Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

300 - L'ALBA DI UN IMPERO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 20:34
Titolo Originale: 300: Rise of an Empire
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Noam Murro
Sceneggiatura: Zack Snyder, Kurt Johnstad
Produzione: ATMOSPHERE ENTERTAINMENT MM, CRUEL & UNUSUAL FILMS, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 102
Interpreti: Eva Green, Lena Headey, Rodrigo Santoro, Sullivan Stapleton

I 300 guidati da Leonida sono morti alle Termopili, così a difendere la Grecia dalla furia di Serse ora resta il generale ateniese Temistocle. Contro di lui la flotta persiana guidata da Artemisia, una donna che con i Greci ha un conto in sospeso e non si ferma davanti a nulla. Solo se i Greci sapranno unirsi come chiede Temistocle, ci sarà una possibilità di salvezza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un fumettone iperviolento e super stilizzato che può essere in parte perdonato perché si tratta di rappresentazioni completamente astratte
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza splatter, una scena di sesso e di nudo.
Giudizio Tecnico 
 
Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita. si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante
Testo Breve:

Dopo il successo si 300, ecco il sequel che mantiene la sua nota stilistica di compiacimento estetico di immagini iperviolente: molto spettacolare la la drammaturgia latita

Temistocle non fu l’eroe di Maratona e non uccise il re Dario. A Salamina la vittoria contro i Persiani fu il risultato del genio del generale ateniese e non dell’arrivo in campo degli Spartani guidati dalla vedova di Leonida, spartani che invece nella realtà Temistocle aveva avuto le sue belle difficoltà a trattenere sul posto. Del resto a Sparta di re ce n’erano due quindi nessuno si sognava di spedire le truppe in battaglia guidate dalla moglie del sovrano defunto.

Per vedere l’ultima fatica firmata da Zack Snyder (che qui, rispetto al primo 300, cede il timone della regia ma firma la sceneggiatura e produce) non c’è bisogno di alcuna di queste premesse né tantomeno di qualche conoscenza della storia della Grecia del V secolo a. C. che, anzi, potrebbe risultare fastidiosa per la visione, costringendo a un gioco di correzione che diventerebbe ben presto infinito.

La visione della storia così com’è presentata in questo fumettone iperviolento e super stilizzato è qualcosa di quasi completamente astratto, in cui i personaggi si sganciano dai loro referenti storici per elevarsi a uno status eroico e leggendario dove gli avvenimenti si giustappongono come le tavole dei fumetti più che succedersi per una sequenza logica.

Come e forse ancora di più del suo fortunato predecessore, un prodotto medio almeno quanto a budget baciato da uno strabiliante e inaspettato successo al botteghino, questo 300 L’alba di un impero è un film davanti a cui ci si esalta o ci si annoia mortalmente. Vie di mezzo non esistono. Le sequenze di battaglie si susseguono intervallate a discorsi dalla retorica roboante,  complicate dal fatto che si svolgono prevalente sul mare, sulle tolde delle navi, nei loro visceri abitati da rematori schiavi o volontari, sotto l’acqua che inghiotte naufraghi e relitti.

Gli spartani devono ancora superare la loro propensione all’isolamento, ma potrebbero forse essere indotti alla vendetta. Il re Serse persegue il suo piano di conquista, la bella Artemisia ha in mente solo di spargere più sangue greco che può e Temistocle (interpretato con carisma discutibile dall’australiano Sullivan) vuole difendere la libertà e sembra sempre in campagna elettorale mentre ciancia appena può di Grecia unita.

L’approfondimento psicologico non era il punto forte nemmeno della vicenda di Leonida e dei suoi ma agli sceneggiatori Snyder e Johnstad (esperto quest’ultimo in pellicole sui marines e docufiction sui Navy Seals) l’astuto Temistocle, stratega geniale e uomo politico discusso, poneva probabilmente una sfida troppo complicata. Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita.

Inutile lamentarsi dello stravolgimento degli eventi storici, che pure così com’erano avrebbero fornito ottimo materiale drammatico, ma che interessano probabilmente più agli appassionati di storia che agli adolescenti, che al limite andranno a fare un veloce ripasso su Wikipedia.

Il confronto-scontro tra Temistocle e Artemisia, lui fautore dell’unità ellenica, lei segnata da un passato doloroso che dei Greci la fa diffidare, è l’elemento più interessante della vicenda ed è giocato come una sorta di affaire mancato tra due anime gemelle destinate a incontrarsi sul campo di battaglia anziché nel talamo. Anche qui, però, si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante. Per non parlare dei personaggi di contorno appena abbozzati, tra cui un giovane Eschilo, che evidentemente è pronto a prendere appunti per la scrittura di future tragedie. La guerra si riduce a scontri di soldati seminudi e nonostante i proclami di Temistocle, la quasi totale assenza di un mondo reale fatto di persone vere per cui lottare (ma che non si vedono mai) è un ulteriore handicap per la storia.

È improbabile che questo funga da deterrente per il pubblico che ha amato il primo capitolo e già vediamo profilarsi all’orizzonte, se il botteghino risponderà bene, un terzo capitolo della saga. Tanto Greci e Persiani del resto hanno continuato a darsele di santa ragione fino ai tempi di Alessandro Magno. Buone notizie per Franck Miller e Zack Snyder, che hanno così ancora davanti ancora un bel po’ di massacri (metaforici e reali) da perpetrare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ALLACCIATE LE CINTURE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 20:29
Titolo Originale: Allacciate le cinture
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek
Produzione: TILDE CORSI E GIANNI ROMOLI PER R&C PRODUZIONI E FAROS FILM CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini

Elena, Silvia e Fabio sono amici per la pelle e tutti servono come camerieri allo stesso bar. Le ragazze e Fabio (che è omosessuale) hanno le loro avventure sentimentali ma un giorno la situazione si complica: Elena si innamora di Antonio, il prestante e rozzo amante dell’amica Silvia. 13 anni dopo vediamo Elena ormai sposata con Antonio con due figli. Il loro rapporto non è felice: Antonio la tradisce spesso ma interviene un evento imprevisto: Elena ha un cancro al seno e il dolore sembra poterli riavvicinare..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ferzan Özpetek crede nella forza degli affetti familiari e dell’amicizia ma in amore vale solo la regola del libero istinto, senza vincoli di sorta
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti nudità e scene di sesso esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Questa volta il film di Ferzan Özpetek non è equilibrato come nei lavori precedenti: si eccede con lunghe sequenze melodrammatiche, alcuni passaggi del racconto non sono stati ben sviluppati. Buona interpretazione di Kasia Smutniak e Filippo Scicchitano
Testo Breve:

L’amicizia di due ragazze e un ragazzo resta salda negli anni nonostante alcuni conflitti amorosi e si manifesta indispensabile durante la malattia di una di loro. Un Ferzan Özpetek particolarmente melodrammatico ma una brava Kasia Smutniak

Se non ci fosse stata Kasia Smutniak a reggere tutto il racconto, quest’ultimo lavoro di Ferzan Özpetek sarebbe stato ben altra cosa. Kasia ha la capacità di recitare con gli occhi: passa rapidamente dall’allegria più contagiosa, a un momento di turbamento fino al pianto accorato. Anche Filippo Scicchitano, bravo e sensibile, si conferma quella promessa che si era già rivelata in Scialla! e in Bianca come il latte e rossa come il sangue.

Detto questo, temo che abbiamo esaurito gli aspetti positivi del film. Aggrava la situazione la performance del prestante Francesco Arca, danneggiata da alcuni vuoti di sceneggiatura. L’incontro iniziale fra lui, in arte Antonio, ed Elena (Kasia) promette bene: i due manifestano subito una immediata, reciproca antipatia (lui è violento, razzista ed omofobo): si intravedono quindi tutte le opportunità narrative per sviluppare un intenso incontro/scontro fra due personalità così diverse fino alla conversione di lui, sedotto dalla dolcezza e l’amore di lei. Tutto questo non si vede nel film (si vedono invece molto bene e frequentemente i possenti bicipiti di Antonio) ma solo i loro appassionati amplessi, tanto da costringere lo spettatore ad immaginare quello che il regista voleva esprimere, cioè un vero amore fra personaggi così complementari, mentre si assiste solo a una grande intesa fisica.

Per gli appassionati di Ferzan Özpetek i tratti caratteristici del suo film ci sono quasi tutti: il caldo affetto che tiene unita una comunità di amici e parenti, etero ed omosessuali (manca questa volta il suo simbolo per eccellenza dello stare tutti riuniti: una ricca una tavola imbandita), un affetto tanto duraturo quanto caduchi sono le relazioni sentimentali, dove l’attrazione sessuale costituisce la componente prevalente. Ferzan ritorna quindi sul un tema a lui caro: il coinvolgimento del corpo è fonte inevitabile di provvisorietà dei rapporti, mentre in altri film come La finestra di Fronte e Mine vaganti, sono proprio “i fiori non colti” quelli più duraturi, anche se venati di languida malinconia. .

La vita è uno scorrere di amore, malattia e morte; sempre imperfetto il primo, inevitabile la seconda, spesso cercata la terza, come era accaduto alla nonna diabetica di Mine vaganti che aveva deciso di suicidarsi mangiando pasticcini, perché incapace di attendere la sua fine naturale.

Ferzan Özpetek e Woody Allen sono artisti molto diversi ma sembrano avere una filosofia di vita simile, che non mancano di riproporre nei loro film. Più celebrale il secondo, spesso si intrattiene a filosofeggiare con lo spettatore sul non senso della nostra vita, nelle mani di un fato né benevolo né malvagio ma puramente casuale; il primo si concentra invece più sull’uomo, soggetto ma anche oggetto di pulsioni che gli forniscono la necessaria forza vitale ma che lo condannano a un eterna instabilità.

Entrambi propongono lo stesso rimedio: quello del carpe diem. Se per Woody, soprattutto in Basta che funzioni viene sviluppata una apologia dell’amore libero come unico rimedio per raggiungere una parvenza di felicità, Özpetek fa ripetere più volte anche in questo film ai suoi protagonisti (la zia di Elena, la vicina di letto all’ospedale) che il tempo che ci resta è breve e che dobbiamo concederci tutto ciò a cui ci spinge il nostro istinto.

Se Ferzan non è nuovo a questa visione della vita, questa volta il tasso di melodramma impiegato è veramente alto (centrale al film è la lunga degenza in ospedale di Elena, affetta da cancro) e mostra questa volta la sua non capacità, diversamente dai precedenti lavori, di contenere le sequenze più strappalacrime. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UNA DONNA PER AMICA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/01/2014 - 11:22
Titolo Originale: Una donna per amica
Paese: Italia
Anno: 2014
Regia: Giovanni Veronesi
Sceneggiatura: Ugo Chiti e Giovanni Veronesi
Produzione: Procacci per Warner Bros. Entertainment Italia, Fandango con Ogi Film.
Durata: 88
Interpreti: Fabio De Luigi, Letitia Casta, Valentina Lodovini, Adriano Giannini

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, allusioni sessuali, scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.
Testo Breve:

Francesco e Claudia sono solo amici o c’è fra loro vero amore? Il classiico dilemma non trova risposte convincenti  e il film risulta fiacco con una struttura narrativa bizzarra

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Sceneggiatore di lungo corso, sodale prima di Francesco Nuti e poi di Leonardo Pieraccioni, ma ormai regista a tempo quasi pieno, Giovanni Veronesi è da considerarsi, nel bene o nel male, uno degli interpreti principali della commedia italiana contemporanea. Autore di film di cassetta ben sostenuti da abili campagne di marketing, ha collezionato una striscia di titoli andati tendenzialmente bene al botteghino ma in cui, vagliato tutto, si fa fatica a trattenere qualcosa di valore.

Con Una donna per amica Veronesi (autore, nella stagione cinematografica 2013/14, anche de L’ultima ruota del carro, opera più singolare e interessante), aggiunge un altro volume alla sua enciclopedia sull’amore, cercando di rispondere, insieme al co-sceneggiatore Ugo Chiti, all’antica domanda sull’esistenza dell’amicizia tra uomo e donna. Negli ottantotto minuti di film – encomiabile la scelta di non tirarla per le lunghe – cerca di dire la sua sulla dibattuta questione (dibattuta anche dal cinema, in alcuni classici come Harry ti presento Sally) anche se, purtroppo, chi non ha amato i vari capitoli della trilogia Manuale d’amore o le altre sue commedie più recenti (Italians, Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso…) non troverà qui risposte più convincenti e meno superficiali sui sentimenti e sulle relazioni tra le persone.

Non che non ci sia proprio nulla da salvare in questa commedia (che strappa più di un sorriso, almeno nei siparietti in cui il bravo De Luigi mostra di padroneggiare bene i tempi comici) ma il generoso esercizio critico di captare momenti di verità e di sincerità all’interno di un film, facendosi largo tra volgarità e banalità, già depone male nei confronti del film stesso. Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.

Soprattutto, la domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene. Un bene che, alla fine, pure si compie (certo, è una commedia) ma in modo che fa rimpiangere lo spettatore di esserci arrivato attraerso un film così fiacco e dalla struttura narrativa così bizzarra. Un film dal cuore diviso, insomma, tra amore e amicizia, così come quello dei due protagonisti, che mena il can per l’aia per quasi un’ora e mezza e poi finisce in crescendo con un finale spiazzante che non delude ma che arriva troppo tardi.

Una curiosità: il paese in cui è ambientata la vicenda è una sorta di paradiso artificiale in cui confluiscono il meglio di Lecce, Otranto, Gallipoli, Bari e Trani, con più di una cattedrale romanica affacciata sul mare Benedice la Apulia Film Commission in vena di sprechi: troppa grazia…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA BELLA E LA BESTIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/28/2014 - 17:06
Titolo Originale: La belle et la bête
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Christoph Gans
Sceneggiatura: Christoph Gans e Sandra Vo-Anh dalla fiaba di Madame de Villeneuve
Produzione: Eskwad/ Pathé/ Studio Babelsberg
Durata: 110
Interpreti: Léa Seydoux, Vincent Cassel, Eduardo Noriega, André Dussollier

Belle è la figlia di un mercante ridotto improvvisamente in povertà. Di ritorno a casa dopo un’altra infruttuosa spedizione, il padre di Bella si imbatte in un misterioso castello dove ruba una rosa e per questo è minacciato di morte da una Bestia misteriosa… Belle, cui la rosa era destinata, decide di offrirsi al posto suo, ma una volta entrata nel castello incantato scoprirà molte cose sul passato della Bestia e la maledizione che l’ha colpita, imparando poco a poco ad amarla nonostante il suo terribile aspetto. Ma il mondo di fuori può essere più violento e terribile di quello del castello…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Poco è rimasto della parabola morale dell’originale, un’esortazione ad andare oltre le apparenze per scoprire la bellezza interiore: il film sembra piuttosto un contorto manifesto contro la caccia e a favore della agricoltura
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di nudo, qualche scena horror potrebbe spaventare i più piccoli.
Giudizio Tecnico 
 
Fatti i dovuti applausi agli splendidi costumi della protagonista, il film risulta uno sfarzoso quanto vuoto contenitore
Testo Breve:

Questa ennesima versione della fiaba classica di Madame de Villeneuve lascia decisamente delusi in termini di trama e approfondimento dei personaggi; si tratta piuttosto di un grande sfoggio di effetti speciali e di bellissimi costumi indossati dalla protagonista

Forte di un budget ragguardevole, tutto speso in effetti speciali da produzione di prima fascia (anche se talvolta abbastanza inutili alla storia) questa ennesima versione della fiaba classica di Madame de Villeneuve lascia decisamente delusi in termini di trama e approfondimento dei personaggi e si muove su una serie di piani di racconto diversi senza mai davvero decidere chi sia il suo pubblico. Non i bambini più piccoli, per cui sono probabilmente pensati gli animaletti magici che animano il castello, ma che qualche sequenza quasi horror potrebbe spaventare un po’, e nemmeno il pubblico adulto, che dalle rivisitazioni delle fiabe giustamente si aspetterebbe qualche approfondimento e qualche idea in più. Concessi i dovuti applausi agli splendidi costumi della protagonista, giusto qualche purista apprezzerà l’idea di restaurare i “numeri” della famiglia di Belle (qui addirittura due sorelle, dovutamente antipatiche e superficiali, e ben tre fratelli, più o meno intercambiabili e utili solamente ad aggravare i provati bilanci del padre mercante), anche se lo spazio sproporzionato lasciato alle vicende del padre dell’eroina ha probabilmente più a che fare con la notorietà transalpina dell’interprete Dussollier che con la logica della storia. Una serie di altri personaggi secondari (il fratello spendaccione di Belle, il cattivo Perducas, la sua amata fattucchiera e la sua banda di ceffi) rubano altrettanto spazio alla storia principale senza restituire nulla in termini di ricchezza tematica o di divertimento.

Forse Gans (che qui firma oltre che da regista anche come sceneggiatore e che si trova evidentemente a suo agio più con le sequenze d’azione che con il romanticismo) avrebbe potuto investire tempo e attenzione sullo sviluppo del rapporto tra l’intrepida Belle, che si sacrifica per il padre e accetta di consegnarsi alla Bestia, e il mostro, da subito attratto da lei, ma imprigionato sia dal suo ruolo di carceriere sia dal suo aspetto e carattere animalesco.

Per ovviare a un’imbarazzante mancanza di scavo psicologico, Gans inserisce una serie di flashback onirici che ci raccontano in modo un po’ farraginoso il passato del principe maledetto e che, in mancanza di altre percepibili ragioni, dovrebbero persuadere la nostra Bella a buttarglisi tra le braccia. Così alla fine non riusciamo a capire se la storia che ci viene raccontata sia una parabola sull’amore e il sacrificio, un contorto manifesto contro la caccia e a favore della agricoltura (la maledizione del principe ha a che fare con la sua ossessione per l’arte venatoria e Belle nutre una passione divorante per i vegetali, siano essi rose o zucche dell’orto, e convertirà a essa anche il suo amato). Certo poco è rimasto della parabola morale dell’originale, un’esortazione ad andare oltre le apparenze per scoprire la bellezza interiore.

Il risultato finale, invece, tradisce la sua natura di sfarzoso quanto vuoto contenitore e assomiglia molto agli straordinari abiti sfoggiati (uno per ogni giorno) da Belle nel castello: ricco e stupefacente, ma di sicuro scomodo da indossare e poco adatto alla vita moderna.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

STORIA D'INVERNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/22/2014 - 00:30
Titolo Originale: Winter’s tale
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Akiva Goldsman
Sceneggiatura: Akiva Goldsman
Produzione: Akiva Goldsman, Marc Platt, Michael Tadross, Tony Allard per Warner Bros. Pictures/ Village Roadshow Pictures/ Weed Road Pictures
Durata: 118
Interpreti: Colin Farrel, Jessica Brown Findlay, Russell Crowe, Jennifer Connelly, William Hurt, Eva Marie Saint, Will Smith

New York 1914. Lo scassinatore Peter Lake incontra Beverly Penn, bellissima e malata. I due s’innamorano ma le forze del male congiurano contro di loro. Cento anni dopo Peter avrà una seconda chance per compiere il suo destino…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film parla del valore irriducibile di ogni singolo essere umano, ma purtroppo ha più il sapore di un confortante manuale di self help che di una vera filosofia.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza, una scena sensuale e di nudo parziale.
Giudizio Tecnico 
 
La storia procede con totale sprezzo del ridicolo: la banalizzazione estrema investe ogni elemento della storia e le sorprese sono bandite fino al prevedibile finale
Testo Breve:

Lui e lei si innamorano ma le forze del male cospirano contro di loro: la storia procede con totale sprezzo del ridicolo

 

È abbastanza difficile capire che tipo di pubblico pensasse di conquistare Akiva Goldsman (sceneggiatore pluripremiato cui si devono grandi film come A Beautiful Mind, Cinderella Man,  Il cliente, Io sono leggenda ma anche di scivolate imbarazzanti come l’adattamento de Il codice da Vinci e del suo seguito  Angeli e demoni e lo sciagurato Batman e Robin) qui alla sua prima prova da regista.

Certo non i lettori del libro di Mark Helprin da cui il film è tratto (pubblicato nel 1983, e considerato da un pubblico di critici uno tra i migliori 25 romanzi degli ultimi trent’anni) e a cui questo film sta come un foglietto dei Baci perugina a un canto di Dante.

La citazione del sommo poeta non è fuori luogo dato che il romanzo di Helprin, ben lungi dal ridursi alla favoletta zuccherosa e new age qui presentata, è un ambizioso tentativo di fantasy metafisico che parla di destino, giustizia, bellezza e verità, va avanti e indietro nel tempo e procede per voli pindarici, sullo sfondo di una New York descritta con il realismo magico dei grandi classici.  Qualcosa che rispetto alla modernità si colloca dalle parti de Il signore degli anelli

Di fronte a tanta grazia Akiva Goldsman, che pure deve aver coccolato il progetto per parecchio tempo, sbaglia tutto quello che poteva sbagliare, finendo spesso per scivolare nel ridicolo involontario e martellando ad ogni piè sospinto con dialoghi didascalici e voice over irritanti la sua morale: tutti abbiamo un destino e un miracolo da regalare a una persona e una persona soltanto e l’universo cospirerà per portarci al successo, o, al peggio, a darci un posto come stelle una volta finito il nostro cammino sulla terra.

Tolti anche i puristi che si erano sobbarcati le 800 pagine di fatica dell’originale, pure il pubblico ben disposto dei giorni di San Valentino rimarrà abbastanza deluso da una racconto in cui l’amore viene sì sbandierato a destra e a manca come salvifico Graal capace di distruggere le forze demoniache rappresentate da un cattivissimo Russel Crowe, ma poi si svolge tra scene da cartolina e senza un vero sviluppo drammatico.

Il protagonista Peter Lake (Colin Farrel con la pettinatura più assurda che si potesse immaginare) è un ladro e meccanico abilissimo (si tratti di caldaie, casseforti o apparecchi per le diapositive, riesce a smontare e ricostruire qualunque cosa) in rotta non si sa bene perché con il suo capo Pearly Soames.  Durante un furto incontra una ragazza bella e ricca, minata però da un male incurabile. È amore a prima vista, puro e splendente, ancora di più perché irrimediabilmente condannato dalla morte; del resto proprio in quanto tale diventa il terreno di scontro delle forze del Bene e del Male.

Le prime rappresentante da un candido cavallo volante (che tutti chiamano cane bianco ma solo chi ha letto il romanzo capirà perché), le secondo capeggiate dal bieco Pearly, che risponde, però, a niente di meno che a Lucifero stesso (un improbabile Will Smith che soggiorna in un sotterraneo mal illuminato).

La storia procede con totale sprezzo del ridicolo, passando dall’inizio del Novecento al 2014, dove il compimento del destino di Peter ha a che fare con la salvezza di una bambina malata di cancro che, in quanto tale (come sua madre inutilmente interpretata da Jennifer Connelly), non sembra bisognosa di ulteriore caratterizzazione.  Dato il dispiego di forze in campo, tra angeli e demoni che il buon Goldsman si deve essere portato dietro dall’ultimo adattamento di Dan Brown, ci saremmo aspettati qualcosa di più circa la salvezza universale, ma lo sceneggiatore ha la scusa pronta anche per questo. La banalizzazione estrema investe ogni elemento della storia e le sorprese sono bandite fino al prevedibile finale, che parla del valore irriducibile di ogni singolo essere umano, ma purtroppo ha più il sapore di un confortante manuale di self help che di una vera filosofia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LONE SURVIVOR

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/18/2014 - 17:26
Titolo Originale: Lone Survivor
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Peter Berg
Produzione: Emmett/Furla FIlms, Envision Entertainment Corporation, Film 44, Herrick Entertainment, Hollywood Studos International, Spikings Entertainment, Weed Road Pictures
Durata: 121
Interpreti: Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Ben Foster, Emile Hirsch, Ali Suliman, Eric Bana

Tratto dalle memorie che il militare Marcus Luttrell ha affidato al giornalista inglese Patrick Robinson, Lone Survivor racconta lo svolgimento di una spedizione fallimentare – nome in codice “Operation Red Wings” – che vide coinvolta nell’estate 2005 una squadra di Navy Seal, mandata tra le montagne della regione afghana di Kunar, al confine con il Pakistan, a stanare un leader talebano. I quattro uomini che devono occuparsi materialmente della ricognizione (ottimamente interpretati da Wahlberg, Kitsch, Foster e Hirsch) vengono colti di sorpresa, circondati da un nutrito drappello di talebani armati fino ai denti e, impossibilitati a comunicare con il centro operativo, ridotti allo stremo delle forze e delle munizioni. Venderanno carissima la pelle.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In una rischiosa missione una squadra di Navy Seals sceglie di risparmiare degli ostaggi che potrebbero rivelare la loro presenza. Un afghano rispetta l'antico codice di ospitalità del suo paese
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza cruda, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un action movie che ti fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia e la sceneggiatura non approfondisce gli aspetti più interessanti della storia. Tutti bravi gli attori.
Testo Breve:

Un action movie basato su una operazione di Navi Seal realmente svoltasi in Afghanistan, fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia 

Regista e sceneggiatore di questo atipico War-Movie è Peter Berg, capace mestierante hollywoodiano avvezzo ai film d’azione, che struttura il film in tre segmenti ben definiti: nel primo, dopo un prologo in cui immagini di repertorio mostrano quanto sia duro e selettivo l’addestramento dei Seal, conosciamo i personaggi. I militari, tutti abbastanza giovani (dietro le folte barbe spiccano i volti di alcuni talenti del nuovo cinema americano), chattano con le mogli e le fidanzate che li aspettano a casa e scherzano con le reclute, rivelando un cameratismo nutrito da stima e sincera amicizia. Nella seconda tranche si assiste all’operazione Red Wings vera e propria. Da un punto di vista tecnico, la parte centrale del film è la meglio realizzata: Berg piazza la macchina da presa sui quattro commilitoni, sui loro volti tumefatti, sugli sguardi allucinati, e racconta la strenua lotta per la sopravvivenza e l’eroismo, lo spirito di corpo e quello di sacrificio. Il terzo atto del film segue l’iter ugualmente accidentato dell’unico superstite che deve tornare a casa, con una brevissima tregua in un villaggio afghano in cui un padre di famiglia, rispettando il bimillenario codice di ospitalità del suo popolo, sottrae l’americano ai suoi persecutori e mette a repentaglio la sua stessa vita per proteggerlo.

Una volta partita la missione, il film non dà un attimo di tregua e si segue con il cuore in gola fino alla fine, anche conoscendo già l’esito della storia (il titolo del film dice già tutto). Berg è abile ma non è un cineasta dalle grandi sottigliezze: il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia, né ci sono particolari trovate che ci farebbero preferire questo film ad altri sullo stesso argomento. Troppe volte abbiamo visto un giovane marito lasciarci la pelle, senza che abbia potuto scegliere il colore delle piastrelle del bagno (i cui campioni scompaiono con lui sotto il fuoco nemico) per poterci commuovere. Né può più destarci emozione il solito capitano di corvetta (qui interpretato da un dimagritissimo Eric Bana) che sorseggia pensieroso beveroni di caffè, chiedendosi che fine abbiano fatto i suoi uomini.

Peccato, da un punto di vista della sceneggiatura, che il film non approfondisca e non dia unità tematica all’aspetto più interessante di questa storia: all’inizio della missione il drappello s’imbatte in un vecchio e in due ragazzi – tutti e tre disarmati – appartenenti alla stessa compagine del terrorista talebano che stanno cercando. Non sanno cosa farne: se li lasciassero andare, sicuramente darebbero l’allarme e in poco tempo avrebbero i nemici alle costole. Se uccidessero dei civili disarmati, avrebbero un peso sulla coscienza e finirebbero nell’occhio del ciclone dei media. Se li legassero, in una zona disabitata e selvaggia, li condannerebbero a morte certa. Che fare? I Seal sono in disaccordo ma obbediscono al loro più alto in grado, che sceglie di risparmiarli. È questa scelta probabilmente a condannarli ma il film non argomenta, non ne sottolinea per esempio il peso morale in contrasto con le tentazioni della vigliaccheria. Si limita a una cronaca dettagliata, benché avvincente. La questione del rispetto di questo “codice d’onore” riemerge nel finale, allorché l’unico sopravvissuto, nelle mani degli abitanti di un villaggio, gode della loro ospitalità e del loro precetto tramandato da generazioni per cui – come nella “legge del mare” dei pescatori siciliani – è immorale negare soccorso a un uomo che ne ha bisogno. Potrebbe nascere un altro film ma ormai le due ore sono passate, c’è tempo solo per un ultimo scontro a fuoco (e all’arma bianca) e aspettare la cavalleria

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

12 ANNI SCHIAVO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/17/2014 - 08:50
Titolo Originale: 12 Years a Slave
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Steve McQueen (II)
Sceneggiatura: John Ridley
Produzione: BRAD PITT, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, BILL POHLAD, STEVE McQUEEN, ARNON MILCHAN, ANTHONY KATAGAS PER RIVER ROAD ENTERTAINMENT, PLAN B ENTERTAINMENT, NEW REGENCY PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON FILM4
Durata: 133
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Paul Giamatti, Brad Pitt, Ashley Dyke

Salomon è un afroamericano che nel 1841 vive come uomo libero nello stato di New York. E’ un apprezzato violinista e vive serenamente con la moglie e i due figli. Con la speranza di un ingaggio, si reca a Washington su invito di due signori che si scoprono essere dei truffatori. Viene drogato e il giorno dopo si trova incatenato su un battello per esser venduto come schiavo in una delle piantagioni del Sud. Da quel momento il suo unico desiderio sarà quello di tornare libero ma deve muoversi con cautela e far finta di non saper neanche leggere e scrivere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film illustra la triste e violenta realtà dello schiavismo dell’800 ma sembra che voglia estrarre da tale situazioni pretesti per una certa violenza compiaciuta
Pubblico 
Maggiorenni
Continue scene esplicite di fustigazioni, impiccagioni, sevizie. Scene di abusi sessuali.
Giudizio Tecnico 
 
Steve McQueen (II) si conferma un grande narratore di storie a tinte forti ma anche la sua ossessione illustrativa del il corpo, sottoposto a violenza o a puro oggetto di soddisfacimento sessuale
Testo Breve:

La storia vera di un uomo di colore nato libero nello stato di New York  che si ritrova schiavo, nel 1841 in una piantagione del Sud. Un film intenso e ben realizzato ma non estraneo a un certo compiacimento per la violenza

Non sono pochi i film che in tempi recenti hanno cercato di farci riflettere sul  tema dello schiavismo negli Stati Uniti (forse un omaggio al Presidente Barack Obama?).

Sono lavori che condannano senza appello il periodo in cui la schiavitù era legale e sembra proprio che i tempi  del “zi padrona” di Via col vento -1939 o di un approccio conciliatorio come nel romanzo La capanna dello zio Tom siano tramontati per sempre.

Basterebbe citare The Butler – Un maggiordomo alla Casa  Bianca (dove in effetti Obama compare nel giorno della sua elezione), Lincoln-2012,  The help-2011, e  Django Unchained-2012. Scartiamo da subito dalla lista il film di Quentin Tarantino: questo regista  ripropone situazioni di prepotenza dell’uomo sull’uomo (lo schiavismo in questo caso,  il nazismo in Bastardi senza gloria-2009) senza alcun altro obiettivo se non quello di rappresentare scene di sadismo per giustificare in questo modo le atroci vendette dei “buoni”.

The Butler e Lincoln,  pur non minimizzando affatto la crudeltà dello schiavismo, hanno un approccio più propositivo e mostrano come l’America migliore, grazie a un contesto sociale genuinamente democratico, sia poi riuscita – faticosamente- a superare il problema.

12 Years slave ci fa vivere, corpo e anima, cosa vuol dire essere degli schiavi: con un andamento lento e grande cura nei dettagli, nelle sue più di due ore e un quarto, scandisce l’avvicendarsi delle stagioni in una piantagione di cotone e ci immerge nella cronaca di ordinarie giornate di soprusi, sofferenze e umiliazioni.

Il film, ricavato da una storia vera e ispirato al romanzo scritto dallo stesso protagonista della vicenda, si polarizza su confronto padrone-schiavo. Se alla fine della giornata non si è raccolto abbastanza  cotone, si viene frustati; alla domenica, unico giorno di riposo, è lo stesso padrone che legge loro la Bibbia cogliendo l’occasione per sottolineare che gli debbono  obbedienza come se lui stesso fosse Dio; basta un minimo accenno di protesta o di ribellione per finire con un cappio al collo.

Michael Fassbender, l’attore preferito del regista Steve McQueen (II), impersona la figura di un paranoico proprietario terriero a cui è ben chiaro che gli schiavi sono una sua proprietà, utili per la piantagione ma anche per soddisfare le sue voglie. Prende possesso di una ragazza di colore, ha con lei anche una figlia, ma ciò non costituisce l’occasione per esternare un po’ di tenerezza: al contrario il minimo pretesto è sufficiente per frustarla a sangue.

Quando alla fine il risvolto del film sarà positivo (lo stesso titolo lo suggerisce), lo spettatore non potrà che trarre un sincero sospiro di sollievo: il bravo regista riesce a far emergere i nostri più primordiali istinti di sopravvivenza e un desiderio estremo di libertà.

Questo film fornisce un contributo a una più approfondita e corretta prospettiva storica dello schiavismo? Il mio giudizio è negativo. L’opera di  Steve McQueen (II) non è molto diversa da quella di Quentin Tarantino.

Se Tarantino evidenziava situazioni di sopruso come pretesto per far esplodere odio e vendetta , anche il regista inglese carica il suo film di scene raccapriccianti ma in questo caso la reazione rabbiosa  non si manifesta sullo schermo ma viene trasferita direttamente allo  spettatore.

Non si vuole certo minimizzare né negare che quanto ci viene rappresentato non sia realmente accaduto, ma al contempo non si può parlare di ricostruzione storica quando i padroni non appaiono neanche umani, ma dei mostri mefistofelici usciti chissà da quale geenna. Non si tratta di una ricostruzione realistica ma è la rappresentazione di una ossessione.

Molto più bilanciato (in parte perché  ambientato ormai negli anni ’60), è stato il film The help: con meno violenza (il film è tutto al femminile) vengono ugualmente rappresentati  gli aspetti più negativi del razzismo, assunto a dottrina sociale quando si teorizza la liceità dell’esistenza di due razze con funzioni diverse: questi destinati a comandare, quelli ad ubbidire, in base a chissà quale legge di natura.

 Alla fine il modo migliore per giudicare un film è proprio lo stato d’animo con cui lo spettatore esce dalla sala: se ci sentiamo interpellati nella  nostra coscienza per vigilare affinché anche nella nostra banalità quotidiana non si insinuino strane giustificazioni di comportamenti discriminatori, allora il film è stato utile, come è accaduto per The Help.

Se al contrario l’opera è servita solo per alimentare sentimenti di odio, sostenuti da non troppo dissimulate forme di erotismo sadico, allora  è stato dannoso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SOTTO UNA BUONA STELLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/13/2014 - 16:57
Titolo Originale: Sotto una buona stella
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Gabriele Pignotta, Maruska Albertazzi
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS PER FILMAURO
Durata: 106
Interpreti: Carlo Verdone, Paola Cortellesi,Tea Falco, Lorenzo Richelmy

Federico Picchioni è un uomo affermato: ha un buon lavoro e una bella casa che condivide con Gemma, la sua convivente, dopo che ha abbandonato, molti anni prima, la moglie e i due figli. In pochi giorni il mondo gli crolla addosso: la sua azienda chiude per le malversazioni del suo presidente; la sua ex moglie muore e i due figli ormai ventenni, Lia con sua figlia e Niccolò, si installano in casa sua, facendo fuggir via Gemma e la domestica nel giro di 48 ore.
La convivenza non è facile: i figli gli rinfacciano di averli abbandonati e solo l’arrivo di una nuova vicina, Luisa, che di mestiere fa il tagliatore di teste, sembra comprendere i suoi problemi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia, ferita dal divorzio, riesce progressivamente a ricongiungersi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune dialoghi e scene mimiche con riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Verdone gestisce bene l’alternanza fra situazioni comiche ed altre più riflessive ma non riesce a mettere a fuoco tutti i personaggi. Molto brava Paola Cortellesi
Testo Breve:

Un padre che aveva abbandonato moglie e figli si ritrova in casa, dopo un rovescio finanziario, due figli sbandati e alternativi. Un Verdone che fa ridere ma anche più sensibile del solitoai risvolti umani della vicenda

Questa volta ci siamo. Verdone continua a esplorare i problemi della contemporaneità sia nel privato (ritorna il tema del rapporto padre-figlio, già affrontato in altri suoi lavori) che nel sociale (la crisi economica, i giovani che se ne vanno all’estero) ma questa volta si presenta con uno stile più maturo e una visione del mondo più equilibrata.

Verdone appare ora un regista maturo che calibra bene l’alternanza fra i momenti comici e quelli drammatici, il tutto condito con quel tono dolce-amaro  che gli è così caratteristico. La comicità, sviluppata per quadri, è giocata tutto su una scelta felice di bravi caratteristi (i due esaminatori degli aspiranti cantautori) ma soprattutto nei duetti che Carlo Verdone e Paola Cortellesi riescono a imbastire (Paola che fa la finta rumena, la mimica degli amplessi per chi ascolta dall’altra parte del muro, la discussione sulle modalità del primo bacio). Si tratta di gag e quadri comici che non diventano mai prevalenti e non ostacolano l’avanzare fluido del racconto. Si resta perplessi solo alle sequenze di Luisa che esercita il mestiere di tagliateste: dopo il film Tra le nuvole con George Clooney, sarebbe stato difficile dire qualcosa di più sull’argomento e in effetti sembra di assistere a una brutta copia di quanto già visto nel film americano.

Carlo Verdone ha abbandonato da tempo il tema dei rapporti di coppia per concentrarsi, negli ultimi lavori, sulla difficoltà dei rapporti familiari: con gli ultimi Io, loro e Lara e Posti in piedi in Paradiso abbiamo assistito a un caravanserraglio  di parenti egoisti, avidi, sazi dei loro vizi  ma al contempo depressi e se entrambi i film approdano a un finale consolatorio, noi non restiamo consolati  perché  i protagonisti sembrano, come minore dei mali, cercare almeno di restare uniti e solidali fra di loro, in una forma di complice perdono reciproco più che approdare a una vittoria sulle loro debolezze.

In questo Sotto una buona stella ci troviamo di fronte a un Carlo Verdone un po’ diverso: il protagonista appare gentile e conciliante, dotato di pazienza e aperto alla speranza. Un padre che troppo egoisticamente ha abbandonato la propria famiglia, due figli sbandati e superficiali, riescono, a poco a poco, a seguito di una coabitazione forzata, a conoscersi meglio e a comprendersi. Federico riesce perfino a esaltare il valore dell’anima, quando deve difendere suo figlio, aspirante cantautore,dallo sbrigativo giudizio di due rozzi esaminatori.

Mentore di questa metamorfosi è la vicina di casa Lucia,  che consente a questa scombinata famiglia (ma anche lei ha un passato da dimenticare) di vedersi riflessa, con tutte le sue debolezze, in una donna in grado di trasferire serenità e dolcezza, quasi un surrogato della madre e moglie che a loro è venuta a mancare.

Un elogio particolare si merita Paola Cortellesi, qui molto ben diretta, che sa modulare la sua interpretazione alternando situazioni comiche a momenti di più intensa tristezza.

Non possiamo dire lo stesso dei due giovani, Lorenzo Richelmy e Tea Falco: sono sicuramente due bravi attori, ma sono stati ingabbiati nello stereotipo del giovane intellettuale alternativo, che Verdone non ha voluto o saputo approfondire, e essi sono rimasti semplicemente dei “diversi”, separati da lui da un gap generazionale incolmabile.

Da notare che appaiono nel film alcuni scorci di Roma molto belli, molto sentiti di quelli, oleografici, del recente La grande bellezza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

JESUS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/06/2014 - 18:24
Titolo Originale: Jesus
Paese: USA
Anno: 1979
Regia: Peter Sykes, John Krisch
Sceneggiatura: Barnet Bain,
Produzione: John Heyman, Richard F. Dalton
Durata: 115
Interpreti: Brian Deacon, Yosef Shiloach, Rivka Neumann

La vita di Gesù Cristo secondo il Vangelo di S. Luca, con in appendice, commenti di spettatori che hanno visto il film e si sono convertiti

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film lascia ben trasparire tutta la potenza del racconto di Luca, a cui vengono aggiunti dei commenti fuori campo di ispirazione protestante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Anche se ben recitato dal protagonista che interpreta Gesù, il film procede per quadri e sembra più un Vangelo illustrato che un film
Testo Breve:

Il Vangelo di San Luca raccontato in chiave protestante con molto rigore ma scarso estro artistico

Non poteva mancare alla nostra collezione di film cristiani Jesus, il film sulla vita di Gesù Cristo, tradotto 1153 lingue, il film più visto al mondo.

Jesus  nacque su iniziativa di un’organizzazione evangelica, la JESUS Film Project,  fondata dal magnate americano Bill Bright, che aveva l'ambizione di finanziare  un film sulla vita di Gesù.

Si cercò si realizzare un film che fosse il più possibile aderente all’epoca e ai fatti narrati: venne usato come riferimento il Vangelo di Luca partendo dalla versione inglese della Good News Bible e le riprese vennero realizzate interamente in Palestina.

Il film venne distribuito negli Stati Uniti dalla Warner Bros nel 1979 ma non fu un successo commerciale: si stima che in quella prima uscita abbia perso 2 milioni di dollari.

Bill Bright non si diede per vinto e nel 1981 creò la Jesus Film Project con l’obiettivo di tradurre il film in altre lingue e di farlo proiettare, a sostegno delle attività missionarie, nei paesi più sperduti dell’Estremo Oriente. Fu così tradotto nella lingua Tagalog parlata nelle Filippine,in indonesiano,  in mandarino per venir utilizzato  dal China Christian Council, l’organizzazione che include tutte le fedi protestanti che operano in Cina.

Nel 2000 è stata anche realizzata una versione del film adatta ai bambini che ora è disponibile in 130 lingue.

Secondo un articolo apparso sul New York Times, Jesus è il film più visto al mondo.

Considerando anche i 1.190 DVD/VHS distribuiti, la traduzione in 1153 lingue, si stima che sia stato visto da 6 milioni di persone.

A parte l’impegno profuso nel distribuire e far vedere il film nei paesi più sperduti del globo, si comprende perché il film non sia stato un successo commerciale.

Pur dando atto dell’impegno profuso nel ricostruire direttamente nei luoghi della Palestina la vita di Gesù e dell’efficace interpretazione dell’attore Brian Deacon, lo scrupolo di seguire rigorosamente il Vangelo di S. Luca ha fatto si che la realizzazione risultasse piatta, senza particolari stimoli visivi né emotivi. Il film procede per quadri, come è in effetti il racconto scritto e sembra di seguire un Vangelo illustrato più che una narrazione filmica. Manca la spiritualità estetizzante del Gesù di Nazaret – 1977 di Franco Zeffirelli, manca il realismo popolare ma anche la fedeltà al testo del Vangelo secondo Matteo – 1964 di Pier Paolo Pasolini  o manca l’angosciosa, sublimata  violenza de  La passione di Cristo-2004 di Mel Gibson.

Bisogna convenire che non si possono realizzare film-catalogo dove il regista riesce rendersi invisibile: lo spettatore finisce per vedere il film attraverso le stesse emozioni che l’autore ha provato nello sviluppare il racconto, anche se ciò vorrà sempre dire vedere una specifica, mai universale, interpretazione del Vangelo. Il magnate Bill Bright voleva realizzare l’intera Bibbia, ma per fortuna ha desistito dall’impresa: c’è riuscita invece la Lux Vide di Ettore Bernabei proprio perché, pur restando fedele ai testi originali, non ha trascurato le esigenze dello spettacolo.

Il film tradisce la sua origine protestante: Pietro non è mai visto come il capo degli apostoli e si percepisce un senso cupo del peccato che porta al principio della sola gratia. Come dice il commentatore alla fine del film: “Il sacrificio della croce è stato necessario per pagare così l’enorme debito che avevamo contratto offendendoLo con il nostro atteggiamento e le nostre azioni. Queste offese sono così gravi da impedirci qualsiasi rapporto con Dio non solo in questa vita ma per sempre”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

A PROPOSITO DI DAVIS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/06/2014 - 16:00
Titolo Originale: Inside Llewyn Davis
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Joel Coen Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Produzione: SCOTT RUDIN, ETHAN COEN, JOEL COEN PER SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MIKE ZOSS PRODUCTIONS, STUDIOCANAL
Durata: 105
Interpreti: Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund, Justin Timberlake

New York, 1961 Nello stesso anno in cui Bob Dylan inizia a esibirsi in alcuni locali del Greenwich Village, Llewyn Davis, si presenta come un cantautore molto più sfortunato: non riesce a trovare un produttore che lo lanci, non ha una casa dove dormire perché è stato cacciato dalla sua ragazza e quando un amico gli affida un gatto riesce a perdere anche quello…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Llewyn ha dei problemi non solo perché è sfortunato, ma perché appesantito da una indifferenza del vivere, che lo rende insensibile anche di fronte alla decisione della sua ragazza di abortire
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, avvio di una pratica di aborto, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
I fratelli Coen ricostruiscono con toni crepuscolari la nascita della musica pop degli anni ’60 e riescono a riprodurre ancora una volta quell’atmosfera fra l’ironico e il melanconico che è tipica dei loro lavori
Testo Breve:

Llewyn è un cantautore del Greenwich Village in cerca di un ingaggio e senza neanche un letto dove dormire. Un figura melanconica che nelle mani dei fratelli Coen diventa anche cinica

New York, Greenwich Village, 1961. Llewyn non ha una casa. Dorme ogni sera dove può, presso amici. E’ inverno, ma Llewyn non possiede neanche un cappotto. Appena incontra un amico chiede un prestito, appena riesce ad essere ingaggiato per qualche lavoretto chiede subito un anticipo perché non ha mai un soldo in tasca. Comporre canzoni e cantare è il suo mestiere e a questo resta fedele, nella buona (molto scarsa) e nella cattiva sorte Si sposta continuamente con la sua inseparabile chitarra alla ricerca di un produttore che voglia valorizzarlo.

Questo monaco eremita della musica non può che destare simpatia: canta molto bene struggenti canzoni folk e di fronte a una sfortuna che si accanisce contro di lui riesce sempre a mantenere la calma, nella speranza che domani vada meglio di oggi.

A una lettura meno superficiale il nostro Llewyn finisce per mostrare il suo vero volto: quella che appare come autocontrollo  è in realtà apatia. La sua indifferenza raggiunge presto forme odiose: mette incinta la sua (ora ex) ragazza e tutto quello che fa è cercare i 200 dollari necessari per l’aborto; veniamo poi a sapere dal dottore che appena due anni prima aveva dovuto pagare lo stesso “servizio” per un’altra ragazza (che per fortuna all’ultimo momento aveva deciso di tenersi il bambino). Si arrabbia raramente ma quando lo fa se la prende solo con i più deboli: con una cantante in età che cerca di guadagnare qualche soldo in un locale, con una signora che ha avuto la gentilezza di ospitarlo in casa.

Alla fine, come Il professore ebreo di A serious man  o il barbiere in L’uomo che non c’era, anche Llewyn Davis è un povero birillo sballottato da un fato indifferente, più che inclemente. Non so se ha un significato sottolineare la comune radice culturale ebraica, ma anche Woody Allen, come i fratelli Coen, è ossessionato dalla nostra impotenza a fronteggiare il vuoto di senso intorno a cui cerchiamo  di portare avanti la nostra vita (si pensi in particolare a Match Point o a Basta che funzioni) .

I fratelli Coen non sono nuovi a operazioni nostalgia e questa volta ci sono riusciti benissimo: il Greenwich Village come fulcro della nascita di quella musica pop che vedrà in Bob Dylan la sua stella è reso molto bene e le musiche di cui è disseminato il film sono particolarmente seducenti. In quello stesso 1961 Bob Dylan aveva iniziato ad esibirsi in alcuni locali del Greenwich ma sarà lui  il vero interprete del nascente movimento di protesta americano.  

Per Llewyn, troppo impegnato a pensare solo a se stesso, non poteva esserci un futuro.

Non possiamo naturalmente condividere la filosofia dei fratelli Coen secondo il quale l’oppressiva ineluttabilità del fato diventa il pretesto per un comportamento al di fuori da qualsiasi riferimento morale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |