Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

GEMMA BOVERY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/25/2015 - 18:08
Titolo Originale: Gemma Bovery
Paese: Francia
Anno: 2014
Regia: Anne Fontaine
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Anne Fontaine
Produzione: CINÉ@, ALBERTINE PRODUCTIONS, GAUMONT, CINÉFRANCE 1888, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 99
Interpreti: Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Niels Schneider

Equilibrio e tranquillità sta cercando Martin nella natia Normandia dopo aver lasciato Parigi. Ha abbandonato il mestiere di editore di dispense universitarie ed oè tornato a fare quello di suo padre: il panettiere. Non ha rinunciato però, alla sua passione per la letteratura romantica ottocentesca e grande è stata la sua sorpresa quando ha scoperto che due coniugi, i suoi nuovi vicini di casa inglesi, si chiamano Bovery e lei, una giovane donna, si chiama Gemma. Martin inizia a osservarla con attenzione e ritiene di aver visto in lei un atteggiamento insoddisfatto; quando si accorge che Gemma ha conosciuto un giovane studente che vive nel castello del paese, Martin si convince che i due sono diventati amanti, come era accaduto nel romanzo fra Emma e lo studente Léon. Il panettiere del villaggio inizia a preoccuparsi per la vita di Gemma…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si concentra sull’istinto del desiderio e lo contempla come valore in sé da perseguire
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di incontro sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film è esteticamente valido ma prevale il gusto intellettuale di ripercorrere le vicende dell’eroina del romanzo di Flaubert, senza approfondire i personaggi
Testo Breve:

Dopo il successo di Moliere in bicicletta, il simpatico Fabrice Lucchini si ritrova a rivivere un altro capolavoro francese. Un tentativo meno riuscito del precedente dove lo spunto letterario finisce per prevalere sull’approfondimento dei personaggi

Moliére in bicicletta è stato un film gradevole: due attori, Serge, già in pensione, borioso e misantropo e Gauthier, in cerca di una nuova immagine di sé dopo troppi anni passati a fare il protagonista di un insulso serial televisivo, fanno a gara a mettere in scena il Misantropo di Molière. Il film percorre le pagine più belle della commedia mentre Serge, brillantemente interpretato da Fabrice Lucchini, finisce per somigliare sempre di più ad protagonista Alceste, in un continuo mescolamento fra realtà e finzione nel tranquillo scenario delle coste sabbiose della Francia occidentale.

Qualcosa di molto simile accade ora in questo Gemma Bovery dove l’ambientazione bucolica è garantita dalla campagna della Normandia e Fabrice Lucchini è di nuovo protagonista, impegnato a riproporre, a dire il vero senza molte novità, il suo umorismo sarcastico. Questa volta l’aggancio letterario non è più  Molière ma Flaubert e il tema che dalle pagine dell’opera si riflette su uomini e donne d’oggi non è più la misantropia ma il desiderio. Il desiderio di Martin i cui sensi, ormai da tempo assopiti, sono stati risvegliati dalla candida sensualità della giovane donna e il desiderio di Gemma stessa, in cerca di nuove sensazioni che le cerca, come accadeva alla protagonista del romanzo, prima in un  giovane studente e poi in un precedente spasimante inglese senza che possa sentirsi mai appagata.

Se Gemma ci tiene a dire che "io non sono Emma Bovery, io sono io" (in un certo senso è vero: il suo personaggio non si rifà al romanzo ma alla omonima graphic novel di Posy Simmonds), è Martin che può dire di essere lui Emma Bovary: vissuto per troppi anni al riparo in una  vita senza scossoni, ora si trova totalmente coinvolto, per interposta persona, in una storia che non è la sua ma che continua a seguire con curiosità morbosa. Mentre il racconto avanza negli stessi luoghi su cui passò l’eroina del romanzo (e Martin crede a volte di vedere Gemma in abiti ottocentisti, come  Woody Allen sognava di parlare con il fantasma di Bogard in Provaci ancora Sam) accresce in lui l’ansia per dover assistere alla stessa dolorosa fine.

La regista Anne  Fontaine, già esperta di storie di desideri proibiti con il film Two Mothers, è brava nel trasformare  Gemma Artenton in un campione di sensualità ingenua, una sorta di novella Brigitte Bardot.  Commette però lo stesso errore del film precedente: è più interessata a costruire un meccanismo intrigante ma un po’ intellettuale (in quel caso due madri che si innamorano in modo incrociato dei loro figli, in questo il destino parallelo fra Emma e Gemma) che a cercar di scavare nell’animo dei protagonisti. . Fabrice Lucchini è sempre simpatico ma questa volta resta imprigionato nella ripetizione della caratterizzazione che lui stesso si era costruito in Moliére in bicicletta.

Grazie a un’ottima fotografia resta ben valorizzata la campagna della Normandia e  non mancano riferimenti al gusto francese per la buona tavola e l’amore per l’arte. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SEI MAI STATA SULLA LUNA?

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/20/2015 - 16:49
Titolo Originale: Sei mai stata sulla luna?
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Paolo Genovese, Gualtiero Rosella, Pietro Calderoni
Produzione: PEPITO PRODUZIONI CON RAI CINEMA
Interpreti: Raoul Bova, Liz Solari, Sabrina Impacciatore, Neri Marcorè, , Giulia Michelini, Sergio Rubini, Emilio Solfrizzi

Guia lavora con soddisfazione in una casa di moda di fama internazionale ma è costretta ad annullare i suoi impegni per andare in paesino della Puglia dove lei, dopo la morte di una sua zia, risulta essere l’unica erede di un antica masseria. Guia spera in una vendita rapida e in un altrettanto rapido ritorno al lavoro ma ci sono alcune complicazioni: bisogna mandar prima via Renzo, il fattore, vedovo con un figlio e anche suo cugino Pino che vive nella fattoria e che soffre di un ritardo mentale. Alla fine Guia è costretta a fermarsi più del previsto, inizia ad apprezzare la vita di campagna e a innamorarsi di Renzo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa commedia romantica propone l’amore come infatuazione effimera, che vive di sogni più che di realtà
Pubblico 
Adolescenti
Varie coppie vivono in regime di convivenza
Giudizio Tecnico 
 
Un cast di attori della commedia italiana quasi sprecato, grandi dosi di product displacement, per un racconto leggero che si dimentica appena si esce dalla sala
Testo Breve:

La storia di una donna in carriera che deve calarsi nella realtà agricola di un paesino pugliese è il pretesto per qualche  risata e per effimeri incontri amorosi 

Il periodo di prolungata crisi economica di cui sta soffrendo l’Italia deve essere la causa principale di  questo continuo ritorno di tanti autori Italiani alla solidità e alla tranquilla immobilità della campagna. Se Ficarra e Picone in Andiamo a quel paese, hanno dovuto lasciare Palermo per tornare al loro paese di origine perché hanno perso il lavoro e se Siani, nelle vesti di un tagliatore di teste in Si accettano miracoli,  viene licenziato a sua volta e torna al suo piccolo paese di favola lungo la costa sorrentina, ora è Guia, donna in carriera che raggiunge in Puglia il paese dove ha trascorso la sua giovinezza.. Ancora una volta la contrapposizione città e campagna è marcata: dinamismo, cinismo affaristico nel mondo dell’industria; ritmi tranquilli, cura dei rapporti umani, in in campagna. Guia subisce la metamorfosi che ci si aspetta: impara ad alzarsi al canto del gallo, a raccogliere le uova nel pollaio e a togliere con la pompa il letame dalla stalla, con tante prevedibili situazioni comiche. Questo scontro di culture non viene spinto oltre certi limiti,se non quanto basta per sviluppare degli spunti comici; in realtà uomini e donne che vivono in campagna o in città non hanno comportamenti dissimili quando l’argomento è l’amore, che è il tema dominante del racconto. In questo film all star si sviluppano molte storie parallele di incontri-scontri fra coppie potenziali che, più che alla ricerca di un amore vero e  profondo, si smarriscono nei sogni, si innamorano di un singolo momento magico e irripetibile. E’ l’amore inteso come infatuazione adolescenziale che non matura mai perché non ha nessuna voglia di maturare. Un fuoco intenso ed effimero che ha sempre davanti a sé la prospettiva del tradimento appena appare all’orizzonte qualcosa di più abbagliante. E’ l’amore visto come istinto primordiale e incontrollabile, presente in tante commedie romantiche all’italiana, da quelle di Federico Moccia, a Neri Parenti, a Leonardo Pieraccioni, a Fausto Brizzi.

In questo film il modello per eccellenza è Mara, una ragazza del paese che combina incontri tramite Internet e che si innamora non della persona ma della bella frase romantica che le viene detta. Il fratello Delfo cerca di distoglierla da questi incontri al buio per riportarla alla realtà di un incontro più prosaico (il  suo amico Felice che da anni è innamorato di lei) ma ancora una volta la motivazione è la stessa: Felice, con le sue frasi romantiche, può farla sognare.

Anche Mara, la collega di lavoro di Guia, vive di ciò che non è più: il suo ragazzo è morto per un incidente d’auto ma lei continua a far finta di parlare per telefono con lui, litigando o sospirando dolci frasi.. Neri Marcorè, non molto impegnato nella parte del cugino labile di mente, costituisce il simbolo per eccellenza della prevalenza del sogno sull’essere. Quando dice di voler offrire lui la cena, si limita a simulare i gesti del cucinare.

Solo Guia e Renzo sembrano avviarsi verso una relazione più stabile ma i loro mondi (lei operatrice di moda in carriera, lui uomo di campagna) sono inconciliabili: ancora una volta, anche per loro, la vita è fatta di immaginazione e di incontri fuggitivi.

Il film inizia con un inserto che costituisce una satira bruciante delle gerarchie ecclesiastiche: un certo monsignore studia come spostare i soldi della diocesi in un paradiso fiscale. L’unica soluzione che viene trovata è quella di aprire un’opera Pia alle Bahamas: e far risultare i soldi come donazioni dei pellegrini. L’unico problema è come far diventare le Bahams un centro di pellegrinaggio ma la soluzione è presto trovata: basterà far sgorgare lacrime di sangue da una madonnina..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE WATER DIVINER

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/09/2015 - 22:50
Titolo Originale: The Water Diviner
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2014
Regia: Russell Crowe
Sceneggiatura: Andrew Knight, Andrew Anastasios
Produzione: FEAR OF GOD FILMS, HOPSCOTCH FEATURES, RATPAC ENTERTAINMENT, SEVEN GROUP HOLDINGS, SEVEN WEST MEDIA
Durata: 111
Interpreti: Russell Crowe, Olga Kurylenko, Yilmaz Erdogan, Cem Yilmaz

Nella campagna di Gallipoli del 1915 combatterono a fianco degli alleati anche soldati australiani e neozelandesi. La storia, ispirata a un fatto realmente accaduto, ci racconta dell’ agricoltore e rabdomante australiano Joshua Connor che decide di partire per la Turchia per cercare di rintracciare i tre figli dati per dispersi dopo che sua moglie si è tolta la vita per il dolore. Appena arrivato ad Instabul incontra molti impedimenti burocratici ma anche persone che cercano di aiutarlo: la bella Ayshe, che gestisce l’albergo dove Joshua ha trovato alloggio , anche lei con il marito disperso in guerra e Hasan, un ufficiale turco che si immedesima nei problemi di questo padre. …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film risulta essere un manifesto dell’individualismo indifferente ad ogni problematica collettiva. Un odioso caso di eutanasia
Pubblico 
Sconsigliato
Qualche rapida sequenza raccapricciante per le ferite di guerra. Un caso di eutanasia.
Giudizio Tecnico 
 
Russel Crowe dà buona prova di sé come regista ed attore così come gli attori turchi Yilmaz Erdogan e Cem Yilmaz e Olga Kurylenko. Debole la sceneggiatura, non in grado di sviluppare un racconto organico
Testo Breve:

Dopo la fine della prima guerra mondiale un padre va in Turchia per cercare i suoi tre figli dispersi. Un feuilleton ottocentesco che vuole propagandare un individualismo indifferente a qualsiasi impegno collettivo

In questo film, se si perfora la crosta della coreografica dei maestosi paesaggi turchi e australiani, se si fa una scrematura della trama, impostata secondo lo stile di un romanzone ottocentesco, zeppa di eventi e di personaggi, si arriva all’essenza del suo messaggio. Questa opera prima, come regia, di Russell Crove e la sceneggiatura di  Andrew  Knight e Andrew  Anastasios, può esser additato come  modello paradigmatico di una  nuova etica basata, tutta  sui sentimenti individuali, privati dell'apporto della ragione e della voontà..

 Il film, nei suoi lunghi percorsi fra Australia, Instanbul, Gallipoli e l’Anatolia, smantella progressivamente qualsiasi riferimento alle più consuete strutture valoriali. La prima a cadere è la fede religiosa: Joshua si reca dal parroco del vicino villaggio per dare sepoltura a sua moglie che si è suicidata. Il sacerdote contesta l’impossibilità di darle sepoltura per via dell’atto compiuto. Alla fine il parroco acconsente purché in cambio Joshua doni alla parrocchia il suo carro con i cavalli.  A questa odiosa figura di pastore si contrappone la generosità di Joshua che pur non essendo credente sta cercando di soddisfare i desideri della moglie morta.

A metà film è il turno di alcuni valori civili e sociali : Joshua, che si sente ancora colpevole per aver fatto partire i suoi tre figli per la guerra, confida a   Ayshe: “ho riempito la loro testa di un cumulo di sciocchezze: il dovere, la patria; dovevo insegnare loro ad essere uomini”. Anche lei conferma il soggettivismo dell’approccio: “io misuro l’uomo da quanto ama i suoi figli, non da quello che ha fatto” .

Infine il colpo di grazia, anche in senso fisico: il più grande dei tre fratelli, che aveva avuto dal padre l’incarico di proteggere i due più piccoli, vedendo suo fratello gravemente ferito, non ritiene opportuno  lasciare spazio alla speranza  aspettando i soccorsi ma preferisce“caritatevolmente” sparagli un colpo in testa.

Il film non manca di evidenziare come due nemici, l’australiano Joshua e il turco Hasan trovino il modo di aiutarsi a vicenda (perfino contro i “cattivi” greci che volevano recuperare le coste orientali del mar Egeo, lungo di grandi tradizioni elleniche, secondo quanto aveva stabilito la conferenza di Parigi del 1919) ma il modo con cui tutto lo spirito del film fa intendere questa intesa, non  è quella di una rappacificazione fra popoli un tempo avversari ma la privata aspirazione dei singoli di non volersi occupare di null’altro se non  dei propri affetti personali. 

Nella sua esaltazione dell’ individualismo e nel disprezzo verso ciò che è soprannaturale il film manifesta non poche contraddizioni: non ha nessuna remora a mostrarci il protagonista che ha il dono non solo di individuare, come rabdomante, dove si trova l’acqua, ma anche dove sono sepolti i suoi figli e come se non bastasse beneficia anche di sogni premonitori.

Russell  Crowe supera bene la sua prima prova da regista: sa destreggiarsi  nelle scene di massa così come nei dialoghi più intimi, sostenuto da un’ottima scenografia e accurati costumi. E’ stato valido anche nel promuovere gli attori. Ben valorizzati sono i due interpreti di origine turca, Yilmaz  Erdogan e Cem  Yilmaz e anche Olga  Kurylenko, dismessi i panni di donna 007, aggiunge un giusto tocco di femminilità a tutta la storia. Russel Crowe, credibile nella sua parte di padre ferito, non si trattiene dall’imitare certi eroi americani dei film degli anni ’50 e ‘60 alle prese con paesi esotici: sa menar le mani quando è necessario  e tratta con aria di sussiego i costumi ancora barbari del paese in cui si trova (nel nostro film Ayshe ha avuto difficoltà a sposare liberamente l’uomo che amava e deve sottostare all’obbligo di sposare, in caso di morte del marito, il fratello di lui).

Il punto debole del film  sta nella sceneggiatura: c’è tanta carne al fuoco, dalla campagna di Gallipoli, alla rivolta di Ataturk, alla guerra Geco-Turca (1919-1922) e il racconto fa fatica a trovare un modo logico di trasferirsi da un quadro all’altro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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THE IMITATION GAME

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/18/2014 - 14:54
Titolo Originale: The imitation game
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Morten Tyldum
Sceneggiatura: Graham Moore
Durata: 114
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, Charles Dance, Allen Leech

Manchester, 1952. Il matematico Alan Turing subisce un furto in casa e le autorità, spinte dallo strano comportamento dell’uomo, avviano un’indagine destinata a scoperchiarne i molti segreti: geniale matematico, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale Turing diventa parte del gruppo di decrittatori incaricati di decifrare Enigma, la macchina con cui i tedeschi codificano tutti i loro messaggi. Il carattere timido gli rende difficoltosa la collaborazione con i colleghi, con cui non riesce a fraternizzare. Per fortuna, però, incontra Joan Clarke, una giovane e intelligente matematica con cui nasce una bella amicizia. Alan ha un altro segreto: è omosessuale e nell’Inghilterra dell’epoca questo fatto può portare alla sua carcerazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film condanna giustamente i tristi momenti della storia recente nei quali l'essere omosessuale comportava l'arresto o il venire sottoposti a cure ormonali, anche se certe scelte narrative finiscono per essere più funzionali a un'agenda ideologica che approfondire la personalità del protagonista.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
E' un peccato, che i coprotagonisti della storia siano, salvo rari casi, figure più funzionali che realmente approfondite e che alcuni passaggi drammatici della vicenda finiscano per rimanere senza conseguenze.
Testo Breve:

La storia di  Alan Turing, geniale matematico che all’inizio della Seconda Guerra Mondiale diventa parte del gruppo di decrittatori incaricati di decifrare Enigma e che muore suicida dopo aver subito una condanna per omosessualità. Il film  non riesce a sviluppare la complessa personalità del protagonista

Alan Turing, eroe di guerra in quanto decrittatore della micidiale macchina Enigma, ideatore del prototipo del moderno computer e dell’intelligenza artificiale nonché del test che dà il titolo a questo particolare biopic, ma anche omosessuale problematico vittima della legislazione britannica in materia di atti osceni, è una figura complessa e affascinante.

            Il film di Morten Tyldum riesce solo in parte nel tentativo di raccontarla, nonostante l’ottima performance di Benedict Cumberbacht (che non esce indenne dal doppiaggio italiano), capace di immergersi nei tic e nelle manie di questo genio incompreso, le cui preferenze sessuali all’epoca problematiche sono solo la punta dell’iceberg di una personalità che qui sembra rasentare la sindrome di Asperger (le fonti ci dicono che in effetti Turing era per lo meno un tipo strambo).

Costruito tramite una cornice ambientata negli anni Cinquanta, all’epoca dell’arresto e della condanna di Turing (cui seguì il suicidio, dopo mesi di cura ormonale imposta come alternativa alla prigione), e un’azione principale che si svolge durante la Guerra, teatro della grande impresa di Turing e compagni, il film si apre, tramite ulteriori flashback, anche all’adolescenza solitaria del giovane Alan.

            La parte di gran lunga più coinvolgente della pellicola, tuttavia, è quella dedicata alla decrittazione di Enigma, una lotta contro il tempo per salvare vite umane, in cui Turing si deve misurare con personalità diversissime da lui: quella di Hugh Alexander, campione di scacchi, matematico di talento nonché uomo affascinante e naturale leader del gruppo, militari rigidi e scettici di fronte alle sue intuizioni, ambigui rappresentanti dei servizi segreti e così via.      Fortunatamente stringe anche una profonda amicizia con Joan Clarke, unica donna del gruppo e in quanto tale outsider quanto lui. Da Joan, Alan impara, a modo suo, la capacità di collaborare per raggiungere lo scopo, ma viene anche guidato attraverso le difficoltà dei rapporti umani (riuscitissima la scena in cui dai misteri del corteggiamento si giunge al passo decisivo nella decrittazione, che ricorda un’analoga sequenza di Beautiful mind).

            La vicenda affascinante di questi matematici nascosti nella villa vittoria di Bletchley Park ricorda per certi versi quella dell’agente CIA di Argo, destinato per esigenze di sicurezza nazionale, a non raccogliere gli allori della propria impresa, e come quella è rimasta nascosta fino ad anni recenti. La decodifica di Enigma, in realtà, apre scenari e dilemmi morali ancora più complessi (tenere la scoperta segreta comporta sacrificare vite umane in modo da salvarne altre, in un calcolo statistico sanguinoso e terribile), anche se la pellicola finisce per sviluppare solo a metà questo punto così drammatico.

            Un peccato, però, che i coprotagonisti della storia, dai compagni d’impresa di Turing, ai superiori dei servizi segreti, siano, salvo rari casi, figure più funzionali che realmente approfondite (salvate soprattutto dalla presenza di attori carismatici e tutti in forma) e che alcuni passaggi drammatici della vicenda finiscano per rimanere senza conseguenze, come quando Alan lascia Joan, che pure era disposta a sposarlo per proteggerlo dalle conseguenze delle sue preferenze sessuali, ferendola, ma in realtà per salvarla a sua volta dal pericolo dei suoi segreti.

            L’impressione è che per certi versi la pellicola, nel tentativo di inserirsi a pieno titolo nel filone ormai decisamente mainstream dell’epopea omosessuale (nel finale si ricordano le migliaia di omosessuali perseguitati dalla legge britannica tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento), perda di vista la straordinaria complessità della figura che ha di fronte.

            La delusione del detective incaricato del caso Turing, che ci rimane male quando la storia esaltante di un eroe di guerra tormentato finisce in un’incriminazione per atti osceni, è un po’ la stessa dello spettatore, che si aspettava un affondo meno semplicistico e che ha l’impressione che certe scelte narrative siano più funzionali a un’agenda ideologica che al servizio del suo protagonista.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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JIMMY'S HALL - UNA STORIA DI AMORE E LIBERTA'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/16/2014 - 13:13
Titolo Originale: Jimmy's Hall
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: SIXTEEN JIMMY LIMITED, WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, ELEMENT PICTURES, CHANNEL FOUR TELEVISION CORPORATION, FRANCE 2 CINÉMA, THE BRITISH FILM INSTITUTE AND BORD SCANNÁN NA HÉIREANN/THE IRISH FILM BOARD
Durata: 106
Interpreti: Barry Ward, Simone Kirby, Jim Norton, Aisling Franciosi

Irlanda, 1932 – la guerra civile è ormai terminata con la sconfitta della fazione contraria alla divisione fra Irlanda del Sud e quella del Nord. Jimmy Gralton torna a casa, nella contea di Leitrim, dopo aver passato dieci anni in esilio negli Stati Uniti ma scopre ben presto che le ferite della guerra non si sono ancora rimarginate. Appena Jimmy, di orientamento socialista, accetta di riaprire la Hall, un luogo di incontro per i giovani della contea, le ostilità nei suoi confronti riprendono. In questa sala si balla il Jazz, si leggono autori indipendenti e si allenano i giovani alla box. Il parroco del luogo e i proprietari terrieri vedono di malocchio questa iniziativa, perché temono che finisca per portare i giovani su idee marxiste. Il sabotaggio non tarda a iniziare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista Ken Loach è pessimista sulla possibilità che la Chiesa Cattolica, troppo rigida e legata allo status quo, possa aprirsi a istanze innovatrici sulle tematiche sociali.
Pubblico 
Adolescenti
In una scena odiosa un padre percuote con il bastone sua figlia
Giudizio Tecnico 
 
In questo film prevale un atteggiamento lirico e distaccato da parte del regista: le storie individuali risultano sacrificate e prevale il tema dello scontro fra fronti contrapposti
Testo Breve:

Nell’Irlanda del 1932 permangono le ferite della recente guerra civile e un giovane idealista non riesce a far avanzare idee innovative in una società conservatrice. Un racconto lirico ma molto ideologico

Ken Loach mostra nella sua ormai vasta produzione un’incredibile coerenza. Si è sempre interessato di problemi sociali e politici con una precisa scelta di campo: quello delle classi operaie (Piovono pietre), degli immigrati (In questo mondo libero), di chi ha perso il lavoro (My name is Joe). Lui è sempre stato dalla loro parte con grande sensibilità umana e i suoi racconti hanno sempre avuto solide radici nella realtà, in eventi spesso realmente accaduti.

Con questo suo ultimo lavoro, ambientato nel 1931, Ken Loach torna a raccontare le ferite della guerra civile in Irlanda, come aveva già fatto in Il vento che accarezza l’erba ma questa volta  il regista si mostra uguale a se stesso sono in apparenza. Lo sguardo è ancora rivolto a una comunità povera di contadini che vivono del lavoro delle loro braccia (molto belli i panorami della campagna irlandese) e ancora una volta la sua attenzione va non sull’individuo ma ai rapporti fra comunità contrapposte (la storia romantica che coinvolge il protagonista è secondaria). Questa volta però il suo sguardo è più elegiaco, più astratto e inevitabilmente più ideologico:  perde il sostegno che riceveva del reale per sviluppare un racconto di idee.

Da una parte c’è una semplice comunità di giovani che vuole avere una sala dove ballare (inclusa l’ultima novità che Jimmy ha portato dall’America: il Jazz), imparare a tirare di  boxe e discutere dei loro problemi; dall’altra i proprietari terrieri (latifondisti che con l’indipendenza dell’Irlanda hanno conservato i loro privilegi) e la gerarchia cattolica, impegnati a difendere lo status quo in modo che nulla cambi.

Fra i due antagonisti, Jimmy e il parroco, il personaggio meglio tratteggiato è il sacerdote. Jimmy sembra levitare incerto sugli snodi narrativi della storia, un idealista che fatica a calarsi nella realtà. In amore ha perso l’occasione della sua vita perché rimasto lontano da casa per troppo tempo e vive di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato; accetta di malavoglia di attrezzare la hall, conscio dei pericoli che quel gesto può comportare; partecipa ad un’azione dimostrativa in difesa di una famiglia sfrattata solo dopo che i suoi compagni hanno espresso con una votazione il loro parere favorevole.

Il parroco usa l’influenza di cui dispone per dissuadere i giovani dal frequentare la sala da ballo ma al contempo non interrompe il colloquio con Jimmy. Entrambi sono contrari a ogni forma di violenza e alla fine, quando ormai Jimmy sembra uscire sconfitto dalla scena, è l’unico a tributargli parole di stima per la sua onestà.

Ken Loach non lascia dubbi sulla direzione delle sue preferenze: Jimmy e i suoi compagni appaiono impegnati solo in azioni altamente meritorie, come aiutare una vedova ingiustamente sfrattata da un latifondo ma, anche se marxisti,  non  si esprimono mai a favore sulla cancellazione della proprietà privata. Sull’altro fronte assistiamo alla scena odiosa di un padre che percuote la figlia con un bastone, rea di esser andata a ballare nella Jimmy’s hall o ci vengono presentate alcune scene di repertorio del Congresso Eucaristico Internazionale di Dublino che si svolse proprio nel 1932. Le immagini scelte dal regista mostrano l’arrivo nell’isola del delegato pontificio, accolto con tutti gli onori dalle autorità civili, in modo da sottolineare, secondo le intenzioni del regista, il potere del Vaticano di condizionare il governo di Dublino. Dobbiamo riconoscere che il regista introduce nella Chiesa locale la presenza di più voci e un sacerdote, collaboratore  del parroco, che cerca con coraggio di stabilire un ponte con Jimmy e i suoi uomini.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/15/2014 - 18:23
Titolo Originale: Gone Girl
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Gillian Flynn
Produzione: PACIFIC STANDARD, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 145
Interpreti: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon

Carthage, Missouri. Amy Dunne scompare di casa nel giorno del suo quinto anniversario. Il marito Nick, privo di alibi e con un certo numero di segreti, diventa ben presto il sospettato numero uno di un possibile omicidio. I Dunne, infatti, non erano la coppia perfetta che apparivano – il loro rapporto idilliaco, anzi, era andato deteriorandosi dopo che da New York erano stati costretti a tornare nella cittadina natale di lui. Mentre il circo mediatico si scatena attorno a Nick, la verità attorno alla coppia si fa sempre più complessa...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una severa accusa dell’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato. Ciò che conta non è più la verità e il bene in assoluto ma la buona reputazione presso l’opinione pubblica. Un bel rapporto e sostegno reciproco fra un fratello e una sorell.a
Pubblico 
Maggiorenni
Scene esplicite di sesso e violenza con dettagli sanguinosi; turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Fincher è bravo a scavare nella carne dei rapporti interpersonali e a mantenere la suspense del thriller, con una regia sottile, merito anche dei due interpreti principali, Rosamund Pike, enigmatica e trasformista, e Ben Affleck, perfetto soprattutto nelle scene in cui deve confrontarsi con l’opinione pubblica e i media.
Testo Breve:

Il film è un thriller ben congegnato, un’analisi spietata di un modo contemporaneo di concepire il matrimonio e una severa accusa nel potere manipolatore dei media

L’ultimo film di David Fincher, sceneggiato dalla stessa autrice del romanzo di successo da cui è tratto, è un oggetto complesso quasi quanto il matrimonio che ne è al centro. Perturbante, fin dalla sequenza dei titoli, che percorre con scatti volutamente troppo veloci le vie di una cittadina di provincia che ha assaggiato la crisi: i sentieri curati e i prati tagliati delle villette del quartiere dove vivono i Dunne sono un accurato mascheramento di una realtà problematica tanto quanto la finzione che i due coniugi offrono al mondo.

Una storia d’amore, la loro, che non ha resistito ai morsi della crisi economica e forse neanche alla realtà di desideri diversi e di caratteri che pian piano si rivelano differenti da quelli su cui entrambi avevano creduto di costruire il rapporto.

Gone Girl, oltre che un thriller molto ben congeniato, è anche uno studio spietato ma molto intelligente di un rapporto matrimoniale inceppato tra aspettative, imposizioni, disillusioni e manipolazioni. Fincher è bravo a scavare nella carne dei rapporti interpersonali e a mantenere la suspense del thriller, con una regia sottile e solo apparentemente di servizio, anche quando i primi misteri vengono svelati e la pellicola prende una direzione inaspettata.

Merito anche dei due interpreti principali, Rosamund Pike, enigmatica e trasformista, e Ben Affleck, perfetto soprattutto nelle scene in cui deve confrontarsi con l’opinione pubblica e i media – pronti a interpretare ogni suo gesto ed espressione per costruire una storia a proprio uso e consumo – ma bravo anche nei momenti più privati, dove si confronta con la sorella gemella Margot. Di fronte alle menzogne, inevitabili, combattute o accolte, del rapporto coniugale (e delle relazioni tra i due sessi in generale), e ancor più al teatrino della dimensione pubblica, il legame fraterno resta il luogo della verità, anche drammatica o conflittuale, ma pur sempre benvenuta.

In effetti tra l’inquietante ex fidanzato di Amy, l’amante giovane e sciocchina di Nick e soprattutto i genitori scrittori di Amy – che della figlia hanno fatto l’eroina di una serie di libri per ragazzi, trasformandola in un idolo quanto una vittima –, il panorama umano di Gone Girl si presenta alquanto desolato, e alla fine l’avvocato squalo scelto da Nick fa una figura migliore di quella di certi vicini di casa in cerca di fama per procura.

 Per essere un film di quasi due ore e mezza di durata, Gone Girl riesce a mantenere la tensione intatta fino alla fine (anche se a parere di chi scrive la scelta finale del protagonista resta per certi versi non del tutto giustificata) e, senza darlo troppo a vedere, si addentra chirurgicamente in un’analisi dura dell’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato come pure in una articolata demolizione, forse, non tanto dell’istituzione matrimoniale in sé ma della sua versione moderna fondata su un’idea romantica tanto irrealistica quanto pericolosa. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOMMY

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/10/2014 - 08:43
Titolo Originale: Mommy
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Xavier Dolan
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Produzione: XAVIER DOLAN, NANCY GRANT PER METAFILMS
Durata: 139
Interpreti: Antoine-Olivier Pilon, Diane "Die" Després, Suzanne Clément

Steve, un adolescente incapace di controllare la sua violenza, viene espulso dall’ultimo istituto che lo aveva accettato e affidato definitivamente alla madre Diane. Si tratta di un grosso impegno per lei che è vedova e fatica a conservarsi un lavoro stabile. I loro rapporti sono sempre tesi ma sarà di grande aiuto la presenza di Kyla, la vicina di casa che decide di aiutare Diane a prendersi cura di Steve, un modo per dimenticare la morte di suo figlio…
Recensione

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna cerca di mostrarsi all'altezza del compito di essere madre di un figlio difficile ma la speranza finisce per scivolarle dalle mani
Pubblico 
Adolescenti
La presenza di scene con intensi conflitti familiari sconsiglia la visione ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il regista controlla molto bene, anche se con un certo compiacimento, il magma drammatico che sprigiona dalla storia e dirige con maestria le due brave protagoniste
Testo Breve:

Una madre, rimasta vedova, deve prendersi cura del figlio adolescente asociale e violento.  Un tema difficile raccontato con maestria dal regista vincitore (ex aequo) del festival di Cannes 2014

Questo film, che ha vinto ex aequo il festival di Cannes del 2014, è la prima opera che viene distribuita in Italia del regista Xavier Dolan, enfant prodige canadese che ha realizzato questo suo quinto lavoro all’età di  25 anni.

Il premio è meritato: c'è una grande energia che emana dai personaggi  della storia, trabordanti e fuori dalle righe ma incredibilmente reali proprio perché non inquadrabili in nessun schema predefinito. Brave le due protagoniste ma il merito va soprattutto al regista che ha nella guida degli attori il suo punto di eccellenza.

Steve compie atti violenti perché non vuole essere trattato come un malato: il ritorno da sua madre era la conclusione a  cui in cuor suo aspirava. Nell’instabilità della sua fragile mente comprende che potrà venir guarito solo da chi lo ama senza riserve. Diane, una donna ancora piacente, vive di lavoretti dopo la morte del marito; appassionata ed irruenta, non riesce a innestare, nel disordine della sua vita solitaria, quel terremoto incontrollabile che è suo figlio.  Ad attenuare la tensione interviene la gentile e sensibile  Kyla, la vicina di casa: costretta a casa nonostante sia un'insegnante perché limitata da una severa, temporanea,  balbuzie,  sente il desiderio di non lasciar sola Diane al suo problema, una empatia che ha origine da una sua precedente, infelice, esperienza di madre.
Si crea in questo modo un insolito triangolo: l'amicizia fra Diane e Kyla costruita intorno al trasporto materno che entrambe hanno nei confronti del ragazzo. Un anello affettivo che si strappa e si riforma continuamente sotto i colpi inferti dalle intemperanze di Steve. Ogni volta che Diane si impegna a porre riparo a un danno causato dal figlio,  questi riesce sempre a distruggere i suoi piani. A sua volta Steve appare a volte tranquillo e disponibile ma appena Diane perde il controllo e inveisce contro di lui, torna violento o cade in depressione.

La bravura di  Xavier  Dolan sta proprio nel riuscire a far salire lo spettatore sulla barca agitata di questa micro comunità: è forse questo l'aspetto sul quale  il regista sembra indulgere a un certo compiacimento per la sua arte. Cosciente di saper ben orchestrare e rendere veri i conflitti tra i protagonisti, li moltiplica con troppa generosità.

Il tema trattato è sicuramente fra quelli “forti”, non adatti a tutti ma il regista lo affronta con sostanziale onestà, senza indulgere in crudeli compiacimenti né  scivolare  nel melodrammatico. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAGIC IN THE MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/02/2014 - 23:32
Titolo Originale: Magic in the Moonlight
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: DIPPERMOUTH PRODUCTION, IN ASSOCIAZIONE CON PERDIDO PRODUCTIONS, SKE-DAT-
Durata: 98
Interpreti: Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins

Nel 1920 a Berlino il grande illusionista Stanley Crawford viene raggiunto dall’amico Howard per una richiesta di aiuto: cercare di smascherare Sophie Baker, una presunta medium che è stata ben accolta dalla ricca famiglia americana dei Catledge e che sta carpendo fraudolentemente la loro fiducia. Stanley accetta l’incarico, si reca sulla Costa Azzurra, viene ricevuto sotto falso nome nella sontuosa villa dove vivono i Catledge e con la scusa di dover andare a trovare sua zia che abita nella stessa zona, invita Sophie ad accompagnarlo per cercare di conoscerla meglio….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Woody Allen continua a non credere che il nostro destino sia governato da un Padre benevolo ma al contempo non sa darsi ragione dell’amore umano che noi percepiamo e che per lui è puro istinto irrazionale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia d’amore e un dibattito filosofico si intrecciano in dialoghi ben costruiti (forse troppi) in una gradevole ambientazione anni ’20 sulla Costa Azzurra
Testo Breve:

Woody Allen punta tutto su dialoghi ricercati belle ambientazioni, musiche d’annata: una confezione particolarmente gradevole per esprimere i suoi eterni dubbi esistenziali ma anche per raccontare una bella storia d’amore

Da Woody Allen non ci si potrà mai aspettare un film ambientato in una fabbrica o fra gente di modeste condizioni: l’ habitat vitale per i suoi soggetti presuppone contesti eleganti dove si parla di musica, arte, spesso di filosofia (vengono qui citati Hobbes e Nietzsche).  Magic Moonlight  ha una patina molto particolare: un ritorno agli anni ’20 arricchito dei colori della Costa Azzurra e dell’evocativo sound del Jazz di quel tempo. Da Woody c’è invece da aspettarsi, quasi sempre,  ciniche riflessioni sulla casualità del nostro destino, su quella pallina che è rimasta in equilibrio che può cadere indifferentemente di qua o al di là della rete come in Match Point e sull’abbandono all’illusione dell’amore, l’unico senso insensato che si può dare al nostro vivere.

Quando Woody fa prevalere la sua voglia di indottrinarci con il  suo nichilismo,  i suoi film diventano insopportabili, come in Basta che funzioni  ma quando lascia che il suo talento si esprima in ciò che più gli è congeniale, la descrizione di figure femminili, allora fioccano gli Oscar, come per Cate Blanchett in Blue Valentine, Dianne Wiest in Hannah e le sue sorelle, Diane Keaton per Io § Annie,  Penelope  Cruz in Vicky Cristina Barcellona.

Questo Magic Moonlight potrebbe esser definito come un prodotto bilanciato: la storia sentimentale che si intreccia fra i due protagonisti è al contempo personificazione di due diverse visioni del mondo: raziocinante e disincantata quella di lui, positiva e aperta al sentimento quella di Sophie.

Mentre la dialettica ufficiale che i due portano avanti risulta alquanto impegnativa, in cui la possibilità di avere contatti con persone dell’aldilà, sostenuta da Sophie, si contrapporre alla visione di Stanley per un cielo cupo e indifferente ai nostri destini, i due si abbandonano alla banalità del quotidiano, fatto di deliziose gite in macchina lungo la costa, bagni in mare, partecipazione a  feste da ballo. In questo modo la natura umana fa il suo corso, lui inizia a scoprire il profumo dei fiori e con l’aiuto di una pioggia galeotta che li porta a rifugiarsi in un osservatorio abbandonato, contempla per la prima volta il cielo stellato senza alcuna apprensione.

Il film è stato accusato di eccesso di verbosità fin quasi a risultare noioso ma è forse questa la magia che Woody ha voluto riprodurre: quella di un lui e di una lei che riescono a parlarsi, parlandosi iniziano a conoscersi sempre meglio, poi scoprono di intendersi e alla fine si amano.

Woody Allen  non fa pesare più di tanto i suoi dubbi esistenziali ma li esprime ancora una volta attraverso il protagonista-alter ego:  “sono un uomo razionale che crede in un mondo razionale” dichiara Stanley; per lui essere razionali  vuol dire non credere “in una benevola figura paterna o che le nostre sofferenze siano finalizzate a un grande piano”. Per questo motivo non riesce a inquadrare quel sentimento che sgorga senza apparenti motivi dal suo  cuore, costituisce lo scandalo di qualcosa di totalmente illogico eppur molto vero. “E’ come se mi trovassi davanti a un trucco che non so scoprire”.

Il dissidio resta quindi irrisolvibile e pericoloso: “Quando il cuore controlla la testa, il disastro è sicuro”. La conclusione per il protagonista è una sola: abbandonarsi a quel sentimento anche se è pura illusione.

Chissà se Woody, continuando a riflettere su questi temi,  finisca, in qualche prossimo film, per scoprire che fra ragione e amore non c’è dissidio, anzi una profonda armonia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI MALEDETTO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/30/2014 - 16:27
Titolo Originale: Ogni maledetto Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Produzione: LORENZO MIELI E MARIO GIANANI PER WILDSIDE CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Alessandro Cattelan, Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Alessandra Mastronardi,Valerio Mastandrea, Laura Morante, Francesco Pannofino, Stefano Fresi

Massimo e Giulia s’incontrano per caso una sera a Roma. Fra loro è subito colpo di fulmine ma si profila un problema: il Natale è vicino e come da tradizione, entrambi debbono festeggiarlo in famiglia. Giulia invita Massimo per la vigilia presso la sua famiglia, in un paese della Tuscia ma l’impatto è devastante: il padre e i fratelli di lei risultano essere poco più che dei cavernicoli e Massimo decide di passare il giorno di Natale presso la maestosa casa dei suoi, ricchi imprenditori del settore alimentare, che raggiungono ogni anno il picco delle vendite proprio in questo periodo. Ma anche nella famiglia di Massimo ci sono non pochi problemi da risolvere

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film dà per scontato che il Natale non ha alcun valore religioso e il riunire tutta la famiglia intorno alla stessa tavola viene mostrata come una forma di pura ipocrisia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottima interpretazione di Laura Morante. Per il resto la sceneggiatura non riesce ad amalgamare i tanti a solo dei comici presenti.
Testo Breve:

Il Natale è il giorno più spaventoso dell’anno perché bisogna riunirsi con la propria famiglia che non si stima più. Una debole sceneggiatura per una satira disordinata e alla fine poco divertente

Nell’antichità, al 25 dicembre era abbinato il solstizio d’inverno, il giorno più buio dell’anno.  Per questo l’imperatore Aureliano nel 25 dicembre del 273 a.C dedicò un tempio al Sol Invictus, per festeggiare la rinascita del sole. Alla stessa data venne abbinata la nascita di Gesù, a sottolineare l’inizio di un’era luminosa.

Giacomo  Ciarrapico, Mattia  Torre e Luca  Vendruscolo, gli autori di questo Ogni maledetto Natale, hanno voluto al contrario sottolineare solo gli aspetti negativi di questo giorno, non solo per la sua oscurità ma sopratutto per mettere alla berlina  l’allineamento acritico di molti di noi a consuetudini forzate, alla schiavitù degli auguri per tutti, al pranzo con parenti che non si vedono da anni.  Il terzetto si era già fatto notare per il suo stile anarchico e dissacratorio in Boris (sia la trilogia seriale che il film) e ora che la grande festa si avvicina e altri autori stanno per mandare nelle sale allegri film per tutta la famiglia, decidono di sferrare un attacco al Natale che viene definito, fin dalle prime battute, come: “il giorno più spaventoso dell’anno”.

Il pool di attori ingaggiati per questo film è davvero impressionante, il gotha dell’attuale commedia italiana: Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Corrado Guzzanti, Francesco Pannofino, Stefano Fresi, Laura Morante ma diciamo subito che il film fa acqua da tutte le parti.

Lo spunto è molto esile (il confronto fra due famiglie , una burina e l’altra arricchita) e l’intesa fra i due innamorati (Alessandro Cattelan e Alessandra Mastronardi) è particolarmente inconsistente: si vede molto bene che la loro funzione è solo quella di fungere da collante ai due capitoli della trama per lasciar spazio agli sketch imbastiti dagli attori primari.

Qualche gag risulta divertente ma si tratta di tanti a solo anarchici che fanno leva su certe stereotipizzazioni ormai abusate, come prendere in giro i burini della provincia laziale o la  parlata senza la “r” del maggiordomo cinese di Corrado Guzzanti. Ciò che più danneggia il film è però la mancanza di focus, l’incapacità di amalgamare la comicità con una satira di costume ben diretta. L’aver costruito il film all’interno di due famiglie poste agli antipodi sembra quasi una soluzione politically correct per prendersela con tutti e con nessuno.

Per contrasto, Fuga da Natale – 2004 con il comico Tim Allen aveva un obiettivo ben preciso: attaccare lo spirito consumistico che stravolge ormai da tempo questa festività per riscoprirne i  valori più umani: stare tutti insieme e ricordarsi di essere più generosi.

Nella soluzione adottata dai nostri tre autori,la satira, se c’è, è diluita all’interno delle singole battute, impiegata in modo strumentale per cercar di far ridere di più, invece che  costituirne l’asse portante.

 Un applauso senza condizioni va a Laura Morante, che invece di costruire un personaggio sopra le righe, impersona una credibile signora alto-borghese, elegante sensibile, ma un po’ isterica. Un realismo che finisce per costituire l’unica vera satira del film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BREAKING BAD - REAZIONI COLLATERALI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/25/2014 - 15:47
Titolo Originale: Breaking Bad
Paese: USA
Anno: 2008
Sceneggiatura: Vince Gilligan, Mark Johnson, Michelle MacLaren
Produzione: High Bridge Entertainment Gran Via Productions Sony Pictures Television
Durata: Rai4 dal 4 ottobre 2010 al 30 ottobre 2014
Interpreti: Bryan Cranston, Aaron Paul, Anna Gunn, Dean Norris

Un insegnante di chimica appena cinquantenne, scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato. Si chiama Walter White, è sposato, ha una bella moglie e un figlio handicappato. E’ una persona per bene, possiede quelle virtù borghesi che lo mostrano come un padre affettuoso e un marito fedele. Ma la notizia della sua malattia, che si manifesta in concomitanza con la seconda gravidanza della moglie, sconvolge completamente i suoi parametri morali. Infatti decide di sfruttare la sua conoscenza della chimica per produrre cristalli di metanfetamina, aiutato da un suo ex-studente, Jesse Pinkman, produttore e spacciatore di quella sostanza. Walter ruba gli strumenti necessari dal laboratorio e compra un camper che diviene il loro primo laboratorio. Ma i due spacciatori ai quali si rivolge Jesse tentano di ucciderli così Walt commette il suo primo, raccapricciante omicidio che, in un primo momento sembra portarlo a decidere di smettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’etica si fa “etica nomade”, espressione che oggi viene usata per affermare che il bene o il male dipendono dalle circostanze e non sono valori assoluti. La coscienza è frutto di condizionamenti sociali e non esprime le esigenze profonde della nostra umanità. La legge diventa una linea labile
Pubblico 
Maggiorenni
Storia moralmente ambigua. Scene di violenza anche efferata, uso di droghe, turpiloquo. Alcune scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La serie, che ha conosciuto già cinque stagioni, ha ricevuto premi prestigiosi come cinque Emmy.Awards ed la Writers Guild of America l’ha giudicata tredicesima fra le serie meglio scritte di tutti i tempi
Testo Breve:

Un insegnante di chimica, padre affettuoso e marito fedele, di fronte alla prospettiva di morire presto di cancro, inizia a produrre e vendere droga. Una fiction ben realizzata ma che è espressione di una profonda crisi morale  della società occidentale

Un insegnante di chimica appena cinquantenne, scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato. Si chiama Walter White, è sposato, ha una bella moglie e un figlio handicappato. E’ una persona per bene, possiede quelle virtù borghesi che lo mostrano come un padre affettuoso e un marito fedele. Ma la notizia della sua malattia, che si manifesta in concomitanza con la seconda gravidanza della moglie, sconvolge completamente i suoi parametri morali. Infatti decide di sfruttare la sua conoscenza della chimica per produrre cristalli di metanfetamina, aiutato da un suo ex-studente, Jesse Pinkman, produttore e spacciatore di quella sostanza. Walter ruba gli strumenti necessari dal laboratorio e compra un camper che diviene il loro primo laboratorio. Ma i due spacciatori ai quali si rivolge Jesse tentano di ucciderli così Walt commette il suo primo, raccapricciante omicidio che, in un primo momento sembra portarlo a decidere di smettere.

Questo l’antefatto che dà vita a una lunghissima serie che ha conosciuto già ben cinque stagioni e ha ricevuto premi prestigiosi come cinque Emmy. Usando le parole di Amleto di Shakespeare, “la coscienza rende l’uomo vile”, individuiamo uno dei sottotesti più forti della serie. Walt vive il suo breaking bad, espressione che nello slang del sud est americano significa “rompendo le regole, andando contro l’autorità”, nel momento in cui scopre di essere malato e senza mezzi economici. Diventa un criminale, (come può definirsi altrimenti una persona che produce droghe pesanti?), ma crea empatia, non è un cattivo ripugnante, lo comprendiamo, parteggiamo per lui quando la legge diventa un ostacolo per il raggiungimento dei suoi obiettivi, perché è malato, perché ha un figlio handicappato, perché la società non ha valorizzato il suo talento relegandolo in una scuola superiore di una sperduta cittadina del New Messico, perché la sua assicurazione sanitaria non è in grado di coprire le spese per la cura. Walter somiglia a molti di noi, è questa una chiave di interpretazione del suo successo.

La legge diventa una linea labile, quello che oggi non è legale domani lo sarà, come gli alcolici e i sigari cubani che fuma Hanks, il cognato. Si dimentica che la vita umana non è un sigaro cubano o una bottiglia di whisky. L’etica naturale, quella condivisibile da tutti perché iscritta nella nostra umanità, crolla come un castello di carte, si fa “etica nomade”, espressione che oggi viene usata per affermare che il bene o il male dipendono dalle circostanze e non sono valori assoluti. Sconcertante è riconoscere che un vasto pubblico mondiale abbia “eletto” questa serie come una tra le preferite.

“Breaking bad” è l’espressione di una crisi profonda soprattutto morale della società occidentale, una crisi che non indica più dove risiede il male per combatterlo anche in favore dei più deboli, ma che porta a individuare in Walter un personaggio che compie una sorta di redenzione liberandosi dalla legge di Dio e degli uomini, liberandosi dalla coscienza. Se si empatizza si ammira, e questo sembra il dato più triste, come se il bene non fosse liberante, come se la libertà e la coscienza fossero due termini antitetici, come se la coscienza fosse frutto di condizionamenti sociali e non esprimesse le esigenze profonde della nostra umanità.

Tuttavia la serie cade poi in contraddizione, perché dopo un atteggiamento da super uomo, che rifiuta affetto e solidarietà dai parenti e dagli amici, Walt è costretto a continuare a cucinare metanfetamina se non vuole morire. E’ considerato, per il suo talento, una autentica pepita d’oro, e, sebbene le leggi spietate degli spacciatori lo vorrebbero già morto per una serie di sgarbi di cui si è reso colpevole, sopravvive. Aspettiamo il finale di questa serie costruita con mani molto esperte, ma che finisce con il ridurre l’uomo a niente più di un personaggio dei videogames dove la sospensione del giudizio morale è d’obbligo, dove la pietas risulta ridicola. Walter non è un vile perché si è liberato dalla coscienza, per parafrasare la citazione shakesperiana. Saul Goodman, il cinico avvocato a cui Walter si rivolge, darà vita, a quanto pare, a uno spin off della serie. 

Per gentile concessione di Istantv
 

Autore: Alessandra Caneva
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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