Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

TRE CUORI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/02/2014 - 17:31
Titolo Originale: 3 coeurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Benoît Jacquot
Sceneggiatura: Julien Boivent, Benoît Jacquot
Produzione: RECTANGLE PRODUCTIONS, PANDORA FILMPRODUKTION
Durata: 107
Interpreti: Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve

Marc, ispettore delle imposte di Parigi in temporanea trasferta in una cittadina di provincia, perde l’ultimo treno per tornare a casa. Chiede a Sylvie, una ragazza che ha incontrato in un bar, qual è l’albergo più vicino per passare la notte. In realtà né lui né lei vogliono chiudere in questo modo la serata e passano tutta la notte chiacchierando per le stradine della città. All’alba decidono di incontrarsi di nuovo a Parigi ma senza scambiarsi il numero di telefono. Marc non potrà andare all’appuntamento perché colpito da infarto e tornerà più volte in quel paesino, nell’infruttuosa ricerca di Sylvie. Durante le sue ricerche incontra Sophie e se ne innamora. Non sa che è la sorella di Sylvie…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra sviluppare la teoria, presente in tanti film di Woody Allen, del’esistenza di un fato indifferente se non maligno nei confronti degli uomini, che sono incapaci di reagire e vengono trascinati dalle loro pulsioni verso un destino infausto
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema scabroso, qualche scena sensuale, consiglia la visione a un pubblico maturo
Giudizio Tecnico 
 
Benoît Poelvoorde è molto bravo nella sua parte e la regia segue bene lo sviluppo progressivo del dramma ma la sceneggiatura non ha illuminato con lo stesso dettaglio tutti i risvolti della storia che finisce per perdere in credibilità
Testo Breve:

Lui e lei s’incontrano, chiacchierano per un’intera notte ma poi non riescono più a rivedersi. Senza saperlo, lui finisce per sposare sua sorella. Un dramma psicologico ben recitato ma non sorretto da una sceneggiatura credibile

Un uomo e una donna s’incontrano, chiacchierano passeggiando tutta la notte e concordano un nuovo appuntamento senza però scambiarsi i numeri del cellulare. Sorgono spontanee due domande: Marc e Sylvie, non vanno mai a cinema? Sono talmente tante le storie raccontate dove questo tipo d’incontro al buio è sempre fallito miseramente che un po’ di prudenza,  nell’era dei  cellulari, sarebbe stata opportuna,. In secondo luogo, di cosa avranno parlato tutta la notte se Marc, nel tornare in quella cittadina nel tentativo di ritrovare Sylvie procede a tentoni, senza alcun indizio?  Ci sarebbe una terza domanda: come mai due donne s’invaghiscono perdutamente di Marc che è interpretato da Benoît  Poelvoorde , bravissimo attore ma che non sembra avere le physique   du rôle del grande seduttore? Forse quest’ultima domanda non è pertinente.

Evidentemente per il regista Benoît  Jacquot la trama è stata solo un espediente per arrivare a ciò che più gli interessa: descrivere due personaggi stretti nelle maglie di un fato maligno che provoca profonde lacerazioni nel loro animo e li spinge ad avvitarsi in una situazione disonesta senza alcuna via d’uscita. Ritorna in questo modo una tesi molto cara a Woody Allen e presente in tanti suoi film: di fronte a un destino che si prende gioco di noi, non c’è riscatto per i protagonisti che sono trascinati dalle loro pulsioni verso un destino infausto.

Gli incontri fra Marc e Sylvie sono presi come al rallentatore e il regista indugia sulle sospensioni del discorso, sui loro sguardi sospesi nell’incertezza.  Il thriller sentimentale si sviluppa progressivamente, esplorato più dall’interno dei loro animi che nei pochi accadimenti esterni. Poelvoorde esprime molto bene il suo stato d’intima, continua, sottile sofferenza. Soffre di mal di cuore,  tende a prendere tutto sul serio, dagli impegni di lavoro a quelli sentimentali e, incapace di dominare gli eventi, cade spesso in stati ansiosi incontrollati.  

Meno compiuto il personaggio di Sylvie (Charlotte  Gainsbourg ): di lei non abbiamo una visione chiara del contesto in cui vive (convive con un ragazzo che vorrebbe continuamente lasciare ma con cui finisce per restare) e non riusciamo a comprendere il suo repentino innamoramento per un triste e un po’ grigio impiegato dell’agenzia delle Entrate, a cui piace soprattutto tenere i conti in ordine.

Chiara  Mastroianni e sua madre Catherine  Deneuve sono relegate in ruoli secondari e se Chiara ha sempre una lacrima di troppo in tutte le circostanze, la grande Catherine sembra qui solo impegnata stare a tavola per aggredire con soddisfazione piatti e dolci succulenti.

Alla fine, nonostante la colonna sonora sia indiscutibilmente quella di un thriller, nonostante l’impegno dei protagonisti, la partecipazione emotiva dello spettatore viene frenata da alcune incongruenze importanti nella storia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIE PARKER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/29/2014 - 21:33
Titolo Originale: Decoding Annie Parker
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Steven Bernstein
Sceneggiatura: Adam Bernstein, Steven Bernstein, Michael Moss
Produzione: UNIFIED PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON FAWKES PARTNERS, RIX PIX, MEDIA HOUSE CAPITAL, NOLAN MCDONALD FILMS
Durata: 91
Interpreti: Samantha Morton, Helen Hunt, Aaron Paul

Annie Parker ha 12 anni e sta vivendo spensierata con i suoi genitori e sua sorella quando sua madre muore di cancro. Diventata adulta, anche la cara sorella l’abbandona per la stessa malattia. Annie è convinta che il cancro che ha colpito la sua famiglia abbia un carattere ereditario e inizia a studiare il problema. Inesorabilmente, il cancro arriva anche per lei e inizia a raccontare attraverso delle lettere l’evoluzione della sua malattia alla dottoressa Mary-Claire King, l’unica che condivide l’ipotesi dell’esistenza di un tipo di cancro che si trasmetta geneticamente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due donne tenaci affrontano il cancro, una come ricercatrice, l’altra come paziente e vincono entrambe la loro battaglia
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile e alcune scene di incontri sessuali In U.S.A. è stato giudicato restricted (VM 17 non accompagnati)
Giudizio Tecnico 
 
Il film si regge sulla performance eccezionale dell’attrice inglese Samantha Morton ed ha buone capacità divulgative nel farci appassionare a una complessa ricerca scientifica. E’ carente nello sviluppo umano dei protagonisti.
Testo Breve:

Una ricercatrice e il suo staff, dopo 15 anni di intenso lavoro, scoprono il carattere ereditario di un tipo di cancro al seno. Una donna combatte con tenacia per ben tre volte contro il cancro  La storia vera di due donne vittoriose.

 

In una sequenza, Annie Parker, che ha avuto l’asportazione del seno sinistro a causa di un tumore, si guarda allo specchio la profonda ferita che le è rimasta sul petto. E’ una scena forte che mostra chiaramente l’approccio adottato dal regista sul tema sempre doloroso del cancro: niente lacrime ma un approccio realista e a volte anche allegro per raccontare la storia di un’importante vittoria contro questo male. Il film racconta la vita di due donne, la storia vera di due donne “toste” che non si arrendono davanti alle tante difficoltà che incontrano nel cammino che si sono scelte. La ricercatrice  americana Mary-Claire King specializzata in malattie di origine genetica, una delle poche a essere convinta che un certo tipo di cancro al seno sia ereditario, intraprende una ricerca, senza poter ricevere aiuti o sovvenzioni, che durerà 15 anni. Annie Parker ha il semplice obiettivo di vivere, dopo che sua madre e sua sorella sono morte di cancro e anche lei è stata colpita a 29 anni dalla stesso male. Convinta del carattere ereditario della malattia, inizia a studiare il fenomeno, con l’aiuto di un amico dottore e scrivendo resoconti periodici che manda a Mary-Claire King.

Il film riesce raccontarci in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori una delle più significative scoperte mediche dei nostri giorni, il gene BRA-1, responsabile dell’ereditarietà del  cancro al seno nel 10% dei casi. Ci riesce raccontando i passaggi più significativi della ricerca attraverso analogie con il traffico automobilistico, con il gioco delle carte ed altri espedienti. Nella realtà il lavoro è consistito nell’ intervistare migliaia di donne selezionate fra quelle che mostravano di aver avuto il cancro al seno all’interno della stessa famiglia, di effettuare il prelievo del DNA alla figlia, alla madre e alla nonna e poi correlare il tutto, con un uso massiccio di calcolatori. Meno riuscita è la figura di Mary-Claire King, una specie di vestale della ricerca, sempre concentrata, ogni giorno dell’anno sul suo lavoro, poco propensa ai rapporti umani.

Totalmente diversa è la storia di Annie Parker, intensa e appassionante grazie alla mostruosa interpretazione di Samantha  Morton. Una ragazza radiosa e allegra che non ha nessuna intenzione di arrendersi al fato, capace di superare il suo doppio lutto familiare e affrontare con coraggio per due volte la lotta contro il cancro (la prima le causò l’asportazione del seno sinistro, la seconda quella delle ovaie) accettando di sottoporsi a  trattamenti devastanti di chemioterapia. “Hanno ragione quelli che credono che la fede ci tiene in vita” osserva a un certo punto Annie; non sta parlando di fede religiosa (non ce n’è traccia nel film) ma fede nella vita stessa e nella voglia di vivere che abbiamo, che sa essere più forte della morte.

Dispiace solo che in questo film la vita privata di Annie sia schizzata velocemente per schemi preconfezionati e in particolare i rapporti con suo marito Paul: sembra che lei lo abbia amato solo perché la faceva ridere  ed era prestante nei rapporti coniugali. Di fronte a una donna così tenace, sarebbe stato interessante un maggior approfondimento.

Il film in chiusura elenca i premi internazionali ricevuti da Mary-Claire King e ci informa  che Annie, per la terza volta, nel 2005, è stata aggredita da un cancro al fegato. Annie è riuscita nuovamente a riprendersi e ora è molto attiva, tramite convegni e conferenze, nell’ incoraggiare tutte le donne che si trovano nella sua stessa situazione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA FOLLE PASSIONE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/29/2014 - 11:34
Titolo Originale: Serena
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Christopher Kyle
Produzione: NICK WECHSLER PRODUCTIONS, CHOCKSTONE PICTURES, 2929 PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON ANTON CAPITAL ENTERTAINMENT
Durata: 110
Interpreti: Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Toby Jones, Rhys Ifans

Nel 1929, George, un imprenditore dell’industria del legname della Carolina del Nord vive assieme ai suoi operai in un villaggio improvvisato fra le montagne da dove partono ogni mattina per il taglio degli alberi. Una mattina presenta a tutti Serena, una giovane donna da lui appena sposata, figlia di un altro imprenditore del legno morto tragicamente in un incendio assieme a tutto il resto della famiglia, quando Serena aveva appena 12 anni. Il loro amore è intenso e felice; Serena è una donna risoluta, decisa a costruire con George la loro fortuna economica e la loro felicità familiare con l’attesa di un bambino. Le cose non vanno però nel verso giusto: Serenaa perde il bambino che attendeva e suo marito, già indebitato, rischia il tracollo finanziari per la volontà del governo di costituire in quelle montagne una riserva naturale. Non resta che adottare soluzioni estreme….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La ricerca della felicità e di benessere dei due protagonisti si trasforma in una cupa volontà di schiacciare chi si oppone alle loro ambizioni
Pubblico 
Adolescenti
Una storia inutilmente cupa con qualche moderata scena sensuale
Giudizio Tecnico 
 
La regista non sa impiegare i due pur bravi attori per sviluppare con toni umani un dramma di ambizioni e crudeltà
Testo Breve:

Un quasi romanzo gotico dove una donna ambiziosa, pur di non veder falliti i suoi piani,  reagisce alle avversità della fortuna con sempre maggiore crudeltà scavalcando anche l’affetto sincero del marito 

Bradley  Cooper e Jennifer  Lawrence costituiscono indubbiamente la coppia del momento: hanno già lavorato assieme in American Hustle (Golden Globe 2013) e ne Il lato positivo (Oscar 2013 a come miglior protagonista alla Lawrence) ; anche la regista danese, Susanne Bier è  stata candidata all’Oscar 2006 con Dopo il matrimonio e  il libro da cui è tratta la storia, scritto da Ron Rash,ha avuto un lusinghiero successo in America. C’erano quindi tutte le migliori premesse per realizzare un film di successo ma le aspettative sono rimaste largamente disattese. Molto bella l’ambientazione fra boschi e montagne incontaminate ma quasi subito alcuni risvolti del racconto non sono fatti per attirare la simpatia del pubblico: la coppia George-Serena si trova dalla parte sbagliata quando il governo vuole costituire una riserva naturale sulle montagne per frenare il loro disboscamento selvaggio; viene ricostruito il duro lavoro dei boscaioli di quel tempo e ci sono molte scene di incidenti sul lavoro con ferite gravi ma la regista non si esprime con la sensibilità che ci si aspetterebbe. Di fronte a un lavoratore morso mortalmente da un serpente il dottore riferisce con noncuranza che “ne sono morti già sei quest’anno”.

Ciò che pesa sul film è la mancata messa a fuoco della protagonista Serena.  Tratteggiata fin dall’inizio come imprenditrice ambiziosa, non proverà alcun disagio quando il raggiungimento dei suoi obiettivi comporterà anche l’omicidio. La drammaturgia teatrale o cinematografica ha da sempre descritto donne sconvolte da una passione irrefrenabile ma se Lady Macbeth era mossa dalla brama di potere e da una crudele indifferenza verso gli altri, se la Livia del film Senso di Visconti si abbassava a comportamenti abietti perché spinta da un amore indomabile nei confronti del suo Franz, i loro autori avevano avuto la capacità di svelare, pur nello sconvolgimento della passione, la presenza di una umanità ferita. Nel caso di Serena, la sua progressiva discesa in una spirale di crudeltà e cinismo crescenti , anche verso chi è oggetto innocente della sua invidia, può trovare giustificazione solo come  il frutto di una povera mente malata.

Più misurato Bradley che riesce a dare al personaggio di George una certa dolente complessità, incerto fra perseguire la sua fortuna economica e lo sforzo di restare onesto, fra l’amore per la moglie e l’impegno morale di sostenere il figlio natogli da una relazione con una sua dipendente. C'è nel film una sorta di "leggerezza etica": una coppia che avrebbe potuto vivere serenamente e in pace la propria vita, di fronte ai primi ostacoli fa crollare immediatamente qualsiasi senso del giusto e si avvia senza troppi tentennamenti verso il crimine. Il racconto finisce quindi per non appassionare e dopo una brevissima sequenza di serenità iniziale, non ha altre variazioni di topo e procede cupo fino al dramma finale. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE JUDGE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/21/2014 - 12:24
Titolo Originale: The Judge
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: David Dobkin
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: BIG KID PICTURES, TEAM DOWNEY, VILLAGE ROADSHOW PICTURES, WARNER BROS
Durata: 141
Interpreti: Robert Duvall, Robert Downey Jr. , Vincent D'Onofrio, Billy Bob Thornton, Vera Farmiga

Hank Palmer è un avvocato di successo di Chicago, deciso e spregiudicato, che riesce a far assolvere anche chi è colpevole. La sua situazione familiare non è altrettanto positiva: ha una buona intesa con la sua piccola Lauren ma sta per divorziare. Una telefonata lo avvisa che sua madre è morta. Decide subito di prendere un aereo per raggiungere il suo paese nativo, Carlinville, dell’Indiana. Sa che la sua visita non sarà facile: da anni non parla più con suo padre, un giudice molto apprezzato per la sua integrità, perché in gioventù è stato troppo duro con lui, sopratutto da quando, a 17 anni, si rese responsabile di un incidente d’auto che causò al fratello maggiore Glen una ferita alla mano che bloccò per sempre una promettente carriera di giocatore di baseball. Dopo la cerimonia funebre e la fredda accoglienza del padre, Hank sta per ripartire quando il fratello lo prega di restare: il padre ha investito una persona uccidendo ed è stato accusato di omicidio premeditato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre e un figlio che non si vedevano da anni, ritrovano il modo di apprezzarsi a vicenda e di collaborare per la stessa causa giudiziaria. Dispiace la presenza di una bestemmia
Pubblico 
Adolescenti
Lo stato di continua tensione fra padre e figlio potrebbe impressionare i più piccoli. Linguaggio disinvolto e una bestemmia
Giudizio Tecnico 
 
Ottima prova d’attore per un thriller ben congeniato anche se la sceneggiatura cerca troppo spesso la chiave della commozione
Testo Breve:

Un figlio avvocato e un padre giudice che non si vedevano da anni a causa di antichi rancori si trovano ad affrontare assieme lo stesso caso giudiziario. Un thriller ben congeniato con il difetto di scivolare spesso nel melodramma

Il film è soprattutto una prova d’attori: Robert Duvall e Robert Downey Jr. danno il meglio in uno scontro caratteriale intenso e ininterrotto che nasconde una reciproca stima e il disappunto per un affetto soffocato da troppi anni. Le vicende familiari dei protagonisti sono prevalenti ma strettamente correlate con quelle giudiziarie del padre e di Hank, ora diventato anche suo avvocato difensore. I colpi di scena che scaturiscono dal risvolto poliziesco della storia, ben calibrati lungo i 141 minuti del film,, rimbalzano continuamente sul riavvicinamento dei due uomini, sempre molto precario.  I loro contrasti personali si proiettano verso un confronto ideologico già visto in tanti film americani: da una parte l’amore per l’onestà e la giustizia fino al sacrificio di se stessi, impersonato dal padre, dall’altra la malcelata preferenza per un personaggio  duro e spregiudicato fino al limite della legalità  come Hank, che sa portare a termine  i suoi obiettivi.

Intorno ai due protagonisti ruotano gli altri due fratelli Palmer, che hanno preferito la vita semplice di periferia, la piccola Lauren che viene a trovare il padre per qualche giorno e Samantha, la vecchia fiamma, che non sembra aver dimenticato i tempi della gioventù.

Complessivamente si tratta di un film avvincente e girato con  diligenza ma pesa su tutto il lavoro una sceneggiatura da mestierante, che cerca di caricare il testo di sottotrame non necessarie, come quando inserisce il dubbio della nascita di una figlia dalla relazione giovanile con Samantha e la ricerca di  facili commozioni come il rivedere i filmini di gioventù della famiglia Palmer, espediente sfruttato più volte. Il conflitto fra i due uomini, replicato fino al parossismo, fa da contraltare alla voglia, neanche troppo nascosta, di agganciare lo spettatore con un sentimentalismo sdolcinato, come nell’interminabile sequenza finale.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA PROMESSA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/04/2014 - 22:41
Titolo Originale: Une Promesse
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2013
Regia: Patrice Leconte
Sceneggiatura: Jérôme Tonnerre, Patrice Leconte
Produzione: FIDÉLITÉ FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH, IN COPRODUZIONE CON SCOPE PICTURES
Durata: 98
Interpreti: Rebecca Hall, Alan Rickman, Richard Madden

Il giovane ingegnere Frederich Zeitz va a lavorare nella grande acciaieria di Herr Hoffmeister, di cui presto conquista la fiducia. Invitato ad essere il suo assistente personale e a vivere presso il datore di lavoro, nel frattempo ammalatosi, Frederich conosce la giovane moglie di lui, Lotte. Tra i due nasce una passione soffocata fino al giorno in cui Hoffmeister, forse sospettando qualcosa, manda Frederich in Messico a gestire un importante investimento. Prima di separarsi i due innamorati si promettono di consumare finalmente la loro passione solo al ritorno di Frederich, previsto dopo due anni. Ma lo scoppio della Grande Guerra metterà a dura prova la loro promessa d’amore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una passione scoppia irrefrenabile fuori del matrimonio. Non è la virtù a trattenere i due innamorati ma il timore e la cattiva sorte
Pubblico 
Maggiorenni
una scena sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Non bastano un grande cast e un regista altrove decisamente più ispirato a insufflare vita e modernità in questo dramma dalla forte matrice letteraria
Testo Breve:

Un intenso dramma d’amore potenzialmente interessante si risolve in una diligente quanto esangue rappresentazione senza mai approfondire i sentimenti dei protagonisti né esplorare le implicazioni morali

Non bastano un grande cast e un regista altrove decisamente più ispirato a insufflare vita e modernità in questo dramma dalla forte matrice letteraria.

L’intreccio era potenzialmente interessante: tra il giovane e ambizioso ingegnere (un orfano che ha studiato per emergere e non si fa troppi problemi a lasciarsi alle spalle una “fidanzata” di umili origini) e la giovane e inquieta moglie del grande industriale nasce una passione trattenuta non si sa se per rispetto o per paura dell’anziano e malmesso consorte, che da parte sua sembra proprio giocare al gatto con il topo dando ai due sempre più occasioni per stare insieme.

Peccato che alle premesse non segua un adeguato svolgimento e lo slittamento continuo dei punti di vista, lungi dal rendere più intrigante il tutto, rende di fatto molto difficile coinvolgersi nella storia.

Tra l’altro soprattutto all’inizio Leconte sporca la raffinata ricostruzione d’epoca con movimenti di macchina repentini e spiazzanti che tuttavia, lungi dallo svecchiare il racconto, finiscono solo per risultare disturbanti.

Il risultato è un dramma che non affonda mai nei sentimenti, né ne esplora le implicazioni (morali, ma non solo) per i personaggi; la dilazione rispetto alla consumazione della passione, infatti, non sembra di fatto essere legata alla presenza del consorte di Lotte, ma a una messa alla prova che però poi non è richiamata nel finale.

Anche lo stratagemma della passione tenuta viva attraverso lo scritto, per quanto romantico, non diventa la vera chiave del racconto che si conclude in modo anticlimatico lasciando lo spettatore con la sensazione di aver assistito a una diligente, quanto esangue rappresentazione. 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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SIN CITY - UNA DONNA PER CUI UCCIDERE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/01/2014 - 21:30
Titolo Originale: Sin City: A Dame to Kill For
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Frank Miller, Robert Rodriguez
Sceneggiatura: Frank Miller
Produzione: ROBERT RODRIGUEZ, AARON KAUFMAN PER DIMENSION FILMS, TROUBLEMAKER STUDIOS, AR FILMS IN ASSOCIAZIONE CON ALDAMISIA ENTERTAINMENT
Durata: 102
Interpreti: Mickey Rourke, Eva Green, Josh Brolin, Joseph Gordon-Levitt, Jessica Alba

Il colossale Marv si risveglia tutto contuso sotto la neve. Non ricorda più cosa è successo e si reca al KadiÈs Bar di Sin City per veder ballare Nancy Callahan: dopo la morte del suo amato Hartigan si è data all’alcool e desidera solo vendicarsi del potente mandante dell’omicidio: il senatore Roark. Quest’ultimo viene sfidato a pocker da Johnny un giovane giocatore d’azzardo che ancora non ha capto che a Roark non piace perdere. L'investigatore privato e fotografo Dwight McCarthy sta cercando di mettere la testa a posto ma inutilmente: viene irretito nuovamente da Ava Lord: sperava di averla dimenticata ma la passione per lei si riaccende senza speranza…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessun valore da segnalare: i cattivi sono tanto cattivi e i “buoni” provano un particolare gusto a vendicarsi
Pubblico 
Maggiorenni
La violenza viene evidenziata graficamente. presenza di sequenze di tortura. Nudi totali (anche se in chiaroscuro) da parte della dark lady.
Giudizio Tecnico 
 
Sempre impeccabile la grafica di questi film ricavati dalle graphic novel di Frank Miller. Le storie sono solo un pretesto e gli attori tutti nella parte (in particolare Eva Green) tranne Jessica Alba
Testo Breve:

Sin City ricalca senza sorprese lo stile grafico e il tipo di racconto violento del primo film  ricavato dall’omonima graphic novel di Frank Miller. La violenza si converte in  espressione grafica

Nove anni dopo Sin City ecco il secondo film della serie, così come al primo 300 (2007) ha fatto seguito nel 2014: 300-l’alba di un impero. Quattro film che confermano il successo di un esperimento: trasporre in celluloide la grafica di Frank Miller. Un bianco e nero molto contrastato, con uso sporadico del colore (il sangue, i vestiti femminili) adatto a storie di  uomini duri e donne spietate.

Com’è stato giustamente da notato da Dave Itzkoffaug sul New York Times, la visione di Frank Muller è bianca e nera in ogni senso, anche morale. Se 300 contrappone gli eroi senza macchia di Sparta ai cinici persiani, per le strade di Basin City non si salva nessuno. Il commissario di polizia resta impigliati nella rete della seducente Ava (Eva Green) e Dwight (Josh Brolin), l’eroe che non vuole più uccidere, è disposto a fare un’eccezione quando si tratta di vendicarsi. In realtà il racconto (tre episodi che si svolgono in parallelo) sono di solo supporto all’elemento predominante: la grafica delle immagini. Queste ruotano intorno a tre cardini: violenza cruenta e sanguinosa (il sangue fuoriesce a frotte , ora in rosso, ora in bianco), belle donne discinte o direttamente nude come la dark lady Ava, le strade della città viste solo di notte, riprese con un taglio sghembo, tipico dei fumetti , mentre l’oscurità viene violata dai fari di una macchina che passa veloce.

C’è il sospetto che un film di questo genere, se si fa eccezione per gli appassionati di graphic novel, non sia particolarmente interessante per i giovani. Frank Miller ha 57 anni, è affascinato dalle atmosfere dei film dark anni ’50, e di questi Miller riproduce un rapporto uomo-donna antico. Lo si vede nel gioco dei ruoli fra Ava e Dwight, fortemente contrapposti: lei distante e seducente, lui irretito in una passione morbosa per lei. Nelle storie più recenti, al contrario, il rapporto uno-donna è sempre di parità, non si instaura un rapporto di dominate-dominato.

Il cast di attori, anche in questa seconda versione è di tutto rispetto: sempre bravo  Mickey Rourke nella maschera di Marv, incisivi Josh  Brolin e Joseph  Gordon-Levitt nonché il cattivissimo Powers  Boothe ma su tutti spicca Eva  Green che sembra pienamente a suo agio nella parte di dark lady. Pollice verso invece per Jessica  Alba:  appare sempre con una bottiglia in mano e questo è un bene perché così riusciamo a capire che lei sta esprimendo (non avremmo altro modo per capirlo) tutto il suo dolore per la morte di del suo amato Hartigan.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN RAGAZZO D'ORO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/18/2014 - 22:52
Titolo Originale: Un ragazzo d'oro
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Produzione: ANTONIO AVATI, FLAVIA PARNASI PER DUEA FILM, COMBO PRODUZIONI CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli

Davide lavora a Milano come creativo in un’azienda di pubblicità. Sogna di fare lo scrittore ma i suoi racconti vengono rifiutati continuamente dagli editori. Soffre di ansia e deve prendere continuamente delle pillole che gli ha prescritto la psichiatra. Da tempo ha rotto i rapporti con il padre Michele, prolifico sceneggiatore di film di serie B. La morte per incidente d’auto del padre (forse un suicidio) lo costringe a tornare a Roma, la sua città natale. Decide quindi di tornare a vivere nella vecchia casa di famiglia (ha perso il lavoro a causa del suo carattere litigioso,) per far compagnia alla madre e riuscire scoprire, frugando fra le sue carte, chi fosse veramente suo padre…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il giovane Davide scopre chi era veramente suo padre solo quando è morto e si impegna a riscattarne l’immagine ma tutto il film è pervaso di una visione pessimistica sulla possibilità di preservare la fedeltà matrimoniale e sulla stabilità dei rapporti uomo-donna
Pubblico 
Maggiorenni
Le tematiche affrontate: il suicidio del padre, una convivenza giovanile, i tradimenti del personaggio impersonato da Sharon Stone, suggeriscono la visione a persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Pupi Avati mette troppa carne al fuoco in questo film, con il risultato che nessuna dei protagonisti (ad eccezione della madre Giovanna Ralli) riesce a convincere pienamente lo spettatore
Testo Breve:

Un giovane aspirante novellista scopre il vero talento di suo padre ormai morto, supera gli antichi rancori e costruisce la sua riabilitazione. Una messa in scena complessa che non convince 

Un ragazzo d’oro è un film complesso, con molte tematiche che avanzano in parallelo senza mai incontrarsi veramente.  I rapporti difficili padre-figlio, già esplorato in altre sue opere  (basterebbe ricordare La cena per farli conoscere-2006, dove Sandro Lanza, star di soap opera, tradisce la moglie e trascura le figlie); il delicato crinale fra lucidità mentale e demenza (Una sconfinata giovinezza-2010, aveva già raccontato il lento ma progressivo decadimento causato dal’Alzheimer); la critica a una certa cinematografia di serie B, dominata da  produttori rapaci, capaci di  distruggere le aspirazioni più genuine.

Si tratta di spunti tutti interessanti ma che non giungono a maturazione e che annaspano nel pantano di una messa in scena dai ritmi lenti e dall’invasione di product displament

Su tutto incombe un sostanziale pessimismo, una fatica del vivere: il protagonista non riesce a vendere le sue novelle, perde il posto di lavoro, non parla più da tempo con suo padre, ha una ragazza che non lo ama veramente, è in cura da una psicoanalista e prende continuamente degli ansiolitici. Se c’è un riscatto finale, questo avrà un prezzo troppo alto.

Il tema portante è quello della progressiva presa di coscienza di Davide nei confronti della figura paterna. Il suo giudizio iniziale di uomo distaccato dalla famiglia e autore mediocre, si trasforma progressivamente: inizia ad apprezzarlo professionalmente leggendo alcune sue vecchie sceneggiature; scopre che il suo mancato riconoscimento come autore era stato determinato da produttori gretti interessati solo al successo di cassetta; infine, leggendo alcune pagine di un libro che il padre stava scrivendo, scopre il grande amore che portava per lui (perché nei film ci sono sempre dei padri che non riescono a dire quello che sentono?).

Inizia da questo momento una progressiva identificazione del figlio con il padre fino a ritrovare la voglia di scrivere per consentirgli di raggiungere, da morto, quel successo che immeritatamente non ha conseguito da vivo.

Quanto abbiamo raccontato è in realtà un’interpretazione possibile di una sceneggiatura che si inceppa negli snodi principali. Perché padre e figlio all’inizio si odiano tanto?  E’ sufficiente la lettura di una sceneggiatura per commuoversi e comprendere il valore artistico del padre? L’approccio intimista dato da Pupi Avati alla recitazione impegna i protagonisti a parlare sottovoce, con pause continue fra una parola e l’altra. Se Scamarcio costruisce a fatica, in queste condizioni,  un personaggio credibile, se Giovanna Ralli ci regala una madre dolente e affettuosa, meno credibile è Cristina Capotondi nella sua posizione oscillante fra due uomini. Totalmente fuori posto è Sharon Stone, che ha sempre tratteggiato donne piene di energia e che si rivela inadatta per questa parte dai toni spenti. I ricordi del suo passato ( i suoi rapporti sentimentali con il padre di Davide) non  affiorano in alcun modo dalle sue paroie e dai suoi sorrisi di circostanza

La progressiva malattia di Davide appare infine solo un espediente letterario per chiudere in modo doloroso una storia già nata senza speranze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUCY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/16/2014 - 14:12
Titolo Originale: Lucy
Paese: FRANCIA, USA
Anno: 2014
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Luc Besson
Produzione: LUC BESSON E CHRISTOPHE LAMBERT PER EUROPACORP, TF1 FILMS PROD
Durata: 89
Interpreti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Choi Min-sik

La giovane Lucy, che vive a Taiwan, ha commesso l’errore di mettersi con Richard, un uomo che traffica loschi affari con alcuni potenti dell’isola. Accetta, dopo lunghe insistenze da parte di Richard, di portare una misteriosa valigetta in un albergo. Cade così nelle mani di una banda internazionale di spacciatori ed è costretta con la forza a diventare corriere di una nuovissima droga che gli viene immessa nello stomaco. Il sacco si rompe e Lucy viene invasa da questa sostanza che ha la capacità di potenziare al massimo grado le capacità celebrali. Dotata ora di super poteri, la donna organizza la sua vendetta e al contempo cerca uno scienziato che possa spiegale cosa le sta succedendo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Strane teorie evolutive e il riferimento a insolite religioni orientali alimentano una visione meccanicista dell’universo dove l’uomo è un semplice ingranaggio di complessi fenomeni fisici
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene di violenza, alcune immagini di ferite potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Luc Besson conferma la sua capacità di realizzare prodotti di puro entertainment con spettacolari scene di azione e combattimento ma in questo caso manca un intreccio umano che possa coinvolgere emotivamente lo spettatore
Testo Breve:

Lucy assimila senza volerlo una nuova droga che potenzia le sue capacità celebrali. Luc Besson ci diverte con strane teorie evolutive ma non riesce ad appassionarci: si accavallano molte teorie scientifiche ma c'è poca umanità

Luc Besson, come regista (è spesso anche produttore e sceneggiatore come in questo caso) ha un suo stile personale e ben riconoscibile. Ama le scene d’azione: in questo Lucy assistiamo a una corsa di macchine per il centro di Parigi, non strettamente  necessaria all’economia del film ma sicuramente d’effetto. Le sparatorie sono continue, come era già evidente nei film che lo hanno fatto conoscere: Nikita-1990 e Leòn-1994. Il protagonista è sempre una donna, impegnata a impugnare le pistole o a gestire superpoteri: nei film d’azione come nei due già citati, in questo Lucy, in Adele-l’enigma del faraone-2010, ma anche in film storici come Giovanna d’Arco-1999 o come The Lady -  l’amore per la libertà-2011 sulla vita  di Aung San Suu Kyi, la pacifista birmana tenuta chiusa nella sua abitazione per vent’anni dalla dittatura al potere.

In questo Lucy ritorna dirompente la passione di Besson per i misteri che provengono da lontano: potenze misteriose che giungono a noi dallo spazio extraterrestre come ne Il quinto elemento-1997 o dall’antico Egitto. In questo film, non a caso intitolato con il nome della prima donna preistorica conosciuta, il regista-sceneggiatore si sbizzarrisce con insolite teorie evolutive secondo le quali noi usiamo oggi soltanto il 20% delle nostre capacità celebrali ma potremmo arrivare a percentuali maggiori con risultati imprevedibili. Un altro tema parascientifico che ha scatenato una serie di dibattiti in Francia e in USA (dove è stato già proiettato) è il riferimento a una sostanza, il  CPH4 (nome inventato) che corrisponderebbe alla molecola che viene prodotta realmente da una donna incinta alla sesta settimana e che darebbe al feto l’energia per generare tutta la sua struttura ossea. Sarebbe questa la sostanza, secondo il fantasioso regista francese, che iniettata in grande quantità, darebbe al cervello poteri straordinari.

Ovviamente nessuna persona di buon senso dovrebbe prestare attenzione alle ipotesi parascientifiche di questo film, anche se suggestive e godersi il film per quello che è: un puro entertainment dove l’autore  si sbizzarrisce a generare in immagini spettacolari come nella parte finale, una sorta di riassunto di tutta la storia dell’universo che però è ben misera cosa rispetto a quanto si vedeva in  2001-Odissea nello spazio-1968  o il più recente The tree of life-2011.

Non mancano alcune furbizie del Besson produttore che ambienta il film metà a Taiwan  e metà a Parigi (vista con gli occhi di un turista) per soddisfare il nascente mercato orientale.

Se lo spettacolo è garantito (per fortuna l’autore non si prende mai molto sul serio) il film mostra un grosso difetto. Manca l’elemento umano. Manca una storia d’amore o un intrigante rapporto allieva-mentore come accadeva in Nikita o Leòn. Se escludiamo la prima parte, più interessante, dove la protagonista, ancora essere umano,  si trova invischiata in un gioco più grande di lei, per il resto assistiamo allo sviluppo  di un fenomeno fisico (la progressiva crescita delle potenzialità mentali di Lucy).

“Non provo più alcun sentimento” – afferma la Lucy ormai “potenziata”. E si vede

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I NOSTRI RAGAZZI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/09/2014 - 20:58
Paese: iTALIA
Anno: 2014
Regia: Ivano De Matteo
Sceneggiatura: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo
Produzione: MARCO POCCIONI E MARCO VALSANIA PER RODEO DRIVE CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova

Due fratelli molto impegnati nel loro lavoro professionale (Massimo è avvocato mentre Paolo è chirurgo pediatra) si trovano a dover gestire con le loro mogli un gesto irresponsabile dei loro due figli adolescenti. L’istinto di proteggerli da ogni conseguenza penale del loro atto violento si scontra in loro con la scoperta del cinismo senza appello dei due ragazzi, frutto di una educazione

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta un problema importante: come comportarsi di fronte a dei figli che hanno sbagliato ma alla rappresentazione del tema non fa corrispondere nessuna adeguata soluzione
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di nudo integrale femminile non necessaria per l’economia del film
Giudizio Tecnico 
 
La regia è particolarmente curata, Alessandro Gassman e Giovanna Mezzogiorno rappresentano con grande professionalità il loro dramma di genitori. Luigi Lo Cascio non si trova a suo agio in una parte che non gli si addice. La sceneggiatura cede alla tentazione di impressionare con un colpo di scena finale e crea un vuoto di coerenza nella psicologia dei personaggi
Testo Breve:

Due coppie di genitori si trovano a dover gestire un atto irresponsabile e cinico dei loro figli adolescenti. Un tema interessante che non trova nello sviluppo della storia un sufficiente  approfondimento nonostante la bravura di Alessandro Gassman e una regia accurata

Il padre Paolo, il padre di Michele, chirurgo pediatra, ha i turni di notte all’ospedale: mangia prima degli altri e poi se ne va. La madre, Clara, non vuole perdersi una sola puntata di “Chi l’ha visto?” ; si porta il piatto in salotto e cena davanti alla televisione. Il loro figlio adolescente  è troppo impegnato con un video games: si fa portare dalla mamma la cena in camera. Anche la famiglia di Massimo, fratello di Paolo, non si trova in una situazione diversa: dopo la morte della prima moglie, si è risposato con  Sofia e sua figlia Benedetta, della stessa età di Michele, si trova a vivere con un padre avvocato sempre troppo impegnato e una matrigna che si occupa soprattutto del suo figlio piccolo. Il regista Ivano De Matteo ci fa entrare nelle case di queste due famiglie medio-borghesi e ci fa comprendere come lo spirito di indipendenza dei due ragazzi, naturale alla loro età, si sia trasformato in completa libertà grazie all’atteggiamento dei genitori che tradisce  scarsa attenzione alla coesione famigliare, ben celata dietro un falso atteggiamento di moderno rispetto della loro privacy.

La scoperta, a metà film,  di chi sono veramente i loro figli, capaci di un’azione  violenta e vigliacca,  sconvolge gli equilibri di comodo che si erano costruiti. Paolo si chiude in un mutismo impotente, Clara sceglie la linea della difesa ad oltranza di suo figlio mentre Massimo è l’unico che cerca di razionalizzare la situazione. Da avvocato cerca la via legale più indolore per ridurre le conseguenze penali su  i due ragazzi ma soprattutto cerca di andare a fondo sulle loro reali motivazioni. Parla con sua figlia e ne resta agghiacciato: non poteva immaginare, in due giovani un tale cinismo e indifferenza verso la vita umana.

Il film ci pone davanti a un tema particolarmente interessante: di fronte a una colpa grave del proprio figlio, come è giusto comportarsi? Sostenere una difesa ad oltranza del suo operato oppure la denuncia dell’accaduto potrà essere una salutare forma di educazione?. Purtroppo, nonostante la grande bravura di Alessandro Gassman e una regia molto curata, questa stimolante opportunità viene sprecata da una sceneggiatura che si occupa più di stupire con qualche colpo di scena che portare a maturazione il dramma psicologico dei protagonisti.

L’anomalia più vistosa è costituita da una distinzione manichea fra i genitori e figli. I primi si preoccupano, ragionano, soffrono mentre i ragazzi sono tratteggiati con le più comuni tipizzazioni  dell’adolescenza: rispondono alle domande evasivamente, si rifugiano subito nelle loro camere, passano tutto il tempo a chattare con il cellulare quando non stanno davanti al computer. Michele, il più problematico, beve continuamente durante una festa e non c’è nessuna spiegazione a questo suo malessere.. Il loro sadico cinismo esplode non motivato: in fondo non vivono in famiglie disgregate, né i genitori soffrono di instabilità lavorativa. Se l’autore voleva sottolineare la noia e il vuoto di valori che ingenera il benessere, non ha portato a compimento il suo disegno. Gli stessi genitori non hanno quelle reazioni che ci si potrebbe aspettare da persone di coscienza: nessuno di loro riflette per comprendere in che cosa hanno sbagliato nell’educazione dei loro figli ma si limitano a restare storditi dalla frattura che si è creata fra le loro generazioni. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE DUE VIE DEL DESTINO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/28/2014 - 22:11
Titolo Originale: The Railway Man
Paese: AUSTRALIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2013
Regia: Jonathan Teplitzky
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce Andy Paterson
Produzione: ARCHER STREET PRODUCTIONS, LATITUDE MEDIA, LIONSGATE, PICTURES IN PARADISE
Interpreti: Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgård, Hiroyuki Sanada, Jeremy Irvine

Inghilterra, anni ’80. Nel paesino inglese di Berwick-upon-Tweed, ai confini con la Scozia, alcuni veterani della seconda guerra mondiale si riuniscono nel loro circolo; fra di loro c’è Lomax, un appassionato collezionista di cimeli ferroviari. Durante un viaggio in treno Lomax conosce Patti, una infermiera con la quale intrattiene una simpatica conversazione. I due si sposano dopo qualche tempo ma solo allora Patti si accorge dell’instabilità di Lomax: soffre di incubi e di improvvisi cambiamenti di umore perché non si è ancora ripreso dallo shock delle torture subite durante il periodo di prigionia. Un amico di Lomax, veterano anch’esso gli mostra un giornale giapponese dal quale risulta che Nagase, il loro sadico torturatore è ancora vivo e fa il cicerone nel campo di concentramento dei tempi della guerra, ora diventato un museo. Lomax comprende che per liberarsi dai propri incubi non ha altra soluzione che incontrare nuovamente il suo torturatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un prigioniero di guerra e un torturatore ritrovano il coraggio morale, decenni dopo la fine del conflitto, di pervenire al pentimento e il perdono
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene prolungate di tortura inducono a sconsigliare il film alle persone più impressionabili
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta incerto sullo stile da adottare, oscillando fra il patetico e il crudo realismo. Ad esclusione del personaggio di Colin Firth, gli altri sono appena abbozzati
Testo Breve:

Le torture subite in un campo di concentramento giapponese inducono un inglese a cercare, dopo 35 anni, il suo torturatore. Un film mal fatto che ci trasmette un nobile messaggio di perdono 

Il giovane Lomax è appassionato di ferrovie. Prigioniero dei giapponesi in Thailandia nel 1942, spiega ai suoi compagni di sventura perché gli inglesi avevano anni prima rinunciato a costruire una ferrovia che dalla Thailandia raggiungesse la Birmania. Realizzare una linea ferroviaria è un lavoro disumano, solitamente svolto da poveri immigrati. Le grandi ferrovie americane erano state costruite da contadini cinesi. Le ferrovie inglesi erano state portate a termine da Irlandesi che avevano abbandonato la loro terra per  fame. Per costruire una ferrovia di quel genere,  424 km fra montagne e fiumi da superare,  sarebbe stato necessario un esercito di schiavi. L’amministrazione inglese abbandonò l’impresa ma è  proprio quello che ora vogliono realizzare  i giapponesi con i prigionieri di guerra inglesi e asiatici.

Viene in questo modo espresso in parole (molto meno in immagini) quello che è il tema forte del film: la vita, in stato di brutale  schiavitù, dei prigionieri inglesi in Thailandia per la costruzione della “ferrovia della morte” (costò la vita a più 100.000 persone), un dramma noto al grande pubblico con il film del 1957: “Il ponte sul fiume Kwai”  (7 Oscar).

La storia inizia molto dopo, negli anni ’80 dove un gruppo di veterani si riunisce nel proprio club della cittadina inglese di Berwick-upon-Tweed per bere una birra e parlare del tempo passato. Lomax, ora un signore attempato,  se ne sta sempre in disparte, intento a consultare orari delle ferrovie, la sua inesauribile passione.  L’avvio calmo del film, l’intesa fra il riflessivo Lomax e la dolce ma un un po’ melanconica Patti incontrata in treno (con evidenti somiglianze con il classico “breve incontro” -1945) genera un netto contrasto con il suo sviluppo. Viene abbandonato presto il grigio paesino nel nord d’Inghilterra e il racconto si sposta in Thailandia nel 1942 per farci assistere al regime disumano a cui erano sottoposti i prigionieri inglesi; prosegue negli stessi luoghi negli anni ‘80, quando Lomax si trova faccia  a faccia con il torturatore di un tempo, ora pentito e diventato un pacifista convinto.

Smaltito il primo momento di rabbia, Lomax comprende che la vendetta non arreca alcun giovamento; di fronte a un uomo disposto a riconoscere le sue colpe, Lomax concede il suo perdono. Le didascalie finali del film ci informano che i due uomini, con il tempo, divennero anche amici.

Il film, tratto dal libro autobiografico di Lomax, se è lodabile per il messaggio di pacificazione e perdono che ci trasmette, è deprecabile nella sua messa in opera. 

Ciò che dà soprattutto fastidio è la commistione di stili che non pervengono una sintesi  organica. Si parte dallo spleen dell’incontro fra Lomax e Patti, due persone di mezza età ormai rassegnate a una vita senza sorprese, al periodo della prigionia dove le prolungate e difficilmente sopportabili sequenze di tortura spostano il film verso un realismo esasperato. Il film inizia con Lomas ormai vecchio che trova conforto nel declamare una poesia sul senso della vita che scorre (soluzione che adotterà nuovamente quando si troverà sotto tortura): un espediente che sembra voler costruire un distacco, frapporre un filtro letterario fra lo spettatore e la crudezza degli eventi narrati, un espediente che però resta incompiuto.

Alcuni personaggi restano appena abbozzati. Patti (Nicole Kidman) sembra svolgere la sola funzione di spalla emotiva al tormentato Lomax. Al contempo difficile comprendere come mai il gruppo di veterani che si riuniscono nel loro circolo negli anni ‘80, siano ancora emotivamente condizionati dagli eventi bellici e non abbiano avuto modo di ricostruirsi  una serena vita familiare. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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