Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/24/2016 - 18:18
Titolo Originale: LO chiamavano Jeeg Robot
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone
Produzione: Goon Films, Rai Cinema
Durata: 118
Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi

Enzo Ceccotti è un piccolo criminale di borgata. Durante una fuga entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona una forza sovraumana. Enzo approfitta dei suoi nuovi poteri per compiere furti straordinari, ma per caso si ritrova a proteggere Alessia, una ragazza giovane e bella con disturbi mentali, dalle angherie del boss della zona detto Zingaro. Alessia si convince che Enzo sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d'acciaio e si affeziona profondamente a lui. Intanto però lo Zingaro, irritato dalla presenza del misterioso criminale dai superpoteri, scopre la vera identità di Enzo e riesce ad assumere lui stesso la sostanza radioattiva che lo ha reso così potente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista del film è un personaggio ombroso, introverso e chiuso, mosso esclusivamente dall’interesse personale, ma ha una sua etica umana assai profonda e quando viene a contatto con i sentimenti sinceri e puliti di Alessia scopre la parte più umana di sé e sceglie di cambiare: diventa più generoso e sensibile e per questo ancor più forte di fronte alla malvagità spietata e narcisistica della sua nemesi, lo Zingaro. Il male e il bene sono rappresentati con chiarezza e non sono contrapposti in modo rigido e dogmatico. Interessanti i riferimenti e le critiche al mondo dei social e alla società
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene violenza molto forti, anche se spesso proposte in modo ridicolo; alcuni riferimenti sessuali e scene di nudità maschile e femminile. Turpiloquio frequente
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato senza effetti speciali eccezionali e con mezzi semplici, ma riesce ugualmente a proporre una sceneggiatura avvincente e scene d’azione molto coinvolgenti. Molto riuscita e assai originale è la fusione tra cinema e comics.
Testo Breve:

Un film-minestrone fra i supereroi americani e i cartoon giapponesi sulle rive del Tevere. Un film italiano divertente e originale dell’esordiente Gabriele Mainetti

Lo chiamavano Jeeg robot non è la contraffazione nostrana dei classici blockbuster americani sugli eroi del mondo dei fumetti ed Enzo, protagonista del film, non è un supereroe secondo la tradizionale definizione del termine. Mainetti, in questo suo primo lungometraggio, realizza un piccolo capolavoro, originale e carico di significato, tutto italiano o, per meglio dire, tutto romano.

La storia su cui si basa è costruita seguendo quasi alla perfezione l’impianto drammaturgico dei film sui supereroi a cui Hollywood ci ha ormai abituato, ma Lo chiamavano Jeeg Robot va decisamente oltre la semplicità del concetto iniziale su cui si fonda. Enzo Ceccotti, protagonista del film, è un personaggio ombroso, introverso e chiuso in se stesso, mosso esclusivamente dall’interesse personale a compiere atti criminali per pura sopravvivenza. Quando si accorge di aver acquisito poteri straordinari inizia a compiere rapine e furti che sconcertano tanto le forze dell’ordine quanto la criminalità organizzata della zona. Tuttavia Enzo ha una sua etica umana assai profonda, reagisce con determinazione di fronte alle ingiustizie e non desidera arricchirsi a scapito del suo prossimo. Così quando Alessia, la sua giovane vicina di casa affetta da disturbi mentali, viene minacciata dai criminali locali Enzo corre in suo aiuto e si fa carico di lei in modo del tutto disinteressato, cercando di respingere più possibile anche la tentazione di approfittare della sua avvenenza e della sua ingenuità.

Tutto il film gioca con equilibrio sul sottile confine tra fantasia e realtà, immaginazione e verità, senza creare mai confusione. Per questo Lo chiamavano Jeeg Robot, pur non essendo affatto un film per ragazzi, si presta con disinvoltura a diversi generi, dal comico, al sentimentale, al fantastico.

I richiami al mondo dei fumetti calati nella realtà di una borgata romana non fanno scadere il film nel ridicolo, perché Lo chiamavano Jeeg Robot coniuga bene due aspetti vincenti: l’autoironia e una buona analisi introspettiva dei personaggi. Così, mentre da un lato si ride, e di gusto, su scene costruite con quel sarcasmo proprio di chi riesce a non prendersi troppo sul serio, dall’altro la storia si fonda tutta su personaggi ben costruiti.

Si tratta indubbiamente di un film per stomaci forti. Alcune scene sono di una violenza quasi brutale, pur restando nell’ambito dello splatter fumettistico. Ma al di là di questo, il film mostra livelli di lettura anche profondi e non scontati da un punto di vista umano. Allo squallore degli ambienti della borgata romana in cui si muovono i personaggi si contrappongono i sentimenti sinceri, delicati, e quasi infantili, nel senso più positivo del termine, dei due protagonisti. La metamorfosi di Enzo Ceccotti, interpretato da un perfetto Claudio Santamaria, non è quella prevedibile da piccolo criminale a eroe filantropo dotato di poteri straordinari. Al contrario solo attraverso l’amore generoso, spontaneo e folle di una giovane donna il protagonista scopre di essere nel profondo una persona buona e capace di sentimenti forti, sinceri e positivi ed è spinto a cambiare in meglio. Anche la figura del cattivo, lo Zingaro, interpretato da un credibilissimo Luca Marinelli, esce dai consueti canoni del genere per approfondire aspetti umani che fanno riflettere. Come il suo interesse smisurato e assurdo verso l’immagine e l’apparire sui social, che sfocia in una follia del tutto scollegata con la realtà, tanto da compiacersi di comparire in rete in un video che lo riprende mentre compie gesti atroci e disumani.

Nel film ogni personaggio ha un suo ambiente caratterizzante, così nell’insieme, nonostante la situazione abbia del surreale, l’intera storia risulta non solo credibile, ma anche coinvolgente e a tratti persino commuovente.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANOMALISA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/23/2016 - 15:26
Titolo Originale: Anomalisa
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Charlie Kaufman, Duke Johnson
Sceneggiatura: Charlie Kaufman
Produzione: STARBURNS INDUSTRIES, SNOOT ENTERTAINMENT
Durata: 90

Michael Stone, atterra da solo a Cincinnati e si fa portare da un taxi all’albergo Fregoli. Michel è uno scrittore motivazionale di successo e il giorno dopo dovrà parlare del suo ultimo libro: “Come posso aiutarti ad aiutarli?". La sera è lunga e dopo una telefonata alla moglie e al figlio, decide di contattare Bella, un suo amore di 11 anni prima, terminato bruscamente per colpa sua. Inizialmente riluttante, Bella accetta di incontrarsi con lui al bar dell’albergo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è malato di narcisismo e insensibile alle sofferenze degli altri
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena esplicita di rapporto sessuale, anche se realizzata con delle marionette
Giudizio Tecnico 
 
L’esperimento di usare pupazzi animati per raccontare una storia per adulti si può dire pienamente riuscito: Michel Kaufman, affiancato dall’esperto in animazione Duke Johnson, riesce a presentarci una storia che è realista ma al contempo pervasa dalle straniati allucinazioni del protagonista
Testo Breve:

La tecnica dello stop-motion riesce a rendere con particolare efficacia una storia adulta di disagio esistenziale che in realtà è solo frutto dell’inguaribile narcisismo del protagonista e della sua insensibilità nei confronti degli altri

Raccontare non una favola ma una storia per adulti con pupazzi mossi con la tecnica della stop-motion, già adottata con successo da Tim Burton (La sposa cadavere, Frankenweenie)? L’esperimento ha avuto successo. La ricostruzione degli interni è rigorosa, l’espressione dei volti è convincente. Se la testa del pupazzo resta invariata, la maschera facciale viene continuamente sostituita per modificare le espressioni del volto (forme realizzate con una stampante 3D). Il regista e sceneggiatore Charlie Kaufman si è concesso inoltre il vezzo di non cancellare digitalmente la linea che separa la maschera dal resto del volto, quasi a dare quel senso di allucinazione, di confusione fra realtà e incubo che caratterizza tutto il racconto. Anche la soluzione di circondare il protagonista di camerieri, tassisti, direttori d’albergo con lo stesso volto (nella versione originale sono tutti doppiati dallo stesso attore che si è limitato a modificare l’intonazione della voce) serve a rendere palpabile la sindrome di Fregoli di cui è affetto Michael, che si sente ossessivamente perseguitato da una stessa persona.

La lunga sequenza iniziale, apparentemente banale, caratterizzata da colloqui di pura routine professionale fra Michael e il tassista che lo sta conducendo all’albergo, fra Michael e il facchino che gli mostra la stanza, offrono la falsa e fredda sicurezza di rapporti umani che si nascondono dietro una prassi di comunicazioni codificate. Non sfuggono alla stessa legge i primi approcci amorosi far Michael e Lisa, che ha accettato di esser ospitata nella sua camera. Non c’è lo slancio frutto di un  trasporto amoroso ma l’imbarazzata intimità di due persone che restano fra loro estranee e che agiscono con cautela, timorose di fare qualcosa di sbagliato o non gradito.

Kaufman ha indubbiamente trovato la forma espressiva più giusta per trasmettere una situazione di profondo disagio esistenziale e il film è candidato all’Oscar nella categoria dei film d’animazione.

Ma in cosa consiste questo angosciante disagio? In puro narcisismo e egoistica insensibilità nei confronti delle esistenze degli altri.

Apprendiamo che Michael ha una moglie premurosa e un figlio ma dopo aver speso con loro una sbrigativa telefonata, coglie l’occasione della trasferta a Cincinnati per riagganciare Bella, con cui ha avuto una relazione undici anni prima. Veniamo in questo modo a conoscere l’insensibilità di quest’uomo che l’aveva abbandonata improvvisamente, facendola soffrire per un anno intero. Ancora adesso, quando Bella gli chiede spiegazioni dopo tutti gli anni passati, lui si limita a rispondere con un: “non lo so”. Nei confronti di Lisa, la donna con cui riesce a intrattenersi più a lungo, Michael può agilmente giovarsi del vantaggio della differenza di classe e cultura: lui è uno scrittore affermato, lei una semplice telefonista che confessa candidamente di aver dovuto cercare sul vocabolario certe parole presenti nel suo libro.

Come era già accaduto in Se mi lasci ti cancello dove Charlie Kaufman era sceneggiatore, la forma risulta più interessante della sostanza e alla fine, ritengo che sia inutile cercare in questo film significati universali sul disagio dell’uomo moderno, quanto il banale racconto di un uomo che, trovandosi una sera da solo in un albergo lontano da casa, cerca il modo di passare la notte con una donna.

Anche la rappresentazione dell’universo femminile risulta sgradevole: tutte le donne ritratte risultano fragili, preoccupate soprattutto di non essere abbastanza attraenti nei confronti di un uomo che non merita neanche un secondo della loro attenzione. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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ONDA SU ONDA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/16/2016 - 20:47
Titolo Originale: Onda su onda
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Rocco Papaleo, Valter Lupo, Federica Pontremoli
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, INDIANA PRODUCTION, LESS IS MORE PRODUZIONI
Durata: 102
Interpreti: Alessandro Gassmann, Rocco Papaleo, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo

Nelle giornate sempre uguali di una nave mercantile italiana che attraversa l’Atlantico per raggiungere Montevideo, non è facile la convivenza forzata fra il cantante Gegè, l’unico passeggero della nave che cerca in Sudamerica un successo che non ha più trovato in patria e il cuoco Ruggero, una sorta di filosofo melanconico e solitario che da quattro anni non è mai sbarcato dalla nave. Arrivati a Montevideo, i due finiranno per aiutarsi a vicenda e il destino che li aspetta sarà molto diverso da quello che si erano immaginati...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia, la paternità e l’amore filiale sono affetti ben rappresentati in questa terza prova da regista di Rocco Papaleo
Pubblico 
Adolescenti
Qualche battuta a sfondo sessuale di dubbio gusto, allusione a un rapporto sessuale non mostrato
Giudizio Tecnico 
 
Buona l’ambientazione sudamericana e l’affiatamento fra i due protagonisti; il racconto, molto tranquillo, rischia di essere poco coinvolgente
Testo Breve:

Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann sono i protagonisti affiatati di un viaggio oltre Atlantico alla ricerca di loro stessi. Un racconto positivo di affetti ritrovati sviluppato con uno stile minimalista

Partire vuol dire abbandonare ogni certezza, lasciarsi cullare dalle onde del mare e intraprendere un viaggio con le sue sorprese, i suoi imprevisti, le sue avventure, le sue novità. Partite vuol dire in un certo modo cambiare, o quanto meno accettare i rischi del cambiamento che questo nuovo percorso potrebbe apportare, ed è ciò che accade, seppur involontariamente, ai due protagonisti di Onda su Onda, il nuovo film di Rocco Papaleo, con Alessandro Gassman e lo stesso regista.  

Gege’ e’ un cantante che non è mai riuscito a brillare sotto la luce dei riflettori, ormai depresso e privo di speranze, Ruggero invece è un uomo misterioso, con un segreto alle spalle che lo tormenta e che lo ha portato ad allontanarsi da tutti e a imbarcarsi come cuoco su una nave dalla quale non scende da quattro anni. Proprio su questa nave, sulla quale si imbarca anche Gege’ per raggiungere Montevideo, dove dopo 30 anni dovrà tenere un importante concerto che finalmente potrà risollevare le sue sorti di artista e uomo, i due si incontrano o meglio si scontrano. Ruggero e Gege’ al primo impatto si odiano, non si sopportano, appaiono incompatibili perché molto diversi, ma in realtà simili, entrambi bisognosi di superare la crisi e il vuoto esistenziale in cui si trovano. Inaspettatamente i due si ritrovano presto complici e amici, ad affrontare le varie peripezie, avventure e sorprese che  si presentano loro una volta sbarcati nella città uruguaiana.

Tra mezze bugie, mezze verità, inganni, incontri inaspettati e rivelazioni sorprendenti, il vecchio cantante e il saggio cuoco, un po' psicologo un po' professore, riusciranno a ritrovare se stessi, la propria serenità, i propri affetti e ad essere sicuramente delle persone migliori.

Dopo Basilicata cost to cost e Una piccola impresa meridionale, Rocco Papaleo torna alla regia con un film diverso dai precedenti, in cui la classica verve comica sfuma verso la profondità psicologica e il sentimentalismo.  

Nelle atmosfere calde e suggestive di Montevideo, trasportati dal sofisticato e travolgente ritmo jazz delle melodie suonate e intonate, si assiste ad una storia che è una delicata vicenda degli equivoci, un doppio gioco delle parti, dove ad emergere non è tanto la comicità, quanto la psicologia dei personaggi. Papaleo nei panni di Gege’ dimostra tutta la sua vivacità di artista, le sue sottili e surreali gag sempre in bilico tra spensieratezza e leggera malinconia, mentre Alessandro Gassman con quel carisma e quell’intensità, che lo avvicinano sempre più al padre Vittorio, riesce a farsi interprete di un personaggio saggio,  profondo, sensibile. Ben caratterizzati risultano anche i personaggi minori, tra i quali spiccano il comandante, interpretato dal brillante Massimiliano Gallo, in grado di rendere con simpatia la complessa personalità di un uomo che, pur vivendo in mare e amandolo, vive nella continua ansia e timore di annegare, e la dolce e romantica Gilda, fino alla divertente autista-cantante lirica.

“Onda su onda” si rivela quindi una commedia piacevole, misurata, sobria, ben interpretata, forse fin troppo equilibrata, senza quel guizzo e quella ventata di originalità e dinamismo che avrebbero esaltato ancor di più la storia e il suo intreccio, increspando il calmo mare che trascina gli spettatori verso l’approdo sicuro di un parziale lieto fine.

 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
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PERFETTI SCONOSCIUTI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/11/2016 - 12:36
Titolo Originale: Perfetti sconosciuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello
Produzione: Medusa Film
Durata: 97
Interpreti: Giuseppe Battiston; Anna Foglietta; Marco Giallini; Edoardo Leo; Valerio Mastandrea; Benedetta Porcaroli; Alba Rohrwacher; Kasia Smutniak

Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini) sono una coppia di professionisti, chirurgo plastico lui, psicologa lei, sono sposati e hanno una figlia adolescente; invitano i loro più cari amici per una cena a casa loro. I primi ad arrivare sono Lele (Valerio Mastandrea) e Carlotta (Anna Foglietta), anche loro sposati con due figli piccoli. Poco dopo si presentano anche Cosimo (Edoardo Leo), tassista romano, con la sua giovane moglie, Bianca (Alba Rohrwacher), veterinaria. Tutti attendono l’arrivo dell’ultima coppia invitata composta da Peppe (Giuseppe Battiston), insegnante di educazione fisica disoccupato con un divorzio recente alle spalle, e dalla sua nuova misteriosa compagna, Lucilla. Al momento di sedersi a tavola Eva propone un gioco all’apparenza divertente ma che sarà causa di terribili conflitti: condividere apertamente con tutti i commensali lungo l’arco dell’intera serata il contenuto di messaggi e telefonate da ciascun cellulare personale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una simpatica cena tra amici di vecchia data in un clima familiare, accogliente e disteso si trasforma in una tragica riunione tra adulti esasperatamente concentrati su stessi e sulle proprie esigenze e non più capaci di aprirsi e di rinnovare il rapporto con il proprio coniuge. Ciascun personaggio ha permesso che incomprensioni mai affrontate, immaturità interiore e irrisolti conflitti generassero situazioni di triste lontananza all’interno della coppia e differenti e variegate occasioni di tradimento. La drammatica verità su ciascuna coppia produce una tremenda tempesta di negatività che non lascia spazio alla speranza e ad alcuna possibilità di recupero. Un atteggiamento disinvolto di un genitore nei confronti della figlia adolescente impegnata a risolvere i suoi primi impegni amorosi
Pubblico 
Maggiorenni
A causa dei dialoghi che spesso rimandano a situazioni complesse e difficili da comprendere, con un linguaggio a volte un po’ triviale, il film è più adatto ad un pubblico adulto
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura appare all'inizio ben congegnata e mantiene un buon ritmo fino alla metà del film ma poi si trasforma in un puro meccanismo alla ricerca di facili effetti. Ottima la recitazione degli interpreti. Anche scenografia e fotografia accompagnano bene l’andamento della storia.
Testo Breve:

L'espediente teatrale di una cena fra amici che si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi viene riproposto da Paolo Genovese mediante una sceneggiatura che dopo una partenza brillante si rifungia in espedienti di facile effetto

Secondo Gabriel Garcia Marquez: “ognuno di noi ha una vita pubblica, una vita privata e una segreta”. Partendo da questo presupposto Paolo Genovese pone un quesito dai risvolti piuttosto inquietanti: conosciamo davvero la persona che ci vive accanto? Perfetti sconosciuti intende mostrare proprio cosa accadrebbe se improvvisamente la parte più segreta della vita del partner venisse allo scoperto. Il regista, insieme ad un nutrito gruppo di sceneggiatori, individua nel cellulare l’oggetto potente e pericoloso che custodisce i segreti più nascosti di ogni persona e lo fa diventare il mezzo attraverso il quale vengono alla luce le più scomode verità.

Le quattro coppie protagoniste di questa storia si incontrano per quella che sembrerebbe una tranquilla e simpatica cena tra amici, ma il gioco, un po’ provocatorio, proposto dalla padrona di casa, Eva, mette in crisi tutti e innesca un tragico meccanismo senza ritorno. Ciascun commensale infatti per tutto il corso della cena dovrà impegnarsi a tenere il proprio cellulare al centro del tavolo rendendo pubbliche le proprie conversazioni sia telefoniche che scritte. L’idea è quella di scoprire se c’è davvero piena sincerità tra loro come amici e come coppie, ma il gioco in realtà finisce col rivelare situazioni nascoste e latenti drammi complessi. Dolorose verità su ciascuna coppia vengono allo scoperto e, quasi come se si fosse aperto un pericoloso vaso di Pandora, il gioco produce una tremenda tempesta di negatività a cui seguono, da un punto di vista interiore, morti e feriti gravi. Un ciclone desolante, devastante e impietoso che non lascia spazio alla speranza e ad alcuna forma di perdono.

L'espediente teatrale (tutto origina da Carnage) di una cena fra amici che si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi è stata proposta al cinema già altre volte e basterebbe citare,  solo per ricordare la produzione italiana recente, Il nome del figlio e Dobbiamo parlare ma l'espediente di scoprire che è il telefonino di ciascuno a serbare i segreti più inconfessabili all'inizio funziona, grazie a una sceneggiatura intrigante e divertente. Il film finisce per perdere tutto il suo interesse nella seconda parte, quando la ricerca a tutti costi del colpo di scena finisce per far perdere di credibilità alla storia ma sopratutto valore ai protagonisti , che risultano tutti appiattiti intorno a un unico interesse, quello dei propri diversivi sessuali.

Il finale, con queste premesse, risulta tragico: per la coppia ad un certo punto esisterebbero solo due alternative: tacere e custodire i propri segreti ben celati o, di fronte ad un rapporto ormai profondamente lacerato, affrontare una dolorosa rottura, arrendersi e fuggire.

In Perfetti sconosciuti le relazioni sono viste  in modo statico, soggette ad un logorante immobilismo. Ogni personaggio, ad eccezione di Rocco, sembra incapace di guardare avanti e di sapersi mettere in discussione per ricreare e rinnovare giorno per giorno il proprio rapporto con l’altro.  Un ennesimo film senza speranza sulla fragilità di coppia che svela il vuoto esistenziale dei protagonisti. L’opportunità di creare legami affettivi forti, tali da poter sopportare e superare limiti, difficoltà ed errori l’uno dell’altro e di affrontare insieme gli inevitabili cambiamenti della vita crescendo come persona e come coppia non è contemplata.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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L'ULTIMA PAROLA - LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/10/2016 - 22:43
Titolo Originale: Trumbo
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Jay Roach
Sceneggiatura: John McNamara
Produzione: GROUNDSWELL PRODUCTIONS, INIMITABLE PICTURES, SHIVHANS PICTURES
Durata: 124
Interpreti: Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren

Sinossi: Dalton Trumbo è uno tra gli sceneggiatori di Hollywood più pagati al mondo, ma è anche attivamente schierato con i sindacati in favore del riconoscimento dei diritti civili e della parità di retribuzione. Nel 1947 viene chiamato a testimoniare di fronte alla Commissione per le Attività Antiamericane (House Committee on Un-American Activities), voluta dal senatore Mc Carthy, per sospetta adesione al comunismo. A causa del suo rifiuto di deporre dinnanzi ai giudici viene condannato ad 11 mesi di reclusione e per 10 anni resta inserito nella lista nera del governo senza alcuna possibilità di lavorare. Dopo aver perso la casa, Dalton riesce con grande fatica a mantenere la propria famiglia scrivendo sceneggiature sotto falso nome.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si sofferma poco sugli aspetti politici della vicenda, ma offre un quadro piuttosto completo delle drammatiche conseguenze che la pratica del MacCarthismo comportò sulla vita dei tanti professionisti accusati di favorire l’ideologia comunista. Il racconto evidenzia bene che tipo di impatto ebbe questa drammatica vicenda soprattutto sulla vita familiare di Dalton, che dovette sopportare un intero decennio di sacrifici e difficoltà. Nonostante le forti contrarietà, le debolezze e le cadute, la famiglia Trumbo però riesce a mantenersi unita nell’affetto e nel reciproco sostegno. Anche l’amicizia che lega Trumbo ad alcuni dei suoi colleghi è fondata su un forte senso della lealtà e della solidarietà.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film risente di una sceneggiatura dall’andamento un po’ discontinuo in cui i molti elementi della storia non sempre si armonizzano bene tra loro, il racconto risulta quindi poco lineare e a tratti difficile da seguire. Ottima l’interpretazione di Bryan Cranston (Dalton Trumbo). Buona e accurata la ricostruzione degli ambienti e dei costumi di quegli anni. La pellicola si avvale anche di alcuni video originali dell’epoca che esaltano l’aspetto più realistico della storia e riescono a fondersi bene con le scene girate del film.
Testo Breve:

La vita di Dalton Trumbo, sceneggiatore hollywoodiano vincitore di due premi Oscar, costretto a lavorare sotto falso nome durante il Maccartismo.  Una bella storia di famiglia ma anche di orgoglio e ambizione

Nei primi anni ’50, nel pieno della Guerra Fredda, molti professionisti americani, soprattutto appartenenti al settore dello spettacolo, furono accusati di adesione all’ideologia comunista e privati del proprio lavoro a causa dell’inserimento dei loro nomi nella temuta lista nera del governo. Recentemente nelle sale italiane è passato, per pochi giorni, un film che marginalmente aveva già trattato questo tema, The Eichmann show. In esso si narrava la storia delle riprese al processo di Adolf Eichmann, che consentirono al regista Leo Hurwitz di uscire definitivamente dalla lista nera di Mc Carthy. L’ultima parola racconta un’altra storia vera, quella dello sceneggiatore Dalton Trumbo, vincitore di due premi Oscar, che, come molti suoi colleghi dell’epoca, dovette subire una dura persecuzione da parte del governo americano a causa del proprio orientamento politico filocomunista.

Mentre Trumbo si ritrova a dover scontare 11 mesi di carcere e in seguito resta senza lavoro, mentre sua moglie e i suoi tre figli devono affrontare un decennio di sacrifici. La sua tenacia, unita alla sua abilità nel realizzare sceneggiature pregevoli ma anche grazie al sostegno dei suoi familiari, in particolare della moglie, gli consentono non solo continuare a lavorare ma addirittura di riscattare il proprio nome.

A costo di un duro lavoro e nonostante il tradimento di alcuni suoi colleghi, Dalton riesce a recuperare il successo perduto e a guadagnarne ancora di più. Tuttavia il film non sembra volere tratteggiare i contorni di un eroe moderno perseguitato dal sistema. Trumbo è un uomo dalle grandi capacità artistiche, un marito amorevole e un padre affettuoso e responsabile, ma in più di una circostanza, soprattutto nella seconda parte del film, dimostra di essere anche profondamente orgoglioso e più concentrato sul proprio desiderio di riscatto economico e sociale che attento ad ascoltare le reali esigenze affettive della propria famiglia. Personaggio veramente pregevole è invece Cleo Trumbo, moglie di Dalton, che sopporta pazientemente e con coraggio le difficoltà e le privazioni dovute al carcere prima e alla carenza di lavoro poi. Cleo resta accanto al marito fino alla fine, lo sostiene in ogni momento e trova persino la forza di mediare i rapporti tra i figli e il padre quando questo comincia ad estraniarsi completamente dalla vita familiare, ossessionato dal proprio desiderio di riscatto. Anche i figli dimostrano un grande rispetto e affetto nei confronti dei genitori e un forte attaccamento alla famiglia soprattutto nel lasciarsi coinvolgere attivamente dal lavoro “clandestino” del padre.

L’ultima parola getta luce su una porzione della storia americana poco nota, ma lo fa senza cercare di prendere una posizione politica apertamente schierata. McNamara, sceneggiatore del film, sembra più che altro interessato agli aspetti umani e alle ripercussioni sociali della storia, che, sebbene risenta di un andamento un po’ caotico, offre un quadro piuttosto interessante della vicenda attraverso la quale è possibile riscoprire altri personaggi assai noti, come John Wayne o Kirk Duglas, in una chiave del tutto nuova.

Bryan Cranston, soprattutto noto per aver recitato nella famosa serie televisiva Breaking Bad nei panni del protagonista, Walter White, offre un’ottima prova e presenta un personaggio esplorato in tutta la sua complessità. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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TRUST

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2016 - 21:54
Titolo Originale: Trust
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: David Schwimmer
Sceneggiatura: Andy Bellin, Robert Festinger
Produzione: DARK HARBOR STORIES, NU IMAGE
Durata: 106
Interpreti: Clive Owen, Catherine Keener, Liana Liberato

Annie ha 14 anni e la sua vita scorre serena, con due genitori affettuosi, due fratelli simpatici e un serio impegno nella squadra scolastica di basket. Non ha un ragazzo ma chatta continuamente con un ragazzo conosciuto via Internet, Charlie. Con lui riesce a confidarsi su cose di cui non parla neanche con la sua migliore amica e trova piena comprensione. Nasce fra i due una bella intesa, che resiste anche quando Charlie le confessa di non esser suo coetaneo ma di avere 25 anni. Quando poi Annie decide di incontrarlo all'insaputa dei suoi genitori, scopre che si tratta in realtà di un uomo di 35 anni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film che documenta molto bene i pericoli che possono provenire da Internet e le lacerazioni psicologiche che queste vicende comportano ma mostra una famiglia non all’altezza della situazione
Pubblico 
Maggiorenni
Anche se mancano immagini esplicite, il tema trattato è verbalmente scabroso
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce a sviluppare un’analisi psicologia in profondità dei personaggi di fronte a una situazione drammatica. Risultano inespresse le vere motivazioni che hanno consentito lo sviluppo della tragedia
Testo Breve:

Un buon film-denuncia sui pericoli che si possono incontrare attraverso Internet ma anche il ritratto di una famiglia che non è all’altezza della situazione

Quando, nel film La ciociara, sia la protagonista Cesira (Sophia Loren) che sua figlia dodicenne, Rosetta, vengono violentate dalle truppe marocchine al seguito dell’esercito francese, il colloquio madre-figlia si interrompe. Il cuore di Rosetta si indurisce: pensa che il tempo della tenerezza è finito e che, nel suo nuovo stato, può ormai considerarsi maggiorenne disponendo di un nuovo, insolito, potere che le consente di avvicinarsi agli uomini senza provare nulla.

Qualcosa di simile accade in questo Trust: dopo che la quattordicenne Annie ha avuto un rapporto con un uomo molto più grande di lei, invece di cercare rifugio nella famiglia, entra in conflitto con i suoi genitori e con la sua amica più intima: non accetta di venir investigata psicologicamente e fisicamente (interviene anche l’FBI che cerca di determinare se c’è stato un atto di violenza o meno) ma protegge con rabbia la sua intimità aggrappandosi all’idea che l’atto compiuto corrisponda all’esperienza di una ormai-donna verso un vero amore.

Il regista David Schwimmer analizza con puntiglio e meticolosità i passaggi emotivi dei protagonisti a seguito di quest’evento drammatico, dividendo nettamente il film in due parti: quella che precede l’incontro dei due internauti in un albergo e le reazioni che quest’evento scatena nel padre (Clive Owen), nella madre (Catherine Keener) e nella ragazza stessa (Liana Liberato).

Se la prima parte è abbastanza breve ma sufficiente per sviluppare l’abilità del seduttore che conquista progressivamente la fiducia dell’adolescente rivelandole la sua età solo quando lei ormai ha riposto tutta la sua fiducia in quella relazione, molto più dettagliata è la seconda parte, dove prendono il sopravvento i conflitti interni del padre, che oscilla fra la smania di vendicare con violenza la sua figlia offesa, e lo sforzo di cercar di comprendere il punto di vista di sua figlia che ancora difende quel Charlie che ha incontrato. In un litigio risolutivo fra i due genitori, la madre rimprovera al marito di non preoccuparsi relamente di cosa stia provando sua figlia ma di meditare solamente un atto di vendetta.

Il film, come già Disconnect, che tratta lo stesso tema, pone bene in evidenza i pericoli che possono scaturire  dal riporre troppa fiducia in amici conosciuti via Internet: un ambiente tanto aperto quanto è facile occultarsi (il film mostra bene quanto sia facile celare la propria vera identità via Internet) ma è carente sulle motivazioni che hanno portato Annie a cercare il suo unico vero amico in un internauta, nonostante la sua vita serena sia in famiglia che a scuola. Il film accenna, senza approfondire il tema, all’esistenza un ambiente rilassato sulle tematiche sessuali. Il padre, che lavora nel marketing di un’azienda di vestiti, gestisce pubblicità disinvolte con giovani ragazze poco vestite, che potrebbero avere poco più dell’età di sua figlia. Annie, in un party a cui partecipa, ha modo di notare che alcune sue colleghe girano per la sala a seno nudo. Il film non si tira indietro nel raccontare i dettagli scabrosi della vicenda anche se lo fa più con le parole che con le immagini e bisogna riconoscergli un assenza di compiacimento diversamente da altri film del genere (come Student Services) ma è reticente proprio quando non sarebbe stato necessario. Annie non è semplicemente alla ricerca del flirt romantico ma ha una percezione sbagliata della sessualità, tema che non trova un maggiore sviluppo. Il film, senza forse volerlo, mostra un ritratto fallimentare della famiglia: una famiglia che ha perso il suo potere normativo, cioè la sua capacità di trasmettere il senso del bene e del male e si limita a svolgere un compito di rassicurazione affettiva.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PPZ PRIDE + PREJUDICE + ZOMBIES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/07/2016 - 20:02
Titolo Originale: Pride and Prejudice and Zombies
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Burr Steers
Sceneggiatura: Burr Steers dal romanzo di Seth Grahame-Smith
Produzione: DARKO ENTERTAINMENT, HANDSOMECHARLIE FILMS, CROSS CREEK PICTURES
Durata: 107
Interpreti: con Lily James, Sam Riley, Jack Houston, Douglas Booth, Bella Heathcote, Charles Dance, Lena Headey, Matt Smith

Nell'Inghilterra infestata da orde di non morti, le cinque sorelle Bennet sono alla ricerca di un marito ma sono state addestrate dal padre alla guerra. Poi nel loro piccolo villaggio giunge il ricco signor Bingley accompagnato dal tenebroso colonnello Darcy, che oltre ad avere una rendita di diecimila sterline, è anche un formidabile cacciatore di zombie. Non ci vuole molto perché tra lui ed Elizabeth Bennet scocchino scintille...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra una strana, poco ortodossa, versione del sacrificio eucaristico. In ogni modo, il contesto è talmente sopra le righe che è difficile prendere sul serio anche questa involontaria parodia
Pubblico 
Adolescenti
scene horror e di combattimento anche violente
Giudizio Tecnico 
 
Il film è un frullato alquanto discutibile di elementi poco compatibili e non tenta nemmeno qualche affondo di critica sociale, che è vocazione naturale dello zombie movie. I personaggi mancano di profondità.
Testo Breve:

Uno zombie-movie fa la parodia al classico Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen ma mette la definitiva pietra tombale su un esperimento di fusion cinematografica da non ripetere

In questo atipico divertissement ispirato ad Orgoglio e pregiudizio, tra le verità universalmente conosciute da una ragazza da marito dell'Inghilterra del XVIII secolo, oltre che quella famosa riguardante gli scapoli benestanti, ce ne sono un bel po' che riguardano individui molto meno raccomandabili.

Replicando il mix che qualche anno fa aveva accostato Abramo Lincoln ai Vampiri (La leggenda del cacciatore di vampiri, tratto da un bestseller dello stesso autore Seth Graham-Smith), mettendo il presidente abolizionista a decapitare succhiasangue con l'accetta, qui ritroviamo Elizabeth Bennet non solo a combattere la rigida etichetta dell'epoca, ma anche a difendersi a colpi di arti marziali cinesi dagli zombie affamati che hanno invaso l'Inghilterra. Il presupposto è talmente assurdo da suonare originale e almeno nella prima parte non si può fare a meno di apprezzare l'impegno con cui gli autori hanno cercato di incastrare i punti principali di un plot romantico che milioni di donne sanno a memoria (e non solo per aver letto il romanzo, ma anche per la visione di diversi adattamenti di successo, cui non si manca di fare l'occhiolino, come nell'immancabile bagno in camicia di Mr. Darcy) con lotte all'ultimo sangue a colpi di spada, cazzotti e pistole, mentre ci si domanda quale dei personaggi noti finirà per trasformarsi in un non morto.

Il gioco funziona fino ad un certo punto, anche perché se il vampirismo era una metafora un po' esotica ma calzante della schiavitù contro cui Lincoln si era effettivamente battuto, qui gli zombie finiscono per essere un diversivo un po' ripetitivo e senza un significato né una mitologia. Se non si considerano tali gli accenni un po' confusi alla distinzione tra aristocrazia e popolino (che pare riprodursi anche tra i non morti), il film non tenta nemmeno qualche affondo di critica sociale, che è vocazione naturale dello zombie movie.

Se secondo alcuni Orgoglio e pregiudizio era un romanzo in cui sostanzialmente un uomo cambiava i suoi modi e una giovane donna le sue opinioni, qui Elizabeth e Darcy tra una schermaglia e l'altra  hanno tempo di salvare l'Inghilterra da un confuso piano apocalittico in cui, guarda caso, ci mette lo zampino pure il solito cinico Wickham, che stavolta non si limita a sedurre giovani fanciulle per mettere le mani sulla loro dote.

Il tutto riesce a coinvolgerci fino a un certo punto e se può anche essere divertente sentire pronunciare la famosa dichiarazione di Darcy mentre lui e la sua amata mettono alla prova le rispettive abilità guerriere a colpi di attizzatoio e tagliacarte, la mancanza di profondità dei personaggi (il cast, se si escludono i due protagonisti e un paio di personaggi azzeccatissimi, è più giovane e carino che memorabile) e la fretta con cui la trama procede soprattutto nella seconda parte finiscono per trasformare il tutto in un frullato alquanto discutibile di elementi poco compatibili.

In una trama che mescola di tutto, dalla letteratura ottocentesca al grand guignol c’è spazio anche per riferimenti all’Apocalisse e ai quattro cavalieri che la annunciano, nonché a un confuso plot che coinvolge un gruppo di zombie che per cercare di resistere alla fame di carne umana si impegna in quella che potrebbe apparire una strana poco ortodossa versione del sacrificio eucaristico. In ogni modo, il contesto è talmente sopra le righe che è difficile prendere sul serio anche questa involontaria parodia.

La spudoratezza, per non dire l'hybris di un finale aperto (non si capisce se per incapacità di tirare tutte le fila del racconto in tempo utile o per la speranza di un secondo episodio), mette la definitiva pietra tombale su un esperimento di fusion cinematografica da non ripetere. Ma con i non morti non si sa mai, tornano sempre quando meno te lo aspetti. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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LA GRANDE SCOMMESSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/04/2016 - 11:44
Titolo Originale: The Big Short
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Charles Randolph, Adam McKay
Produzione: PLAN B ENTERTAINMENT, REGENCY ENTERPRISES
Durata: 100
Interpreti: Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt,

Nel 2005, negli Stati Uniti, il mercato obbligazionario sugli immobili appariva solidissimo. Non era dello stesso avviso Michael Burry (Christian Bale), un curioso gestore di fondi, bravo con i numeri ma totalmente asociale. Dopo un’analisi attenta aveva compreso che c’erano molte insolvenze perché i mutui venivano concessi dalle banche con molta disinvoltura e il mercato immobiliare stava per crollare. Decise quindi di scommettere sul prossimo ribasso comprando credit default swap dalla Goldmas Sachs e da altre banche d’investimento. Alla stessa conclusione giunsero: Mark Baum (Steve Carell), che con un viaggio in California ebbe modo di avere un’esperienza diretta della disinvoltura con cui agenzie locali concedevano mutui a persone indigenti e a ..spogliarelliste; Jamie Shipley (Finn Wittrock) e Charlie Geller (John Magaro), due giovani che avevano messo in piedi una piccola società di investimenti e disponevano di un mentore d’eccezione: Ben Rickert (Brad Pitt), un senior di Wall Street che aveva abbandonato il lavoro per rifugiarsi in campagna. Infine Jared Vennett (Ryan Gosling), un cinico speculatore che cercava un modo di diventar ricco in previsione del prossimo crack.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è un atto d’accusa, ironico ma chiaro, sui meccanismi perversi della finanza, che alimentano l’avidità e l’illusione di facili guadagni
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio continuamente scurrile e presenza di alcuni nudi femminili
Giudizio Tecnico 
 
Candidato a 5 oscar, il film riesce a costruire un thriller finanziario carico di suspense e tratteggia i protagonisti con molto realismo
Testo Breve:

La crisi finanziaria del 2008 ricostruita dalla parte di chi comprese per tempo cosa stava accadendo e cercò di arricchirsi speculando sul questa previsione. Un atto di accusa ben realizzato sull’avidità degli uomini e su una finanza senza controlli

In una delle scene conclusive i due giovani investitori Jamie e Charlie non stanno nella pelle per la soddisfazione: il mercato immobiliare ha iniziato a crollare e, grazie alle loro speculazioni, prevedono guadagni astronomici. Il loro mentore, Ben Rickert, raffredda i loro entusiasmi: hanno scommesso sulla crisi dell’economia americana e la gente ora perderà la loro, casa, il loro lavoro, la loro pensione. E’ l’unico momento dichiarativo del film, dove vengono evidenziati i risvolti umani della grande crisi; nel resto del racconto, come in un giallo dove già si conosce fin dall’inizio l’assassino, il film, alternando ironia e dramma, gioca sul contrasto fra chi è cieco e sordo perché fortemente coinvolto nei benefici di un mercato che continua a regalare profitti e la progressiva presa di coscienza dei protagonisti che progressivamente, con le loro indagini, scoprono l’assurdità della situazione, frutto di un’avida incoscienza collettiva.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema della crisi finanziaria del 2008: il documentario Inside Job ha analizzato i parametri macroscopici della crisi, puntando il dito sugli scarsi strumenti di controllo a disposizione del governo; Too big to fail si è concentrato sui momenti cruciali che hanno portato alla decisione del governo di concedere un maxi-presto alle banche;  Margin Call ha indagato soprattutto sui comportamenti e le relazioni fra uomini e donne di una società finanziaria sull’orlo del fallimento (l’allusione è alla Lehman Brothers). Da citare infine 99 Homes, non uscito in Italia, che analizza l’impatto della crisi su un padre di famiglia che è stato sfrattato dalla sua casa.

The Big Short punta con grande realismo a calarsi nella mentalità, negli ambienti di lavoro, nei problemi familiari e di salute, di uomini che vivono nel mondo della finanza.  Il realismo serve per far toccare con mano allo spettatore come tante singole persone stordite dalla bramosia di guadagnare sempre di più o troppo coinvolte in cointeressenze scandalose, non erano in grado di vedere l’iceberg che stava avvicinandosi al Titanic.

Il film non risparmia nessuno. Il dito è puntato non solo sugli istituti che concedevano con disinvoltura mutui a persone che non sarebbero state in grado di pagare, ma anche sulle banche d’investimento che impacchettavano questi mutui all’interno di obbligazioni con basi sempre più fragili e, quando la crisi si era ormai resa manifesta, sull’azione fraudolenta operata dalle aziende di rating, che continuavano ad assegnare la triplaA a fondi senza valore, perché c’erano troppi interessi in gioco. Non da ultimi gli stessi protagonisti del film, ispirati a personaggi reali che si erano accorti in tempo del prossimo collasso e che hanno sfruttato questa loro perspicacia solo come mezzo per arricchirsi.

Il film è realizzato benissimo. Il racconto ha la suspence della scoperta progressiva, giorno dopo giorno, senza dar tregua allo spettatore, di una mostruosa realtà e i protagonisti, ritratti con la tecnica della camera a mano del cinema-verità, interpretati da ottimi attori, sono personaggi ritagliati a tutto tondo, nella loro perspicacia professionale ma anche nella loro, spesso insolita, umanità.  Tutte meritate  le cinque candidature all’Oscar. Il film non teme di usare il linguaggio del mondo della finanza e per chiarire la terminologia adottata nelle discussioni professionali, usa l‘artificio di introdurre altri personaggi che cercano di spiegarli con delle analogie che scaturiscono dalla vita di tutti i giorni.

Il realismo adottato, soffuso di fredda ironia, è l’arma principale di accusa nei confronti di un meccanismo dove tutti giocano a fare denaro con la semplice pressione di un click, senza che ciò corrisponda ad alcuna ricchezza reale. Come fa sarcasticamente notare il commentatore alla fine del film, mentre milioni di persone andarono in bancarotta, perdendo il lavoro e la casa, i soldi concessi dallo stato alle banche insolventi servirono per garantire buone uscite d’oro ai manager coinvolti e  fu arrestato un solo banchiere, un pesce piccolo, di scarso peso.

Chi esce vittoriosa da questo film è sicuramente Hollywood, perché mostra ancora una volta la sua capacità di scavare con coraggio anche in realtà scomode e di svolgere, nei confronti del pubblico, pubblico un’indispensabile funzione informativa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ABBIAMO FATTA GROSSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/28/2016 - 13:06
Titolo Originale: L'abbiamo fatta grossa
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudioso
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS
Durata: 112
Interpreti: Carlo Verdone, Antonio Albanese, Anna Kasyan, Francesca Fiume, Clotilde Sabatino, Massimo Popolizio

Arturo Merlino è un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova, e Yuri Pelagatti è un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione con la moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena. Yuri assume Arturo perché questi gli fornisca le prove dell’infedeltà della ex moglie, ma i due per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta contenente 1 milione di euro 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia che si crea un po’ per caso un po’ per necessità tra i due protagonisti costituisce un positivo esempio di reciproco sostegno. Il personaggio di Yuri, nonostante i numerosi errori che continua a commettere e i tradimenti compiuti nel passato, dimostra un sincero pentimento nei confronti della moglie e un altrettanto sincero desiderio di tornare insieme
Pubblico 
Adolescenti
I dialoghi spesso sono accompagnati da turpiloquio
Il fortunato sodalizio fra Carlo Verdone e Antonio Albanese rappresenta il vero punto di forza di questa nuova commedia dell'attore romano. Il film tuttavia risente di un andamento discontinuo, in cui i momenti comici non riescono a fondersi con i momenti d’azione e nel complesso il film appare lento e poco armonioso. Buona la fotografia, le scenografie e la colonna sonora che conferiscono al film una patina vintage
Testo Breve:

Carlo Verdone, in sodalizio con Antonio Albanese, esperimenta il genere comico-noir con risultati discontinui. Buono l’affiatamento dei due comici ma lo sviluppo appare lento, ravvivato da isolate gag comiche

L’abbiamo fatta grossa è una commedia in stile noir. Con questo lavoro Verdone ha spiegato di volersi discostare dai suoi precedenti personaggi medio borghesi un po’ psicotici, per sperimentare un genere nuovo. Ha scelto come protagonista al suo fianco Antonio Albanese con cui, non solo si è creata una felice collaborazione professionale, ma anche una inaspettata e gradita amicizia, i cui positivi effetti si percepiscono anche nel film. Il fortunato sodalizio rappresenta infatti il vero punto di forza di questa nuova commedia dell'attore romano.

Nel film Verdone e Albanese sono rispettivamente Arturo Merlino, un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova, e Yuri Pelagatti, un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione con la moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena. Yuri assume Arturo perché questi gli fornisca le prove dell’infedeltà della ex moglie, ma i due per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta contenente 1 milione di euro. La coppia stringe una insolita amicizia e incorre in una serie di avventure-sventure al limite dell'assurdo, fino a giungere ad un finale piuttosto inaspettato.

Le scene in cui i due comici recitano insieme sono le più riuscite e costituiscono, linguaggio a parte, la vera nota di pregio di questo film. Tuttavia, a parte questo, L'abbiamo fatta grossa oscilla tra il crime e la commedia degli errori, senza che però i due generi riescano a fondersi mai del tutto. Si ha così la sensazione di assistere ad un film a corrente alternata in cui l'assenza di azione infonde un ritmo lento. A più riprese, soprattutto durante le numerose e spassose gag comiche della coppia, si ha l'impressione che la commedia stia finalmente per decollare e regalare uno spettacolo veramente godibile, ma l'entusiasmo si spegne alla scena successiva, la tensione comica cala a causa di situazioni fin troppo prevedibili e nel contempo poco credibili. Mentre la storia, sul piano drammaturgico, non riesce a coinvolgere a sufficienza, se non grazie ad una riuscita colonna sonora che conferisce un certo brio alla narrazione. In particolare i momenti d’azione richiesti dal racconto mancano di ritmo, quindi nel complesso il film appare lento, un po’ troppo lungo e poco armonioso.

L’amicizia che si crea, un po’ per caso un po’ per necessità, tra i due protagonisti costituisce un positivo esempio di reciproco sostegno. Tuttavia i due protagonisti dimostrano nelle proprie azioni una sprovvedutezza e un’incoscienza disarmanti, grottesche e ai limiti dell’assurdo. Il personaggio di Yuri recupera un po’ sul versante dei legami affettivi. Nonostante i numerosi errori che continua a commettere e i tradimenti compiuti nel passato, dimostra infatti un sincero pentimento nei confronti della moglie e un altrettanto sincero desiderio di tornare insieme.

Buona la fotografia e le scenografie che conferiscono una patina vintage nel complesso adatta al genere ed omogenea.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI GUARDO - DESDE ALLA'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/22/2016 - 20:16
Titolo Originale: Desde Allà
Paese: Venezuela, Messico
Anno: 2015
Regia: Lorenzo Vigas
Sceneggiatura: Lorenzo Vigas
Produzione: FACTOR RH, MALANDRO FILMS, IN CO-PRODUZIONE CON LUCIA FILMS
Durata: 93
Interpreti: Alfredo Castro, Luis Silva

Armando è un uomo di mezza età, scapolo, con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Recluta giovani ragazzi dalla strada e, in cambio di cospicue somme di denaro, li guarda spogliarsi davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico con loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità, tuttavia Ti guardo si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità, si concentra su una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre visto come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.
Pubblico 
Sconsigliato
Sono presenti scene di violenza, diverse scene di nudo maschile e rapporti omosessuali.
Giudizio Tecnico 
 
Il film è girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Leone doro al festival di Venezia 2015
Testo Breve:

Questo film venezuelano-messicano ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2015. Realizzato con realismo estremo e immagini fortemente rappresentative, racconta una storia particolarmente disturbante senza risolvere i molteplici temi sollevati

Con questo suo lavoro Vigas non sembra voler esprimere un giudizio sul tema dell’omosessualità, né cerca di spiegarla facendola risalire a qualche oscuro trauma infantile nel rapporto padre- figlio e nemmeno desidera raccontare le difficoltà della vita in una città impietosa e terribilmente discriminante come Caracas. Un film come Ti guardo in realtà spiega il suo senso proprio attraverso il titolo originale: Desde allà in catalano significa “da lontano”. Le scene del film sembrano infatti un’osservazione fatta “da lontano” sui personaggi e le loro vicende, come uno sguardo che scruta con attenzione una realtà, cruda e desolante, senza addentrarvisi. Il mondo dei due protagonisti, soprattutto del più anziano dei due, Armando, nel film è osservato con paziente attenzione fin nei minimi dettagli. Le immagini e le sequenze più che narrare, compongono, attraverso le poche vicende della storia, una sempre più dettagliata psicologia del personaggio senza raccontare in realtà nulla del suo passato e senza di fatto creare alcuna empatia.

Armando (Alfredo Castro) è un uomo di mezza età, scapolo, una figura distinta e discreta, quasi invisibile, con un buon lavoro ma con grandi difficoltà nella relazione con gli altri. Armando non sa amare e per questo soddisfa le sue pulsioni solo guardando da lontano l’oggetto del suo desiderio: giovani ragazzi che recluta dalla strada e che, in cambio di cospicue somme di denaro, si spogliano davanti a lui, senza che ci sia mai alcun contatto fisico tra loro. Un giorno però Armando incontra Elder, un ragazzo che vive di espedienti, e in un certo senso se ne innamora. Inizialmente Elder, disgustato dalle attenzioni dell’uomo, cerca più possibile e senza alcuno scrupolo di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma successivamente cede alle attenzioni e alle cure che Armando generosamente gli offre e comincia a sua volta a provare attrazione per l’uomo.

Armando e Elder sono accomunati dalla stessa sofferenza che nasce da un distorto rapporto con la figura paterna. Armando è un uomo solo, incapace di esprimere i propri sentimenti e dialogare con essi, ma desideroso di amare; nel portare via Elder dalla strada cerca di dare un senso al proprio esistere e al proprio dolore. Elder invece è un ragazzo con una forte energia, cresciuto in una realtà dura e spietata, abituato a badare da solo a se stesso e a pensare esclusivamente alla propria sopravvivenza; ma quando comincia a ricevere da Armando le cure, la protezione e una forma di affetto che non aveva mai conosciuto prima, cede, svela la propria fragilità e si dona completamente e in modo quasi follemente insensato ad un uomo più grande di lui. Si viene così a creare una ambigua relazione tra i due a metà tra quella omosessuale e quella genitore-figlio. Le attenzioni che Armando offre ad Elder, per quanto delicate e generose, lasciano comunque sempre il gusto amaro di un rapporto ambiguo e di una profonda problematica interiore irrisolta.

Il film fa parte di una trilogia che vorrebbe indagare sul tema della genitorialità. Tuttavia Ti guardo, che rappresenta il secondo capitolo della serie, si sofferma soprattutto sulle difficoltà e le conseguenze di un concetto distorto di paternità. Il regista sembra essere più interessato a osservare e descrivere una problematica esasperata ed estrema: il cattivo rapporto con il padre come causa di terribili problemi relazionali nei figli; ma non offre una chiara visione d’insieme, non giunge ad una vera conclusione e non dà alcuna risposta né sul tema in generale né sul particolare aspetto preso in considerazione.

Desde allà è un film crudo e disarmante per la schiettezza con cui descrive una storia forte con un esito drammatico senza che nulla di fatto si risolva nel film. È girato con realismo estremo, i dialoghi sono ridotti all’essenziale e la storia parla per immagini fortemente rappresentative. La fotografia è meritevole e descrive bene il contesto sociale e ambientale della città di Caracas. Eppure si tratta di un film che spiazza lo spettatore proponendo una storia sconcertante ma senza che questa contribuisca a dare allo spettatore un’idea in merito ai temi trattati che rimangono sospesi.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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