accadeva in Nikita o Leòn. Se escludiamo la prima parte, più interessante, dove la protagonista, ancora essere umano,  si trova invischiata in un gioco più grande di lei, per il resto assistiamo allo sviluppo  di un fenomeno fisico (la progressiva crescita delle potenzialità mentali di Lucy).

“Non provo più alcun sentimento” – afferma la Lucy ormai “potenziata”. E si vede

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I NOSTRI RAGAZZI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/09/2014 - 20:58
Paese: iTALIA
Anno: 2014
Regia: Ivano De Matteo
Sceneggiatura: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo
Produzione: MARCO POCCIONI E MARCO VALSANIA PER RODEO DRIVE CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova

Due fratelli molto impegnati nel loro lavoro professionale (Massimo è avvocato mentre Paolo è chirurgo pediatra) si trovano a dover gestire con le loro mogli un gesto irresponsabile dei loro due figli adolescenti. L’istinto di proteggerli da ogni conseguenza penale del loro atto violento si scontra in loro con la scoperta del cinismo senza appello dei due ragazzi, frutto di una educazione

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta un problema importante: come comportarsi di fronte a dei figli che hanno sbagliato ma alla rappresentazione del tema non fa corrispondere nessuna adeguata soluzione
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di nudo integrale femminile non necessaria per l’economia del film
Giudizio Tecnico 
 
La regia è particolarmente curata, Alessandro Gassman e Giovanna Mezzogiorno rappresentano con grande professionalità il loro dramma di genitori. Luigi Lo Cascio non si trova a suo agio in una parte che non gli si addice. La sceneggiatura cede alla tentazione di impressionare con un colpo di scena finale e crea un vuoto di coerenza nella psicologia dei personaggi
Testo Breve:

Due coppie di genitori si trovano a dover gestire un atto irresponsabile e cinico dei loro figli adolescenti. Un tema interessante che non trova nello sviluppo della storia un sufficiente  approfondimento nonostante la bravura di Alessandro Gassman e una regia accurata

Il padre Paolo, il padre di Michele, chirurgo pediatra, ha i turni di notte all’ospedale: mangia prima degli altri e poi se ne va. La madre, Clara, non vuole perdersi una sola puntata di “Chi l’ha visto?” ; si porta il piatto in salotto e cena davanti alla televisione. Il loro figlio adolescente  è troppo impegnato con un video games: si fa portare dalla mamma la cena in camera. Anche la famiglia di Massimo, fratello di Paolo, non si trova in una situazione diversa: dopo la morte della prima moglie, si è risposato con  Sofia e sua figlia Benedetta, della stessa età di Michele, si trova a vivere con un padre avvocato sempre troppo impegnato e una matrigna che si occupa soprattutto del suo figlio piccolo. Il regista Ivano De Matteo ci fa entrare nelle case di queste due famiglie medio-borghesi e ci fa comprendere come lo spirito di indipendenza dei due ragazzi, naturale alla loro età, si sia trasformato in completa libertà grazie all’atteggiamento dei genitori che tradisce  scarsa attenzione alla coesione famigliare, ben celata dietro un falso atteggiamento di moderno rispetto della loro privacy.

La scoperta, a metà film,  di chi sono veramente i loro figli, capaci di un’azione  violenta e vigliacca,  sconvolge gli equilibri di comodo che si erano costruiti. Paolo si chiude in un mutismo impotente, Clara sceglie la linea della difesa ad oltranza di suo figlio mentre Massimo è l’unico che cerca di razionalizzare la situazione. Da avvocato cerca la via legale più indolore per ridurre le conseguenze penali su  i due ragazzi ma soprattutto cerca di andare a fondo sulle loro reali motivazioni. Parla con sua figlia e ne resta agghiacciato: non poteva immaginare, in due giovani un tale cinismo e indifferenza verso la vita umana.

Il film ci pone davanti a un tema particolarmente interessante: di fronte a una colpa grave del proprio figlio, come è giusto comportarsi? Sostenere una difesa ad oltranza del suo operato oppure la denuncia dell’accaduto potrà essere una salutare forma di educazione?. Purtroppo, nonostante la grande bravura di Alessandro Gassman e una regia molto curata, questa stimolante opportunità viene sprecata da una sceneggiatura che si occupa più di stupire con qualche colpo di scena che portare a maturazione il dramma psicologico dei protagonisti.

L’anomalia più vistosa è costituita da una distinzione manichea fra i genitori e figli. I primi si preoccupano, ragionano, soffrono mentre i ragazzi sono tratteggiati con le più comuni tipizzazioni  dell’adolescenza: rispondono alle domande evasivamente, si rifugiano subito nelle loro camere, passano tutto il tempo a chattare con il cellulare quando non stanno davanti al computer. Michele, il più problematico, beve continuamente durante una festa e non c’è nessuna spiegazione a questo suo malessere.. Il loro sadico cinismo esplode non motivato: in fondo non vivono in famiglie disgregate, né i genitori soffrono di instabilità lavorativa. Se l’autore voleva sottolineare la noia e il vuoto di valori che ingenera il benessere, non ha portato a compimento il suo disegno. Gli stessi genitori non hanno quelle reazioni che ci si potrebbe aspettare da persone di coscienza: nessuno di loro riflette per comprendere in che cosa hanno sbagliato nell’educazione dei loro figli ma si limitano a restare storditi dalla frattura che si è creata fra le loro generazioni. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE DUE VIE DEL DESTINO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/28/2014 - 22:11
Titolo Originale: The Railway Man
Paese: AUSTRALIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2013
Regia: Jonathan Teplitzky
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce Andy Paterson
Produzione: ARCHER STREET PRODUCTIONS, LATITUDE MEDIA, LIONSGATE, PICTURES IN PARADISE
Interpreti: Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgård, Hiroyuki Sanada, Jeremy Irvine

Inghilterra, anni ’80. Nel paesino inglese di Berwick-upon-Tweed, ai confini con la Scozia, alcuni veterani della seconda guerra mondiale si riuniscono nel loro circolo; fra di loro c’è Lomax, un appassionato collezionista di cimeli ferroviari. Durante un viaggio in treno Lomax conosce Patti, una infermiera con la quale intrattiene una simpatica conversazione. I due si sposano dopo qualche tempo ma solo allora Patti si accorge dell’instabilità di Lomax: soffre di incubi e di improvvisi cambiamenti di umore perché non si è ancora ripreso dallo shock delle torture subite durante il periodo di prigionia. Un amico di Lomax, veterano anch’esso gli mostra un giornale giapponese dal quale risulta che Nagase, il loro sadico torturatore è ancora vivo e fa il cicerone nel campo di concentramento dei tempi della guerra, ora diventato un museo. Lomax comprende che per liberarsi dai propri incubi non ha altra soluzione che incontrare nuovamente il suo torturatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un prigioniero di guerra e un torturatore ritrovano il coraggio morale, decenni dopo la fine del conflitto, di pervenire al pentimento e il perdono
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene prolungate di tortura inducono a sconsigliare il film alle persone più impressionabili
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta incerto sullo stile da adottare, oscillando fra il patetico e il crudo realismo. Ad esclusione del personaggio di Colin Firth, gli altri sono appena abbozzati
Testo Breve:

Le torture subite in un campo di concentramento giapponese inducono un inglese a cercare, dopo 35 anni, il suo torturatore. Un film mal fatto che ci trasmette un nobile messaggio di perdono 

Il giovane Lomax è appassionato di ferrovie. Prigioniero dei giapponesi in Thailandia nel 1942, spiega ai suoi compagni di sventura perché gli inglesi avevano anni prima rinunciato a costruire una ferrovia che dalla Thailandia raggiungesse la Birmania. Realizzare una linea ferroviaria è un lavoro disumano, solitamente svolto da poveri immigrati. Le grandi ferrovie americane erano state costruite da contadini cinesi. Le ferrovie inglesi erano state portate a termine da Irlandesi che avevano abbandonato la loro terra per  fame. Per costruire una ferrovia di quel genere,  424 km fra montagne e fiumi da superare,  sarebbe stato necessario un esercito di schiavi. L’amministrazione inglese abbandonò l’impresa ma è  proprio quello che ora vogliono realizzare  i giapponesi con i prigionieri di guerra inglesi e asiatici.

Viene in questo modo espresso in parole (molto meno in immagini) quello che è il tema forte del film: la vita, in stato di brutale  schiavitù, dei prigionieri inglesi in Thailandia per la costruzione della “ferrovia della morte” (costò la vita a più 100.000 persone), un dramma noto al grande pubblico con il film del 1957: “Il ponte sul fiume Kwai”  (7 Oscar).

La storia inizia molto dopo, negli anni ’80 dove un gruppo di veterani si riunisce nel proprio club della cittadina inglese di Berwick-upon-Tweed per bere una birra e parlare del tempo passato. Lomax, ora un signore attempato,  se ne sta sempre in disparte, intento a consultare orari delle ferrovie, la sua inesauribile passione.  L’avvio calmo del film, l’intesa fra il riflessivo Lomax e la dolce ma un un po’ melanconica Patti incontrata in treno (con evidenti somiglianze con il classico “breve incontro” -1945) genera un netto contrasto con il suo sviluppo. Viene abbandonato presto il grigio paesino nel nord d’Inghilterra e il racconto si sposta in Thailandia nel 1942 per farci assistere al regime disumano a cui erano sottoposti i prigionieri inglesi; prosegue negli stessi luoghi negli anni ‘80, quando Lomax si trova faccia  a faccia con il torturatore di un tempo, ora pentito e diventato un pacifista convinto.

Smaltito il primo momento di rabbia, Lomax comprende che la vendetta non arreca alcun giovamento; di fronte a un uomo disposto a riconoscere le sue colpe, Lomax concede il suo perdono. Le didascalie finali del film ci informano che i due uomini, con il tempo, divennero anche amici.

Il film, tratto dal libro autobiografico di Lomax, se è lodabile per il messaggio di pacificazione e perdono che ci trasmette, è deprecabile nella sua messa in opera. 

Ciò che dà soprattutto fastidio è la commistione di stili che non pervengono una sintesi  organica. Si parte dallo spleen dell’incontro fra Lomax e Patti, due persone di mezza età ormai rassegnate a una vita senza sorprese, al periodo della prigionia dove le prolungate e difficilmente sopportabili sequenze di tortura spostano il film verso un realismo esasperato. Il film inizia con Lomas ormai vecchio che trova conforto nel declamare una poesia sul senso della vita che scorre (soluzione che adotterà nuovamente quando si troverà sotto tortura): un espediente che sembra voler costruire un distacco, frapporre un filtro letterario fra lo spettatore e la crudezza degli eventi narrati, un espediente che però resta incompiuto.

Alcuni personaggi restano appena abbozzati. Patti (Nicole Kidman) sembra svolgere la sola funzione di spalla emotiva al tormentato Lomax. Al contempo difficile comprendere come mai il gruppo di veterani che si riuniscono nel loro circolo negli anni ‘80, siano ancora emotivamente condizionati dagli eventi bellici e non abbiano avuto modo di ricostruirsi  una serena vita familiare. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL FUOCO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/28/2014 - 21:56
Titolo Originale: Out of the Furnace
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Scott Cooper e Brad Ingelsby
Produzione: Jennifer Davisson Killoran, Leonardo Dicaprio, Ryan Kavanaugh, Ridley Scott, Michael Costigan per Relativity Media/Scott Free/Appian Way
Durata: 116
Interpreti: Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson, Zoe Saldana, Sam Shepard, William Dafoe, Forest Whitaker

Russel Baze lavora in una delle ultime acciaierie della Pennsylvania (siamo nel 2008 e anche se in tv i democratici esultano per l’elezione di Obama è chiaro che la vita da quelle parti non offre molte prospettive), ammazzandosi di fatica per offrire un futuro alla fidanzata Lena. Poi però finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo (per un investimento accidentale) e quando esce la situazione della sua famiglia è precipitata. Lena lo ha lasciato e aspetta un figlio da un altro, ma soprattutto suo fratello minore Rodney, ex militare segnato dalla campagna in Irak, è ricoperto di debiti che decide di pagare combattendo in incontri clandestini a mani nude. È così che Rodney si imbatte in Harlan DeGroat, trafficante psicopatico che non si fa scrupoli ad eliminare chiunque si metta sulla strada...compreso Rodney. Deciso a fare giustizia, Russelll si rivolge alla polizia, ma quando incastrare gli assassini di suo fratello pare impossibile decide dei farsi giustizia da solo…anche se questo significa perdere tutto ciò che ha di più caro.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo giusto non può cambiare le situazioni, al massimo può accettare con coscienza il peso e la condanna delle sue azioni
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata, scene a contenuto sessuale, uno di droghe.
Giudizio Tecnico 
 
Pur con interpretazioni di altissimo livello, il film finisce per chiudersi in un vicolo cieco di disperazione e violenza
Testo Breve:

Un giovane con la testa sulle spalle e con il sincero desiderio di costruirsi un futuro con la fidanzata, resta prigioniero in un vicolo cieco di disperazione e violenza. Interpretazioni di altissimo livello.

L’affresco proletario di Scott (lo ricordiamo soprattutto per il dolente Crazy Heart, per cui Jeff Bridges ha conquistato l’Oscar) è pervaso di malinconia e senso di disgrazia incombente (ma anche di violenza) fin dalla prima inquadratura e immerge lo spettatore in una realtà che definire senza speranza è generoso. Ancor prima della catena di disgrazie che investono Russell (un lavoratore con la testa sulle spalle con il sincero desiderio di costruire qualcosa con la fidanzata Lena), la situazione non promette bene: il destino delle acciaierie sembra segnato almeno quanto quello dello zio dei fratelli Baze, ammalato di cancro; una lenta e inesorabile agonia rispetto alla quale gli sforzi di chi vuole costruire qualcosa (una famiglia, per esempio) sembrano volutamente sconfitti da un destino beffardo. Atmosfere che sono state protagoniste, secondo declinazioni iperlocali (ma spesso straordinariamente universali nell’autenticità dei personaggi), di numerosi film indipendenti degli ultimi anni, un racconto della crisi che lascia poco spazio alla speranza.

Il film di Cooper segue questa strada, senza risparmiare una notevole dose di violenza (i combattimenti di Rodney, sempre più autodistruttivi, ma prima di tutto le reazioni imprevedibili e agghiaccianti di Harrelson/DeGroat), lasciando tuttavia che qua e là l’apparentemente ineludibile determinismo che guida la vicenda sia sfidato da lampi di positività (come l’integrità dello sceriffo, nuovo compagno di Lena che tuttavia cerca davvero di aiutare Russell).

Non bastano a illuminare il mondo di Russell, anche letteralmente, visto che la fotografia del film, satura e fin da subito cupa, asseconda sempre più il percorso di dannazione del protagonista. Russel, che pure cerca nella fede un senso a quello che accade e la possibilità di uno sguardo diverso,  tuttavia, nel suo autentico desiderio di fare giustizia, finisce per portare su di sé una violenza ancora maggiore.

Il cast offre una galleria di interpretazioni di altissimo livello, ricche di sfumature che lasciano intravedere un’esistenza complessa ben al di là dello schermo, e la regia segue i movimenti dei personaggi come arrendendosi a un destino ineluttabile.

E paradossalmente è proprio qui che la pellicola evidenzia un certo limite, rischiando di restare solo un ennesimo, per quanto ben fatto, ritratto d’ambiente e personaggi, in cui l’impotenza del protagonista (deciso a fare la cosa giusta, ma impossibilitato a farlo) finisce per chiudere anche il film in un vicolo cieco di disperazione e violenza il cui esito finale è scontato. Un uomo giusto non può davvero cambiare la cose, al massimo può accettare con coscienza il peso e la condanna delle sue azioni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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PROVETTA D'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/16/2014 - 08:28
Titolo Originale: The Babymakers
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Jay Chandrasekhar
Sceneggiatura: Gerry Swallow, Peter Gaulke
Produzione: JASON BLUM, JAY CHANDRASEKHAR, BRIAN KAVANAUGH-JONES PERDUCK ATTACK FILMS, ALLIANCE FILMS, AUTOMATIK ENTERTAINMENT, IM GLOBAL
Durata: 95
Interpreti: Paul Schneider, Olivia Munn, Wood Harris, Nat Faxon

Tommy a Audrey stanno festeggiando il terzo anniversario del loro matrimonio e riconoscono che è ormai tempo di diventare una famiglia, di avere un bambino. Il figlio non arriva e il dottore ne dà la conferma: è Tommy ad avere problemi di fertilità. La coppia decide di ricorrere alla fecondazione eterologa ma la notizia, invece di restare segreta, si diffonde rapidamente fra i loro amici e molti si rendono disponibili a donare il seme perché hanno sempre desiderato avere un figlio dalla bella Audrey…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce un attacco secco e lucido alla fecondazione eterologa; peccato che il film cerchi solo di far ridere giocando sulle situazioni imbarazzanti che si vengono a creare
Pubblico 
Sconsigliato
Nudi parziali, accenni a immagini e film pornografici, situazioni scurrili
Giudizio Tecnico 
 
Il film non riesce ad andare oltre lo sfruttamento intensivo di situazioni volgari in cui i protagonisti restano coinvolti
Testo Breve:

Tommy a Audrey vorrebbero avere un figlio ma lui ha problemi di sterilità. Il tentativo di ricorrere alla fecondazione eterologa, soluzione lucidamente criticata, diventa il pretesto per situazioni comiche volgari

Poche parole su questo film che sconsigliamo perché con il pretesto di raccontare la storia di una coppia che ha problemi di fertilità, tema in sé particolarmente interessante, ci va giù pesante nel cercare di far ridere sfruttando tutte le situazioni imbarazzanti in cui finisce per incappare chi decide di ricorrere alla fecondazione eterologa.  

Ecco che Tommy si trova nella situazione di dover dare un campione del proprio seme per le necessarie analisi (tema già ripreso con molta ironia dal canadese Starbuck-533 figli e non saperlo e dall’italiano Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ma anche lei diventa oggetto di insolite attenzioni da parte dei loro amici maschi che si offrono per donare il seme, desiderosi di avere un figlio dalla bella Audrey , senza contare chi propone una fecondazione diretta.

E’ un vero peccato che il film scada nello scurrile, perché si affianca agli altri film citati che hanno attaccato senza attenuanti l’assurdità della fecondazione eterologa.

Il racconto mette bene in evidenza l’asimmetria che si viene a creare con questa tecnica fra i due coniugi: uno resta pienamente soddisfatto, riuscendo a diventare madre/padre; l’altro/l’altra si sente messo da parte e coinvolto in uno strano menage a trois . Solo l’adozione costituisce una soluzione pienamente simmetrica.

Altro aspetto positivo del film è l’affermazione che chi dona il seme è il padre a tutti gli effetti del figlio che nascerà: quando Audrey viene a sapere che Tommy, per arrotondare il salario, aveva donato più volte il seme a una banca dello sperma, ne resta grandemente scandalizzata e ai tentativi di Tommy di giustificare il suo operato, Audrey lo pone di fronte alla nuda verità: lui è il padre di tutti quei bambini.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAI COSI' VICINI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/10/2014 - 15:00
Titolo Originale: And So It Goes
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Mark Andrus
Produzione: CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, FORESIGHT UNLIMITED
Durata: 94
Interpreti: Michael Douglas, Diane Keaton, Sterling Jerins

Oren Little, agente immobiliare di successo quasi in pensione, è vedovo e da tanti anni non vede suo figlio Kyle, un tossicodipendente segno vivente del suo fallimento come padre. Un giorno Kyle bussa alla sua porta: dovrà scontare nove mesi di prigione e gli chiede di prendersi cura di sua figlia Sarah di 10 anni, che non ha mai conosciuto sua madre. Oren dapprima dice di no ma poi spinto dalla vicina di casa Leah, vedova anche lei, finisce per accettare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre riesce ad avvicinare un figlio che considerava perduto. Elogio della natura e rispetto per le sue leggi
Pubblico 
Pre-adolescenti
L’uso di un linguaggio a volte esplicito e le fasi della nascita di un bambino potrebbero impressionare i più piccoli Tecnica
Giudizio Tecnico 
 
Michael Douglas e Diane Keaton sono pienamente all’altezza della loro fama e la regia è condotta con mestiere sicuro
Testo Breve:

Due vicini di casa, vedovi entrambi e che non si sopportano a vicenda, si trovano loro malgrado a fare il mestiere di nonni. Buona recitazione e buoni sentimenti

Se i protagonisti  sono Michael  Douglas e Diane  Keaton c’è da aspettarsi un film che affronti problemi tipici della terza età, fatto per un pubblico che si trova nelle stesse condizioni anagrafiche. La situazione in realtà non è così drammatica: Oren lavora ancora con successo come  agente immobiliare e Leah, che ha sempre fatto la cantante assieme a suo marito, continua a intrattenere il pubblico  in un bar di affezionati del sound melodico. I loro problemi non sono tanto fisici e la sceneggiatura evita di fare le solite battute sugli acciacchi dell’età (basterebbe ricordare Space Cowboys-2000) ma in loro pesa il rimorso di ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto e la nostalgia per la/il consorte che non c’è più. 

Oren ha fallito nell’educazione del suo unico figlio e non è riuscito a sottrarlo alla tossicodipendenza; Leah, troppo impegnata a occuparsi della carriera, ha perso l’opportunità di essere madre. L’arrivo della piccola Sarah sconvolge positivamente la traiettoria inerziale delle loro vite: Leah si prende cura di quella simil-nipotina che non ha potuto avere mentre Oren, dapprima riluttante, inizia a occuparsi di lei perché in questo modo riprende a occuparsi del figlio. E’ questo il tema portante del film; come ci si poteva aspettare, si sviluppa anche una storia romantico-sessuale fra i due neo-nonni ma questa,  più che il motore della storia, appare essere l’effetto indotto del loro nuovo modo di essere, dell’essere ormai in pace con il proprio passato.

In questo racconto c’è indubbiamente una prevalenza di buoni sentimenti e ciò è sempre stato molto pericoloso perché finisce per alzare il tasso di zuccheri ma per fortuna ci sono Michael  Douglas che immette una buona dose di cattiveria e qualche battuta riuscita mentre Diane  Keaton, forse da troppi film, si è specializzata nella figura di donna  instabile in cerca di affetto.

Fa piacere notare come il film sia portatore di un altro messaggio implicito ma ugualmente molto chiaro: lo fa parlandoci della metamorfosi del bruco in farfalla, della nascita improvvisa di un bambino, non in ospedale, ma su un divano del salotto mentre Oren si improvvisa ostetrico; nella scena finale dove tre famiglie si godono una giornata festiva con i loro bambini: la natura è una cosa meravigliosa, bisogna solo lasciare che segua il suo corso e  rispettarla senza alterarla.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA NOTTE IN GIALLO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/09/2014 - 19:12
Titolo Originale: Walk of Shame
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Steven Brill
Sceneggiatura: Steven Brill
Produzione: SIDNEY KIMMEL ENTERTAINMENT, FILMDISTRICT, LAKESHORE ENTERTAINMENT
Durata: 95
Interpreti: Elizabeth Banks, James Marsden, Gillian Jacobs, Sarah Wright

Meghan lavora come reporter in una rete televisiva di Los Angeles. Nello stesso giorno tutto il suo mondo crolla: il fidanzato decide di lasciarla e la sua candidatura a giornalista del telegiornale viene scartata. Per consolarla due amiche la portano in un locale notturno facendole indossare un seducente tubino giallo. La mattina dopo una telefonata sveglia Meghan: il posto da giornalista può essere ancora suo se si presenterà negli studi per le 17. La ragazza si accorge subito che la cosa non sarà facile: ha passato la notte, dopo una solenne ubriacatura, con il barista del locale e si accorge di trovarsi senza la macchina (è stata portata via dal carro attrezzi) senza un soldo e senza un documento di identità. Non le resta che avviarsi a piedi in cerca della sua auto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre ragazze disinvolte vanno in un locale per cercare degli uomini con cui trascorrere la notte
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio con continui riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Una regia senza fascino e una sceneggiatura incapace di spunti originali. Una occasione persa per Elizabeth Banks che qui è solo bella
Testo Breve:

Una ragazza attraversa a piedi i pericolosi sobborghi di Los Angeles senza soldi e senza cellulare, indossando solo un miniabito giallo. L’occasione di  realizzare una commedia divertente viene persa per le troppe ovvietà e una visione qualunquista dei pericoli delle grandi metropoli

Non occorre spendere molte parole su questo film, veramente indigesto.

Un provinciale a New York (1970) con Jack Lemmon affrontava una situazione molto simile: una serie incredibile di sfortunate circostanze rendevano la vita difficile a un provinciale che era arrivato a New York per un importante appuntamento. Ora è Meghan (Elizabeth  Banks) che si ritrova senza un soldo e una carta di identità a girare per i sobborghi di Los Angeles con indosso nient’altro che un miniabito color canarino che la fanno scambiare per una prostituta fuori orario. Spiace per Elisabeth Banks che ha avuto finalmente l’opportunità di recitare in un film come protagonista assoluta (dopo aver recitato, con molta ironia, la parte di Effie Trinket nella serie Hungher Games) ma in realtà viene soprattutto impiegata per la sua bellezza (per tutta la durata del film indossa il famoso abitino giallo) e non riesce a esprimere nessun’altro talento, a causa di una regia senza fascino  e una sceneggiatura senza originalità.

Si dovrebbe ridere per questa bionda che si aggira per i quartieri più malfamati di L.A. mentre dei poliziotti la scambiano per prostituta, una guidatrice di autobus per una spacciatrice di droga e di fatto nessuna la aiuta per eccesso di stupidità o per ottusità burocratica. 

Ciò che stride nel racconto è proprio quell’eccesso di sfortuna in cui Meghan incorre e che recide inesorabilmente il patto di credibilità con lo spettatore. La sceneggiatura tradisce inoltre non poco provincialismo nel collezionare tanti luoghi comuni sui pericoli delle grandi metropoli e sull’indifferenza della gente che le abita. 

Non poche incongruenze accrescono la sensazione di sgradevolezza: come mai a Meghan che all’inizio vediamo molto seria e dedita al lavoro, è sufficiente una serata un po’ triste per ubriacarsi e andare a letto con il primo (bel) ragazzo che ha incontrato (a dire il vero anche le sue amiche fanno lo stesso)? Come mai la sua concorrente per il posto di giornalista viene scartata per esser stata fotografata in intimità assieme a un’altra donna? Si tratta di un’insolita visione retrò rispetto ai tempi attuali dove una simile situazione sarebbe stato un motivo di interesse in più per la candidatura.

Un turpiloquio continuo e battute con riferimenti sessuali espliciti completano l’opera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOUSE OF CARDS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/07/2014 - 22:34
Titolo Originale: House of Cards
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: David Fincher, Eric Roth
Sceneggiatura: David Fincher, Eric Roth
Produzione: Media Rights Capital Trigger, Street Productions, Wade/Thomas Productions
Durata: 46
Interpreti: Kevin Spacey, Robin Wright, Kate Mara, Corey Stoll

Francis J. Underwood, portavoce del partito democratico, viene informato che il nuovo Presidente non lo ha selezionato per la carica di Segretario di Stato. Decide quindi di mettere in atto tutti i sotterfugi le manipolazioni mediatiche necessarie per screditare i suoi avversari e risalire in vetta. Sono sue indispensabili alleate la moglie Claire, che si aspetta anch’essa dei vantaggi dal successo del marito e la giornalista Zoe Barnes, disposta a pubblicare tutto ciò che lui vorrà, pur di far carriera con gli scoop che gli fornirà….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I protagonisti agiscono per motivazioni esclusivamente personali e non hanno scrupoli di utilizzare gli altri per raggiungere propri fini
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, espressioni esplicite su tematiche sessuali, uso di droga, qualche scena di nudo
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura, con una ricostruzione rigorosa dell’ambiente politico statunitense e con l’impiego di dialoghi particolarmente efficaci, fornisce un valido supporto all’ottima interpretazione di Kevin Spacey e Robin Wright
Testo Breve:

La conquista dl potere politico realizzata con il cinico presupposto che ognuno è ricattabile perché impegnato a soddisfare le proprie ambizioni. Un thriller politico molto ben realizzato che porta alle estreme conseguenze la non-etica della situazione  

 

C’erano una volta, un po’ di decenni fa, film di Hollywood e serial televisivi americani che parlavano soprattutto di amore. Il racconto poteva svolgersi nell’ambiente giornalistico o magari nel periodo della guerra di Corea ma alla fine il tema portante era una solo: un lui e un lei che si conoscevano e dopo varie vicissitudini scoprivano di essersi innamorati l’uno  dell’altra, pronti al matrimonio. In effetti, sembrava che non ci fosse nient’altro di più bello e attraente da raccontare.

Ora  arrivano sempre più spesso dagli Stati Uniti, fiction di contesto. Se si svolgono in ambiente ospedaliero come E.R , o all’interno di una rete televisiva come The News Room o nel mondo della politica come The West Wing o questo The House of Cards, ciò che viene portato in primo piano  è il lavoro professionale in sé, descritto nei suoi meccanismi con il massimo possibile dei dettagli. Certamente si sviluppano anche delle relazioni amorose fra colleghi ma in questa nuova single society, uomini e donne si realizzano soprattutto con il proprio lavoro; i rapporti amorosi servono per ottenere un po’ di compagnia, provare il piacere di stare insieme e non sono mai duraturi. In House of Cards il sesso è spesso usato come mero strumento di baratto per ottenere qualcosa in cambio. L’amore, quello che impegna e coinvolge per tutta la vita, deve essere stato dimenticato in qualche cassetto della scrivania.

Nella sesta puntata della prima stagione di House of Cards,  il presidente deve firmare la nuova legge sull’educazione. Nello stretto spazio della stanza ovale, i tecnici segnano sul tappeto la posizione esatta dove si dovranno posizionare le varie personalità: le più importanti accanto al Presidente, le altre più lontano. Sono provate le inquadrature delle telecamere: nessuno spettatore si accorgerà di questi segni fatti sul tappeto. Questo, come tanti altri particolari che si apprendono man mano che le puntate di House of Cards avanzano, come i retroscena prima degli incontri con il Presidente o le manovre delle lobby in occasione di importanti votazioni al congresso, conferiscono alla fiction un alto tasso di credibilità. E’ uno dei motivi del successo di questa serie  (tre Emmy Awards e  il Golden Globe a Robin Wright); gli altri sono costituiti dalla presenza di due bravissimi attori come Kevin Spacey nel ruolo del protagonista Frank Underwood e Robin Wright nella parte di sua moglie Claire e una sceneggiatura impeccabile, che episodio dopo episodio, mantiene alta la tensione puntando tutto su dialoghi raffinati e spesso manipolativi,  come ci si aspetta  da persone che non dicono mai la verità ma solo ciò che è più opportuno.

Alcune critiche americane hanno aggiunto un altro elemento, particolarmente significativo, che giustifica il successo della fiction:la serie piace perché, fatta la tara su certe situazioni sicuramente eccessive, lo spettatore è convinto che  il mondo della politica si muova proprio secondo le logiche descritte. Lo stesso ex-presidente Bill Clinton ha commentato: “Il 99% delle cose in quella fiction sono vere, l'1% è falso”

Tutto il racconto si regge su di un unico, fondamentale presupposto: ognuno, politico, imprenditore  o giornalista, brama di ottenere qualche cosa, quindi è ricattabile; in questo modo è possibile ottenere in cambio dei favori, garantirsi la fedeltà incondizionata di qualcuno oppure assicurarsi il silenzio di qualche scomodo testimone. Tutto il racconto ruota intorno a  Francis J. Underwood, portavoce del partito democratico che decide di tessere  una trama complessa e insidiosa per vendicarsi della mancata nomina a Segretario di Stato. E’ freddo e sempre lucido nella stesura delle sue trame e il suo cinismo senza limiti gli consente di sfruttare per i suoi scopi, tutte le persone che incrociano la sua strada. Sono molto istruttive le strette correlazioni che vengono evidenziate fra politica e informazione: anche i messaggi giornalistici debbono venir adeguatamente condizionati.

Si  badi bene che non ci troviamo di fronte a un’opera di denuncia: non viene  evidenziato ciò che è male per poi portare avanti l’azione di una persona onesta che riesce a stabilire la giustizia. Viene al contrario descritto un sistema omogeneo dove nessuno è interessato al bene comune (i politici) o alla verità (i giornalisti) ma ognuno agisce al solo scopo di avanzare nel successo personale e se poi solo alcuni vinceranno e tanti perderanno ciò è  l’effetto di una selvaggia  legge di selezione: sarà premiato solo chi saprà essere più spregiudicato e abile degli altri.

L’America è la patria del pragmatismo, ma qui ci troviamo di fronte a un ruthless pragmatism,un pragmatismo spietato. La soluzione di adottare per la messa in scena la quarta dimensione (a intervalli regolari Spacey parla direttamente al pubblico per spiegare le sue trame), se all’inizio può dare fastidio, in realtà è un altro metodo per guadagnarsi la complicità e quindi l’implicita approvazione da parte dello spettatore. 

SKY Atlantic ha terminato la trasmissione della prima serie. In autunno è stata programmata la seconda serie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME FARE SOLDI VENDENDO DROGA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/04/2014 - 19:01
Titolo Originale: How to Make Money Selling Drugs
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Matthew Cooke
Sceneggiatura: Matthew Cooke
Produzione: BERT MARCUS PRODUCTIONS IN ASSOCIAZIONE CON RECKLESS PRODUCTIONS
Durata: 96

Il film, con audace ironia, vuole essere una guida a come si possono fare tanti, tanti soldi vendendo droga. Con una corretta impostazione didattica, il film parte dal livello più basso della catena dello spaccio: i dealer di strada per arrivare agli importatori di grosse quantità, via mare o via terra. Il racconto è impreziosito da interviste a chi, lo spacciatore, lo ha fatto sul serio. Di fronte a questo business colossale dove i rischi non sono molti e a una guerra messa in atto dal governo degli Stati Uniti, che costa 25 miliardi di dollari ogni anno con modesti risultati, l’autore porta avanti una proposta scioccante….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non raggiunge l’obiettivo auspicato di indicare la pericolosità degli stupefacenti e mostra troppa simpatia nei confronti degli spacciatori
Pubblico 
Maggiorenni
Il film non raggiunge l’obiettivo auspicato di indicare la pericolosità degli stupefacenti e mostra troppa simpatia nei confronti degli spacciatori
Giudizio Tecnico 
 
Un sapiente montaggio mantiene alta l’attenzione durante tutta la durata del film ma il racconto appare teso solo a dimostrare la validità delle tesi dell’autore
Testo Breve:

Il documentario, insegnando  i trucchi del mestiere di uno spacciatore di droga, vuole mostrare  quanto sia facile fare soldi e quanto siano inutili le contromisure del governo americano. Un film ben fatto che sviluppa proposte molto discutibili

Mike Walzman è un  giovane che vive a Beverly Hills: come racconta lui stesso, quando frequentava l’high school si accorse che c’era fra i suoi coetanei una grande richiesta di cocaina. Decise quindi di vendere “pillole” ad amici e colleghi diventando ben presto il dealer più importante della zona.

Perché lo fece?  Per supportare il suo stile di vita, organizzare feste  all’Hermitage Hotel e chiudere la serata nella Penthouse Suite. I soldi gli conferivano un senso di potenza, davano sicurezza e il piacere di sentirsi circondato di rispetto e di attenzioni, sopratutto dalle ragazze.  

La sequenza che vi abbiamo raccontato evidenzia bene i pregi e i difetti di questo documentario.  

La sua originalità sta nel guardare il commercio della droga dal di dentro, nell’intimo della vita di persone che hanno vissuto questa esperienza. Ex-spacciatori raccontano davanti alla macchina da presa le motivazioni e i contesti nei quali hanno iniziato questo particolare commercio e in seguito lo  sviluppo esplosivo della loro "carriera”. Ma ascoltare direttamente delle persone coinvolte vuol dire, inevitabilmemte, trovarsi di fronte a dei racconti autogiustificatori. Ci vengono presentate situazioni e estrema povertà, di famiglie disgregate, spesso senza il padre, dove questi ragazzi si sono trovati molto presto a scoprire quanto fosse facile guadagnare tanto con poco impegno.

L’autore, Matthew Cooke,  cerca di spiegarci il fenomeno secondo le semplici ma inesorabili leggi di un mercato dove la domanda appare inesauribile: un mercato dal valore globale di 400 miliardi di dollari, dove  le coltivazioni della marjiuana e della cocaina risultano le più profittevoli del mondo. Fa più volte i conti in tasca agli spacciatori, mostrando come un ragazzo di 15 anni può guadagnare in un giorno più del salario di un operaio in un anno. Le controindicazioni ci sono ma a conti fatti appaiono gestibili: è bene avere sempre una pistola a portata di mano e quando qualcuno cerca di derubarti  è meglio uccidere che ferire, altrimenti tornerà per vendicarsi.  Non si può operare da soli è necessario far parte di una banda per aver la garanzia del territorio. Bisogna infine nascondere bene i soldi guadagnati perché se si va in prigione per 2-3 anni, si potrà dopo riprendere subito l’attività.

 In questo modo, di consiglio in consiglio, da una testimonianza all’altra, il documentario ci fa scalare la piramide della “catena di distribuzione”: dal semplice dealer all’ importatore dal Sud America di grandi quantità di coca via mare o via terra, fino a diventare membro dei cartelli internzionali. Nella seconda parte si sposta dall'altra parte della barricata: quella delle forze dell'ordine. Le critiche sono spietate: poliziotti che piazzano dosi di droga nelle abitazioni di chi vogliono incriminare, sostanziali discriminazioni di giudizio che portano a far si che il 90% delle persone in prigione per spaccio siano afroamericani o latini. Matthew Cooke punta il dito contro la DEA (Drug Enforcement Administration): inaugurata da Nixon negli anni ’70, ha avuto, con i presidenti successivi, sempre più soldi e potere con ben pochi, a suoi dire, risultati. La “guerra della droga” non avrà mai fine, secondo Mattew, perché ci sono troppi funzionari e poliziotti che dai soldi della DEA ricavano il loro sostentamento. Infine la sua proposta shock: porre fine alla guerra della droga non finanziando più la DEA e destinando questi soldi alla cura dei tossicodipendenti.  Inutile sottolineare quanto teorica sia questa ipotesi: non perseguire più gli spacciatori vuol dire far perdere il senso di ciò che è bene e ciò che è male, liberalizzare di fatto il consumo di sostanze stupefacenti e i soldi stanziati per la cura dei tossicodipendenti resterebbero nel cassetto perché non si comprenderebbe la necessità di curarsi da qualcosa che non viene più percepita più come dannosa. Una sostanziale attenuazione del fenomeno si avrà solamente quando Mike, il giovane che abbiamo presentato all'inizio della recensione, avrà capito che  i soldi "facili" non sono un metodo per realizzare se stessi.

Il documentario, anche se molto dettagliato e accurato in certe realtà dello  spaccio della droga, perviene a risultati molto parziali: il film è completamente sbilanciato dalla parte di chi spaccia e non c’è una sola immagine che mostri gli effetti deleteri sull’uso di queste sostanze. Non si presta quindi a venir utilizzato come documentario scolastico sul mondo dei narcotici.

Anche la sua pretesa di trovare motivazioni sociologiche (estrema povertà, famiglie disgregate) in grado di giustificare il  comportamento degli spacciatori ci lascia perplessi: guardando i volti che si alternano davanti alla cinepresa e che ci raccontano la loro storia, si percepisce una verità più sottile: si tratta di persone che in fondo non amano la normalità: preferiscono una vita senza regole, sopra le righe, incluso il brivido del rischio. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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