Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

7 MINUTI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/29/2016 - 21:11
Titolo Originale: 7 Minuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Produzione: GOLDENART PRODUCTION, MANNY FILMS, VENTURA FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga,

L’azienda tessile Ravazzi versa in cattive acque ma c’è una concreta speranza di sopravvivenza se si riuscirà a cedere la maggioranza delle azioni a un partner francese. Molte persone, sopratutto donne, rischiano di perdere il lavoro, è c’è grande tensione nel giorno in cui la manager francese arrivata da Parigi varca la soglia della fabbrica per riunirsi inizia con i proprietari della Ravazzi.. E’ stato istituito per l’occasione un comitato di 11 donne, scelto fra le operaie, che avrà l’incarico di approvare o meno, a nome di tutte, le condizioni dell’accordo. Con grande soddisfazione il comitato legge la proposta che le viene recapitata: tutte potranno mantenere il loro posto di lavoro. Unica condizione è che rinuncino a “soli” sette minuti del loro intervallo di pranzo. Tutte sembrano pronte ad accettare questa minima condizione ma Bianca, la decana (Ottavia Piccolo), le invita a riflettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Undici donne sanno riflettere su un problema comune, superando una visione esclusivamente personale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Brave le attrici e buon ritmo della regia, ma c’è un eccesso di didascalismo nella sceneggiatura
Testo Breve:

Undici donne lavoratrici intorno a un tavolo per decidere se accettare o no le condizioni poste dai proprietari della fabbrica. Come in La parola ai giurati, il bene comune fatica a emergere fra i tanti interessi personali 

Il film si svolge nell’arco di una giornata e inizia la mattina presto, quando le operaie entrano in fabbrica. E’ l’occasione, da parte del regista, di mostrare la multiforme umanità che varca i cancelli, fatta di giovani e di anziane, di donne bianche o di colore. C’è l’afroitaliana che finalmente ha trovato un lavoro dignitoso, la giovane bianca che attende un figlio dal suo ragazzo indiano,  l’albanese costretta a cedere alle attenzioni del capo reparto, la rumena che subisce le angherie del marito violento e c’è anche una ex-operaia, ora impiegata, costretta a spostarsi su una sedia a rotelle dopo aver subito un’incidente sul lavoro.

Tutte e 11 le donne, riunite a discutere intorno a un tavolo, con a capotavola la veterana, Bianca, intenta a dissuaderle dal prendere la decisione più facile (accettare la ridicola riduzione di 7 minuti dall’orario di pranzo) non può che ricordare il più famoso La parola ai giurati del ’57 di Sidney Lumet (nella lista dei primi cento migliori film americani, con un magnifico Henry Fonda, poi replicato nel 2007 da Nokita Mikhalkov con il titolo di 12.
Si tratta di tre film uguali nella forma ma non nel contenuto.
Il film americano progredisce attraverso una sempre più approfondita indagine dei fatti accaduti e si conclude con un’elogio della demcrazia: dodici persone, estranee ai fatti, che non avevano quindi nulla da perdere o da guadagnare, hanno avuto la responsabilità di decidere il destino di un uomo. La tenacia di uno solo di loro  è riuscita a scuotere la pigrizia e l’indifferenza degli altri.
La versione di Mikhalkov si trasforma invece in un elogio all’”anima russa”: la sua capacità di non badare tanto al rigore delle leggi, ma di guardare “dentro” le persone.
Questo 7 minuti, già opera teatrale di Stefano Massini (che firma anche la sceneggiatura assieme a Michele Placido e a Toni Trupia) affronta un problema meno grave ma di più difficile comprensione. Non si tratta di decidere se un imputato sia reo di omicidio o no, ma di comprendere se la richiesta di aumento dell’orario di lavoro di 7 minuti è lecita, data la crisi in cui versa la società o se invece si tratta di una manovra intimidatoria dei nuovi proprietari che offende quindi la dignità dei lavoratori.
Se nei due precedenti film il dilemma da risolvere aveva un differente rimbalzo sulle persone in funzione della diversa generosità che i personaggi coinvolti mostravano di avere nei confronti di un tema con non li toccava personalmente, nelle 11 donne sembra prendere il sopravvento il primordiale bisogno di continuare a guadagnare piuttosto che attardarsi a fare una protesta in difesa di alcuni principi, piuttosto che intorno a una proposta  pratica.
Questi “soli” 7 minuti diventano la violazione di un principio? Hanno il diritto queste 11 operaie di prendere una decisione per salvaguardare un principio anche a nome di tutte le loro colleghe?  In che misura le operaie più anziane possono validamente cercare di ripristinare i tempi in cui il sindacato contava ancora qualcosa rispetto alla situazione attuale, molto più fluida?
Si tratta di un problema complesso che non viene risolto in termini universali, ma nello specifico della narrazione che già orienta lo spettatore mostrando i proprietari come “i cattivi”: La manager francese che si preoccupa sopratutto di finire presto per prendere l’aereo quella stessa sera; il patron Ravazzi che cerca di blandire astutamente le operaie, il ricatto compiuto su l’ex operaia,  ora sulla sedie a rotelle, che è stata “promossa a impiegata” a patto che firmasse una carta che liberava la società da qualsiasi responsabilità sull’incidente.
Michele Placido mostra una sicura mano da regista nel dare un buon ritmo alla storia e nel dirigere le attrici tutte brave, con una piacevole sorpresa nella performance di due cantanti: Fiorella Mannoia e Maria Nazionale.
Il film mostra però il difetto di voler “dimostrare” troppo: e le undici donne finiscono per non essere dei personaggi ma dei tipi. La ragazza pugile che sbatte con forza i pugni sul tavolo; la donna picchiata dal marito che butta l’anello dentro la spazzatura, la ragazza incinta di un indiano come simbolo della multi etnia, i rappresentanti della proprietà insensibili e manipolatori… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIUMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 14:21
Titolo Originale: Piuma
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Roan Johnson, Ottavia Madeddu, Carlotta Massimi, Davide Lantieri
Produzione: Carlo Degli Esposti, Nora Barbieri, Nicola Serra
Durata: 98
Interpreti: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon, Sergio Pierattini, Brando Pacitto, Clara Alonso

Cate e Ferro sono due diciottenni che si stanno preparando ad affrontare l’esame di maturità, ma la vita li mette di fronte ad una prova ancora più grande: l’inatteso arrivo di un bambino. Attraverso varie vicissitudini, spesso anche comiche, i due giovani insieme alle loro rispettive famiglie avranno nove mesi di tempo per prepararsi, in un modo o nell’altro, all’evento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’ottimismo, la dolcezza e il fiducioso entusiasmo verso la vita con cui i due ragazzi scelgono di tenere il bambino è esemplare. Tuttavia la grottesca caratterizzazione con cui viene rappresentata la controparte adulta più razionale dei personaggi finisce con lo sminuire anche la portata dell’importanza della scelta operata dai due ragazzi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche esplicito riferimento al sesso e all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Piuma è una commedia leggera, semplice e divertente con un gradevole ritmo narrativo, interpretata in modo brillante soprattutto dai due giovani protagonisti
Testo Breve:

Una commedia leggera per parlare di due adolescenti di 17 anni che affrontano una gravidanza inaspettata con fiducioso entusiasmo verso la vita; solo i genitori sembrano sopraffatti dalla novità 

Una piuma e una paperella, sono le immagini che caratterizzano questo film di Roan Johnson, ma perché? La spiegazione non è proprio delle più immediate ma ha una sua simpatica poesia in chiave tutta positiva. Ciò che caratterizza infatti Piuma è una visone profondamente ottimista della vita, una visione, appunto, leggera come una piuma e fluttuante come una paperella.

Ferro e Cate sono due adolescenti come tanti che si preparano all’esame di maturità al termine del quale hanno programmato una favolosa vacanza all’estero con gli amici. Ma i loro piani improvvisamente vengono sconvolti a causa di un evento inatteso: Cate aspetta un bambino. Di qui cominciano a manifestarsi le varie reazioni di tutti i protagonisti della storia. Ferro accoglie la notizia con spirito ed entusiasmo e nonostante la sua giovane età trova la forza di sostenere e accompagnare Cate nella scelta di tenere il bambino, ma il resto del mondo intorno a loro, soprattutto i genitori dei due ragazzi non riescono subito a prendere la notizia con lo stesso ottimismo.

In Piuma colpisce soprattutto la spensierata leggerezza con cui i due protagonisti, Ferro in modo particolare, affrontano la vita e le difficoltà che questa gli pone. Di fronte ad una scelta difficile i ragazzi sembrano non avere dubbi e riescono a trovare l’uno nell’altra la forza e la determinazione per affrontare gli ostacoli e le prime rinunce anche quando queste si fanno via via sempre più grandi. Di contro ci sono gli adulti che già conoscono le fatiche e i sacrifici richiesti dalla vita. Le loro paure verso il futuro dei ragazzi sono certamente motivate dall’affetto e da valide considerazioni di carattere pratico. La storia di questo film, con le due immagini della piuma che si libra leggera nell’aria al di sopra di tutto e della paperella che solca gli oceani senza affondare, induce proprio ad una riflessione sulla necessità di riuscire a dosare con equilibrio questi due aspetti: da un lato quello più ottimista e fiducioso, dall’altro quello più razionale e prudente.  

Nonostante le buone intenzioni però Piuma resta pur sempre una commedia ed è chiaro che Roan Johnson, regista e sceneggiatore, non sembra essersi voluto lasciare sfuggire l’occasione di sfruttare al meglio anche i possibili risvolti più grotteschi e comici della vicenda. Le due famiglie dei ragazzi infatti nel corso dello sviluppo della storia si trasformano sempre più in un allegro circo, sicuramente spassoso, ma purtroppo poco credibile. La storia indugia a tal punto sulla comicità indotta dal mondo degli adulti da sfiorare il ridicolo. La teatralità farsesca di questa parte della storia finisce col far sembrare i ragazzi assai più maturi e coscienziosi dei loro genitori e spezza quell’interno equilibrio iniziale.

Sul finale Piuma però si riscatta. Al giorno d’oggi sembra che il tempo per prepararsi all’arrivo di un bambino nella propria vita non basti mai e che il momento per avere un figlio non sia mai quello giusto; per i protagonisti di questo film invece i nove mesi di gestazione diventano più che sufficienti per affrontare un’avventura a cui non si sarà mai abbastanza preparati. Perché forse ha ragione Ferro: non ha senso preoccuparsi oggi di tutti i possibili problemi di domani, è sufficiente vivere e occuparsi di quanto accade momento per momento.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ACCOUNTANT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/23/2016 - 20:59
Titolo Originale: The Accountant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Gavin O'Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Anna Kendrick, J.K. Simmons

Christian Wolff è un bambino autistico. La mamma vorrebbe che frequentasse un centro specializzato mentre il padre, un ufficiale dell’Esercito, ha in mente ben altro: organizza per lui una vita fatta di dura disciplina e addestramento paramilitare che lo possa rendere pronto a reagire alle inevitabili avversità di una vita vissuta nelle sue condizioni. Christian, ormai adulto, è diventato un abile contabile perché si è rivelato un genio della matematica. Grazie alla sua fama, viene ingaggiato da una società di robotica perché una sua impiegata, Dana, sembra aver scoperto un ammanco nei conti. Il sospetto viene confermato: sono state effettuate delle delle transazioni irregolari e questa scoperta pone in serio pericolo la vita di Christian e Dana. Intanto anche Ray King, il capo della divisione delle investigazioni criminali del Dipartimento del Tesoro è sulle tracce di Christian perché lo ritiene il contabile di una grossa organizzazione criminale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare come la violenza sia l’unico mezzo per farsi giustizia
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di violenza e di uccisioni a sangue freddo
Giudizio Tecnico 
 
Il film, buono nella messa in scena e con un Ben Affleck credibile come giovane affetto da autismo, è carente da un punto di vista della sceneggiatura e rende poco credibili certi passaggi narrativi
Testo Breve:

Ben Affleck nelle vesti di giustiziere in un film “macho” che esalta la violenza come unico rimedio per contrastare la delinquenza

Il film inizia in modo promettente: sembra assumere l’aspetto di un thriller finanziario, un filone poco esplorato, dove ci vengono spiegati tutti i trucchi per evadere il fisco ed effettuare pagamenti in nero. L’interesse è rafforzato dal fatto di scoprire che il protagonista, che da piccolo aveva mostrato segni di autismo, adesso esercita con successo il mestiere di contabile, grazie alle sue prodigiose doti matematiche. Riesce a convivere con la sua malattia grazie a un rigido autocontrollo anche se Christian resta un uomo chiuso in se stesso e anaffettivo.

Si tratta però solo di un’impressione iniziale; in seguito, man mano che le minacce aumentano intorno a Christian, il film si trasforma in un violento action-movie dove la scena viene occupata dai numerosi, continui combattimenti (sarebbe più opportuno parlare di stragi) che il nostro pseudo-supereroe compie, in alcuni casi per difendersi, in altri per pura vendetta.

Siamo lontani dai combattimenti di Superman contro i “cattivi”: Christian non è meno delinquente dei suoi avversari, uccide spesso a freddo anche chi non si aspetta di esser minacciato e tutta la trama converge verso l’esaltazione della violenza, l’unica adatta per risolvere situazioni di conflitto.

Odiosa è la scena che si svolge quando Christian era bambino, deriso dai compagni di scuola per il suo autismo. Il padre porta lui e il fratello in una zona appartata dove possono incontrare i suoi compagni e poi li aizza perché inizino a picchiare senza pietà.

Ben Affleck sostiene bene la parte dell’uomo insensibile, abituato a risolvere ogni cosa da solo, ma non riesce a coprire i buchi di una sceneggiatura che zoppica. Come in ogni thriller, ci si sarebbe aspettati una trama dove gli indizi ci vengono svelati progressivamente; in questo caso, a due terzi del film, l’azione si ferma perché c’è un personaggio che svela, in una lunga chiacchierata, tutto ciò che avremmo dovuto scoprire.

Si tratta di un film ruffiano che cerca di costruire empatia intorno al protagonista (protegge Dana, in continuo pericolo, elargisce generose donazioni a una clinica per ragazzi autistici) ma la situazione sfiora il sarcasmo inconsapevole quando Christian e suo fratello si ritrovano dopo tanto tempo. Il pubblico dovrebbe emozionarsi a questo evento ma in realtà sembra quasi che i due fratelli si congratulino a vicenda per aver “fatto carriera” nella delinquenza come protettori di due organizzazioni criminali fra loro antagoniste.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACK REACHER – PUNTO DI NON RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/22/2016 - 11:24
Titolo Originale: Jack Reacher: Never Go Back
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Richard Wenk, Edward Zwick e Marshall Herskovitz, dal romanzo Never Go Back di Lee Child
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE
Durata: 118
Interpreti: Tom Cruise, Cobie Smulders, Danika Yarosh, Patrick Heusinger, Robert Knepper

Eroe solitario ed errabondo, Jack Reacher è un ex militare che continua a servire la Patria, sgominando cattivi su e giù per gli Stati Uniti, senza obbedire ad altre regole che alle sue. Stimatissimo dagli ex colleghi della 110ª unità della polizia militare della Virginia, cui spesso toglie le castagne dal fuoco, fa amicizia per telefono con la maggiore Susan Turner – che di Reacher ha ereditato l’incarico nella base – e decide di incontrarla di persona. Nel giorno prestabilito, però, scopre che la donna è stata arrestata, accusata di spionaggio e ritenuta responsabile della morte di due soldati in Afghanistan. Sentendo puzza di bruciato, Reacher inizia a indagare, attirandosi così le attenzioni di qualcuno molto potente che riesce a incriminarlo per un omicidio mai commesso e da cui l’eroe dovrà guardarsi bene se vorrà restare vivo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista ha un senso dell’onore, tratta con rispetto le donne ma è a favore di una giustizia fai da tè. e della giustizia,Inoltre il film è carico di scene con violenza brutale
Pubblico 
Adolescenti
scene di violenza brutale e occorrenze di turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Lo svolgimento della trama e la messa in scena, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere interessanti le sfide che si era ripromesso
Testo Breve:

Al secondo film della serie, Tom Cruise deve affrontare nemici particolamente insidiosi. Un film di onesto intrattenimento ma com molta violenza e che si dimentica in fretta

Adattamento cinematografico del diciottesimo di una serie di più di venti romanzi dello scrittore britannico Lee Child, Punto di non ritorno segue a distanza di tre anni il primo Jack Reacher, che non andò così bene al botteghino nordamericano ma che si rifece grazie agli altri mercati e alle vendite in DVD e in streaming. Un destino, quello del primo film, tipico dei B-Movie, che di solito si distinguono per la partenza lenta e per la tenuta lunga. Ne era regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie, che Tom Cruise incontrò a bordo del progetto Operazione Valchiria (2008) e che volle poi con sé come sceneggiatore di Edge of Tomorrow (2014) e soprattutto come scrittore e regista di Mission:Impossible – Rogue Nation (2015). Cruise – che in questo film come negli altri sopra citati è anche produttore – ama tornare a lavorare con le persone con cui si è trovato bene. In questo caso ritrova la stessa squadra – il regista Edward Zwick e lo sceneggiatore Marshall Herskovitz – de L’ultimo samurai (2003).

Le premesse – dati i nomi coinvolti – sarebbero promettenti ma il film non va molto al di là dell’onesto intrattenimento che si dimentica in fretta. Jack Reacher, in verità, è – almeno per com’è descritto qui (sulle criticità del personaggio del primo episodio si veda la recensione di Paolo Braga in Scegliere un film 2013) – un eroe di cui il cinema avrebbe bisogno, molto simile al Batman dipinto dalla trilogia di Christopher Nolan: un outsider, per scelta, che decide di non avere padroni per poter obbedire solo alla propria coscienza; un cavaliere con poche macchie e senza paura, paladino della giustizia, che uccide solo per legittima difesa e ha sommo rispetto per le donne che lo accompagnano e per la loro virtù.

Tutto bene, dunque? No, perché la sceneggiatura, che vorrebbe inseguire un tema, non lo centra come dovrebbe: con l’eroe, infatti, viaggiano la bella ufficiale dell’esercito (che si dimostra tosta quanto lui) e una ragazza adolescente legata a lui enigmaticamente (il dubbio sull’ipotetica parentela permane fin quasi ai titoli di coda). “Anziché essere un lupo solitario” – così l’autore del libro ha sintetizzato il senso della storia – “Jack Reacher diviene parte di una squadra a tre. Dovranno lavorare insieme per uscire dai guai, ma nessuno di loro ha familiarità con il concetto di prendere ordini. Sono tutti abituati a essere i capi di se stessi”. All’eroe, quindi, sulla carta, è richiesto un cambiamento, l’adeguarsi a una situazione completamente nuova e forse un’assunzione di responsabilità decisiva per la sua vita. Lo svolgimento della trama e la messa in scena, però, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere queste sfide interessanti. Stilisticamente, poi, gli autori sono indecisi se riprendere l’umorismo sardonico del primo film o prediligere un tono più intimo e crepuscolare, con la conseguenza di perdere sia sul fronte del divertimento sia su quello dell’approfondimento psicologico. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
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THE YOUNG POPE (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 16:17
Titolo Originale: The Young Pope
Paese: Italia, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Francia, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Tony Grisoni, Stefano Rulli
Produzione: Wildside, Haut et Court TV, Mediapro
Durata: dal 21 ottobre 2016 su Sky Atlanti
Interpreti: Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando

Il collegio cardinalizio decide di eleggere un Papa giovane, che sia facile da manipolare, e fa ricadere la sua scelta su Lenny Belardo, un cardinale quarantasettenne americano, che prende il nome di Pio XIII. Tuttavia il nuovo Papa, tormentato da un’infanzia problematica e dolorosa, si mostra da subito poco incline a lasciarsi comandare.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Paolo Sorrentino presenta i primi due episodi della serie televisiva in modo molto furbo: senza prendere posizione sui più controversi temi relativi alla morale cattolica e concentrandosi più sui personaggi. Nelle prime due puntate nella Chiesa dipinta da Sorrentino forse c'è un certo senso della religiosità, ma la fede è del tutto assente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I primi due episodi della serie si presentano molto ben costruiti a livello drammaturgico, ben diretti e ben interpretati, delineano in modo abbastanza chiaro i primi tratti dei personaggi e le relazioni umane da cui sono legati tra loro.
Testo Breve:

Un papa enigmatico ed affascinante, cucito intorno alla fantasia visiva del regista Sorrentino, che cerca di cogliere non certo il valore, ma il fascino mediatico di una istituzione universale come la Chiesa Cattolica

Un Papa oscurato e oscurantista, questo è il Pio XIII che il regista premio Oscar Paolo Sorrentino dipinge in The Young Pope, attesissima serie televisiva che immagina la Chiesa Cristiana Cattolica guidata da un romano pontefice statunitense di 47 anni.

Un’operazione furba quella di Sorrentino che già dalle prime scene fa in modo di citare tutti i temi più caldi e dibattuti in materia di morale cattolica, senza però sbilanciarsi in alcun giudizio evidente, almeno per il momento. A partire da queste prime, oniriche e surreali scene il regista procede con tutta la libertà creativa e d’immaginazione di cui sente di aver bisogno. Nelle prime due puntate della serie la narrazione spiazza il pubblico di continuo. Ogni volta che sembra di essere sul punto di afferrare una posizione o un messaggio chiari all’interno della storia, il quadro cambia completamente e la prospettiva viene ribaltata.

Questo Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, magistralmente interpretato da Jude Law, è un Papa conservatore, non tanto per le sue idee quanto piuttosto per un atteggiamento accentratore e poco incline al dialogo, fino al punto di sfiorare l’oscurantismo. Ieratico in ogni suo gesto, moralmente irreprensibile e imperscrutabile tanto da sembrare a tratti quasi inquietante. Pio XIII non si lascia conoscere e studiare da nessuno, manifesta quasi subito la sua volontà di restare invisibile agli occhi del mondo intero e fa oscurare la propria immagine celandosi dietro un’umiltà solo apparente. Al tempo stesso questa marmorea figura statuaria, una sorta di semidio terrestre, a tratti sembra quasi andare in corto circuito lasciando intravedere tutta l’umana fragilità e la debolezza che stanno all’origine del suo serafico autocontrollo. Al livello drammaturgico ne risulta un personaggio assai enigmatico e affascinante, ma decisamente fuorviante rispetto alla realtà.

Papa Belardo si muove sullo sfondo di una curia bizzarra e sontuosa. Nonostante il loro autorevole contegno Vescovi a e Cardinali in più di una circostanza si comportano in modo assai comico. Il regista afferma di non aver avuto alcun intento denigratorio; al contrario frequentando alcuni membri della curia ha avuto modo di scoprire con sorpresa che questi nelle loro conversazioni coltivano con piacere un certo umorismo; un dettaglio che ha ritenuto interessante mantenere per dare colore ai suoi personaggi.

In The Young Pope la Chiesa, nonostante le tante diverse sfumature, resta rappresentata alla maniera sorrentiniana: maestosa, imponente e naturalmente potente, con un cerimoniale sfarzoso che non sempre corrisponde alla realtà, fondata più sull’apparenza che sulla fede. Tanto che non è del tutto inappropriato paragonare gli intrighi di questo Vaticano alle cospirazioni e alle trame di potere che a grandi linee alimentano la storia di altre serie come House of cards. Come quando ad esempio, fatte le debite differenze, il Papa induce il povero frate confessore di tutti gli ecclesiastici che risiedono in Vaticano a rompere il vincolo di segretezza della confessione per poter avere il pieno controllo del modo di agire e pensare dei prelati a lui vicini. Non si può dire che la prospettiva religiosa sia del tutto trascurata; al contrario Pio XIII e i personaggi a lui più vicini, come il segretario di Stato cardinale Angelo Voiello, interpretato da Silvio Orlando, e suor Mary, Diane Keaton, mostrano in più di una circostanza di affrontare momenti di dubbio, di ricerca, di preghiera e di riflessione in una prospettiva di fede. Si tratta però appunto solo di una prospettiva, peraltro assai incerta e tormentata, e mai di uno sguardo veramente trascendente sul mondo e sulla vita.

Certamente da Sorrentino non ci si poteva aspettare una interpretazione della Chiesa Cattolica coerentemente inserita in una realtà di fede e tantomeno uno sguardo aperto alla trascendenza. L’affresco tracciato dal regista in questi primi due episodi corrisponde ad una sua personale fantasia, è un libero racconto fondato sulla sua immagine di Chiesa. Un'immagine probabilmente da molti condivisa, ma carente di tanti e fondamentali aspetti.

"È un lavoro - ha detto Sorretino ai giornalisti a Venezia - che affronta con curiosità e onestà, senza sterili provocazioni o pregiudizi e fin dove può, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinanti della Chiesa”; ma bisogna anche aggiungere che un’istituzione grande e millenaria come la Chiesa Cattolica è in grado di suscitare una curiosità e un interesse notevoli anche al livello commerciale. Un aspetto che Sky, HBO e Canal+ non hanno ignorato e su cui infatti hanno volentieri investito cifre considerevoli. Tanto che Sorrentino ha annunciato di lavorare già alla seconda stagione della serie.

The young Pope è trasmesso su Sky Atlantic alle 21,15 dal 21 ottobre 2016  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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I MEDICI (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 14:11
Titolo Originale: I Medici
Paese: GRAN BRETAGNA, ITALIA
Anno: 2016
Regia: Sergio Mimica-Gezzan
Sceneggiatura: Frank Spotnitz, Nicholas Meyer
Produzione: Big Light Productions, Lux Vide, Wild Bunch
Durata: SU RAI 1 dal 18 ottobre 2016
Interpreti: Richard Madden, Dustin Hoffman, Annabel Scholey, Lex Shrapnel, Alessandro Preziosi

Giovanni de’ Medici, il capostipite della dinastia, muore assassinato. Cosimo ne prende il posto. Deve subito affrontare l’antagonismo della famiglia Albizzi che ha trascinato Firenze in una guerra contro Milano, danneggiando di fatto tutte le attività commerciali e finanziarie della città. Cosimo è una persona prudente: senza esasperare il contrasti riesce a portare la pace fra Firenze e Milano e al contempo dà il via al completamento della cupola del Duomo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli atti compiuti dai componenti della famiglia Medici, che puntano soprattutto alla loro prosperità, sembra obbedire alla legge di “il fine giustifica i mezzi”
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sessualmente audace
Giudizio Tecnico 
 
La fiction è stata realizzata in piena aderenza ai canoni della bellezza esaltati dal Rinascimento. Ottima l’interpretazione di Dustin Hoffman; opaca quella di Richard Madden
Testo Breve:

La storia di Cosimo de’ Medici: la sua abilità politica e il suo mecenatismo. Una fiction in una confezione di lusso con un grande Dustin Hoffman e qualche incompiutezza, nei primi due episodi, nella definizione dei personaggi

Sono state tramesse su RaiUno, martedì 18 ottobre, le prime due puntate del Serial TV I Medici. Ci limitiamo pertanto a commentare ciò che è stato visto finora, ben consapevoli che solo l’osservazione dell’intera seria potrà consentire un commento ponderato.

Il primo aspetto della fiction che salta agli occhi, è la bellezza. La bellezza delle ambientazioni (le riprese sono spesso state effettuate nei palazzi originali), dei dolci paesaggi toscani, dei costumi e la bellezza delle stesse attrici scelte come protagoniste. Non si tratta di un’estetica oleografica ma di una bellezza reale, un giusto tributo a quest’epoca d’oro della nostra storia, che verrà sicuramente apprezzata nei paesi in cui la fiction verrà trasmessa.
I Medici è il risultato di una poderosa produzione internazionale e sia il cast artistico che quello tecnico sono costituiti da talenti provenienti da varie parti del mondo. 
Si può facilmente quindi comprendere come questa fiction ha dovuto allinearsi a uno stile narrativo che risulta dominante sul mercato internazionale, che è poi quello dei blockbuster televisivi americani. Si tratta di un’osservazione doverosa, rivolta soprattutto a coloro che sono abituati ad abbinare la Lux Vide (coproduttrice) ai serial del genere Don Matteo.

Citiamo almeno cinque scelte narrative che caratterizzano questo tipo di “internazionalizzazione”.

1-Quando un uomo e una donna decidono di stare insieme, come amanti o come coniugi, occorre sempre mostrare come si comportano nell’intimità del loro letto, anche se in questa fiction compaiono nudità solo parziali.
2-L’omosessualità riveste una significativa rilevanza. Nelle due prime puntate sono già due gli accadimenti narrati: viene mostrata come reale la supposta tendenza di Donatello e viene attribuita la stessa tendenza al cardinale Orsini. Non ci sono prove che Donatello subisse, quando era a Roma, un’accusa di sodomia ma l’inserimento di questa ipotesi serve per sottolineare l’insensibilità della Chiesa su questo tema.
3-In molte sequenze affiora il giudizio sbrigativo sulla Chiesa Cattolica a cui siamo stati abituati da tanti serial di cultura protestante: fanciulle seminude che escono dall’alcova di un cardinale, prelati che si fanno corrompere per un borsello pieno di monete d’oro. Nessuno mette in dubbio il livello di degrado della Chiesa del tempo ma forse la presenza di qualche sacerdote o cardinale capace di fare onore all’abito che porta avrebbe evitato il giudizio globalmente negativo che traspare da queste prime due puntate. La sequenza nella quale i cardinali vengono corrotti perfino durante la reclusione del conclave con biglietti messi fra le loro pietanze è identica a quella che ci è stata già mostrata nel serial I Borgia nella versione canadese con Jeremy Irons.
4- Il protagonista non è un eroe positivo ma un uomo che è cattivo o buono in funzione della sua convenienza (Breaking Bad e Better Call Saul docent) : in questo caso Cosimo non persegue principi assoluti ma si muove per raggiungere ciò che èconveniente per la famiglia secondo un principio di utilità.
5- Infine l’esecuzione di omicidi compiuti, su mandato di Cosimo de’ Medici; anche se non esistono prove storiche a riguardo (tanto meno l’assassinio di Giovanni dè Medici, che finì tranquillamente i suoi giorni nel suo letto) servono per enfatizzare  il binomio potere-morte secondo lo stile ormai consolidato di House of Cards.

La fiction tratta un arco di tempo molto ampio (circa quarant’anni, dal 1409 al 1449) e sono pochi i lavori che hanno avuto archi narrativi così estesi sul tema del Rinascimento. Si possono  citare I Medici – Padrini del Rinascimento di History Channel (2004), che ha enfatizzato il mecenatismo e l’intraprendenza bancaria della famiglia e il classico lavoro di Roberto Rossellini: L’età di Cosimo de’ Medici (1972), che ha sottolineato soprattutto la transizione da un mondo agricolo alla supremazia di una citta orientata alle arti e ai mestieri.  Anche gli autori Frank Spotnitz e Nicholas Meyer di questo I Medici hanno avuto il non facile compito di far trasparire, in forme adatte al piccolo schermo, le tendenze, gli umori di quel tempo. 
Questo problema è stato spesso risolto verbalmente, più che visivamente.
In un confronto serrato fra il nobile Albizzi e Cosimo de' Medici durante una seduta del Consiglio, viene delineata la contrapposizione fra le famiglie nobili di Firenze pronti a combattere per la gloria della città (“altrimenti le nostre spade si arrugginiscono”) e la classe dei mercanti e del popolo, sostenuti da banchieri come i Medici, amanti della pace, a beneficio dei loro affari. 
Allo stesso modo, in un dialogo fra Giovanni de' Medici e sui figli, traspare la nuova funzione che stanno assumendo gli istituti di credito, così diversa dal concetto di usura: “il nostro profitto viene dal commercio e dal credito: noi diamo un’opportunità a chi altrimenti non ne avrebbe”.

Nella fiction predomina su tutti l’interpretazione del grande Dustin Hoffman. A lui bastano poche battute per fornirci l’immagine del pater familias che tiene sotto il suo stretto controllo i componenti della famiglia e li dirige per perseguire obiettivi da lui ben definiti. 
Ben delineata è anche la figura della Contessina, la moglie di Cosimo, impegnata a difendere e a mantenere l’armonia della famiglia.
Più ermetica, in queste due prime puntate, la figura di Cosimo. Dal volto perennemete pensoso di Richard Madden traspare a fatica la sua personalità. A parole sembra un uomo pacifico ma poi quando i suoi uomini vanno oltre (uccidono invece di limitarsi a minacciare) appare incerto, rassegnato al fatto compiuto. Anche i rapporti con la moglie restano incompresi: lei è moglie fedele e madre scrupolosa e il comportamento scostante di lui non trova alcuna motivazione.

In complesso un lavoro altamente professionale, un prodotto  ben confezionato ma con un’anima ancora in definizione, che probabilmente verrà meglio delineata nelle prossime puntate. 
Ovviamente il serial non cerca di giustificare le molte azioni delittuose o di corruzione della famiglia Medici, anche se più volte, un componente della famiglia, cita la frase: “a volte è necessario fare del male per raggiungere un bene molto più grande”. 
Si tratta di un sinistro richiamo al principio di utilità; in realtà i Medici, da buoni cristiani, dovrebbero ben sapere che non si può mai fare del male per ottenere del bene. In questo caso il “bene” è il loro tornaconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NERUDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 20:30
Titolo Originale: Neruda
Paese: Argentina, Cile, Spagna, Francia.
Anno: 2016
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Guillermo Calderón
Durata: 107
Interpreti: Luis Gnecco, Gael García Bernard, Alfredo Castro, Mercedes Morán, Pablo Derqui, Michael

In Cile, nel 1948, il governo di Gabriel Gonzales Videla, eletto dalla sinistra ma manipolato dagli Stati Uniti, dichiara clandestino il comunismo. Pablo Neruda, in quanto senatore comunista, si oppone alla decisione. Videla, ossessionato dal poeta e dalla sua influenza sul popolo, incarica il prefetto Oscar Peluchonneau di ricercare e imprigionare Neruda che si nasconde in Cile con la moglie, nell’attesa di varcare il confine e fuggire all’estero. Il prefetto, intriso di odio e amore per il poeta, si impegna così in un inseguimento serrato e ossessionante lungo tutto il paese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non sposa una teoria o ideologia ma tenta (riuscendoci piuttosto bene) a restituire la complessità della realtà in maniera non ideologica, non sleale con la natura umana però si mantiene abbastanza acritico con le condotte di vita avventurose
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, diverse sequenze ambientate in bordelli con esplicite allusioni sessuali, qualche scena di violenza leggera
Giudizio Tecnico 
 
La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema. La dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso
Testo Breve:

Nel Cile del 1948, Pablo Neruda, il famoso poeta e senatore comunista. deve vivere in clandestinità braccato dalla polizia. La storia ottiamente scritta di un inseguimento

Per chi, considerando il titolo e la trama, si aspettasse legittimamente un racconto biografico eroico, la visione di Neruda potrebbe risultare profondamente spiazzante.

Se, dopo No- I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín torna a parlare della storia del Cile attraverso la vita del suo personaggio più illustre, l’approccio neutro e piano del film storico è ciò che di più lontano esista da quest’opera a cavallo tra noir, on the road, black comedy e metaracconto.  

Il regista sceglie di non parlare di Neruda ma degli infiniti sguardi che si posano su di lui, investendolo di significati soggettivi, diversi a seconda di chi si approcci alla sua immagine e alla sua poesia. Un punto di vista frammentato che trova la sua unità nella voce narrante dell’indimenticabile personaggio di Peluchonneau e che sa restituire le contraddizioni del poeta cileno e della storia di un Paese, in costante tensione tra molteplici verità coesistenti.

Eppure, nonostante il mélange di generi e significati, Neruda possiede una compattezza invidiabile, grazie a un tema pervasivo e universale. Sin dalle prime parole della voce narrante Neruda si dichiara come la storia di una caccia, e la dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso.

La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema: il tema dell’ “incatturabilità” pervade ogni elemento della scena. A sfuggire inevitabilmente dall’ossessione di Videla e Peluchonneau non è solo Neruda, ma la poesia stessa e, con una metafora universalizzante, ogni essere umano nella sua singolarità.

La voce narrante del prefetto, lucido e folle al contempo, tesse un dialogo continuo in ogni scena: per ogni significato arriva inesorabile il suo contrappunto, in un gioco di rimandi tutt’altro che relativista, ma piuttosto aderente all’incommensurabile complessità della storia e di ogni vita umana. L’ironia profonda della sceneggiatura, che non risparmia inseguito né inseguitore, possiede il tono ma non il cinismo della black comedy, e illumina di tenerezza i personaggi, mai compatti, pervasi da crepe e fragilità.

Solo per un istante il film perde ritmo e armonia, a pochi minuti dal finale, impantanandosi nell’astruso di alcune didascaliche riflessioni metanarrative; un inciampo che apre troppo frettolosamente a complessità interpretative. Ma subito si riprende, regalandoci un inseguimento quasi western nella neve, in cui Neruda va incontro al suo nemico, immagine metaforica di un ricongiungimento impossibile e agognato tra inseguito e inseguitore, tra verità che si sfiorano senza mai abbracciarsi. E’ soltanto la preparazione per una chiusa ancor più spettacolare che toglie lo sguardo dal vate e illumina il grigio anonimato di Peluchonneau per ricordarci il bisogno assoluto degli altri e della loro parola, senza la quale non saremmo chiamati alla vita e tratti fuori dal buio dell’oblio.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I BABYSITTER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 17:45
Titolo Originale: I Babysitter
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Giovanni Bognetti
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILM, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Interpreti: Diego Abatantuono, Francesco Mandelli, Paolo Ruffini, Antonio Catania

Andrea è un ragazzo buono ma timido, che spera di fare carriera nello studio del celebre procuratore sportivo Gianni Porini dove lavora. Chiede un appuntamento con il capo per mostrargli quello che lui ritiene essere un suo progetto particolarmente brillante ma il Porini ha altro per la testa: deve uscire quella sera con sua moglie e la baby sitter si è ammalata. Decide quindi all’istante di proporre ad Andrea di andare a casa sua per badare, per quella notte, al suo pestifero figlio Remo. Andrea finisce per accettare ma c’è un problema: quella sera coincide con la data del suo compleanno e i suoi amici Aldo e Mario hanno progettato grandi festeggiamenti. Il problema viene prontamente risolto: i due amici trasferiscono la festa nella casa del dott Porini, che in poco tempo si riempie di invitati e di imbucati e inizia in questo modo un festino che non sembra avere freni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre riconosce di aver trascurato troppo suo figlio e decide di ricorrere ai ripari. Ci sono buoni sentimenti in questo film: peccato che sia stato rivestito di una confezione scurrile
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, situazioni sensuali, accenni all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Il regista-sceneggiatore confeziona un racconto vivace e scorrevole con l’aiuto di attori tutti nella parte
Testo Breve:

Alcuni giovani organizzano un festino in una casa che non è la loro. Una commedia goliardica che inizia secondo i canoni del filone trash ma poi migliora valorizzando gli affetti familiari

La commedia giovanile, goliardica e pecoreccia (sarebbe più fine parlare di commedia trash) aveva imperversato in Italia a partire dagli anni ’80 (le commedie di Lino Banfi, di Alvaro Vitali che faceva il Pierino e tanti altri): un filone decisamente di serie B ma che poteva contare su di un suo pubblico non trascurabile.

Anche oltreatlantico si era scoperto quanto era facile far ridere con battute pesanti ed esplicite sul sesso e altre funzioni organiche e dal macro-filone dei college film si erano staccati prodotti trash come American Pie e Porky’s.   .

Nei tempi recenti qualcosa è cambiato. Il filone, grazie ad autori significativi, è stato in qualche modo “nobilitato” tanto che ormai sviluppare una commedia dove sono presenti young-adult comporta, quasi obbligatoriamente, l’adozione di linguaggi e atteggiamenti scurrili.  Hanno dato una buona spinta in questa direzione sceneggiatori come Judd Apatow  (molto incinta, 40 anni vergine, il serial TV Love su Netflix).  e Nicholas Stoller, spesso co-autore con Judd Apatow, (Cattivi vicini 1 e 2). Anche Mike & Dave: un matrimonio da sballo, ora nelle sale, prosegue in questa direzione.

Questo I Babysitter, che ricalca molto da vicino, il film francese Babysitting,  sembra voler, anche lui, cercare di nobilitare il genere. Un tentativo già iniziato dallo stesso sceneggiatore Giovanni Bognetti (qui anche regista), con Belli di papà.

All’inizio il film sembra orientandosi verso il trash duro e puro, con molte parolacce e pesanti allusioni. Né, durante la festa, evita di tralasciare una sequenza di surra de bunda. Man mano però che la storia avanza, il film sembra cambiare direzione. Quando ormai la festa in casa Porini raggiunge il suo culmine, si orienta su un tono più leggero, goliardico-canzonatorio, con non poche battute divertenti. Infine, a due terzi del film, la svolta: la scena ora si svolge in un luna park, dove il ragazzo Remo ha trascinato i protagonisti del racconto. Il tema dominante diventa la formazione del ragazzo, la sua sofferenza per esser troppo trascurato dall’impegnatissimo padre e l’affettuosa solidarietà dei nuovi, improvvisati, amici.

Come in un crescendo, ora che il tema dominante è diventata l’armonia familiare, lo sceneggiatore decide di concludere regalandoci una massima di saggezza imperitura.  Aldo, che aveva cercato invano di avere successo nello sport, dichiara che “ciò che conta veramente è il successo è si ha con chi ti sta vicino”.

Il film ha un buon ritmo, non poche situazioni divertenti e alla fine si svela sostenitore di importanti valori umani e familiari. Peccato che, per ubbidire ai canoni rigidi della commedia giovanile, debba continuamente ricorrere a linguaggi e situazioni scurrili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INFERNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/14/2016 - 08:38
Titolo Originale: Inferno
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: David Koepp
Produzione: BRIAN GRAZER, RON HOWARD
Durata: 121
Interpreti: Tom Hanks, Felicity Jones, Irrfan Khan, Omar Sy, Ben Foster, Sidse Babett Knudsen

Il professor Robert Langdon si risveglia in un letto d’ospedale di Firenze ma non ricorda quasi nulla. Per fortuna c’è con lui la giovane dottoressa Sienna che l’aiuta a recuperare qualche frammento degli ultimi avvenimenti. Il professore scopre così di essere in qualche modo collegato con il miliardario Bernad Zobrist, fautore della teoria della sovrappopolazione della terra, che prima di morire aveva minacciato di attivare un virus che avrebbe ucciso in poco tempo metà della popolazione mondiale. Langdon si trova in tasca un visore laser che mostra, con alcune significative aggiunte, l’inferno di Dante ritratto da Botticelli. Gli era stato consegnato dalla dottoressa Elizabeth Sinskey dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità perché la aiutasse a decifrare l’enigma nascosto in quel disegno che dovrebbe condurre al luogo dove Zobrist ha nascosto il virus mortale….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Coraggio e buon senso fanno da contrappeso all’intento criminale di risolvere il problema del sovrappopolamento della terra con uno sterminio di massa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene spaventose sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film beneficia della notevole professionalità di Ron Howard; sempre bravo Tom Hanks. Una gradevole sorpresa la presenza di Felicity Jones, già conosciuta come moglie premurosa in La teoria del tutto
Testo Breve:

Un miliardario, ossessionato dall’inevitabile, suo dire, rischio di  sovrappopolazione del pianeta, prospetta di attivare un virus che dimezzerebbe in breve tempo la popolazione mondiale. Ma non ha fatto i conti con il prof Langton, esperto nella soluzione di enigmi del passato. Da uno dei libri di Dan Brown, senza alcuna polemica su temi di fede

Prima di iniziare la recensione di questo film, consentitemi di riconoscere che è molto bello e piacevole vedere film come questo,  in grado di esaltare  le incommensurabili bellezze del nostro paese (in questo caso Firenze e Venezia), grazie anche alla sensibilità del regista Ron Howard che si è avvalso di spettacolari carrellate dall’alto con l’ausilio di droni.

Squadra che vince non si cambia, né si cambia lo stile di gioco. Per quest’ultimo film ricavato dalla trilogia dei libri di Dan Brown (Il codice da Vinci, Angeli e demoni) sono stati confermati Ron Howard alla regia e Tom Hanks come protagonista.  Restano invariate le caratteristiche della serie: c’è un enigma da sciogliere che porta i protagonisti a girovagare per l’Europa (la sequenza finale è all’interno della cisterna di Istanbul), con fughe  lungo i passaggi segreti di famosi monumenti del passato, né mancano voltafaccia e colpi di scena ben distribuiti lungo la storia.

C’è sempre una donna che accompagna il professore nelle sue ricerche e che cambia ad ogni puntata. In questo caso le donne sono due perché ora che Tom Hanks inizia ad invecchiare, puntata dopo puntata, non viene bene sviluppare una liason amorosa con la giovane attrice inglese Felicity Jones (la dottoressa Sierra) ed è stata inserita anche la figura della dottoressa Elisabeth Sinkey (Sidse Babett Knudsen) con una età comparabile con quella di Tom.

Sarebbe però ingiusto e sbrigativo liquidare il film come copia inerte di una formula ormai collaudata. Lo spettacolo è di buon livello, grazie alla bravura del regista che carica il racconto di incubi irrisolti che affollano la mente di Langton. Tom Hanks  non si presenta, come il solito, come al solito, nei panni del professore saputello, ma questa volta si mostra fragile e impotente di fronte alle minacce che incombono su di lui. C’è inoltre una doppia storia d’amore, che alleggerisce il ritmo teso della componente avventuroso-turistica e ci mostra un Langton dal volto umano, quasi melanconico, nel ricordare assieme alla sua antica fiamma, quello che sarebbe potuto essere e che non è stato

Alla fine film come questi, applicando con diligenza la stessa formula, hanno l’onestà di essere ciò che lo spettatore si aspetta che sia, sostenuti dalla sempre notevole professionalità del regista e del protagonista.

Un altro merito di questo film è quello di aver evitato qualsiasi polemica intorno a tematiche religiose, qui totalmente assenti. Si presenta quindi come un film di puro intrattenimento senza doppi fini. Una scelta sicuramente contro corrente rispetto allo stesso libro omonimo di Dan Brown: l'autore infatti sposava in pieno le teorie malthusiane del miliardario folle e riteneva corretto pervenire a un finale catastrofico

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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AMERICAN PASTORAL

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/12/2016 - 17:00
Titolo Originale: American Pastoral
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ewan McGregor
Sceneggiatura: John Romano
Produzione: Lakeshore Entertainment
Durata: 126
Interpreti: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn

Nathan Zuckerman, ormai scrittore affermato, ha deciso di partecipare alla festa annuale che si tiene nella high school del paese dove è nato, per incontrare i suoi vecchi compagni di scuola nel Newark. In quella circostanza viene a sapere che Seymour Levov, detto “lo svedese” è morto. Era, ai tempi della scuola, il compagno ammirato da tutti: alto, biondo, campione di baseball, aveva sposato miss Miss New Jersey e aveva ereditato la fabbrica di guanti di suo padre. Aveva condotto per un certo tempo una vita piena di successi e di soddisfazioni ma poi qualcosa non aveva funzionato: ai tempi della guerra in Vietnam sua figlia sedicenne Meredith era diventata una contestatrice e quando nell’ufficio postale di Old Rimrock, dove vivono, esplode una bomba uccidendo il proprietario, tutti pensano che sia stata proprio lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre affettuoso e onesto affronta un problema più grande di lui: la ribellione di sua figlia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena audace di seduzione con linguaggio esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Bei costumi e ottima scenografia, impegnata nella ricostruzione degli anni 60, brava la Jennifer Connelly nella parte della madre ma la storia è organizzata per accumulo di frammenti ricavati da una fonte molto più complessa (il libro omonimo di Philip Roth)
Testo Breve:

Pastorale americana, il libro di Philip Roth sul sogno americano, ha un adattamento modesto in questo film che cerca di dire tante cose in modo incompleto

Il romanzo American Pastoral di Philip Roth vinse il premio Pulitzer nel 1997 ed è comunemente considerato il suo capolavoro. Si tratta inoltre di un libro molto amato dai lettori d’oltreoceano perché traccia, attraverso la storia dello svedese, venti anni di storia americana: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli incerti e confusi anni sessanta. Dalla fiducia nel lavoro duro e nel progresso, garanzia certa di successo, ai tempi della contestazione durante la guerra del Vietnam. Nelle pagine del libro sono presenti i principali elementi del sogno americano: la positiva mescolanza di razze per costruire ricchezza e progresso (nella fabbrica di guanti, la maggioranza degli operai è di colore); ebrei e cattolici irlandesi ( la famiglia dello svedese e sua moglie Dawn riuniti insieme per il Thanksgivingday; Le vittorie di lui come campione sportivo, la bellezza di lei, miss New Jersey; la loro grandiosa villa con annesso maneggio di cavalli, segno tangibile del loro  successo. Un sogno a cui segue un doloroso e inaspettato risveglio, per l’intera nazione, ai tempi della rivoluzione studentesca e anche lo stesso Svedese, che non riesce più a comprendere chi sia realmente sua figlia. Una grandiosa parabola dell’innocenza americana e della successiva grande disillusione. Il romanzo di Philip Roth esprime tutto questo e altro ancora e si comprende perché siano trascorsi anni di indecisione prima che si trovasse un regista in grado di affrontare l’impresa. Molto meno comprensibile la decisione di Evan McGregor di sceglierlo come suo primo film da regista, investendo di persona nella sua produzione. Alla fine il risultato è modesto. Non tanto per colpa delle incertezze registiche di Mc Gregor, anche attore protagonista, ma dello sceneggiatore John Romano che cerca di mettere tutto il contenuto e i significati del romanzo all’interno dei tempi standard di un film.

Lo scrittore Zuckerman (alter-ego di Philip Roth) che compare all’inizio e che racconta tutta la storia in flash back, non sembra trovare un ruolo nella storia ma si limita a fungere da voce fuori campo. I favolosi anni giovanili del dopoguerra (i successi dello Svedese nello sport, il suo conquistato benessere) sono narrati rapidamente in flash back. La ribellione della figlia viene evidenziata tramite il suo linguaggio: a sedici anni inizia a parlare come un volantino della rivolta studentesca e sia lei che la sua compagna terrorista sembrano dei robot indottrinati, senz’anima. Viene riprodotta la scena, presente anche nel libro, della richiesta di Merry bambina di venir baciata sulla bocca dal padre. Nel libro il padre accetta, nel film rifiuta sdegnosamente e quindi resta un episodio che si chiude in se stesso, non diventa, come nel libro, uno dei tanti motivi di rimorso del padre, quando dovrà cercare di comprendere la ribellione della figlia. Brava comunque Jennifer Connelly nella parte della madre che subisce gli effetti della tragedia: abbandonato il suo abito di moglie e madre premurosa, regredisce ai tempi in cui era miss New Jersey, torna a dedicarsi a quella sua bellezza che ora sta sfiorendo e cerca di distrarsi con le attenzioni che riceve fuori dal matrimonio.

 E’ come se il film fosse costituito da una sequenza di molecole narrative, che non si amalgamano per costituire una materia organica. Vi è un unico tema che prende il sopravvento su tutto: l’angoscia di un padre onesto, tutto d’un pezzo, che non comprende l’irrazionale ribellione della figlia e che passa la sua vita a cercarla per riportarla a casa. Uno scontro generazionale, anche se doloroso, dovrebbe portare i suoi frutti almeno nella reciproco rispetto dell’altro. In questo film tutto si risolve in una desolante incomunicabilità, perché il padre è talmente buono e innocente da sembrare stupido mentre la figlia è ottusamente fanatica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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