Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

MISS PEREGRINE- LA CASA PER RAGAZZI SPECIALI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/16/2016 - 11:16
Titolo Originale: Miss Peregrine's Home for Peculiar Children
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Jane Goldman
Produzione: Chernin Entertainment, Tim Burton Productions
Durata: 127
Interpreti: Eva Green, Asa Butterfield, Ella Purnell, Samuel L. Jackson, Finlay MacMillan, Judi Dench, Rupert Everett

Jake è un adolescente americano che si sente molto diverso dai suoi coetanei. È cresciuto ascoltando le storie fantastiche del nonno che narravano di mostri e di bambini dotati di poteri particolari. Quando però l'amato nonno muore in circostanze assai misteriose, Jake scoprirà che i racconti di cui lui ha riempito la sua infanzia non erano pura invenzione fantastica e che la casa per bambini speciali di Miss Peregrine esiste davvero

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film che punta molto ad incantare lo spettatore con immagini inattese e straordinarie e con scene sorprendenti frutto di una fantasia brillante e creativa, tuttavia trascura quasi del tutto la sfera delle emozioni e delle relazioni che dovrebbero legare i personaggi tra loro
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene ai limiti dell’horror potrebbero turbare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Le ambientazioni fondono perfettamente lo stile e il fascino delle fotografie vintage con le consuete suggestioni fiabesche e surreali dei film di Burton; il regista riesce a creare delle sorprendenti scene in CGI (Computer-generated imagery).
Testo Breve:

Tim Burton, conosciuto per i suoi racconti fiabeschi, in bilico fra la vita e la morte, si avventura su un terreno non suo (la trilogia di romanzi di Ransom Riggs) e finisce per realizzare un prodotto commerciale dove è andata perduta la sua vena originale

Onirico, surreale e fiabesco, Tim Burton non si smentisce neanche in Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, ma questa volta sembra aver perso la sua nota distintiva di straordinaria originalità. L’ultimo prodotto del visionario mondo di questo regista è ispirato al primo volume della trilogia di romanzi di Ransom Riggs.

L’idea di Miss Peregrine, tanto per il libro quanto per il film, nasce dalle impressioni suscitate da quelle foto d'epoca un po' scioccanti che rimandano ad una realtà preternaturale spesso inquietante. Tuttavia il film pare quasi l’imitazione di un genere ormai noto, quello burtoniano, il pretesto per il regista più noir e fanciullesco di Hollywood di sfogare tutta la sua fervida e creativa capacità di immaginazione in favore di un prodotto molto commerciale ma assai debole da un punto di vista narrativo.

In Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali Jake (Asa Butterfiled) è un adolescente un po’ schivo che si sente diverso dai suoi coetanei. La sua vita ordinaria in una noiosa cittadina americana è improvvisamente sconvolta dalla misteriosa morte del nonno a cui lui è molto affezionato. Mettendo insieme i suoi ricordi d’infanzia e grazie ad alcuni indizi lasciatigli dal nonno, Jake compirà un viaggio verso il Regno Unito e attraverso il tempo e scoprirà una realtà diversa popolata da mostri e bambini molto speciali nella casa di Miss Peregrine (Eva Green). Jake conoscerà gli abitanti della casa, i loro poteri speciali e i loro terribili nemici e alla fine scoprirà che solo la sua "peculiarità" può salvare i suoi nuovi amici.

I ragazzi di Miss Peregrine sono speciali perché dotati di caratteristiche fuori dal comune, poteri, in parte anche un po’ impressionanti, che li rendono diversi dagli altri e li escludono dal mondo. Anche Miss Peregrine è dotata di questi poteri grazie ai quali si prende cura dei bambini e li protegge. "Oggi escono continuamente nuovi eroi al cinema -ha chiarito Tim Burton in un incontro con i giornalisti italiani-, ma questi sono fondamentalmente bambini, si comportano come bambini”.

Miss Peregrine era certamente la storia ideale per stimolare l’immaginazione di Burton, sospesa tra il mondo fiabesco dell’infanzia e quello più fantastico, dark e gotico. Eppure, ad eccezione della prima parte in cui il protagonista Jake prende forma e sostanza con chiarezza, nel film manca una vera costruzione emotiva dei personaggi, che nel complesso paiono quasi figure sfumate ed evanescenti a scapito quindi anche della ricostruzione dei legami affettivi, delle relazioni e delle motivazioni che dovrebbero spingerli ad agire nel racconto. Il legame che stringe tra loro i vari personaggi per quanto fondato sul valore dell’amicizia, della lealtà e della reciproca protezione è però dato molto per scontato e poco esplorato. 

Una storia non sempre di facile comprensione anche per quanto riguarda la generazione dei personaggi negativi, che agiscono spinti da un non meglio definito desiderio di accrescere il proprio potere. Il male è costituito semplicemente da mostri orribili e personaggi inquietanti e minacciosi.

Un altro aspetto che lascia perplessi è la condizione dei ragazzi, che, sebbene così diversi, isolati dal mondo e costretti a vivere in un’isola temporale che si ripete uguale a se stessa fin quasi all’infinito, non manifestano quasi mai un giudizio o un sentimento rispetto alla propria condizione. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE - LA SERIE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/15/2016 - 18:27
Titolo Originale: La mafia uccide solo d'estate- La serie
Paese: Italia
Anno: 2016
Regia: Luca Ribuoli
Sceneggiatura: Pif, Stefano Bises, Michele Astori
Produzione: Wildside, Rai Fiction
Durata: 50' a puntata
Interpreti: Claudio Gioè, Anna Foglietta, Nino Frassica, Francesco Scianna, Angela Curri

Il protagonista della serie - nonché narratore della storia - Salvatore Giammaresi scava nei suoi ricordi di infanzia per raccontarci le vicende di una Palermo degli anni ’70, nella quale viveva con i genitori Pia e Lorenzo e la sorella Angela. Salvuccio, come lo chiamano a casa, è solo un bambino che frequenta ancora le elementari, eppure ha già tantissime domande su tutto ciò che di strano accade nella sua città: malfunzionamenti che colpiscono solo alcune zone e alcune famiglie mentre altre restano misteriosamente illese, sparizioni di persone, omicidi continui di cui nessuno vuole parlare, posti di lavoro “regalati” e altri sottratti senza un apparente motivo, persone oneste e competenti che vengono scavalcate da fannulloni. Salvatore è costretto sin da piccolo a fare i conti con una piaga estesa, subdola e dolorosa: la mafia; e con la frustrazione e la paura dei suoi concittadini, che al contrario di lui evitano di farsi qualsiasi tipo di domanda…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La serie propone la perseveranza nel bene, l’onesta e la ricerca della verità come uniche vie per risolvere dei problemi e cambiare situazioni di ingiustizia. La fiction invita a non cadere mai nella disonestà, a non farsi giustizia da soli: ad ascoltare sempre la propria coscienza e a camminare con perseveranza nella rettitudine, senza accettare compromessi.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La fiction è ben strutturata e si segue con facilità. Anche se il tema centrale è drammatico, gli autori riescono a non appesantire lo spettatore, evitando scene cruente e alternando episodi concernenti l’azione della malavita alla rappresentazione di altri aspetti della vita quotidiana, come dei problemi di amicizia o delle questioni sentimentali. A rendere la narrazione meno drammatica contribuisce il fatto che viene raccontata con gli occhi di un bambino.
Testo Breve:

Ancora una volta PIF usa un approccio gentile (lo sguardo di un bambino) per parlarci di un tema molto serio: la tracotanza della mafia in Sicilia negli anni ’70. I vari personaggi reagiscono in modo diverso al male ma solo l’onestà e la ricerca della verità sono le uniche vie per affrontare il problema

La serie ha il grande pregio di mostrare i soprusi e le ingiustizie operati dalla mafia attraverso gli occhi innocenti e limpidi di un bambino: questo fa emergere il contrasto tra il bene e il male con forza e al tempo stesso con estrema delicatezza.

Salvatore è solo un bambino, ma cerca di ascoltare la sua coscienza: si interroga su cosa sia giusto e cosa sbagliato, su quali azioni siano rispettose verso il prossimo e quali no. Risulta perennemente indeciso, ma non per codardia o timidezza, bensì perché prima di fare qualsiasi cosa si chiede quali possano essere le conseguenze.

Se la meschinità, la mediocrità, l’opportunismo, la sensazione di impotenza di uomini giusti che si trovano ad operare in un sistema corrotto possono produrre nello spettatore rabbia e frustrazione, in Salvatore lo spettatore può vedere come il bene sia riconoscibile, attuabile, apprezzabile anche in una società disordinata, deturpata.

La rettitudine e la sete di verità di questo piccolo protagonista, pieno di scrupoli e di domande, mette in luce le fragilità e le contraddizioni di coloro che invece mettono a tacere la propria coscienza, smettono di farsi domande e tentano di sopravvivere come meglio possono in una realtà che non credono di poter cambiare.

La fiction presenta, attraverso i vari personaggi, diversi modi di reagire di fronte alla malavita e non certo tutti positivi: se vi sono coloro che sanno sacrificarsi per il bene della propria città, c’è chi cede alle lusinghe dei mafiosi, come il frate interpretato da Nino Frassica, che si circonda di mafiosi non certo alla maniera in cui Gesù si attorniava di peccatori, cioè per redimerli, ma per trarne benefici e vantaggi personali. Opportunista e ipocrita, egli si presenta un po’ come un moderno don Abbondio. 

C’è poi chi con la mafia non vuole avere nulla a che fare ma non riesce a reagire con coraggio di fronte alla meschinità. È così, ad esempio, per il padre di Salvatore, che spesso sembra non riuscire a prendere una posizione chiara e netta verso la malavita: preferisce chiudere gli occhi, far finta di nulla; o al massimo si limita a proteggere la sua famiglia, per quanto può.

Vi sono poi molti che, accecati dalla rabbia e stanchi di non ottenere ciò che meriterebbero, si sporcano le mani, scendendo a compromessi con persone disoneste. È questo il caso, ad esempio, dello zio di Salvatore, un uomo svogliato, poco responsabile ma non malavitoso, che, iniziando a trattare con dei mafiosi per aiutare la sorella ad ottenere il posto di lavoro che le spetterebbe per merito, finisce in carcere e infine, peggio, aderisce a tutti gli effetti a Cosa nostra.

Poi ci sono le due donne protagoniste della serie: la mamma di Salvatore e la sorella, Angela, più prese dai propri problemi di cuore che dai problemi della loro città e che sembrano indifferenti verso la mafia, finché non vengono toccate sul personale.

Le circostanze proposte nella serie suggeriscono che né l’omertà né la “giustizia fai da te” possono essere delle valide soluzioni: la prima permette ai disonesti di agire indisturbati, la seconda si rivela più una trappola, che una via d’uscita… esperti e scafati, i criminali veri riescono a farla franca, mentre il cittadino ingenuo, che diventa disonesto in modo occasionale, finisce per pagarne aspre conseguenze.

Salvatore vive in una società che sembrerebbe senza speranze, eppure una speranza c’è: è l’onestà, vissuta fino alla estreme conseguenze e a partire dalle piccole cose. L’unica soluzione per non soccombere e non scappare è ascoltare i campanelli d’allarme della coscienza: rifiutarsi categoricamente di cedere a ogni compromesso disonesto e fare di tutto per portare a galla la verità, come fa Salvatore, piccolo reporter in erba. 

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEDICO DI CAMPAGNA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/15/2016 - 15:26
Titolo Originale: Médecin de campagne
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Thomas Lilti
Sceneggiatura: Thomas Lilti, Baya Kasmi
Produzione: 31 JUIN FILMS, LES FILMS DU PARC, IN CO-PRODUZIONE CON CINEFRANCE, LE PACTE, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 102
Interpreti: François Cluzet, Marianne Denicourt,

Jean-Pierre Werner è un medico condotto che si rende disponibile a tutte le ore per andare dove è richiesto il suo intervento. Conosce tutti e tutti apprezzano il suo impegno. E’ ciò che appaga umanamente Jean-Pierre che continuerebbe a fare il suo lavoro se non gli fosse stato diagnosticato un cancro al cervello. Gli viene allora affiancata Natalie, una dottoressa fresca di laurea (ha iniziato tardivamente gli studi dopo aver lavorato per sette anni come infermiera). Jean-Pierre le riserva un’accoglienza fredda, geloso del suo rapporto esclusivo con la comunità locale e inizialmente fa di tutto per metterla in difficoltà…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea bene il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto, in particolare quello del medico. Peccato che in questo film non ci sia posto per gli affetti familiari e venga negato il significato soprannaturale della nostra esistenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche argomento potrebbe non essere adatto ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film realizza un’immersione convincente nella vita di due medici e nella realtà della campagna francese. Poco approfonditi gli aspetti umani dei due protagonisti, che sembrano interamente dediti al loro lavoro.
Testo Breve:

 La vita faticosa ma appagante di due medici di campagna. Un elogio al mestiere del medico e alla ricchezza umana dei rapporti che si instaurano con i pazienti. Una visione un po’ ideale del mestiere del medico che sembra non abbia tempo per dedicarsi agli affetti personali

Il regista, Thomas Lilti, ha esercitato a lungo il mestiere di medico, prima di dedicarsi all’arte cinematografica. Sembra però che, se quella di regista sia ora la sua professione, quella del medico sia la sua vera passione. “Mi manca il rapporto con i pazienti”: ha detto in una intervista. Nel suo primo film Hippocrate, raccontava il duro apprendistato di un giovane medico in un ambiente ospedaliero; ora con questo Medico in campagna  un uomo vive pienamente la sua vita (è separato dalla moglie e il figlio è ormai maggiorenne) dedicandosi dalla mattina alla sera a visitare a domicilio i suoi pazienti, facendosi strada nel fango, lungo viottoli appena accennati. Conosce gli abitanti della contea dove lavora uno a uno, è la loro persona di fiducia alla quale vengono spontaneamente confessati non solo i propri mali fisici ma le incertezze delle loro anime.

Anche la neodottoressa Natalie, che lo affianca, mostra di porsi sempre in paziente ascolto, pronta a ridare fiducia a chi si mostra preoccupato. Il conflitto iniziale fra i due dottori sta proprio qui: nel timore, da parte di lui, di perdere la benevolenza e l’affetto dei pazienti. Che il regista sia un medico lo vediamo dal linguaggio tecnico adottato, dai frequenti primi piani di lastre che a noi non dicono nulla, dall’utilizzo delle apparecchiature più aggiornate (è difficilissimo trovare un film francese che non parli bene della propria sanità pubblica o privata); al contempo sa immergersi nella realtà locale, attardandosi nelle feste del paese e nei dibattiti durante le riunioni comunali che hanno come obiettivo il miglioramento del servizio sanitario. Tutti i casi umani che i due medici debbono affrontare vengono risolti positivamente. Dal ricovero urgente del sindaco che si è ferito alla gamba mentre lavorava nei campi, al vecchio che Jean-Pierre letteralmente rapisce dall’ospedale perché possa serenamente morire sul suo letto, al ragazzo che aveva deciso di abbandonare gli studi di medicina ma al quale Natalie riesce a far rinascere la fiducia in se stesso.

Non manca il caso delicato della giovane che ha abortito perché il suo ragazzo gli ha inculcato la convinzione che non è pronta a fare da madre: Natalie è dapprima incerta se mantenere il dovuto distacco professionale ma poi, con decisione, invita la ragazza a lasciare il suo fidanzato.

Si tratta quindi di un film particolarmente positivo sul valore, anche  umano, di un lavoro compiuto con dedizione.

Resta però, nello spettatore, una sensazione di eccessivo distacco nei confronti dei protagonisti. Sappiamo che Jean-Pierre ha lasciato la famiglia ma sembra che ciò incida poco sulla serenità della sua vita. Ancor più misteriosa è Natalie: non sappiamo assolutamente nulla del suo passato e non si comprende come mai si trovi tutta sola a vivere in campagna dedicandosi solo al lavoro. Se il regista voleva sottolineare che la professione di medico è una specie di sacerdozio dove non c’è posto per altro, c’è pienamente riuscito.

In una delle sequenze finali Jean.-Pierre, riflettendo con Natalie, commenta che loro sono lì per riparare ciò che si è rotto. Lui non crede in nessuna fede e ritiene che la natura sia sostanzialmente cattiva; “ma va bene così:. Andiamo avanti”.  Ancora una volta , anche in questo film, l’unica filosofia di vita valida è quella di aiutarci a vicenda, fra noi uomini, in un mondo che ha poco senso. Ancora una volta, traspare la “religione dell’umano” che esclude ogni prospettiva soprannaturale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON C'E' PIU' RELIGIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/12/2016 - 15:00
Titolo Originale: Non c'è più religione
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero, Astutillo Smeriglia
Produzione: Cattleya, Rai Cinema
Durata: 92
Interpreti: Claudio Bisio, Angela Finocchiaro, Alessandro Gassmann, Nabiha Akkari, Giovanni Cacioppo

In una piccola isola del Mediterraneo il neoeletto sindaco Cecco tenta di ridare vita e lustro al tradizionale presepe vivente locale, ma per farlo dovrà ricorrere all’aiuto della comunità tunisina stabilitasi sull’isola negli ultimi anni. Cecco, la sua aiutante suor Marta e il nuovo capo della piccola comunità musulmana Bilal dovranno dunque imparare a superare ostacoli e trovare ragionevoli compromessi che mettano tutti d’accordo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vorrebbe riuscire a mettere in discussioni pregiudizi e chiusure che ostacolano il dialogo tra culture diverse, ma dimentica di approfondire la conoscenza delle religioni tirate in ballo e lascia che la storia sfoci in un caotico sincretismo
Pubblico 
Adolescenti
Molta disinvoltura sulle tematiche religiose potrebbero confondere chi non è preparato al tema. Non agevola in questa gioiosa presa in giro delle religioni, la figura di una ragazza cristiana che si innamora di un mussulmano ma poi ha un figlio da un buddista
Giudizio Tecnico 
 
Le musiche, le immagini e il ritmo narrativo rendono nell’insieme la storia gradevole e divertente sebbene superficiale
Testo Breve:

Natale è tempo di pace, anche fra comunità diverse come quella cristiana e mussulmana che convivono sulla stessa isola. Ma la sceneggiatura è modesta e tutto si risolve in un sincretismo confusionario

Umorismo, sarcasmo e un pizzico di commozione, in Non c’è più religione.  Luca Miniero si diverte a mescolare le carte con leggerezza e molta fantasia, non tanto per lanciare un messaggio di pace, ma piuttosto per sdrammatizzare un tema quanto mai attuale come quello dell’integrazione tra razze e culture. Il regista di Benvenuti al sud torna a dirigere la consolidata coppia comica formata da Angela Finocchiaro e Claudio Bisio, con l’aggiunta di Alessandro Gassmann, in una commedia leggera ma che non riesce a sganciarsi dai più diffusi e superficiali luoghi comuni sulla religione.

In una piccola isola del Mediterraneo il neoeletto sindaco Cecco (Claudio Bisio), con l’aiuto di suor Marta (Angela Finocchiaro), decide di rilanciare il turismo religioso locale ridando vita allo storico presepe vivente. Tuttavia anche in un questo piccolo centro il problema del dilagante calo delle nascite si avverte fortemente al punto che tra gli abitanti autoctoni non ci sono più candidati adatti a ricoprire il ruolo fondamentale di Gesù bambino. Al contrario la vicina comunità dei tunisini non ha carenza di neonati e Cecco vorrebbe chiederne uno in prestito per il presepe, ma Bilal, al secolo Marietto (Alessandro Gassmann), italiano convertito all'Islam e ora nuova guida dei tunisini, non è disposto a scendere a patti con troppa leggerezza. Il tutto simboleggiato da una ragazza cristiana che si innamora di un mussulmano ma poi ha un figlio da un buddista.

Una commedia sull’arte tutta italiana dell’arrangiarsi in cui la musica si lega bene agli incantevoli scorci paesaggistici e le scene, realizzate spesso con una punta di simbolico surrealismo, narrano la storia in modo vivace.

Per un film di questo genere è lodevole e interessante lo sforzo di allontanarsi dai tradizionali temi cinematografici di Natale che spaziano dalla commedia demenziale alle storie dal consueto sapore buonista, riproponendo invece l’idea del presepe come simbolo principale di questa festa. Tuttavia, anche in un contesto comico e leggero come questo, si avverte una fastidiosa mancanza di approfondimento del tema religioso, tanto per quanto riguarda la cultura cristiana quanto per quella islamica.

L’intenzione era quella di scardinare i pregiudizi che spesso sono causa di divisioni e contrasti tra le due comunità, quella cristiana e quella magrebina, con un atteggiamento ironico e sdrammatizzante. Eppure, poiché la trama viaggia in realtà sui più noti luoghi comuni propri alle due culture, l’intera storia risente di una grande superficialità dal punto di vista culturale e di un forte sincretismo da un punto di vista religioso.

Le figure religiose presenti nella storia, da suor Marta, il Vescovo, a Bilal, inteso anche come guida spirituale della comunità islamica locale, finiscono per dipingere personaggi che nulla hanno a che vedere con l’esperienza di fede.

L’idea è che l’integrazione tra comunità diverse si possa fondare principalmente su un rimescolamento culturale in cui ciascuna delle parti sia disposta a cedere o modificare porzioni della propria identità al fine di favorire l’accoglienza delle tradizioni e delle abitudini dell’altro. Il risultato che si raggiunge però è solo una caotica, superficiale e poco convincente confusione, che genera un impoverimento di tutte le culture e religioni tirate in ballo nella vicenda: cristiana, musulmana e persino buddhista.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA VITA DA GATTO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/10/2016 - 19:25
Titolo Originale: Nine Lives
Paese: USA, Francia, Cina
Anno: 2016
Regia: Barry Sonnenfeld
Sceneggiatura: Gwyn Lurie, Matt R. Allen, Caleb Wilson, Daniel Antoniazzi, Ben Shiffrin;
Produzione: EUROPACORP, IN ASSOCIAZIONE CON FUNDAMENTAL FILMS
Durata: 87
Interpreti: Kevin Spacey, Jennifer Garner, Christopher Walken

Tom Brand è un egocentrico magnate newyorkese talmente concentrato sul lavoro – e impegnato in imprese fini a se stesse come quella di costruire il grattacielo più alto dell’emisfero boreale – da trascurare tutto il resto. Con un divorzio alle spalle, e il figlio di primo letto che lavora con lui nella sua corporation, Tom ignora completamente le esigenze della sua nuova famiglia, in cui la bella e paziente moglie Lara deve crescere praticamente da sola la figlioletta Rebecca. Quando quest’ultima compie undici anni, Tom accetta di comprarle come regalo di compleanno – più che altro per mancanza di altre idee – quello che la ragazzina ha espressamente chiesto: un gatto. Finisce quindi in uno strano negozio di animali dove il proprietario, il bizzarro Felix Perkins, gli vende il pelosissimo Mr. Fuzzypants, con cui Tom, che odia i felini, se ne torna verso casa. Costretto a una deviazione dall’ennesimo contrattempo lavorativo, Tom rimane vittima di un terribile incidente che lo manda in ospedale, in coma profondo, e lo fa reincarnare nel gatto. Ohibò, come uscirne?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In un film che dovrebbe essere indirizzato ai bambini, si affronta con disinvoltura il tema del fine vita, ritenendo una giusta decisione quella di staccare la spina a una persona in coma
Pubblico 
Adolescenti
Per alcuni accenni volgari e per le tematiche trattate, non adatte a un pubblico di bambini
Giudizio Tecnico 
 
Un imbolsito Kevin Spacey, trasformato per magia sulla falsariga di precedenti più famosi (Canto di Natale, The Family Man) non riesce a salvare un film con pochi momenti originali e divertenti
Testo Breve:

Un uomo, che trascura la famiglia per occuparsi solo dei suoi affari, viene trasformato in un gatto per ridere la sua vita da un angolo totalmente diverso. Un film inconsistente con pochi momenti divertenti 

Prodotto dalla francese Europacorp, fondata da Luc Besson, e diretto dal Barry Sonnenfeld dei due Addams Family e dei tre Men In Black, questo piccolo film (meno di un’ora e mezza di durata), ripesca il fortunato archetipo fantasy in cui un uomo apparentemente irredimibile, abbarbicato ai suoi vizi e ai suoi difetti, precipita in una situazione paradossale che gli fa guardare la realtà con occhi diversi, espiare le sue colpe e cambiare vita.

La storia, stranamente, non è ambientata durante le feste di Natale, il contesto narrativo perfetto per far accettare anche allo spettatore più smaliziato quel tocco di magia in più, non altrimenti credibile. I precedenti illustri sono innumerevoli, da Canto di Natale di Dickens al sottovalutato The Family Man con Nicolas Cage, passando dal fondamentale La vita è meravigliosa di Frank Capra e da tanti film di Walt Disney con protagonisti quadrupedi, e non è certo l’originalità che si chiede a un prodotto di questo tipo.

Nonostante la strada spianata, però, il film s’incaglia proprio dove dovrebbe filare: leggermente più volgare e ammiccante dei classici film per ragazzi (il grattacielo come simbolo fallico, le battute sul botulino…), ha una premessa del tutto incomprensibile per gli spettatori più giovani, con i suoi dialoghi velocissimi in cui si parla di vendita di azioni, fusioni miliardarie e consigli di amministrazione. Gli addetti al casting, poi, hanno pensato che a incarnare il protagonista – per cui fare il tifo nonostante la profusione di cinismo, in un ruolo che vent’anni prima sarebbe stato di Bill Murray – andasse bene l’imbolsito Kevin Spacey (scelta viziata senz’altro dalla performance dell’attore nella serie House of Cards). Neanche è chiaro perché la decisione di staccare la spina all’uomo in coma, caldeggiata all’inizio solo dal cattivo del film (il numero 2 dell’azienda che vuole fare le scarpe a Tom), dopo pochissimi giorni venga condivisa anche dalla moglie che pensa, in lacrime, di fare così “il bene della figlia” (?): come generatore del conto alla rovescia entro il quale Tom è chiamato a completare il suo arco di trasformazione, una forzatura.

In fin dei conti, un film abbastanza scialbo, dove si salvano solo il tema (“l’amore è sacrificio”, sbandierato in quella che gli esperti chiamano scena di exposition, cioè spiattellato senza una costruzione drammatica), cinque minuti divertenti con i tentativi di Tom, appena diventato gatto, di gestire la situazione negli inediti panni, e un Christopher Walken deliziosamente perfido nelle vesti del mago, o forse dell’angelo, responsabile del complotto felino. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
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CAPTAIN FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/07/2016 - 12:56
Titolo Originale: Captain fantastic
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt Ross
Sceneggiatura: Matt Ross
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, SHIVHANS PICTURES
Durata: 119
Interpreti: Viggo Mortensen, Frank Langella, Missi Pyle,

Ben e i suoi sei figli, fra i 7 e i 17 anni, vivono in una delle foreste dello stato dell’Oregon. La madre, che prima aveva condiviso con loro la stessa avventura, ora è assente perché gravemente ammalata.La mattina vanno a caccia e pesca, la sera suonano e studiano sotto la guida del padre, un ex professore universitario. Il padre ha dato loro un’educazione liberal: conoscono a memoria il Bill of Rights americano, sono continuamente allertati dal padre sui pericoli del consumismo e del capitalismo e disprezzano ogni forma di religione organizzata, vista con un metodo per soggiogare i popoli. Alla morte della madre il gruppo decide di tornare in città per partecipare al suo funerale ma l’impatto con il resto della società si mostrerà molto pericolosa per l’equilibrio di questa insolita famiglia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce il manifesto di un materialismo individualista esasperato. Gli unici valori condivisi riconosciuti sono gli affetti familiari
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre della maturità per analizzare criticamente i messaggi che vengono trasmessi dal film
Giudizio Tecnico 
 
Il bravissimo Viggo Mortensen rende da solo quasi credibile una storia surreale come l’ideologia che vuole promuovere
Testo Breve:

Se dei figli vengono educati a sopravvivere in una foresta, cresceranno meglio di altri ragazzi immersi nel consumismo sfrenato della società moderna? Non ci sono né vincitori né vinti in questo film che si presenta come un manifesto del materialismo scientifico

Ritorna di frequente nel cinema americano (ultimo esempio: Into the wild), questa nostalgia per una vita vissuta immersi nella natura (nostalgia trasmessa anche dalle pagine di Henry David Thoreau e Walt Witmann ), in contrapposizione a un mondo consumista e corrotto ..

Questa volta l’attenzione si concentra sul tema dell’educazione dei figli. Quasi come membri dei corpi speciali dell’Esercito, i figli di Ben sanno cacciare, dotati solo di coltello e di arco, pescare, sono abili nel combattimento corpo a corpo. Per fortuna il ritorno al selvaggio non comporta, nella mentalità di Ben, tenere  le figlie nella tenda per cucire vestiti e cucinare. In un’altra scena-simbolo, i suoi figli sono messi a confronto con i loro cugini che vanno a scuola “regolare”: dimostrano di essere molto più preparati in tutto ciò che riguarda le leggi poste a tutela dei diritti umani.

I risvolti di questa strana educazione non tardano a venir fuori e il film non manca di notarlo.

I ragazzi parlano con slogan preconfezionati, contro i poteri forti che sono tutti corrotti, espressione di un fanatismo che si è creato per la mancanza di un confronto con idee diverse. “Bisogna dire sempre la verità” proclama il padre Ben ma nel fare questo sempre e comunque, finisce spesso per offendere la sensibilità altrui. E’ vero che non bisogna mai mentire ma i tempi e i modi della comucazione della verità vanno commisurati alla maturità e sensibilità di chi deve riceverla. Finiscono inoltre per trasparire i difetti di una educazione che è priva della ricchezza dei rapporti con gli altri e il figlio diciassettenne, che prova i turbamenti del primo bacio, capisce che non può più vivere in isolamento. Il padre tradisce infine tutti i limiti di un approccio naturalista portato all’estremo  e nello spiegare al figlio più piccolo perché un uomo e una donna si uniscono, non ha altro da specificare che ciò serve per provare piacere e per fare figli. 

Dove il film non mostra invece alcun spirito critico è nel rifiuto che essi mostrano verso ogni forma di religione. Alla fine la madre verrà cremata dal marito e dai figli e le ceneri verranno buttate in un gabinetto: una inutile e sovrabbondante dimostrazione della visione materialista istillata nei figli dal padre.

Alla fine non si comprende bene a cosa sia servito questo film. L’unico valore messo in evidenza, anche in forma mielosamente sentimentale, è l’affetto di questi figli verso i genitori e viceversa.

Al figlio maggiore che va in Namibia, forse a cercare nuove foreste (è stato il primo posto che gli è capitato di toccare sulla mappa), il padre sentenzia: “dì sempre la verità, vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, divora la vita. Ricerca il rischio, ma assapora la vita perché passa in fretta”. Un sintetico ma efficace manifesto di un esistenzialismo esasperato. Woody Allen ha almeno il vantaggio, nei suoi film, di esternare la sua percezione del non senso della nostra esistenza attraverso una divertente narrazione; in questo film tutto è scopertamente dichiarato, un manifesto del materialismo che non convince per la stessa superficialità con cui è stato costruito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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FREE STATE OF JONES

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/05/2016 - 14:41
Titolo Originale: Free State of Jones
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2016
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Produzione: LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, ROUTE ONE FILMS, VENDIAN ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Matthew McConaughey, Mahershala Ali, Keri Russell

Nel 1862, durante la Guerra Civile Americana, Newton Knight, un agricoltore della contea di Jones, nello stato del Mississippi, milita nell’esercito sudista come infermiere. Il suo giovane nipote muore in battaglia e, disilluso dalla guerra, Newton decide di disertare e si rifugia nelle zone paludose del Mississippi, dove incontra altri disertori e schiavi fuggiti ai loro padroni. Sotto la sua guida, i rifugiati riescono a organizzare un piccolo esercito e a sconfiggere le truppe sudiste che cercano di sgominarli, fino a costituirsi come stato autonomo della contea di Jones. Finita la guerra, la situazione degli ex-schiavi non migliora. Non vengono accettati nei seggi dove avrebbero diritto di voto e debbono subire le violenze del Ku Klux Klan...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giusta battaglia per i diritti degli ex-schiavi negli stati del Sud, resta offuscata da alcuni comportamenti coniugali non corretti e dal gesto di diserzione del protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene con dettagli violenti e sanguinosi consigliano la visione ai maggiorenni
Giudizio Tecnico 
 
Film ben realizzato in alcune scene, con una rigorosa riscostruzione degli ambienti e dei costumi. La sceneggiatura risulta sfilacciata e cerca di affrontare troppi temi in parallelo
Testo Breve:

Durante la guerra civile americana, un soldato diserta per costituire un libero stato dove convivono bianchi e neri. Il racconto risulta poco organico, con singoli momenti interessanti

Per realizzare questo poderoso film di 139 minuti, il regista e sceneggiatore Gary Ross (regista di Seabiscuit e del primo Hunger Games) si è documentato per due anni ed ha realizzato un sito (http://freestateofjones.info/) dove giustifica, in base a documenti storici, gli eventi più significativi narrati nel film.

L’impegno profuso per immergersi in quel  momento storico traspare anche visivamente nella accurata ricostruzione dei costumi, degli ambienti e perfino nella selezione del cast. Le prime sequenze, che descrivono uno scontro fra truppe nordiste e sudiste, sono altamente drammatiche (bisogna ritornare alla sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan, per trovare qualcosa di simile), sono molti i particolari raccapriccianti sugli effetti delle pallottole prima e poi sulle impietose cure nell’ospedale da campo poi, dove il sangue sparso sembra impregnare tutto e tutti.

Sono immagini che servono a giustificare, dopo la morte stupidamente inutile del giovane nipote, la diserzione di Newton. Il secondo atto di questo dramma si concentra sull’ organizzazione e sulle battaglie del manipolo di ribelli che si è riunito intorno a Newton e si conclude con l’altisonante dichiarazione di indipendenza del libero stato di Jones, dove non ci saranno più ne ricchi nè poveri e ognuno potrà benificare dei frutti della terra che coltiva.

Il film poteva considerarsi ormai concluso quando inizia la terza parte, forse la più significativa: la lunga stagione della Reconstruction, del passaggio cioè, molto graduale e doloroso degli ex schiavi alla condizione di uomini liberi. Un tema che è stato molto sentito nella stagione della presidenza di Obama e che ha prodotto film di valore, come 12 anni schiavo, Selma, Lincoln e The Butler  - Un maggiordomo alla casa Bianca.

In un’altra scena-chiave del film, alcuni uomini di colore si recano alle urne per votare, cappeggiati da Newton. Sono armati e anche le persone dentro al seggio sono armate. Si tratta di una sequenza che fa ben comprendere come mai l’uso delle armi resti ancora ben radicato nella mentalità americana. Il loro voto repubblicano risulterà comunque inutile, come spiega il film, a causa di vistosi brogli elettorali. La stessa vita degli ex-schiavi era costantemente in pericolo a causa delle spedizioni punitive del Ku Klux Klan. Sono difficoltà che non avranno mai veramente fine. In un subplot che scorre in parallelo alla trama principale, veniamo a sapere che ancora negli anni 50, a un discendente di Newton e di una donna di colore venne proibito di sposare una donna bianca perchè in lui ancora scorreva un certa percentuale di sangue negro.

In film non è stato un successo commerciale negli Stati Uniti.  E’ risultato forse troppo ambizioso, ha voluto mettere troppa carne al fuoco, facendo perdere di coesione il racconto. Cerca inoltre di voler troppo dimostrare, facendosi aiutare da didascalie e filmati d’epoca, invece di lasciare che sia la narrazione stessa a far riflettere lo spettatore.

Lo stesso personaggio di Newton, pur ben interpretato da Matthew McConaughey, resta ambiguo; in certi momenti si configura come un vero difensore dei diritti degli afroamericani; in altri momenti, come lui stesso si è definito nella realtà storica, un “alleato”, probabilmente per convenienza contingente. Occorre aggiungere che la figura di un disertore non è mai simpatica così come non lo è il suo modo di gestire il suo privato: far convivere sotto lo stesso tetto la moglie, l’amante di colore e i figli avuti da entrambe le donne.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMORE E INGANNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/29/2016 - 09:15
Titolo Originale: Love & Friendship
Paese: IRLANDA, FRANCIA, OLANDA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2016
Regia: Whit Stillman
Sceneggiatura: Whit Stillman
Produzione: WESTERLY FILMS, BLINDER FILMS, CHIC FILMS IN CO-PRODUZIONE CON REVOLVER AMSTERDAM, ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 90
Interpreti: Kate Beckinsale, Xavier Samuel, Emma Greenwell, Tom Bennett

Lady Susan Vermon è rimasta vedova da poco; Il suo soggiorno presso i signori Manwaring deve venir interrotto a causa di alcune maldicenze intorno a una sua presunta relazione con il bel lord Manwaring. Susan e sua figlia Frederica si recano quindi a Churchill, per chiedere ospitalità a suo cognato Charles Vernon e sua moglie Catherine. La fama di Susan come donna scaltra e seducente l’ha preceduta e non poche perplessità suscitano le lunghe passeggiate con le quali il giovane Reginald, fratello minore di Catherine, si intrattiene con la nuova arrivata. Ancora una volta Susan riesce a dirottare le attenzioni degli altri verso su sua figlia Frederica, in età da marito. Esiste già uno spasimante, il ricco sir James Martin che Susan vede come soluzione ideale per sua figlia ma Frederica non lo sopporta perché si tratta di uno sciocco sprovveduto. Alla fine le cose si mettono male per Susan perché compaiono prove documentate della sua relazione con Lord Manwaring; Susan non si perde d’animo ed è così scaltra da rivoltare la situazione a suo favore...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista usa la sua bellezza e la sua intelligenza al solo scopo di perseguire il proprio benessere e per lei esistono solo matrimoni di convenienza
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Sceneggiatura, scenografia, regia e attori hanno svolto un onesto servizio di messa in scena di questo racconto della grande Jane Austen, senza particolari eccellenze ma con ottima professionalità
Testo Breve:

La protagonista Lady Susan si allontana dai canoni delle eroine a cui la scrittrice Jane Austen ci ha abituato: nell’Inghilterra dei primi dell’Ottocento: le donne cercano la loro libertà sposandosi per interesse e non per amore. Un racconto ironico e divertente

Il film è tratto dalla novella epistolare Lady Susan, di Jane Austen. Si tratta sicuramente di un’opera minore della grande scrittrice ma è sufficiente per sconvolgere i tanti luoghi comuni che si sono consolidati intorno alle sue opere, sopratutto da parte di chi ne ha prevalentemente una conoscenza cinematografica.

Dov’è finita la Jane Austen riferimento sicuro per un’etica tutta incentrata sulle virtù? E i famosi dialoghi fra miss Bennet e sir Darcy, formalmente impeccabili, specchio di una squisita finezza di sentimenti?

Sono ancora validi tutti gli studi fatti per confrontare le virtù dei protagonisti dei suoi romanzi con l’Etica Nicomachea di Aristotele?

La protagonista, Lady Susan, è campionessa di astuzia. Usa la sua intelligenza, le sue abilità dialettiche e il suo fascino per stravolgere le vite degli altri al solo scopo di perseguire il suo benessere e la sua indipendenza, una sorte di femminista ante litteram. Perfino con sua figlia non esita ad essere cattiva maestra cercando di convincerla a sposare un uomo che lei non ama, invitandola a decidere in base a regole di pura convenienza economica.

Lady Susan non si trattiene neanche dal dichiarare che si augura un attacco di gotta a Mr Johnson, il marito della sua migliore amica; conferma inoltre che per lei sono interessanti solo due tipi di mariti: quelli vecchi o quelli sciocchi, purché siano entrambi ricchi

Sembra quasi che la scrittrice abbia anticipato la figura della protagonista affascinante, maliarda, astuta e arrivista, che può essere ammirata solo per la sua perseveranza e faccia tosta  e che diventerà, qualche decennio dopo, . la  Becky  Sharp del libro La Fiera della Vanità, di William Makepeace Thackeray.

Se finora abbiamo sottolineato le differenze, il flusso del racconto rispecchia ciò che ci si aspetta in un romanzo della Jane Austen: presenza di ragazze in cerca di marito, alternanza fra la vita in campagna e Londra, lunghe passeggiate, conversazioni che scivolano nel pettegolezzo, fra persone sempre pronte a giudicare gli altri. La scrittrice è riuscita a creare, anche in questo caso, un quadro dalla composizione impeccabile, con i pieni e i vuoti sapientemente inseriti, incluso un brillante colpo di scena finale.

Ciò che costituisce un’altra scoperta, questa volta piacevole, è una Jane Austen dotata di un umorismo tagliente e ironico, anche se oggetto dei suoi strali sono soprattutto gli uomini. L’ingenuo di turno è sir James, che non ricorda bene se i comandamenti della Bibbia siano dodici o dieci e non si accorge di avere in casa l’amante di sua moglie; oppure Charles, che è talmente ben predisposto nei confronti di Lady Susan da trovare sempre l’argomento giusto per giustificare il suo comportamento.

Possiamo pensare che Jane Austen si sia presa, con questa novella, una pausa di divertimento e la stessa figura di Lady Susan sia stata inserita per ammonirci su come il fine ragionamento (in fondo, mentre Jane scrive, il Settecento è finito da poco) sia un’arma che possa anche avere un suo sinistro potere quando viene usato per il solo tornaconto  personale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAI BEI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/26/2016 - 15:50
Titolo Originale: Fai bei sogni
Paese: ITALIA/FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio,
Produzione: IBC MOVIE, KAVAC, RAI CINEMA, AD VITAM
Durata: 133
Interpreti: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Nicolò Cabras, Dario Del Pero

Torino. La notte di Capodanno del 1970 succede qualcosa in casa del piccolo Massimo che, dopo aver dato la buonanotte ai genitori, si addormenta sereno. Il bambino, nove anni, è svegliato di soprassalto da grida e rumori; scopre nel corridoio di casa due uomini che sorreggono suo padre, che pare sconvolto, e incontra gli zii che premurosamente lo invitano a seguirlo a casa loro. La mattina dopo gli viene detto che la mamma sta male ed è ricoverata in ospedale. Il giorno successivo ancora, però, un sacerdote rivela a Massimo che la donna è morta, e che bisogna partecipare al suo funerale. Per il piccolo, chiaramente, è uno shock, anche perché – per tutta la vita – al dolore dell’assenza materna si aggiunge un vago alone di mistero che ne circonda la scomparsa. Massimo cresce, diventa un giornalista di successo, gira il mondo, diventa popolare ma non cesserà mai di cercare lo sguardo di amore che dai nove anni in poi gli è stato sottratto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna, né manca un’apertura al trascendente e la positiva presenza di due figure di sacerdote
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Stilisticamente, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative
Testo Breve:

Marco Bellocchio si avventura in un genere per lui insolito, l’autobiografia di altri (da best-seller del giornalista Massimo Gramellini), e lo fa con grande rispetto nei confronti della famiglia, enfatizzando l’insostituibilità della figura materna 

È una insolita escursione in territori “stranieri”, nel genere accidentato della “autobiografia di un altro” questo film di Marco Bellocchio. Non che il regista piacentino non abbia ritrovato alcuni temi ricorrenti nel suo cinema adattando il best-seller del giornalista Massimo Gramellini (così li riassume nelle note di produzione: “la famiglia, la mamma, distrutta anche materialmente […], il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… e la vediamo l’Italia che cambia proprio anche dalle finestre di casa”). Però – rispetto al vessillo sbandierato nel celebre I pugni in tasca del 1965 e poi in moltissimi altri suoi film – la famiglia diventa un oggetto diverso, da maneggiare con più cura e delicatezza. È un Bellocchio senz’altro meno ideologico quello che affida alle immagini – comunque angosciose e cupe – di questo Fai bei sogni una storia che parla dell’incessante ricerca di uno sguardo materno da parte di un uomo ferito, privato dei suoi affetti più cari sin dall’infanzia, che diventando adulto impara a scoprire i contorni, la profondità del proprio dolore, fino a un principio di cambiamento che passa attraverso la scoperta della verità.

Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna. Non è un caso che tra gli sceneggiatori ci sia Valia Santella, che già aveva collaborato con Nanni Moretti e Francesco Piccolo allo script di Mia madre. Per fedeltà al testo di partenza, o semplicemente ai fatti, c’è perfino (diciamo perfino, data la conclamata idiosincrasia di Bellocchio per certi argomenti) un’apertura al trascendente. Senz’altro solo formale e non anche reale, vissuta. Eppure la Chiesa – verso cui l’autore, per usare un eufemismo, non è mai stato tenero – è rappresentata senza le consuete forzature e, per una volta, nel suo ruolo reale di accompagnatrice dell’essere umano verso la comprensione del suo destino: è un sacerdote l’unico che, nei primi giorni dopo la morte della mamma, fa un tentativo di dire la verità al piccolo Massimo. Ed è ancora un sacerdote, interpretato con classe e gigioneria da Roberto Herlitzka, a guidare i pensieri del bambino lungo un itinerario che abbraccia la fede nei suoi contenuti più semplici e insieme profondi.

Stilisticamente, però, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative, che rendono (quasi) ogni sua opera un’esperienza artisticamente elegante, in cui immergersi. Se è un bene che la psicanalisi non prenda il sopravvento sull’intellegibilità del racconto, il continuo andirivieni temporale sfilaccia la narrazione togliendole intensità. Il film sembra patire gli stessi difetti di Venuto al mondo di Sergio Castellitto, un altro adattamento di un romanzo che cercava di tenere nella stringata durata del film l’evolversi di una vita intera, con salti tra il passato e il presente, verità nascoste, guerre in Bosnia (non starà diventando un cliché?) e guarigioni interiori. Altre cose non funzionano nel film di Bellocchio (cade la credibilità della finzione nell’incontro tra Massimo adulto e suo padre, interpretato da un attore chiaramente più giovane di lui, truccato malissimo) e stavolta anche i sostenitori oltranzisti del regista hanno avuto da ridire.

Un film interessante, comunque, che registra un tentativo – da parte di un autore intellettuale solitamente impegnato e “arrabbiato” – di raccontare una storia universale che possa parlare al cuore di chiunque. Un tentativo riuscito a metà. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SNOWDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2016 - 12:01
Titolo Originale: Snowden
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Oliver Stone
Sceneggiatura: Kieran Fitzgerald, Oliver Stone
Produzione: BORMAN/KOPELOFF, IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH, TG MEDIA
Durata: 134
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt - Edward Snowden, Shailene Woodley - Lindsay Mills, Melissa Leo - Laura Poitras, Zachary Quinto

Nel 2013 Edward Snowden, un brillante consulente della National Security Agency, esperto nella violazione di siti Internet di organizzazioni ritenute ostili, vola a Hong Kong per un incontro segreto con i giornalisti Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill del quotidiano inglese The Guardian e la regista Laura Poitras. Vuole che la stampa internazionale denunci il programma messo in atto dal governo americano con lo scopo di sorvegliare a tappeto tutti i cittadini delle nazioni americane ed europee attraverso le loro comunicazioni private. A sostegno delle sue dichiarazioni, ha portato un chip di memoria contenente informazioni secretate…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film tratteggia un persona mossa da una forte tensione civile. Il suo gesto è difficile da giudicare: giusto negli obiettivi, controverso nella esecuzione
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio frequente. Una sequenza in uno strip club.
Giudizio Tecnico 
 
Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono molto bravi nel tramutare un fatto di cronaca nella storia di una coscienza che matura progressivamente una grave decisione. Qualche eccesso di retorica sui pericoli delle moderne tecniche di comunicazione di massa
Testo Breve:

La storia di Snowden, il giovane genio informatico che decide di rivelare i programmi della CIA per mettere sotto controllo tutti gli americani. Una storia sicuramente controversa, che Oliver Stone è riuscito a trasformare nell’appassionante racconto della crisi di una coscienza  

C’è qualche somiglianza fra Oliver Stone e Steven Spielberg: non certo nello stile di regia ma in ciò che li spinge a realizzare film. Entrambi amano il loro paese, entrambi desiderano raccontarci storie di americani che si sono comportati da eroi. Spielberg, dopo Lincoln, con Il ponte delle spie ci ha fatto conoscere l’avvocato James Donovan, che era riuscito a portare a termine delle delicate trattative con i russi per liberare alcuni americani accusati di spionaggio. E’ stata l’occasione, per Spielberg, di risaltare i valori fondanti della costituzione americana attraverso la storia vera di un tranquillo eroe borghese.  Anche Oliver Stone mostra nei suoi film una forte tensione civile: nel suo ultimo Snowden compaiono frequenti riferimenti alla costituzione americana vista come garante delle libertà individuali, ma i suoi eroi sono molto più problematici. Sono eroi contro certe forme di potere che diventano abuso.  In Nato il quattro di luglio Ron, tornato invalido dalla guerra in Vietnam, diventa un leader del movimento pacifista; in JFK, Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans, cerca di smascherare le coperture che il governo ha costruito intorno alla verità sulla morte del presidente Kennedy. La vicenda di Snowden, colui che ha smascherato il progetto  dell’Intelligence americana di violare sistematicamente la privacy di tutti i cittadini,  non poteva non interessare Oliver Stone.

Alcuni critici non hanno gradito lo stile adottato da Stone in questo film, così diverso dai suoi precedenti lavori, carichi di ritmo e tensione.

A mio avviso, lo sviluppo calmo e ordinato della vicenda, sia pur animato da sapienti flash back che ci fanno conoscere gradualmente i fatti accaduti nella loro pienezza, sono coerenti con il personaggio che si vuole rappresentare.

Snowden è una persona introversa, che mantiene il pieno controllo delle sue emozioni e che riflette sempre prima di decidere. La sua è la storia del conflitto tutto interiore di una persona eticamente formata che ha un sincero desiderio di servire la sua patria (nella prima parte del film scopriamo che si era arruolato nei rangers, ma che aveva dovuto abbandonare l’Esercito per un infortunio alle gambe) perché la ritiene una casa sicura, dove tutte le libertà individuali vengono rispettate. Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono entrambi molto bravi nel far sì che il film sia soprattutto la storia del percorso di una coscienza, che prima spera e poi resta delusa. Ovviamente non conosciamo nei dettagli la vera storia di Snowden ma Oliver lo tratteggia come un uomo dai principi etici assoluti che anche alla fine, nell’isolamento del suo rifugio a Mosca, si dichiara felice perché ha fatto quel che era giusto fare per il bene della sua nazione.

Anche la figura femminile, la sua ragazza Lindsay (Shailene Woodley) non è affatto un elemento di contorno, un alleggerimento romantico, ma costituisce la concreta, reale, proposta per una vita alternativa, che rende drammatici tutti quei momenti dove Snowden si trova a dover prendere delle decisioni irreversibili.

Il film non manca di allargarsi a riflessioni sui destini di noi internauti e cellular-dipendenti, felici di restare connessi ma a rischio continuo di venir spiati. E’ questa forse la parte meno riuscita del film, che sfocia spesso in una retorica verbale più che in linguaggio cinematografico. Anche il tema etico molto attuale, quello delle uccisioni tramite droni (approfondito molto bene in Good Kill), qui viene risolto un po’ sbrigativamente in una chiacchierata fra colleghi davanti a un barbecue.

E’ ovviamente molto difficile giudicare eticamente il gesto di Snowden, positivo come fine, ma difficile da comprendere nella sua messa in atto. Resta il dubbio se la soluzione scelta sia stata l’unica possibile o fossero all’epoca disponibili soluzioni meno invasive per la sicurezza nazionale. Resta un indubbio merito di Oliver Stone l’aver portato alla nostra attenzione una storia così rivelatrice della fragilità di un mondo sempre più interconnesso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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