Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/02/2014 - 23:32
Titolo Originale: Magic in the Moonlight
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: DIPPERMOUTH PRODUCTION, IN ASSOCIAZIONE CON PERDIDO PRODUCTIONS, SKE-DAT-
Durata: 98
Interpreti: Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins

Nel 1920 a Berlino il grande illusionista Stanley Crawford viene raggiunto dall’amico Howard per una richiesta di aiuto: cercare di smascherare Sophie Baker, una presunta medium che è stata ben accolta dalla ricca famiglia americana dei Catledge e che sta carpendo fraudolentemente la loro fiducia. Stanley accetta l’incarico, si reca sulla Costa Azzurra, viene ricevuto sotto falso nome nella sontuosa villa dove vivono i Catledge e con la scusa di dover andare a trovare sua zia che abita nella stessa zona, invita Sophie ad accompagnarlo per cercare di conoscerla meglio….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Woody Allen continua a non credere che il nostro destino sia governato da un Padre benevolo ma al contempo non sa darsi ragione dell’amore umano che noi percepiamo e che per lui è puro istinto irrazionale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia d’amore e un dibattito filosofico si intrecciano in dialoghi ben costruiti (forse troppi) in una gradevole ambientazione anni ’20 sulla Costa Azzurra
Testo Breve:

Woody Allen punta tutto su dialoghi ricercati belle ambientazioni, musiche d’annata: una confezione particolarmente gradevole per esprimere i suoi eterni dubbi esistenziali ma anche per raccontare una bella storia d’amore

Da Woody Allen non ci si potrà mai aspettare un film ambientato in una fabbrica o fra gente di modeste condizioni: l’ habitat vitale per i suoi soggetti presuppone contesti eleganti dove si parla di musica, arte, spesso di filosofia (vengono qui citati Hobbes e Nietzsche).  Magic Moonlight  ha una patina molto particolare: un ritorno agli anni ’20 arricchito dei colori della Costa Azzurra e dell’evocativo sound del Jazz di quel tempo. Da Woody c’è invece da aspettarsi, quasi sempre,  ciniche riflessioni sulla casualità del nostro destino, su quella pallina che è rimasta in equilibrio che può cadere indifferentemente di qua o al di là della rete come in Match Point e sull’abbandono all’illusione dell’amore, l’unico senso insensato che si può dare al nostro vivere.

Quando Woody fa prevalere la sua voglia di indottrinarci con il  suo nichilismo,  i suoi film diventano insopportabili, come in Basta che funzioni  ma quando lascia che il suo talento si esprima in ciò che più gli è congeniale, la descrizione di figure femminili, allora fioccano gli Oscar, come per Cate Blanchett in Blue Valentine, Dianne Wiest in Hannah e le sue sorelle, Diane Keaton per Io § Annie,  Penelope  Cruz in Vicky Cristina Barcellona.

Questo Magic Moonlight potrebbe esser definito come un prodotto bilanciato: la storia sentimentale che si intreccia fra i due protagonisti è al contempo personificazione di due diverse visioni del mondo: raziocinante e disincantata quella di lui, positiva e aperta al sentimento quella di Sophie.

Mentre la dialettica ufficiale che i due portano avanti risulta alquanto impegnativa, in cui la possibilità di avere contatti con persone dell’aldilà, sostenuta da Sophie, si contrapporre alla visione di Stanley per un cielo cupo e indifferente ai nostri destini, i due si abbandonano alla banalità del quotidiano, fatto di deliziose gite in macchina lungo la costa, bagni in mare, partecipazione a  feste da ballo. In questo modo la natura umana fa il suo corso, lui inizia a scoprire il profumo dei fiori e con l’aiuto di una pioggia galeotta che li porta a rifugiarsi in un osservatorio abbandonato, contempla per la prima volta il cielo stellato senza alcuna apprensione.

Il film è stato accusato di eccesso di verbosità fin quasi a risultare noioso ma è forse questa la magia che Woody ha voluto riprodurre: quella di un lui e di una lei che riescono a parlarsi, parlandosi iniziano a conoscersi sempre meglio, poi scoprono di intendersi e alla fine si amano.

Woody Allen  non fa pesare più di tanto i suoi dubbi esistenziali ma li esprime ancora una volta attraverso il protagonista-alter ego:  “sono un uomo razionale che crede in un mondo razionale” dichiara Stanley; per lui essere razionali  vuol dire non credere “in una benevola figura paterna o che le nostre sofferenze siano finalizzate a un grande piano”. Per questo motivo non riesce a inquadrare quel sentimento che sgorga senza apparenti motivi dal suo  cuore, costituisce lo scandalo di qualcosa di totalmente illogico eppur molto vero. “E’ come se mi trovassi davanti a un trucco che non so scoprire”.

Il dissidio resta quindi irrisolvibile e pericoloso: “Quando il cuore controlla la testa, il disastro è sicuro”. La conclusione per il protagonista è una sola: abbandonarsi a quel sentimento anche se è pura illusione.

Chissà se Woody, continuando a riflettere su questi temi,  finisca, in qualche prossimo film, per scoprire che fra ragione e amore non c’è dissidio, anzi una profonda armonia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI MALEDETTO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/30/2014 - 16:27
Titolo Originale: Ogni maledetto Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Produzione: LORENZO MIELI E MARIO GIANANI PER WILDSIDE CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Alessandro Cattelan, Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Alessandra Mastronardi,Valerio Mastandrea, Laura Morante, Francesco Pannofino, Stefano Fresi

Massimo e Giulia s’incontrano per caso una sera a Roma. Fra loro è subito colpo di fulmine ma si profila un problema: il Natale è vicino e come da tradizione, entrambi debbono festeggiarlo in famiglia. Giulia invita Massimo per la vigilia presso la sua famiglia, in un paese della Tuscia ma l’impatto è devastante: il padre e i fratelli di lei risultano essere poco più che dei cavernicoli e Massimo decide di passare il giorno di Natale presso la maestosa casa dei suoi, ricchi imprenditori del settore alimentare, che raggiungono ogni anno il picco delle vendite proprio in questo periodo. Ma anche nella famiglia di Massimo ci sono non pochi problemi da risolvere

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film dà per scontato che il Natale non ha alcun valore religioso e il riunire tutta la famiglia intorno alla stessa tavola viene mostrata come una forma di pura ipocrisia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottima interpretazione di Laura Morante. Per il resto la sceneggiatura non riesce ad amalgamare i tanti a solo dei comici presenti.
Testo Breve:

Il Natale è il giorno più spaventoso dell’anno perché bisogna riunirsi con la propria famiglia che non si stima più. Una debole sceneggiatura per una satira disordinata e alla fine poco divertente

Nell’antichità, al 25 dicembre era abbinato il solstizio d’inverno, il giorno più buio dell’anno.  Per questo l’imperatore Aureliano nel 25 dicembre del 273 a.C dedicò un tempio al Sol Invictus, per festeggiare la rinascita del sole. Alla stessa data venne abbinata la nascita di Gesù, a sottolineare l’inizio di un’era luminosa.

Giacomo  Ciarrapico, Mattia  Torre e Luca  Vendruscolo, gli autori di questo Ogni maledetto Natale, hanno voluto al contrario sottolineare solo gli aspetti negativi di questo giorno, non solo per la sua oscurità ma sopratutto per mettere alla berlina  l’allineamento acritico di molti di noi a consuetudini forzate, alla schiavitù degli auguri per tutti, al pranzo con parenti che non si vedono da anni.  Il terzetto si era già fatto notare per il suo stile anarchico e dissacratorio in Boris (sia la trilogia seriale che il film) e ora che la grande festa si avvicina e altri autori stanno per mandare nelle sale allegri film per tutta la famiglia, decidono di sferrare un attacco al Natale che viene definito, fin dalle prime battute, come: “il giorno più spaventoso dell’anno”.

Il pool di attori ingaggiati per questo film è davvero impressionante, il gotha dell’attuale commedia italiana: Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Corrado Guzzanti, Francesco Pannofino, Stefano Fresi, Laura Morante ma diciamo subito che il film fa acqua da tutte le parti.

Lo spunto è molto esile (il confronto fra due famiglie , una burina e l’altra arricchita) e l’intesa fra i due innamorati (Alessandro Cattelan e Alessandra Mastronardi) è particolarmente inconsistente: si vede molto bene che la loro funzione è solo quella di fungere da collante ai due capitoli della trama per lasciar spazio agli sketch imbastiti dagli attori primari.

Qualche gag risulta divertente ma si tratta di tanti a solo anarchici che fanno leva su certe stereotipizzazioni ormai abusate, come prendere in giro i burini della provincia laziale o la  parlata senza la “r” del maggiordomo cinese di Corrado Guzzanti. Ciò che più danneggia il film è però la mancanza di focus, l’incapacità di amalgamare la comicità con una satira di costume ben diretta. L’aver costruito il film all’interno di due famiglie poste agli antipodi sembra quasi una soluzione politically correct per prendersela con tutti e con nessuno.

Per contrasto, Fuga da Natale – 2004 con il comico Tim Allen aveva un obiettivo ben preciso: attaccare lo spirito consumistico che stravolge ormai da tempo questa festività per riscoprirne i  valori più umani: stare tutti insieme e ricordarsi di essere più generosi.

Nella soluzione adottata dai nostri tre autori,la satira, se c’è, è diluita all’interno delle singole battute, impiegata in modo strumentale per cercar di far ridere di più, invece che  costituirne l’asse portante.

 Un applauso senza condizioni va a Laura Morante, che invece di costruire un personaggio sopra le righe, impersona una credibile signora alto-borghese, elegante sensibile, ma un po’ isterica. Un realismo che finisce per costituire l’unica vera satira del film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BREAKING BAD - REAZIONI COLLATERALI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/25/2014 - 15:47
Titolo Originale: Breaking Bad
Paese: USA
Anno: 2008
Sceneggiatura: Vince Gilligan, Mark Johnson, Michelle MacLaren
Produzione: High Bridge Entertainment Gran Via Productions Sony Pictures Television
Durata: Rai4 dal 4 ottobre 2010 al 30 ottobre 2014
Interpreti: Bryan Cranston, Aaron Paul, Anna Gunn, Dean Norris

Un insegnante di chimica appena cinquantenne, scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato. Si chiama Walter White, è sposato, ha una bella moglie e un figlio handicappato. E’ una persona per bene, possiede quelle virtù borghesi che lo mostrano come un padre affettuoso e un marito fedele. Ma la notizia della sua malattia, che si manifesta in concomitanza con la seconda gravidanza della moglie, sconvolge completamente i suoi parametri morali. Infatti decide di sfruttare la sua conoscenza della chimica per produrre cristalli di metanfetamina, aiutato da un suo ex-studente, Jesse Pinkman, produttore e spacciatore di quella sostanza. Walter ruba gli strumenti necessari dal laboratorio e compra un camper che diviene il loro primo laboratorio. Ma i due spacciatori ai quali si rivolge Jesse tentano di ucciderli così Walt commette il suo primo, raccapricciante omicidio che, in un primo momento sembra portarlo a decidere di smettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’etica si fa “etica nomade”, espressione che oggi viene usata per affermare che il bene o il male dipendono dalle circostanze e non sono valori assoluti. La coscienza è frutto di condizionamenti sociali e non esprime le esigenze profonde della nostra umanità. La legge diventa una linea labile
Pubblico 
Maggiorenni
Storia moralmente ambigua. Scene di violenza anche efferata, uso di droghe, turpiloquo. Alcune scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La serie, che ha conosciuto già cinque stagioni, ha ricevuto premi prestigiosi come cinque Emmy.Awards ed la Writers Guild of America l’ha giudicata tredicesima fra le serie meglio scritte di tutti i tempi
Testo Breve:

Un insegnante di chimica, padre affettuoso e marito fedele, di fronte alla prospettiva di morire presto di cancro, inizia a produrre e vendere droga. Una fiction ben realizzata ma che è espressione di una profonda crisi morale  della società occidentale

Un insegnante di chimica appena cinquantenne, scopre di avere un cancro ai polmoni in stato avanzato. Si chiama Walter White, è sposato, ha una bella moglie e un figlio handicappato. E’ una persona per bene, possiede quelle virtù borghesi che lo mostrano come un padre affettuoso e un marito fedele. Ma la notizia della sua malattia, che si manifesta in concomitanza con la seconda gravidanza della moglie, sconvolge completamente i suoi parametri morali. Infatti decide di sfruttare la sua conoscenza della chimica per produrre cristalli di metanfetamina, aiutato da un suo ex-studente, Jesse Pinkman, produttore e spacciatore di quella sostanza. Walter ruba gli strumenti necessari dal laboratorio e compra un camper che diviene il loro primo laboratorio. Ma i due spacciatori ai quali si rivolge Jesse tentano di ucciderli così Walt commette il suo primo, raccapricciante omicidio che, in un primo momento sembra portarlo a decidere di smettere.

Questo l’antefatto che dà vita a una lunghissima serie che ha conosciuto già ben cinque stagioni e ha ricevuto premi prestigiosi come cinque Emmy. Usando le parole di Amleto di Shakespeare, “la coscienza rende l’uomo vile”, individuiamo uno dei sottotesti più forti della serie. Walt vive il suo breaking bad, espressione che nello slang del sud est americano significa “rompendo le regole, andando contro l’autorità”, nel momento in cui scopre di essere malato e senza mezzi economici. Diventa un criminale, (come può definirsi altrimenti una persona che produce droghe pesanti?), ma crea empatia, non è un cattivo ripugnante, lo comprendiamo, parteggiamo per lui quando la legge diventa un ostacolo per il raggiungimento dei suoi obiettivi, perché è malato, perché ha un figlio handicappato, perché la società non ha valorizzato il suo talento relegandolo in una scuola superiore di una sperduta cittadina del New Messico, perché la sua assicurazione sanitaria non è in grado di coprire le spese per la cura. Walter somiglia a molti di noi, è questa una chiave di interpretazione del suo successo.

La legge diventa una linea labile, quello che oggi non è legale domani lo sarà, come gli alcolici e i sigari cubani che fuma Hanks, il cognato. Si dimentica che la vita umana non è un sigaro cubano o una bottiglia di whisky. L’etica naturale, quella condivisibile da tutti perché iscritta nella nostra umanità, crolla come un castello di carte, si fa “etica nomade”, espressione che oggi viene usata per affermare che il bene o il male dipendono dalle circostanze e non sono valori assoluti. Sconcertante è riconoscere che un vasto pubblico mondiale abbia “eletto” questa serie come una tra le preferite.

“Breaking bad” è l’espressione di una crisi profonda soprattutto morale della società occidentale, una crisi che non indica più dove risiede il male per combatterlo anche in favore dei più deboli, ma che porta a individuare in Walter un personaggio che compie una sorta di redenzione liberandosi dalla legge di Dio e degli uomini, liberandosi dalla coscienza. Se si empatizza si ammira, e questo sembra il dato più triste, come se il bene non fosse liberante, come se la libertà e la coscienza fossero due termini antitetici, come se la coscienza fosse frutto di condizionamenti sociali e non esprimesse le esigenze profonde della nostra umanità.

Tuttavia la serie cade poi in contraddizione, perché dopo un atteggiamento da super uomo, che rifiuta affetto e solidarietà dai parenti e dagli amici, Walt è costretto a continuare a cucinare metanfetamina se non vuole morire. E’ considerato, per il suo talento, una autentica pepita d’oro, e, sebbene le leggi spietate degli spacciatori lo vorrebbero già morto per una serie di sgarbi di cui si è reso colpevole, sopravvive. Aspettiamo il finale di questa serie costruita con mani molto esperte, ma che finisce con il ridurre l’uomo a niente più di un personaggio dei videogames dove la sospensione del giudizio morale è d’obbligo, dove la pietas risulta ridicola. Walter non è un vile perché si è liberato dalla coscienza, per parafrasare la citazione shakesperiana. Saul Goodman, il cinico avvocato a cui Walter si rivolge, darà vita, a quanto pare, a uno spin off della serie. 

Per gentile concessione di Istantv
 

Autore: Alessandra Caneva
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HUGER GAMES: IL CANTO DELLA RIVOLTA - PARTE 1

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/20/2014 - 19:23
Titolo Originale: The Hunger Games: Mockingjay - Part 1
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Peter Craig e Danny Strong dal romanzo di Suzanne Collins
Produzione: COLOR FORCE, LIONSGATE
Durata: 123
Interpreti: Jennifer Lawrence, Liam Hemsworth, Josh Hutcherson, Donald Sutherland, Julianne Moore, Woody Harrelson, Sam Claflin, Philip Seymour Hoffman

Salvata al termine dei suoi secondi Hunger Games, Katniss si ritrova nel rifugio dei ribelli in lotta contro Capitol City, il sotterraneo Distretto 13, guidato dalla dura presidente Coin. Peeta, però, è rimasto nelle mani del presidente Snow, che lo usa come arma di propaganda. La Coin, su consiglio dell’astuto Plutarch Havensbee, vuole convincere Katniss ad assumere fino in fondo in ruolo di Ghiandaia Imitatrice, guerriera e ispirazione della rivolta. Katniss, ancora preda dei suoi fantasmi e in pena per Peeta, fatica ad adattarsi al ruolo che la propaganda le impone…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se la forza interiore della protagonista redime in qualche modo un mondo in cui la guerra è una crudele partita a scacchi e le perdite un danno collaterale anche delle lotte più nobili e giuste, il mondo di Hunger Games resta uno specchio desolante dell’umanità
Pubblico 
Adolescenti
Molte scene realistiche di guerra, violenza e devastazione. La tematica complessa rende il film adatto ad un pubblico almeno adolescente
Giudizio Tecnico 
 
Jennifer Lawrence incarna nuovamente in modo splendido la protagonista ma questo terzo capitolo della saga è in parte condizionato dalla scelta, di massimizzare gli incassi dividendo il volume finale in due segmenti. Questo si traduce, in qualche ripetizione e in una sensazione di attesa per uno show down rimandato alla prossima volta
Testo Breve:

Siamo al terzo episodio di questa ormai famosa saga per young adult, questa volta con una elevata  la dose di violenza fisica e psicologica ma che resta interessante perché sviluppa il tema della perversa interazione fra guerra e media.

Il terzo capitolo della saga young adult creata da Suzanne Collins è in parte condizionato dalla scelta, già fatta da altre saghe (vedi Harry Potter e Twilight), di massimizzare gli incassi dividendo il volume finale in due segmenti. Anche qui questo si traduce, almeno in parte, in qualche ripetizione e in una sensazione di attesa per uno show down rimandato alla prossima volta. Tuttavia, va detto che gli sceneggiatori, sacrificando l’action che regnava nei capitoli precedenti, si sono concentrati sul percorso interiore della protagonista, divisa tra due affetti contrastanti (per il generoso Peeta da un lato e per il combattivo Gale dall’altro), in piena sindrome post traumatica dopo gli orrori dei Giochi della memoria, sottoposta a una maligna pressione psicologica dal presidente Snow e costretta a diventare un simbolo per tutti i ribelli, dando un senso a una battaglia che lei pure non è certa di voler combattere.

La complessa e perversa interazione tra guerra e media e le intricate strategie della propaganda erano già state una parte importante dei racconti della Collins e dei film da essi tratti, ma prendono qui un ruolo centrale. Regista e autori sono abili a rimandare alla cronaca (come non pensare ai raccapriccianti video che giungono dal Medio Oriente di fronte alle esecuzioni pubbliche orchestrate da Snow?), ma anche a giocare con la storia della propaganda di guerra (i promo realizzati da Katniss per la diffusione nei distretti, anche se realizzati con le tecniche del guerrilla filmmaking, hanno qualcosa della vecchia propaganda sovietica). Per non parlare dell’incursione finale per liberare i tributi in ostaggio, che nella tecnica ricorda addirittura le immagini della missione per l’uccisione di Bin Laden così come viste in Zero Dark Thirty.

Non c’è dubbio che le ambizioni dietro la pellicola vadano oltre quelle degli ormai dilaganti young adult e comunque la dose di violenza fisica e psicologica che la storia di Katniss Everdeen contiene (e il prosieguo non farà che intensificarla) la rende comunque molto impegnativa per il suo pubblico d’elezione.

Se la forza interiore della protagonista, come sempre splendidamente incarnata dalla Lawrence, redime in qualche modo un mondo in cui la guerra è una crudele partita a scacchi e le perdite umane (e un inevitabile compromesso morale) un danno collaterale anche delle lotte più nobili e giuste, il mondo di Hunger Games  resta uno specchio desolante dell’umanità. La vittoria dei ribelli si traduce in un dramma ancora più profondo per Katniss: il peso del prezzo da pagare per le lotte da affrontare appare quasi insopportabile di fronte alla flebile luce di speranza offerta dalla Ghiandaia e da ciò che rappresenta. La domanda “ne sarà valsa la pena?” resta più attuale che mai e senza una risposta definitiva. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I TONI DELL'AMORE - LOVE IS STRANGE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/20/2014 - 12:46
Titolo Originale: Love is strange
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Ira Sachs
Sceneggiatura: Ira Sachs, Mauricio Zacharias
Durata: 100
Interpreti: John Lithgow, Alfred Molina, Marisa Tomei, Charlie Tahan

Il sessantenne George e il settantenne Ben vivono insieme da 39 anni in una confortevole casa a Manhattan. Approfittando della recente legge dello stato di New York, decidono di sposarsi circondati dall’affetto di parenti e amici. La situazione muta quando George, insegnante di musica in una scuola cattolica, viene licenziato per aver reso ufficiale la sua relazione. Privati di una rendita, la casa in cui vivono è diventata troppo cara e mentre cercano di trovarne un’altra,sono costretti a separarsi e ad accettare l’ospitalità di un parente (per Ben) e del vicino di casa (per George). Ma questa convivenza forzata crea presto non pochi problemi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La frase dalla prima lettera ai Corinzi “l’amore non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità” viene utilizzata proprio contro chi dovrebbe promuoverla: la Chiesa Cattolica, colpevole di negare la possibilità, per persone con inclinazione omosessuale, di vivere secondo i loro affetti
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di affettuosità (baci, abbracci ma senza nudità) fra due uomini. Il tema affrontato necessita di maturità di giudizio
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben recitato ma con un ritmo eccessivamente lento
Testo Breve:

Due uomini che convivono da anni a New York decidono di sposarsi, fra l’affetto di parenti e amici. Solo il collegio cattolico dove uno dei due lavora, mostra di non gradire la novità. Un film a tesi senza antitesi, che dà per scontato da che parte sta la ragione

I film pro-gay hanno  superato la fase combattiva, quando era necessario alzare i toni per farsi sentire e si muovono ora nelle acque tranquille del consolidamento dei successi acquisiti. Sono passati i tempi dei racconti melodrammatici di coppie omosessuali che sono perseguitate fino al linciaggio (I segreti di Brokeback Mountain) o le contrapposizioni manichee  di Ferzan Ozpetek come in Mine vaganti, dove il padre anti-gay di due figli omosessuali, viene  ridicolizzato come persona ottusa e violenta.

Questo film del regista indipendente Ira  Sachs parte invece da una delle più recenti conquiste:  la cerimonia di matrimonio, grazie alla legge approvata dallo stato di New York,  di una coppia di uomini che convive da 39 anni e può portare avanti una storia gentile e pacata, priva di tensioni.  Ben e George vivono circondati dall’affetto dei loro familiari, dei vicini di casa e dei colleghi di lavoro: tutti, dopo averli visti vivere insieme da tanti anni, applaudono felici al loro matrimonio.

La situazione tuttavia non è ancora perfetta, c’è una zona del mondo che resta impenetrabile alle nuove sensibilità: si tratta della Chiesa Cattolica. George lavora in una scuola privata cattolica come insegnante di musica ma dopo la notizia del suo matrimonio, viene licenziato. Anche il direttore del collegio è perplesso: George ha l’affetto dei suoi alunni e dei loro genitori nonostante tutti sappiano che è un omosessuale ma la decisione viene dall’alto, dall’arcidiocesi.

“Essere se stessi è disdicevole?’” protesta garbatamente George. Il film vuole costruire in questo modo una contrapposizione fra un’evidente realtà ontologica (quella di avere senza colpa inclinazioni omosessuali) e una non meglio chiarita, oscura opposizione (“il vescovo non gradisce”).

Il racconto avanza pacatamente senza risvolti di rilievo: con le entrate ridotte i due vendono la casa dove hanno vissuto per quarant’anni e sono costretti a separarsi per il tempo necessario a trovarne un’altra e ad accettare l’ospitalità in case altrui. Ben si sistema da suo nipote e George dal vicino di casa. I due si sentono estranei in realtà familiari così diverse dalle loro abitudini e anche gli ospitanti fanno fatica ad accettare la loro presenza. Il tutto avviene gestito con grande urbanità perché tutti hanno un animo gentile e pongono la buona educazione davanti a tutto. Solo il figlio adolescente del nipote di Ben non gradisce la presenza di uno zio omosessuale in casa sua ma niente panico: ha tutti i cento   minuti del film per “convertirsi”. Il racconto sta tutto nel disagio che Ben e George sentono nel doversi ambientare, loro ormai anziani, a una  situazione così precaria e nella nostalgia che provano per non poter più vivere insieme. La storia è costruita in modo da farceli rendere tanto simpatici quanto agnelli vittime innocenti di un sopruso.

George scrive una lettera ai genitori dei ragazzi del collegio, dove ha insegnato per dodici anni. Non c’è polemica nei confronti dell’Istituto (sottolinea che non è loro la responsabilità di ciò che è accaduto) e i toni manifestano la calma di chi ha dalla sua la forza della ragione e della verità.  Ringrazia tutti perché gli hanno sempre mostrato sostegno e rispetto pur conoscendo le sue tendenze omosessuali e li invita a usare il suo caso per insegnare ai loro figli a essere sempre se stessi e a non vivere nella falsità. Conclude con una citazione dalla prima lettera ai Corinzi: “l’amore non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità”.

Dopo la scena iniziale del licenziamento di George, la Chiesa “avversaria” non compare più. Non viene quindi costituita alcuna dialettica fra posizioni contrapposte. L’attenzione posta su di una coppia così anziana e fedele da anni, è stata un’abile mossa dell’autore per evitare la tematica delle adozioni e rendere in questo modo la posizione della Chiesa crudelmente insostenibile.

Si potrebbe ipotizzare che nei paesi liberi e democratici in cui viviamo, a fronte di un film così palesemente a favore del matrimonio omosessuale possano venir confezionati film che sostengono la posizione opposta, ma sappiamo bene che ciò non accade. Da questo settimanale abbiamo parlato del documentario-intervista The Third way, dove cinque persone con inclinazione omosessuale hanno confessato la loro fede e il loro cammino di castità, sostenute da parrocchie che hanno curato la loro crescita spirituale e il loro inserimento in attività caritative. Sappiamo bene che si tratta di una goccia nell’oceano: il movimento cattolico Courage, che sviluppa una specifica catechesi per persone con inclinazione omosessuale, è molto poco conosciuto. Il ritardo accumulato nel maturare una pastorale specifica per questi figli di Dio è veramente notevole, tanto da non far emergere storie vissute degne da esser trasferite in un film.

Film come questo I toni dell’amore appaiono come una bordata in una guerra mediatica dove il territorio avversario è stato ormai totalmente invaso; anche la “popolazione civile” del territorio occupato sembra consenziente (i genitori che hanno mandato i figli al collegio cattolico) e restano da abbattere solo pochi isolati cecchini, caparbiamente arroccati nella loro  torri di difesa.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE KNICK

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/18/2014 - 21:29
Titolo Originale: The Knick
Paese: USA
Anno: 2014
Produzione: Produttore esecutivo: Gregory Jacobs, Steven Soderbergh, Michael Sugar, Clive Owen
Durata: Dall'11 novembre 2014 su Sky Atlantic
Interpreti: Clive Owen, André Holland, Jeremy Bobb, Juliet Rylance, Eve Hewson

Dopo l’inaspettato suicidio del suo mentore, il dottor John Thackery diventa primario di chirurgia del Knickerbocker Hospital di New York. Siamo nell’anno 1900. Nonostante la sua opposizione, la figlia del principale finanziatore dell’ospedale, Cornelia Robertson, fa assumere nell’equipe di chirurgia il medico di colore Algernon Edwards, figlio della domestica di famiglia e i cui studi sono stati pagati da suo padre, ricco finanziere. Geniale medico di fama che opera con tecniche innovative, Thackery ha una penosa dipendenza dalla cocaina che rischia di distruggerlo come uomo e come scienziato

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista, non riuscendo a trovare un senso al dolore, finisce col negare Dio dopo averlo maledetto per i crimini che commetterebbe e finisce per sprofondare in una sorta di selvaggio e disperato nichilismo.
Pubblico 
Sconsigliato
Scioccanti scene dei corpi sventrati nel corso delle operazioni Pratiche abortive. Uso di oppio e cocaina
Giudizio Tecnico 
 
La recitazione del protagonista, e non solo, è straordinaria. Professionisti di talento hanno realizzato un’ottima ricostruzione storica
Testo Breve:

All’inizio del ‘900 un chirurgo sperimenta tecniche innovative. Steven Soderbergh e Clive Owen mettono i loro talenti al servizio di un serial TV per sembra avere il solo scopo perverso di scoccare lo spettatore con i dettagli delle operazioni chirurgiche

Il prodotto eccelle da ogni punto di vista, un genere medical che è anche un period drama nel quale la ricostruzione storica è affidata a dei professionisti di talento. La recitazione del protagonista, e non solo, è straordinaria. Per questa ragione si può affermare che The Knick sembra un prodotto da cinema non da televisione. Le scioccanti scene dei corpi sventrati nel corso delle operazioni chirurgiche danno voce all’angoscia del protagonista che scaturisce dall’impatto di un grande genio che deve confrontarsi con le limitate tecnologie mediche del tempo. Il contatto quotidiano con la morte inevitabile, la sofferenza degli innocenti, dei bambini, portano il personaggio a sprofondare in una sorta di selvaggio e disperato nichilismo. Thackery è un eroe che non riuscendo a trovare un senso al dolore, finisce col negare Dio dopo averlo maledetto per i crimini che, nel caso in cui esistesse, commetterebbe uccidendo bambini e accanendosi contro i poveri (puntata 8).
Si parla di un paragone tra Thackery e il dottor House, un accostamento che personalmente trovo non inaccettabile ma riduttivo perché tra i due c’è una differenza importante: House è dipendente dagli antidolorifici principalmente per un handicap fisico che gli impedisce di vivere come gli altri, Thackery usa la cocaina per soffocare la sua disperata visione dell’esistenza. Personaggi meschini e sinistri animano la scena spesso corale di questa serie, approfittatori come Barrow, delinquenti spietati che cercano di guadagnare denaro intorno al business dell’ospedale, donne filantrope come Cornelia, che dopo aver spinto Algernon, il medico di colore, ad intrecciare una relazione con lei, abortisce e sposa un ricco pretendente, suor Harriet che pratica aborti guadagnando denaro per aiutare le donne più povere della città, ma che non si tira indietro di fronte la richiesta della ricca Cornelia che non vuole rinunciare al suo status privilegiato mettendo al mondo un mulatto.
L’ospedale si alterna ai bui bordelli cinesi della città dove l’oppio si consuma in quantità smisurate. Personaggi più umani sembrano essere l’infermiera Elkins, che si adopera per aiutare Thackery a disintossicarsi, e il medico di colore dottor Algernon.

Per gentile concessione di Istantv

Autore: Alessandra Caneva
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRE CUORI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/02/2014 - 17:31
Titolo Originale: 3 coeurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Benoît Jacquot
Sceneggiatura: Julien Boivent, Benoît Jacquot
Produzione: RECTANGLE PRODUCTIONS, PANDORA FILMPRODUKTION
Durata: 107
Interpreti: Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve

Marc, ispettore delle imposte di Parigi in temporanea trasferta in una cittadina di provincia, perde l’ultimo treno per tornare a casa. Chiede a Sylvie, una ragazza che ha incontrato in un bar, qual è l’albergo più vicino per passare la notte. In realtà né lui né lei vogliono chiudere in questo modo la serata e passano tutta la notte chiacchierando per le stradine della città. All’alba decidono di incontrarsi di nuovo a Parigi ma senza scambiarsi il numero di telefono. Marc non potrà andare all’appuntamento perché colpito da infarto e tornerà più volte in quel paesino, nell’infruttuosa ricerca di Sylvie. Durante le sue ricerche incontra Sophie e se ne innamora. Non sa che è la sorella di Sylvie…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra sviluppare la teoria, presente in tanti film di Woody Allen, del’esistenza di un fato indifferente se non maligno nei confronti degli uomini, che sono incapaci di reagire e vengono trascinati dalle loro pulsioni verso un destino infausto
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema scabroso, qualche scena sensuale, consiglia la visione a un pubblico maturo
Giudizio Tecnico 
 
Benoît Poelvoorde è molto bravo nella sua parte e la regia segue bene lo sviluppo progressivo del dramma ma la sceneggiatura non ha illuminato con lo stesso dettaglio tutti i risvolti della storia che finisce per perdere in credibilità
Testo Breve:

Lui e lei s’incontrano, chiacchierano per un’intera notte ma poi non riescono più a rivedersi. Senza saperlo, lui finisce per sposare sua sorella. Un dramma psicologico ben recitato ma non sorretto da una sceneggiatura credibile

Un uomo e una donna s’incontrano, chiacchierano passeggiando tutta la notte e concordano un nuovo appuntamento senza però scambiarsi i numeri del cellulare. Sorgono spontanee due domande: Marc e Sylvie, non vanno mai a cinema? Sono talmente tante le storie raccontate dove questo tipo d’incontro al buio è sempre fallito miseramente che un po’ di prudenza,  nell’era dei  cellulari, sarebbe stata opportuna,. In secondo luogo, di cosa avranno parlato tutta la notte se Marc, nel tornare in quella cittadina nel tentativo di ritrovare Sylvie procede a tentoni, senza alcun indizio?  Ci sarebbe una terza domanda: come mai due donne s’invaghiscono perdutamente di Marc che è interpretato da Benoît  Poelvoorde , bravissimo attore ma che non sembra avere le physique   du rôle del grande seduttore? Forse quest’ultima domanda non è pertinente.

Evidentemente per il regista Benoît  Jacquot la trama è stata solo un espediente per arrivare a ciò che più gli interessa: descrivere due personaggi stretti nelle maglie di un fato maligno che provoca profonde lacerazioni nel loro animo e li spinge ad avvitarsi in una situazione disonesta senza alcuna via d’uscita. Ritorna in questo modo una tesi molto cara a Woody Allen e presente in tanti suoi film: di fronte a un destino che si prende gioco di noi, non c’è riscatto per i protagonisti che sono trascinati dalle loro pulsioni verso un destino infausto.

Gli incontri fra Marc e Sylvie sono presi come al rallentatore e il regista indugia sulle sospensioni del discorso, sui loro sguardi sospesi nell’incertezza.  Il thriller sentimentale si sviluppa progressivamente, esplorato più dall’interno dei loro animi che nei pochi accadimenti esterni. Poelvoorde esprime molto bene il suo stato d’intima, continua, sottile sofferenza. Soffre di mal di cuore,  tende a prendere tutto sul serio, dagli impegni di lavoro a quelli sentimentali e, incapace di dominare gli eventi, cade spesso in stati ansiosi incontrollati.  

Meno compiuto il personaggio di Sylvie (Charlotte  Gainsbourg ): di lei non abbiamo una visione chiara del contesto in cui vive (convive con un ragazzo che vorrebbe continuamente lasciare ma con cui finisce per restare) e non riusciamo a comprendere il suo repentino innamoramento per un triste e un po’ grigio impiegato dell’agenzia delle Entrate, a cui piace soprattutto tenere i conti in ordine.

Chiara  Mastroianni e sua madre Catherine  Deneuve sono relegate in ruoli secondari e se Chiara ha sempre una lacrima di troppo in tutte le circostanze, la grande Catherine sembra qui solo impegnata stare a tavola per aggredire con soddisfazione piatti e dolci succulenti.

Alla fine, nonostante la colonna sonora sia indiscutibilmente quella di un thriller, nonostante l’impegno dei protagonisti, la partecipazione emotiva dello spettatore viene frenata da alcune incongruenze importanti nella storia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIE PARKER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/29/2014 - 21:33
Titolo Originale: Decoding Annie Parker
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Steven Bernstein
Sceneggiatura: Adam Bernstein, Steven Bernstein, Michael Moss
Produzione: UNIFIED PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON FAWKES PARTNERS, RIX PIX, MEDIA HOUSE CAPITAL, NOLAN MCDONALD FILMS
Durata: 91
Interpreti: Samantha Morton, Helen Hunt, Aaron Paul

Annie Parker ha 12 anni e sta vivendo spensierata con i suoi genitori e sua sorella quando sua madre muore di cancro. Diventata adulta, anche la cara sorella l’abbandona per la stessa malattia. Annie è convinta che il cancro che ha colpito la sua famiglia abbia un carattere ereditario e inizia a studiare il problema. Inesorabilmente, il cancro arriva anche per lei e inizia a raccontare attraverso delle lettere l’evoluzione della sua malattia alla dottoressa Mary-Claire King, l’unica che condivide l’ipotesi dell’esistenza di un tipo di cancro che si trasmetta geneticamente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due donne tenaci affrontano il cancro, una come ricercatrice, l’altra come paziente e vincono entrambe la loro battaglia
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile e alcune scene di incontri sessuali In U.S.A. è stato giudicato restricted (VM 17 non accompagnati)
Giudizio Tecnico 
 
Il film si regge sulla performance eccezionale dell’attrice inglese Samantha Morton ed ha buone capacità divulgative nel farci appassionare a una complessa ricerca scientifica. E’ carente nello sviluppo umano dei protagonisti.
Testo Breve:

Una ricercatrice e il suo staff, dopo 15 anni di intenso lavoro, scoprono il carattere ereditario di un tipo di cancro al seno. Una donna combatte con tenacia per ben tre volte contro il cancro  La storia vera di due donne vittoriose.

 

In una sequenza, Annie Parker, che ha avuto l’asportazione del seno sinistro a causa di un tumore, si guarda allo specchio la profonda ferita che le è rimasta sul petto. E’ una scena forte che mostra chiaramente l’approccio adottato dal regista sul tema sempre doloroso del cancro: niente lacrime ma un approccio realista e a volte anche allegro per raccontare la storia di un’importante vittoria contro questo male. Il film racconta la vita di due donne, la storia vera di due donne “toste” che non si arrendono davanti alle tante difficoltà che incontrano nel cammino che si sono scelte. La ricercatrice  americana Mary-Claire King specializzata in malattie di origine genetica, una delle poche a essere convinta che un certo tipo di cancro al seno sia ereditario, intraprende una ricerca, senza poter ricevere aiuti o sovvenzioni, che durerà 15 anni. Annie Parker ha il semplice obiettivo di vivere, dopo che sua madre e sua sorella sono morte di cancro e anche lei è stata colpita a 29 anni dalla stesso male. Convinta del carattere ereditario della malattia, inizia a studiare il fenomeno, con l’aiuto di un amico dottore e scrivendo resoconti periodici che manda a Mary-Claire King.

Il film riesce raccontarci in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori una delle più significative scoperte mediche dei nostri giorni, il gene BRA-1, responsabile dell’ereditarietà del  cancro al seno nel 10% dei casi. Ci riesce raccontando i passaggi più significativi della ricerca attraverso analogie con il traffico automobilistico, con il gioco delle carte ed altri espedienti. Nella realtà il lavoro è consistito nell’ intervistare migliaia di donne selezionate fra quelle che mostravano di aver avuto il cancro al seno all’interno della stessa famiglia, di effettuare il prelievo del DNA alla figlia, alla madre e alla nonna e poi correlare il tutto, con un uso massiccio di calcolatori. Meno riuscita è la figura di Mary-Claire King, una specie di vestale della ricerca, sempre concentrata, ogni giorno dell’anno sul suo lavoro, poco propensa ai rapporti umani.

Totalmente diversa è la storia di Annie Parker, intensa e appassionante grazie alla mostruosa interpretazione di Samantha  Morton. Una ragazza radiosa e allegra che non ha nessuna intenzione di arrendersi al fato, capace di superare il suo doppio lutto familiare e affrontare con coraggio per due volte la lotta contro il cancro (la prima le causò l’asportazione del seno sinistro, la seconda quella delle ovaie) accettando di sottoporsi a  trattamenti devastanti di chemioterapia. “Hanno ragione quelli che credono che la fede ci tiene in vita” osserva a un certo punto Annie; non sta parlando di fede religiosa (non ce n’è traccia nel film) ma fede nella vita stessa e nella voglia di vivere che abbiamo, che sa essere più forte della morte.

Dispiace solo che in questo film la vita privata di Annie sia schizzata velocemente per schemi preconfezionati e in particolare i rapporti con suo marito Paul: sembra che lei lo abbia amato solo perché la faceva ridere  ed era prestante nei rapporti coniugali. Di fronte a una donna così tenace, sarebbe stato interessante un maggior approfondimento.

Il film in chiusura elenca i premi internazionali ricevuti da Mary-Claire King e ci informa  che Annie, per la terza volta, nel 2005, è stata aggredita da un cancro al fegato. Annie è riuscita nuovamente a riprendersi e ora è molto attiva, tramite convegni e conferenze, nell’ incoraggiare tutte le donne che si trovano nella sua stessa situazione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA FOLLE PASSIONE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/29/2014 - 11:34
Titolo Originale: Serena
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Christopher Kyle
Produzione: NICK WECHSLER PRODUCTIONS, CHOCKSTONE PICTURES, 2929 PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON ANTON CAPITAL ENTERTAINMENT
Durata: 110
Interpreti: Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Toby Jones, Rhys Ifans

Nel 1929, George, un imprenditore dell’industria del legname della Carolina del Nord vive assieme ai suoi operai in un villaggio improvvisato fra le montagne da dove partono ogni mattina per il taglio degli alberi. Una mattina presenta a tutti Serena, una giovane donna da lui appena sposata, figlia di un altro imprenditore del legno morto tragicamente in un incendio assieme a tutto il resto della famiglia, quando Serena aveva appena 12 anni. Il loro amore è intenso e felice; Serena è una donna risoluta, decisa a costruire con George la loro fortuna economica e la loro felicità familiare con l’attesa di un bambino. Le cose non vanno però nel verso giusto: Serenaa perde il bambino che attendeva e suo marito, già indebitato, rischia il tracollo finanziari per la volontà del governo di costituire in quelle montagne una riserva naturale. Non resta che adottare soluzioni estreme….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La ricerca della felicità e di benessere dei due protagonisti si trasforma in una cupa volontà di schiacciare chi si oppone alle loro ambizioni
Pubblico 
Adolescenti
Una storia inutilmente cupa con qualche moderata scena sensuale
Giudizio Tecnico 
 
La regista non sa impiegare i due pur bravi attori per sviluppare con toni umani un dramma di ambizioni e crudeltà
Testo Breve:

Un quasi romanzo gotico dove una donna ambiziosa, pur di non veder falliti i suoi piani,  reagisce alle avversità della fortuna con sempre maggiore crudeltà scavalcando anche l’affetto sincero del marito 

Bradley  Cooper e Jennifer  Lawrence costituiscono indubbiamente la coppia del momento: hanno già lavorato assieme in American Hustle (Golden Globe 2013) e ne Il lato positivo (Oscar 2013 a come miglior protagonista alla Lawrence) ; anche la regista danese, Susanne Bier è  stata candidata all’Oscar 2006 con Dopo il matrimonio e  il libro da cui è tratta la storia, scritto da Ron Rash,ha avuto un lusinghiero successo in America. C’erano quindi tutte le migliori premesse per realizzare un film di successo ma le aspettative sono rimaste largamente disattese. Molto bella l’ambientazione fra boschi e montagne incontaminate ma quasi subito alcuni risvolti del racconto non sono fatti per attirare la simpatia del pubblico: la coppia George-Serena si trova dalla parte sbagliata quando il governo vuole costituire una riserva naturale sulle montagne per frenare il loro disboscamento selvaggio; viene ricostruito il duro lavoro dei boscaioli di quel tempo e ci sono molte scene di incidenti sul lavoro con ferite gravi ma la regista non si esprime con la sensibilità che ci si aspetterebbe. Di fronte a un lavoratore morso mortalmente da un serpente il dottore riferisce con noncuranza che “ne sono morti già sei quest’anno”.

Ciò che pesa sul film è la mancata messa a fuoco della protagonista Serena.  Tratteggiata fin dall’inizio come imprenditrice ambiziosa, non proverà alcun disagio quando il raggiungimento dei suoi obiettivi comporterà anche l’omicidio. La drammaturgia teatrale o cinematografica ha da sempre descritto donne sconvolte da una passione irrefrenabile ma se Lady Macbeth era mossa dalla brama di potere e da una crudele indifferenza verso gli altri, se la Livia del film Senso di Visconti si abbassava a comportamenti abietti perché spinta da un amore indomabile nei confronti del suo Franz, i loro autori avevano avuto la capacità di svelare, pur nello sconvolgimento della passione, la presenza di una umanità ferita. Nel caso di Serena, la sua progressiva discesa in una spirale di crudeltà e cinismo crescenti , anche verso chi è oggetto innocente della sua invidia, può trovare giustificazione solo come  il frutto di una povera mente malata.

Più misurato Bradley che riesce a dare al personaggio di George una certa dolente complessità, incerto fra perseguire la sua fortuna economica e lo sforzo di restare onesto, fra l’amore per la moglie e l’impegno morale di sostenere il figlio natogli da una relazione con una sua dipendente. C'è nel film una sorta di "leggerezza etica": una coppia che avrebbe potuto vivere serenamente e in pace la propria vita, di fronte ai primi ostacoli fa crollare immediatamente qualsiasi senso del giusto e si avvia senza troppi tentennamenti verso il crimine. Il racconto finisce quindi per non appassionare e dopo una brevissima sequenza di serenità iniziale, non ha altre variazioni di topo e procede cupo fino al dramma finale. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE JUDGE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/21/2014 - 12:24
Titolo Originale: The Judge
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: David Dobkin
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: BIG KID PICTURES, TEAM DOWNEY, VILLAGE ROADSHOW PICTURES, WARNER BROS
Durata: 141
Interpreti: Robert Duvall, Robert Downey Jr. , Vincent D'Onofrio, Billy Bob Thornton, Vera Farmiga

Hank Palmer è un avvocato di successo di Chicago, deciso e spregiudicato, che riesce a far assolvere anche chi è colpevole. La sua situazione familiare non è altrettanto positiva: ha una buona intesa con la sua piccola Lauren ma sta per divorziare. Una telefonata lo avvisa che sua madre è morta. Decide subito di prendere un aereo per raggiungere il suo paese nativo, Carlinville, dell’Indiana. Sa che la sua visita non sarà facile: da anni non parla più con suo padre, un giudice molto apprezzato per la sua integrità, perché in gioventù è stato troppo duro con lui, sopratutto da quando, a 17 anni, si rese responsabile di un incidente d’auto che causò al fratello maggiore Glen una ferita alla mano che bloccò per sempre una promettente carriera di giocatore di baseball. Dopo la cerimonia funebre e la fredda accoglienza del padre, Hank sta per ripartire quando il fratello lo prega di restare: il padre ha investito una persona uccidendo ed è stato accusato di omicidio premeditato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre e un figlio che non si vedevano da anni, ritrovano il modo di apprezzarsi a vicenda e di collaborare per la stessa causa giudiziaria. Dispiace la presenza di una bestemmia
Pubblico 
Adolescenti
Lo stato di continua tensione fra padre e figlio potrebbe impressionare i più piccoli. Linguaggio disinvolto e una bestemmia
Giudizio Tecnico 
 
Ottima prova d’attore per un thriller ben congeniato anche se la sceneggiatura cerca troppo spesso la chiave della commozione
Testo Breve:

Un figlio avvocato e un padre giudice che non si vedevano da anni a causa di antichi rancori si trovano ad affrontare assieme lo stesso caso giudiziario. Un thriller ben congeniato con il difetto di scivolare spesso nel melodramma

Il film è soprattutto una prova d’attori: Robert Duvall e Robert Downey Jr. danno il meglio in uno scontro caratteriale intenso e ininterrotto che nasconde una reciproca stima e il disappunto per un affetto soffocato da troppi anni. Le vicende familiari dei protagonisti sono prevalenti ma strettamente correlate con quelle giudiziarie del padre e di Hank, ora diventato anche suo avvocato difensore. I colpi di scena che scaturiscono dal risvolto poliziesco della storia, ben calibrati lungo i 141 minuti del film,, rimbalzano continuamente sul riavvicinamento dei due uomini, sempre molto precario.  I loro contrasti personali si proiettano verso un confronto ideologico già visto in tanti film americani: da una parte l’amore per l’onestà e la giustizia fino al sacrificio di se stessi, impersonato dal padre, dall’altra la malcelata preferenza per un personaggio  duro e spregiudicato fino al limite della legalità  come Hank, che sa portare a termine  i suoi obiettivi.

Intorno ai due protagonisti ruotano gli altri due fratelli Palmer, che hanno preferito la vita semplice di periferia, la piccola Lauren che viene a trovare il padre per qualche giorno e Samantha, la vecchia fiamma, che non sembra aver dimenticato i tempi della gioventù.

Complessivamente si tratta di un film avvincente e girato con  diligenza ma pesa su tutto il lavoro una sceneggiatura da mestierante, che cerca di caricare il testo di sottotrame non necessarie, come quando inserisce il dubbio della nascita di una figlia dalla relazione giovanile con Samantha e la ricerca di  facili commozioni come il rivedere i filmini di gioventù della famiglia Palmer, espediente sfruttato più volte. Il conflitto fra i due uomini, replicato fino al parossismo, fa da contraltare alla voglia, neanche troppo nascosta, di agganciare lo spettatore con un sentimentalismo sdolcinato, come nell’interminabile sequenza finale.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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