Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

TI RICORDI DI ME?

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/03/2014 - 21:07
Titolo Originale: Ti ricordi di me?
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Rolando Ravello
Sceneggiatura: Paolo Genovese Edoardo Falcone
Produzione: MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION CON RAI CINEMA
Durata: 91
Interpreti: Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Paolo Calabresi, Susy Laude

Beatrice è una maestra elementare affetta da narcolettica mentre Roberto è un cleptomane, commesso di un selfservice con aspirazioni letterarie. Entrambi sono in cura alla stessa psicologa e attraversano sulle strisce pedonali calpestando solo le zone bianche. Entrambi sono vicini alla quarantina ed non sono sposati: lui per una incapacità cronica di portare qualcosa a termine, lei fidanzata da anni con un uomo che non si decide mai. Forse Beatrice e Roberto sono fatti per intendersi ma c’è un problema: Bea ogni tanto perde la memoria e Roberto deve riconquistarla ogni volta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ importante aiutarsi a vicenda per superare le proprie debolezze. Stranamente tutte le coppie presenti nella storia convivono senza sposarsi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ben diretti gli attori e la sceneggiatura è gradevole ma leggerissima, una costruzione un po’ letteraria come le favole che racconta Roberto
Testo Breve:

Perseveranza nell’amore, aiuto reciproco come soluzione ai propri problemi: sono gli aspetti gradevoli di questa favola moderna raccontata sottovoce con qualche incertezza nella sceneggiatura

“C’era una volta una principessa..”: inizia come una favola questo film e termina (forse) nella prospettiva del “vissero felici e contenti”.  La principessa in questione è vestita realmente da principessa, ma è una bambina dell’asilo, molto ammirata da un bambino con il costume da principe che è troppo timido per andare a parlare con lei.

Come nelle favole c’è un destino provvidenziale, anzi magico, che fa sì che accada ciò che deve accadere: eccoli di nuovo insieme inconsapevolmente, entrambi over 35,  convocati non da una fata turchina ma da una psicoterapeuta dai capelli bianchi: lui infatti è cleptomane, lei narcolettica che porta sempre con se, come Linux,  un grosso diario dalla copertina rossa, al quale affida i suoi pensieri più segreti.

Alla leggerezza del tono favolistico si aggiunge ora la fragilità umana dei due protagonisti: per entrambi si tratta una forma di difesa, una difficoltà cronica nel vivere le proprie emozioni, nell’esprimere i propri sentimenti. Per fortuna, come nelle favole, la storia ha uno sviluppo lineare: Roberto capisce fin dal primo momento che Bea è la donna della sua vita e non tentennerà mai, anche quando, per due volte, lei perderà la memoria e Roberto dovrà riconquistarla di nuovo.

Ricavato da una pièce teatrale di Massimiliano Bruno con gli stessi attori, la storia avanza come il fluttuare di una piuma portata dal vento (in effetti le perdite di memoria di Bea fanno oscillare il racconto avanti e indietro) ma si mantiene gradevole grazie al puro gusto del racconto per il racconto e all’empatia che sprigionano i due protagonisti, che sembrano fatti apposta l’uno per l’altra. A tenerli uniti non c’è un filtro magico ma la pura felicità dello stare assieme. In quei momenti, lui smette di rubare e lei riesce a lasciare a casa il suo diario.

Un diverso tipo di disadattamento è quello di Francesco e di Valeria, la coppia che ha affittato a Roberto una stanza. Questa volta l’insicurezza del vivere sta in Francesco, che ha timore di diventare padre. In questo caso  il rimedio è quello classico: Valeria lascia la casa e Francesco dovrà finalmente accorgersi di quanto ha bisogno di lei.

Il racconto rischia a volte di spegnersi ma viene adottato l’espediente di aggiungere nuovi elementi (quanti disturbi ha Bea? All’inizio è narcolettica e legata al suo diario rosso; poi diventa smemorata e infine inizia a parlare con un linguaggio forbito d’altri tempi) ma alla fine risulta gradevole nella sua atipicità: sembra una storia raccontata sottovoce, quasi timorosa di disturbare o di dire qualcosa di sconveniente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIVERGENT

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/31/2014 - 20:41
Titolo Originale: Divergent
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Neil Burger
Sceneggiatura: Evan Daugherty e Vanessa Taylor dal romanzo di Veronica Roth
Produzione: Summit Entertainment/Red Wagon Entertainment
Durata: 140
Interpreti: Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet, Ashley Judd, Jay Courtney, Ray Stevenson, Tony Goldwyn, Maggie Q

In una distopica Chicago del futuro, i pochi sopravvissuti a una spaventosa guerra avvenuta oltre cento anni prima si sono riorganizzati in una società basata su cinque “fazioni”, ispirate alla virtù predominante dei loro componenti e ciascuna con un ruolo ben preciso: Abneganti, Intrepidi, Eruditi, Pacifici e Candidi. Ciascun adolescente, raggiunti i 16 anni, guidato dai risultati di un test “attitudinale”, deve scegliere a quale appartenere. La giovane Beatrice Prior viene da una famiglia di Abneganti, ma quando il suo test le rivela che appartiene alla categoria rara e pericolosa dei Divergenti (persone che non hanno un’unica inclinazione, ma ne combinano diverse e perciò sono incontrollabili), decide di far parte di quella degli Intrepidi. Sarà solo l’inizio di un pericoloso percorso di crescita alla scoperta di se stessa e della verità sul suo mondo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una parabola sul concetto (oggi assai mainstream) della diversità, esaltata come valore capace di travolgere equilibri e cambiare le carte in gioco; ha al contempo un trattamento inaspettatamente positivo della famiglia e del suo ruolo
Pubblico 
Adolescenti
diverse scene di violenza, un paio di scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
Il problema della pellicola è quello di molti adattamenti, che si perdono da un lato in spiegazioni molto didascaliche destinate al pubblico dei non lettori, ma poi non sempre sanno dove gli approfondimenti psicologici e le trame sentimentali andrebbero gestite con maggiore profondità
Testo Breve:

Ultimo arrivato di una serie di adattamenti di letteratura young adult  come Twilight e Hunger Games) è un tipico un film sull’identità e sul delicato passaggio da adolescente ad adulto. Poco sviluppate le psicologie dei personaggi e la trama sentimentale

Ultimo arrivato di una serie di adattamenti di letteratura young adult (settore letterario dedicato agli adolescenti e in costante espansione, di cui fanno parte a buon diritto anche successi planetari come Twilight e Hunger Games), Divergent gioca la carta non originalissima di un’eroina outsider in lotta con una società militarizzata e oppressiva. Beatrice, figlia di Abneganti (tutti dediti al sacrificio di se stessi per il bene altrui, e perciò incaricati del governo), ha sempre sentito dentro di sé di non riuscire a conformarsi ai valori familiari e di avere una vena “incontrollabile”. Il test che ogni adolescente affronta per entrare nell’età adulta e assumere un ruolo nella società conferma questa sensazione, ma la proietta in una dimensione di pericolo e incertezza che la porterà a scegliere durante l’iniziazione la fazione degli Intrepidi, una scelta fatta di incognite, rischi, eccitazione e pericolo.

Perché neppure nel mondo per cui opta, fatto di sfide fisiche e mentali già di per sé molto impegnative, Beatrice (rinominatasi Tris) è al sicuro dal suo status di “divergente”, che anzi è costretta a nascondere. Quello di Tris è un viaggio alla scoperta delle sue potenzialità fisiche e spirituali, di una forza che non sapeva di possedere, di legami di amicizia da forgiare e anche di sentimenti più difficili da decifrare, come l’attrazione per il misterioso Quattro, uno dei suoi addestratori tra gli Intrepidi.

Come si può ben capire, Divergent è innanzitutto un film sull’identità e su quel delicato passaggio che ogni adolescente affronta passando dal più sicuro contesto della famiglia al mondo per forgiare l’adulto che diventerà, in una tensione esplicita tra ciò da cui si viene e a cui si appartiene e quello che si deve scegliere e di cui bisogna appropriarsi (o riappropriarsi). Ma è anche una parabola sul concetto (oggi assai mainstream) della diversità, percepita come un pericolo da una società omologante, ma implicitamente esaltata come valore capace di travolgere equilibri e cambiare le carte in gioco, nonché come la qualità che rende Tris (e non solo lei, vedremo) così speciale. Nessuna sorpresa, quindi, che sia nella sua versione letteraria sia nella sua incarnazione cinematografica, abbia un successo così grande tra il pubblico più giovane.

A dispetto di ciò, Divergent ha un trattamento inaspettatamente positivo della famiglia e del suo ruolo, che può essere riscoperto anche da chi in origine sembra averlo superato (Tris abbandona la “fazione” di origine, per non tornarci mai più, sulla scotta del motto “fazione prima del sangue”).

Il problema della pellicola, semmai, è quello di molti adattamenti, che si perdono da un lato in spiegazioni molto didascaliche destinate al pubblico dei non lettori, ma poi non sempre sanno dove gli approfondimenti psicologici e le trame sentimentali andrebbero gestite con maggiore profondità. Di fatto, a parte Beatrice/Tris, il suo partner Quattro (Theo James, forse la migliore scelta del cast) e la sua antagonista, la capo fazione degli Eruditi, Janine, pochi altri personaggi sono veramente esplorati, e anche gli amici di Tris tra gli Intrepidi mancano di qualità capaci di farceli distinguere e ricordare.

Idem per la trama sentimentale che pure tanta parte ha nello sviluppo della coscienza di se stessa della protagonista e che invece procede un po’ a strappi, perdendo per strada anche elementi interessanti che appartenevano alla pagina scritta.

Il film, poi, è fin troppo evidentemente concepito nell’ottica di una futura trilogia e condensa nell’ultima parte una susseguirsi di scene di azione a danno dello sviluppo dei personaggi che pure si trovano a compiere scelte essenziali e definitive (uccidere per la prima volta) e ad affrontare gravi perdite. Ciononostante, grazie anche alla buona accoglienza al botteghino, ci troveremo presto a scoprire se la vicenda di Tris avrà ancora qualcosa da dire ai suoi coetanei.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOI 4

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/21/2014 - 10:09
Titolo Originale: Noi 4
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Francesco Bruni
Sceneggiatura: Francesco Bruni
Produzione: BEPPE CASCHETTO PER IBC MOVIE CON RAI CINEMA
Durata: 93
Interpreti: Ksenia Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci

Lara ed Ettore sono separati e hanno due figli: Emma di 23 anni, aspirante attrice di teatro e il tredicenne Giacomino che deve sostenere l’esame di licenza media. Questo evento dovrebbe costituire l’occasione per rivedere la famiglia tutta unita, come sperano i due figli ma i loro genitori hanno caratteri difficilmente conciliabili. Lei, un’ingegnere edile molto impegnata nella realizzazione della metropolitana di Roma, è in stato di ansia perenne ed è iperprotettiva nei confronti del piccolo Giacomo; lui ha una filosofia di vita molto rilassata, fino a sfiorare l’indolenza ed è uno scenografo in potenza più che di fatto, visto che non riesce ad affrontare seriamente nessun lavoro..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di separati con due figli non cessa di occuparsi di loro né chiude la porta a una possibile riappacificazione. Una ragazza che ha commesso una leggerezza si rifiuta decisamente di abortire
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le complesse tematiche familiari potrebbero disorientare i più piccoli (oltre che annoiarli)
Giudizio Tecnico 
 
Il secondo lavoro del regista-sceneggiatore di Scialla! non è all’altezza del primo per una descrizione dei protagonisti eccessivamente sopra le righe
Testo Breve:

Dallo sceneggiatore-regista di Scialla! un film interessante su un tema attuale: la vita di una famiglia costituita da genitori separati e da due figli. Non tutte le promesse vengono mantenute  ma il tema viene affrontato in modo costruttivo. 

Il film ha tutti i presupposti per risultare interessante perché affronta un tema di grande attualità: mostrare la vita di una coppia di separati che deve comunque continuare a prendersi cura dei figli. “Siamo ancora una famiglia o no?” si domandano i due ragazzi  (Emma è ormai indipendente, Giacomo vive con la madre); “perché papà e mamma non si rimettono insieme?”: è il loro sogno segreto che ogni tanto riaffiora. Nei colloqui con i genitori ricordano con piacere i tempi sereni della loro fanciullezza, quando andavano tutti insieme a trascorre le vacanze. La teoria da mettere in pratica è ben nota ed Ettore la ripete spesso anche se sembra solo una bella favola: nulla è cambiato nei rapporti con i figli: papà e mamma vorranno loro sempre bene e continueranno a prendersene cura.  Nella sfaccettata casistica delle possibili cause di separazione, la loro è fra le meno gravi: non è intervenuto un terzo incomodo, nessuno dei due si è costruito una nuova famiglia: ciò che ha reso difficile la loro convivenza è stata la scarsa compatibilità dei caratteri: tanto attiva e apprensiva lei quanto lui è indolente e irresoluto.

Il film presenta grosse discontinuità:  più della metà del film è impegnata a presentare la vita e i caratteri dei quattro personaggi che dovrebbero convergere nella scuola di Giacomino per assistere al suo esame ma un continuo variare dei loro appuntamenti li porta a passare la giornata vagando per traffico caotico di una Roma estiva.

Nella seconda parte, la più bella, si assiste al momento della verità fra i quattro: Lara deve affrontare ancora una volta gli attacchi della figlia Emma, che la considera responsabile della separazione; Giacomo mostra tutta la sua disillusione nei confronti del padre troppo disinvolto nel disattendere gli impegni presi. Anche Lara ed Ettore si ritrovano una di fronte all’altro, per riesumare i bei ricordi della vita passata insieme, per confermare la loro, nonostante tutto, attrazione reciproca ma anche per ritrovarsi di fronte alla loro cronica incompatibilità di carattere. Il film termina con un frettoloso quanto posticcio lieto fine, dove tutti sembrano avviarsi verso la soluzione dei loro problemi.

Lo sceneggiatore-regista Francesco Bruni aveva già attirato l’attenzione con il film Scialla!, interessante squarcio di un rapporto padre-figlio sorretto dalle ottime interpretazioni  di  Fabrizio Bentivoglio e Filippo Scicchitano. Se il precedente lavoro risultava ben polarizzato sui due protagonisti, in quest’ultimo il numero dei personaggi e gli eventi che capitano è letteralmente esploso, non esclusi alcuni troppo facili risvolti da serial-TV (Emma che forse è rimasta incinta dopo una relazione finita rapidamente, Giacomo che ha un filarino contrastato con una compagna di classe di origine cinese) ma sono soprattutto i personaggi di Lara ed Ettore risultano eccessivi nel loro polarizzarsi agli estremi opposti, fino  a diventare poco credibili.

Francesco Bruni continua comunque a dare il meglio di sè in alcuni dialoghi sinceri fra i protagonisti e ci regala la speranza che non si può mai dire che tutto finito, che forse si può ricominciare, perché i figli sono sempre lì, a ricordarti che sono il frutto di un amore che non può essersi dissolto. La statuetta di un Lare, l'antica divinità protrettrice della pace domestica che Emma ha trovato in uno scavo archeologico e che e si è portata a casa, forse ha svolto ancora la sua funzione,

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JIMMY P.

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/20/2014 - 14:52
Titolo Originale: Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian)
Paese: USA
Anno: 213
Regia: Arnaud Desplechin
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Julie Peyr, Kent Jones
Produzione: WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, ORANGE STUDIO, FRANCE 2 CINÉMA, HÉRODIADE, LE PACTE, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL +, CINÉ +, FRANCE TÉLÉVISIONS, SMUGGLER FILMS
Durata: 116
Interpreti: Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee

Jimmy Picard è un nativo americano della tribù dei Piedi Neri, da poco tornato dalla guerra (siamo nel 1948) dove ha subito una ferita alla testa. Fisicamente sembra sano, ma soffre di gravi disturbi psico-fisici. Ha dovuto abbandonare il suo lavoro alle ferrovie ed ora vive nel ranch della sorella. E’ proprio la sorella a convincerlo a farsi sottoporre a un ciclo di analisi presso l’ospedale per veterani di Topeka.(Kansas). I medici che si prendono cura di lui si dichiarano impotenti a diagnosticare la malattia di Jimmy che appare soprattutto di origine psichica e richiedono l’intervento di Georges Devereux, antropologo e psicanalista francese (in realtà di origine ungherese) che ha condotto degli studi presso le tribù indiane. Inizia così una lunga stagione di sedute psicoanalitiche dove i due uomini impareranno a conoscersi meglio e ad apprezzarsi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo che ha commesso degli errori in gioventù riesce a rimettere in carreggiata la sua esistenza
Pubblico 
Adolescenti
Qualche sequenza di interventi medici invasivi potrebbe risultare impressionante
Giudizio Tecnico 
 
Buona la prova dei due protagonisti ma lo sviluppo della storia appare alquanto monotono, fra un susseguirsi di sedute psicoanalitiche e sogni da interpretare
Testo Breve:

La storia vera di come un reduce dalla II GM, sofferente per una ferita subita, riesce a trovare il suo equilibrio grazie a una lunga cura psicoanalitica. Film ben recitato che fatica a catturare l’interesse dello spettatore.

Questo film del registra francese Arnaud Desplechin, interamente ambientato in America, è decisamente insolito. Viene narrata una storia vera, come viene specificato fin dal prologo del film (tratto dal libro Psycothérapie d’un indien des plaines scritto dall’antropologo George Devereux nel 1951) e in effetti la ricostruzione degli ambienti di inizio anni ’50 è particolarmente accurata. Il film è insolito perché si fa fatica a comprendere le sue vere intenzioni.

A una prima lettura appare come una smaccata apologia della psicoterapia. Per gran parte del film assistiamo alle sedute di George con Jimmy, conversazioni che servono allo studioso per, interpretare i suoi sogni, scavare nel  suo passato alla ricerca di qualche nascosto complesso di Edipo. In effetti erano quelli gli anni delle grandi aspettative per questa nuova disciplina (ma anche dell’ antropologia e di nuove invasive indagini, come l’oxoencefalogramma, riprodotto nel film con una sequenza non adatta alle persone impressionabili). Non dobbiamo dimenticarci che Io ti salverò di Alfred  Hitchcock è del 1945 e tutto il film è pervaso di dialoghi caratterizzati da un evidente positivismo scientifico. Si arriva al parossismo di una scena finale, dove George ormai soddisfatto per i risultati dell’analisi ormai terminata, decide di confidarsi per le sue aspettative future con uno psichiatra suo amico di vecchia data., I due uomini non decidono di prendersi assieme una birra a un bar e farsi due chiacchiere ma George si sdraia sul lettino dello studio dell’ amico e si fa psicoanalizzare.

Eppure c’è dell’altro in questo film: il racconto avanza svelando progressivamente, in modo assolutamente simmetrico le personalità dei due uomini, man mano che ognuno  riesce a conoscere qualcosa dell’altro.Ci vengono svelate le loro vite private, per entrambi alquanto disordinate (Jimmy non ha voluto riconoscere una figlia natagli a seguito di una relazione giovanile ed è divorziato; George vive con una donna sposata, indecisa fra lui e suo marito). Ciò che più profondamente li contrappone è la loro visione di fondo: “Lei non crede in Dio?” domanda Jimmy a George. “No, credo nel fare bene le cose” Jimmy al contrario ha un’educazione cattolica, sente il rimorso del male che ha compiuto e la necessità di riporvi rimedio.

Alla fine il cuore caldo del film sta proprio nell’incontro di due uomini, entrambi onesti con se stessi e gli altri, che partendo da visioni della vita opposte (l’uno crede nella ragione e la scienza, l’altro, sia pur in modo oscuro, nel significato trascendente della nostra esistenza) riescono a collaborare e ad apprezzarsi reciprocamente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IDA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/09/2014 - 21:17
Titolo Originale: IDA
Paese: POLONIA, DANIMARCA
Anno: 2013
Regia: Pawel Pawlikowski
Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski Rebecca Lenkiewicz
Produzione: OPUS FILM, PHOENIX FILM INVESTMENTS
Durata: 80
Interpreti: Agata Trzebuchowska, Agata Kulesza, Adam Szyszkowski

Polonia, 1962. La giovane Anna, vissuta in convento da fin da piccola perché orfana, è una novizia in procinto di prendere i voti. Di fronte a un passo così importante, la priora la invita ad andare a conoscere Wanda, l’unica parente che le è rimasta. Wanda, prima riluttante, accoglie in casa la giovane e decidere di compiere assieme a lei un viaggio per cercare di sapere come sono realmente morti i suoi genitori. Il lungo viaggio sarà un’occasione per le due donne di conoscersi meglio e riflettere sul passato e sul loro futuro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una novizia che sta per prendere i voti viene messa in crisi dal comportamento di sua zia; ma anche una scelta di vita da cristiana laica non sembra per lei essere una giusta soluzione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Pawlikowski, regista polacco radicato in Inghilterra, racconta con sensibilità l’incontro fra due donne in un limpido e composto bianco e nero. Molto brave le due protagoniste
Testo Breve:

Anna, novizia in procinto di prendere i voti, conosce sua zia, un magistrato compromesso con il regime comunista polacco. Un incontro fra due donne così diverse raccontato con grande sensibilità che avrà come vittima il significato della vocazione alla vita consacrata 

Fin dalle prime sequenze, la forma impiegata (l’uso del bianco e nero, la staticità delle inquadrature, il narrare più con ciò che viene sottinteso che con quanto viene detto) pone  lo spettatore nello stato d’animo di chi si appresta a vedere un film d’autore, adatto a un ristretto pubblico di amanti del genere.

Man mano che il racconto avanza, il film finisce per coinvolgere e ci si appassiona a questo insolito viaggio in macchina intrapreso dalla giovane novizia e dalla zia, magistrato inflessibile del regime comunista,fra povere campagne e squallide periferie, alla scoperta della verità sulla scomparsa dei genitori di Anna. Il film avanza sulla spinta dell’interesse per un mistero che si svela lentamente  (e Wanda ha tutta l’intenzione di risolverlo, usando la sua autorità di pubblico ufficiale) ma in realtà il viaggio si trasforma per le due donne in un percorso di riflessione sul senso della propria vita. Per Anna si tratta di una riflessione proiettata verso il futuro e alla ricerca di una conferma della sua reale vocazione per una vita lontana dal mondo; per Wanda è il tentativo di fermare un attimo il destino che si è costruito, di giudice acquiescente  a un inflessibile regime e di donna sola che si alimenta di incontri fugaci che vivono lo spazio di una notte..

Man mano che il viaggio di più giorni prosegue, la forzata convivenza, fa percepire alle due donne un’intesa inaspettata, non certo per le loro scelte di vita ma  per il fatto stesso di percepirsi come due esseri umani che in modi diversi si stanno interrogando sulla propria esistenza. La scoperta delle morte crudele dei genitori di Anna, la pietosa ricomposizione di quei corpi e la loro sepoltura in un cimitero ebreo abbandonato, suggella definitivamente la loro intesa.

Se fino a questo punto del racconto il film ha la capacità di appassionare lo spettatore per la finezza psicologica con cui Pawlikowski, questo regista polacco radicato in Inghilterra, ha saputo tratteggiare la psicologia di queste due donne, dobbiamo confessare di esser rimasti perplessi per il modo con cui la storia giunge a compimento.

Abbiamo parlato di vicinanza fra le due donne, ma si tratta di una vicinanza sterile. Il gesto estremo di Wanda lascia intendere che Anna non è riuscita a infondere nella zia quella fede e quella speranza di perdono che lei stessa, come nipote e come novizia, avrebbe dovuto possedere. Allo stesso modo la decisione di Anna di provare a entrare nel mondo della zia (abitare nella sua casa, bere, avere una fugace relazione con un giovane conosciuto durante il viaggio) sembra un tentativo della novizia di “conoscere il mondo” in modo quasi fisico, come se non avesse potuto capire dalla zia cosa volesse dire “vivere nel mondo” in modo sbagliato.

In complesso quindi un film mal riuscito nelle sue motivazioni più profonde. Sembra quasi che l’autore si sia messo alla ricerca di una storia che avesse un efficace effetto visivo (la contrapposizione fra le vite delle due donne per arrivare a una uno scenografico scambio di ruoli). Una operazione quindi intellettuale, non etica

Ne è una riprova il modo con cui viene rappresenta la fede della novizia: in preghiera all’interno del convento con le sue compagne, in silenziosa orazione nella sua camera durante il viaggio: si tratta di una fede muta, incapace di esternarsi e di confortare chi ne ha bisogno, quasi fosse più la soluzione a un problema personale che non un porsi al servizio di un Altro

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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SNOWPIERCER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/06/2014 - 17:03
Titolo Originale: Snowpiercer
Paese: Usa, Corea del Sud, Francia
Anno: 2013
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho e Kelly Masterson dalla graphic novel di Jean-Mark Rochette e Benjamin Legrand
Produzione: Jeong Tae-Sung, Steven Nam, Park Chan-Wook per Moho Films/Opus Pictures
Durata: 126
Interpreti: Chris Evans, Tilda Swinton, Jonh Hurt, Jamie Bell, Ed Harris

2031. Dopo che 17 anni prima un maldestro tentativo di combattere il riscaldamento globale ha gettato il pianeta in nuova glaciazione uccidendo quasi tutta la popolazione mondiale, i pochi superstiti sono stipati in un treno che percorre incessantemente il globo. I sopravvissuti sono rigidamente divisi tra benestanti, che occupano le prime carrozze, dove si vive con ogni confort, e disperati, “prigionieri” in quelle di coda. Questi ultimi, guidati dal coraggioso Curtis, decidono di tentare una ribellione...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un istinto di sopravvivenza schiaccia ogni considerazione morale in nome del mantenimento dello status quo ma è presente anche un anelito altrettanto inevitabile che cerca di spezzare il cerchio in nome di una nuova speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e mutilazione
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile personalissimo del regista sud coreano mescola un violento realismo con la metafora fantastica e il racconto che si muove abilmente tra archetipi narrativi differenti, dall’arca di Noè a quello dell’eroe predestinato
Testo Breve:

A causa di una terribile glaciazione, i pochi superstiti sono stipati in un treno che percorre incessantemente il globo, suddivisi rigorosamente in classi. Un violento film di fantascienza che si muove abilmente tra diversi archetipi narrativi

Il film di Bong Joon-ho (prodotto dal più famoso collega Park Chan-Wook) è un'originale esempio di fantasia distopica capace di riflettere anche sul presente, in particolare sull'organizzazione di una società disposta a tutto per mantenersi in vita e ossessionata dal controllo su individui e natura.

La storia, dopo un prologo fulminante un po' nello stile di Io sono leggenda (pure lì scienziati benintenzionati, decisi a mettere una toppa a un problema causavano una catastrofe globale) inizia in medias res, volutamente sfidando il pubblico a scoprire un poco alla volta le regole del gioco (pure quelle in realtà piuttosto sfuggenti), il passato dei personaggi e il loro preciso ruolo nella storia.

Lo stile personalissimo del regista sud coreano mescola un violento realismo (soprattutto nelle molte sanguinosissime scene di scontri) con la metafora fantastica, che si approfondisce man mano che i ribelli risalgono le carrozze del treno verso la locomotiva. Questa è guidata dal misterioso signor Wilford, un tiranno/benefattore (è lui che ha costruito il treno), che non si vede mai e che comunica per il tramite di interfono. Una figura che fa tanto Mago di Oz, ma che si rivelerà ben più ambigua e pericolosa.

L’ovvia chiave di lettura anticapitalista di una guerra poveri contro ricchi è solo il punto di partenza, di certo non esaustivo, di un racconto che si muove abilmente tra archetipi narrativi differenti, dall’arca di Noè (con la glaciazione al posto del diluvio) a quello dell’eroe predestinato.

Il mondo fuori dai finestrini, che i passeggeri delle ultime carrozze – da anni completamente chiuse come quelle di un carro bestiame o di un campo di concentramento – scoprono solo al momento della loro avanzata di ribellione, è un immenso susseguirsi di paesaggi ghiacciati.

Quello all'interno segue precise regole di sopravvivenza che mirano a tenere l'ecosistema in un fragile equilibro, un po' come un acquario, anche a costo di esercitare una violenza spietata (massacri, mutilazioni, rapimenti di bambini) in nome dell'unico valore della sopravvivenza collettiva e del mantenimento di ruoli predeterminati.

Per essere un "mondo" che esiste da soli 17 anni, poi, quello del treno sembra aver sviluppato già una sua determinata mitologia, con il culto della "sacra locomotiva" eternamente in moto, insegnato ai bambini e proclamato da una misteriosa burocrate, Mason (una grande Tilda Swinton), che fa discorsi che echeggiano grottescamente quelli dei patrizi ai plebei nelle storie di Tito Livio.

A contrapporsi alla tirannia l'eroico Curtis, un leader riluttante gravato da un passato di violenza ma deciso a riscattarsi con il sacrificio, un personaggio affascinante, destinato com'è a guidare una sorta di esodo biblico sui generis o forse, piuttosto, un'illusoria odissea fino al disvelamento finale.

La sua strada è un susseguirsi di scontri, genialmente coreografati, in cui la violenza è enfatizzata dallo spazio ristrettissimo, che sembra abolire vie di fuga così come ogni tentazione di misericordia. 

Accanto a Curtis troviamo anche un misterioso coreano esperto di sicurezza e schiavo dell'unica droga disponibile, accompagnato da una figlia veggente. Ed è a questi due personaggi, dopo l’incontro con Wilford, che è affidato l'elemento capace di sconvolgere alle fondamenta il mondo del treno e i suoi valori, ma anche il racconto stesso, costringendo improvvisamente a riconsiderare tutto quanto abbiamo visto, e spingendo la metafora di Snowpiercer anche oltre quella pur valida della critica sociale.

Al correre circolare e infinito del treno, condannato a una reiterazione ineludibile come un’Arca che abbia rinunciato a cercare la terra ferma, governata da un istinto di sopravvivenza che schiaccia ogni considerazione morale in nome del mantenimento dello status quo, si contrappone, infatti, un anelito altrettanto inevitabile a spezzare il cerchio in nome di una speranza magari folle e suicida, ma capace di guardare e “sentire” la realtà e la novità, disastrosa o salvifica, che può portare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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LA MOSSA DEL PINGUINO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 19:38
Titolo Originale: La mossa del pinguino
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Claudio Amendola
Sceneggiatura: Michele Alberigo, Giulio Di Martino, Edoardo Leo, Claudio Amendola
Produzione: DAP ITALY-DE ANGELIS GROUP
Durata: 94
Interpreti: Edoardo Leo, Ricky Memphis, Ennio Fantastichini, Antonello Fassari,Francesca Inaudi

Roma, 2005. Bruno e Salvatore lavorano come addetti alle pulizie in un museo di arte moderna. Durante una pausa, guardando in tv un servizio sulla fortuna crescente del curling – sport invernale che per la prima volta sarà inserito nel programma delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 –, al primo dei due viene l’idea di creare una squadra e partecipare alle selezioni per entrare nella nazionale olimpica. L’idea sembra da subito folle ma l’entusiasmo di Bruno, un uomo tanto vulcanico quanto inconcludente, riesce a travolgere anche Salvatore, l’amico di sempre che non riesce a dire di no. Visto in tv, il curling sembra facile da praticare, non così complicato per chi passa tutte le sere a lucidare a specchio i pavimenti di un grande edificio. Sia pur con qualche fatica, i due trascinano nella folle avventura un carabiniere in pensione campione di bocce e uno strozzino caduto in disgrazia, che vive di glorie passate facendo lo spaccone al tavolo del biliardo. Per tutti e quattro, si tratta di provare a vincere qualcosa per la prima volta. Forse non andranno lontano nell’impresa ma faranno qualche passo importante nella vita.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questo film si parla di unità familiare, dignità del singolo e sincerità con se stessi: per ognuno dei componenti del quartetto, inseguire il sogno delle Olimpiadi è solo lo strumento per dare una virata a una vita che ha perso direzione e orizzonte: non un riscatto sociale ma un riscatto morale
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, una scena di nudo vista in televisione dal duo dei protagonisti.
Giudizio Tecnico 
 
La struttura narrativa, di una certa robustezza, guarda più ai modelli americani che a quelli italiani e la simpatia premia, insieme allo spirito e all’originalità, anche grazie a una coppia di protagonisti, Edoardo Leo e Ricky Memphis, ben assortiti perché diversissimi nello stile recitativo.
Testo Breve:

Tre giovani addetti alle pulizie,  un carabiniere in pensione e un ex strozzino si mettono in testa di mettere in piedi una squadra di curling per vincere alle Olimpiadi. Film imperfetto ma divertente che parla di unità familiare e dignità del singolo

Spigliato esordio alla regia dell’attore Claudio Amendola – che resiste alla tentazione di comparire in un cameo, come vorrebbe una certa civetteria tipica degli attori che passano dietro la macchina da presa – con una storia divertente che ricorda per certi aspetti l’americano Cool Runnings- Quattro sottozero (storia in parte vera della partecipazione della squadra giamaicana alle Olimpiadi invernali di Calgary 1988), per altri l’italianissimo Basilicata Coast to Coast (storia “on the road” del mezzo riscatto di una scalcagnata band musicale). La struttura narrativa, di una certa robustezza, guarda più ai modelli americani che a quelli italiani e la simpatia premia, insieme allo spirito e all’originalità, anche grazie a una coppia di protagonisti, Edoardo Leo e Ricky Memphis, ben assortiti perché diversissimi nello stile recitativo.

C’è un certo cinema italiano, di quello che un tempo si sarebbe definito “medio”, che sta bussando alla porta in cerca di attenzione: possiamo mettere La mossa del pinguino sullo stesso scaffale di Buongiorno papà (non a caso scritto e diretto da Edoardo Leo, qui protagonista e co-sceneggiatore) e Tutti contro tutti. Si tratta di titoli troppo imperfetti per far gridare alla rinascita della commedia italiana ma comunque interessanti, perché registrano il tentativo, in parte riuscito, di raccontare con onestà un’Italia vera, semplice, appassionata di cose belle. Qui, in equilibrio tra commedia e dramma (non mancano le scene toccanti) si parla di unità familiare, dignità del singolo e sincerità con se stessi: per ognuno dei componenti del quartetto, inseguire il sogno delle Olimpiadi è solo lo strumento per dare una virata a una vita che ha perso direzione e orizzonte: non un riscatto sociale – perché poveracci erano e poveracci rimangono – ma un riscatto morale.

Due note: peccato che al personaggio di Memphis, descritto con delicatezza nel rapporto tenero con un padre malato di Alzheimer, tocchi alla fine una infelicissima e contraddittoria frase sul rapporto con il suddetto genitore. Né forse era davvero necessario, in un film come questo, con una potenziale audience familiare, mostrare i due protagonisti fare zapping e attardarsi a guardare le immagini di un film pornografico. Due scivolate sul ghiaccio.

Elementi problematici per la visione: cenni di turpiloquio, una scena di nudo vista in televisione dal duo dei protagonisti.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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300 - L'ALBA DI UN IMPERO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 19:34
Titolo Originale: 300: Rise of an Empire
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Noam Murro
Sceneggiatura: Zack Snyder, Kurt Johnstad
Produzione: ATMOSPHERE ENTERTAINMENT MM, CRUEL & UNUSUAL FILMS, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 102
Interpreti: Eva Green, Lena Headey, Rodrigo Santoro, Sullivan Stapleton

I 300 guidati da Leonida sono morti alle Termopili, così a difendere la Grecia dalla furia di Serse ora resta il generale ateniese Temistocle. Contro di lui la flotta persiana guidata da Artemisia, una donna che con i Greci ha un conto in sospeso e non si ferma davanti a nulla. Solo se i Greci sapranno unirsi come chiede Temistocle, ci sarà una possibilità di salvezza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un fumettone iperviolento e super stilizzato che può essere in parte perdonato perché si tratta di rappresentazioni completamente astratte
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza splatter, una scena di sesso e di nudo.
Giudizio Tecnico 
 
Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita. si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante
Testo Breve:

Dopo il successo si 300, ecco il sequel che mantiene la sua nota stilistica di compiacimento estetico di immagini iperviolente: molto spettacolare la la drammaturgia latita

Temistocle non fu l’eroe di Maratona e non uccise il re Dario. A Salamina la vittoria contro i Persiani fu il risultato del genio del generale ateniese e non dell’arrivo in campo degli Spartani guidati dalla vedova di Leonida, spartani che invece nella realtà Temistocle aveva avuto le sue belle difficoltà a trattenere sul posto. Del resto a Sparta di re ce n’erano due quindi nessuno si sognava di spedire le truppe in battaglia guidate dalla moglie del sovrano defunto.

Per vedere l’ultima fatica firmata da Zack Snyder (che qui, rispetto al primo 300, cede il timone della regia ma firma la sceneggiatura e produce) non c’è bisogno di alcuna di queste premesse né tantomeno di qualche conoscenza della storia della Grecia del V secolo a. C. che, anzi, potrebbe risultare fastidiosa per la visione, costringendo a un gioco di correzione che diventerebbe ben presto infinito.

La visione della storia così com’è presentata in questo fumettone iperviolento e super stilizzato è qualcosa di quasi completamente astratto, in cui i personaggi si sganciano dai loro referenti storici per elevarsi a uno status eroico e leggendario dove gli avvenimenti si giustappongono come le tavole dei fumetti più che succedersi per una sequenza logica.

Come e forse ancora di più del suo fortunato predecessore, un prodotto medio almeno quanto a budget baciato da uno strabiliante e inaspettato successo al botteghino, questo 300 L’alba di un impero è un film davanti a cui ci si esalta o ci si annoia mortalmente. Vie di mezzo non esistono. Le sequenze di battaglie si susseguono intervallate a discorsi dalla retorica roboante,  complicate dal fatto che si svolgono prevalente sul mare, sulle tolde delle navi, nei loro visceri abitati da rematori schiavi o volontari, sotto l’acqua che inghiotte naufraghi e relitti.

Gli spartani devono ancora superare la loro propensione all’isolamento, ma potrebbero forse essere indotti alla vendetta. Il re Serse persegue il suo piano di conquista, la bella Artemisia ha in mente solo di spargere più sangue greco che può e Temistocle (interpretato con carisma discutibile dall’australiano Sullivan) vuole difendere la libertà e sembra sempre in campagna elettorale mentre ciancia appena può di Grecia unita.

L’approfondimento psicologico non era il punto forte nemmeno della vicenda di Leonida e dei suoi ma agli sceneggiatori Snyder e Johnstad (esperto quest’ultimo in pellicole sui marines e docufiction sui Navy Seals) l’astuto Temistocle, stratega geniale e uomo politico discusso, poneva probabilmente una sfida troppo complicata. Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita.

Inutile lamentarsi dello stravolgimento degli eventi storici, che pure così com’erano avrebbero fornito ottimo materiale drammatico, ma che interessano probabilmente più agli appassionati di storia che agli adolescenti, che al limite andranno a fare un veloce ripasso su Wikipedia.

Il confronto-scontro tra Temistocle e Artemisia, lui fautore dell’unità ellenica, lei segnata da un passato doloroso che dei Greci la fa diffidare, è l’elemento più interessante della vicenda ed è giocato come una sorta di affaire mancato tra due anime gemelle destinate a incontrarsi sul campo di battaglia anziché nel talamo. Anche qui, però, si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante. Per non parlare dei personaggi di contorno appena abbozzati, tra cui un giovane Eschilo, che evidentemente è pronto a prendere appunti per la scrittura di future tragedie. La guerra si riduce a scontri di soldati seminudi e nonostante i proclami di Temistocle, la quasi totale assenza di un mondo reale fatto di persone vere per cui lottare (ma che non si vedono mai) è un ulteriore handicap per la storia.

È improbabile che questo funga da deterrente per il pubblico che ha amato il primo capitolo e già vediamo profilarsi all’orizzonte, se il botteghino risponderà bene, un terzo capitolo della saga. Tanto Greci e Persiani del resto hanno continuato a darsele di santa ragione fino ai tempi di Alessandro Magno. Buone notizie per Franck Miller e Zack Snyder, che hanno così ancora davanti ancora un bel po’ di massacri (metaforici e reali) da perpetrare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALLACCIATE LE CINTURE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 19:29
Titolo Originale: Allacciate le cinture
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek
Produzione: TILDE CORSI E GIANNI ROMOLI PER R&C PRODUZIONI E FAROS FILM CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini

Elena, Silvia e Fabio sono amici per la pelle e tutti servono come camerieri allo stesso bar. Le ragazze e Fabio (che è omosessuale) hanno le loro avventure sentimentali ma un giorno la situazione si complica: Elena si innamora di Antonio, il prestante e rozzo amante dell’amica Silvia. 13 anni dopo vediamo Elena ormai sposata con Antonio con due figli. Il loro rapporto non è felice: Antonio la tradisce spesso ma interviene un evento imprevisto: Elena ha un cancro al seno e il dolore sembra poterli riavvicinare..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ferzan Özpetek crede nella forza degli affetti familiari e dell’amicizia ma in amore vale solo la regola del libero istinto, senza vincoli di sorta
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti nudità e scene di sesso esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Questa volta il film di Ferzan Özpetek non è equilibrato come nei lavori precedenti: si eccede con lunghe sequenze melodrammatiche, alcuni passaggi del racconto non sono stati ben sviluppati. Buona interpretazione di Kasia Smutniak e Filippo Scicchitano
Testo Breve:

L’amicizia di due ragazze e un ragazzo resta salda negli anni nonostante alcuni conflitti amorosi e si manifesta indispensabile durante la malattia di una di loro. Un Ferzan Özpetek particolarmente melodrammatico ma una brava Kasia Smutniak

Se non ci fosse stata Kasia Smutniak a reggere tutto il racconto, quest’ultimo lavoro di Ferzan Özpetek sarebbe stato ben altra cosa. Kasia ha la capacità di recitare con gli occhi: passa rapidamente dall’allegria più contagiosa, a un momento di turbamento fino al pianto accorato. Anche Filippo Scicchitano, bravo e sensibile, si conferma quella promessa che si era già rivelata in Scialla! e in Bianca come il latte e rossa come il sangue.

Detto questo, temo che abbiamo esaurito gli aspetti positivi del film. Aggrava la situazione la performance del prestante Francesco Arca, danneggiata da alcuni vuoti di sceneggiatura. L’incontro iniziale fra lui, in arte Antonio, ed Elena (Kasia) promette bene: i due manifestano subito una immediata, reciproca antipatia (lui è violento, razzista ed omofobo): si intravedono quindi tutte le opportunità narrative per sviluppare un intenso incontro/scontro fra due personalità così diverse fino alla conversione di lui, sedotto dalla dolcezza e l’amore di lei. Tutto questo non si vede nel film (si vedono invece molto bene e frequentemente i possenti bicipiti di Antonio) ma solo i loro appassionati amplessi, tanto da costringere lo spettatore ad immaginare quello che il regista voleva esprimere, cioè un vero amore fra personaggi così complementari, mentre si assiste solo a una grande intesa fisica.

Per gli appassionati di Ferzan Özpetek i tratti caratteristici del suo film ci sono quasi tutti: il caldo affetto che tiene unita una comunità di amici e parenti, etero ed omosessuali (manca questa volta il suo simbolo per eccellenza dello stare tutti riuniti: una ricca una tavola imbandita), un affetto tanto duraturo quanto caduchi sono le relazioni sentimentali, dove l’attrazione sessuale costituisce la componente prevalente. Ferzan ritorna quindi sul un tema a lui caro: il coinvolgimento del corpo è fonte inevitabile di provvisorietà dei rapporti, mentre in altri film come La finestra di Fronte e Mine vaganti, sono proprio “i fiori non colti” quelli più duraturi, anche se venati di languida malinconia. .

La vita è uno scorrere di amore, malattia e morte; sempre imperfetto il primo, inevitabile la seconda, spesso cercata la terza, come era accaduto alla nonna diabetica di Mine vaganti che aveva deciso di suicidarsi mangiando pasticcini, perché incapace di attendere la sua fine naturale.

Ferzan Özpetek e Woody Allen sono artisti molto diversi ma sembrano avere una filosofia di vita simile, che non mancano di riproporre nei loro film. Più celebrale il secondo, spesso si intrattiene a filosofeggiare con lo spettatore sul non senso della nostra vita, nelle mani di un fato né benevolo né malvagio ma puramente casuale; il primo si concentra invece più sull’uomo, soggetto ma anche oggetto di pulsioni che gli forniscono la necessaria forza vitale ma che lo condannano a un eterna instabilità.

Entrambi propongono lo stesso rimedio: quello del carpe diem. Se per Woody, soprattutto in Basta che funzioni viene sviluppata una apologia dell’amore libero come unico rimedio per raggiungere una parvenza di felicità, Özpetek fa ripetere più volte anche in questo film ai suoi protagonisti (la zia di Elena, la vicina di letto all’ospedale) che il tempo che ci resta è breve e che dobbiamo concederci tutto ciò a cui ci spinge il nostro istinto.

Se Ferzan non è nuovo a questa visione della vita, questa volta il tasso di melodramma impiegato è veramente alto (centrale al film è la lunga degenza in ospedale di Elena, affetta da cancro) e mostra questa volta la sua non capacità, diversamente dai precedenti lavori, di contenere le sequenze più strappalacrime. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA DONNA PER AMICA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/01/2014 - 10:22
Titolo Originale: Una donna per amica
Paese: Italia
Anno: 2014
Regia: Giovanni Veronesi
Sceneggiatura: Ugo Chiti e Giovanni Veronesi
Produzione: Procacci per Warner Bros. Entertainment Italia, Fandango con Ogi Film.
Durata: 88
Interpreti: Fabio De Luigi, Letitia Casta, Valentina Lodovini, Adriano Giannini

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, allusioni sessuali, scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.
Testo Breve:

Francesco e Claudia sono solo amici o c’è fra loro vero amore? Il classiico dilemma non trova risposte convincenti  e il film risulta fiacco con una struttura narrativa bizzarra

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Sceneggiatore di lungo corso, sodale prima di Francesco Nuti e poi di Leonardo Pieraccioni, ma ormai regista a tempo quasi pieno, Giovanni Veronesi è da considerarsi, nel bene o nel male, uno degli interpreti principali della commedia italiana contemporanea. Autore di film di cassetta ben sostenuti da abili campagne di marketing, ha collezionato una striscia di titoli andati tendenzialmente bene al botteghino ma in cui, vagliato tutto, si fa fatica a trattenere qualcosa di valore.

Con Una donna per amica Veronesi (autore, nella stagione cinematografica 2013/14, anche de L’ultima ruota del carro, opera più singolare e interessante), aggiunge un altro volume alla sua enciclopedia sull’amore, cercando di rispondere, insieme al co-sceneggiatore Ugo Chiti, all’antica domanda sull’esistenza dell’amicizia tra uomo e donna. Negli ottantotto minuti di film – encomiabile la scelta di non tirarla per le lunghe – cerca di dire la sua sulla dibattuta questione (dibattuta anche dal cinema, in alcuni classici come Harry ti presento Sally) anche se, purtroppo, chi non ha amato i vari capitoli della trilogia Manuale d’amore o le altre sue commedie più recenti (Italians, Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso…) non troverà qui risposte più convincenti e meno superficiali sui sentimenti e sulle relazioni tra le persone.

Non che non ci sia proprio nulla da salvare in questa commedia (che strappa più di un sorriso, almeno nei siparietti in cui il bravo De Luigi mostra di padroneggiare bene i tempi comici) ma il generoso esercizio critico di captare momenti di verità e di sincerità all’interno di un film, facendosi largo tra volgarità e banalità, già depone male nei confronti del film stesso. Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.

Soprattutto, la domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene. Un bene che, alla fine, pure si compie (certo, è una commedia) ma in modo che fa rimpiangere lo spettatore di esserci arrivato attraerso un film così fiacco e dalla struttura narrativa così bizzarra. Un film dal cuore diviso, insomma, tra amore e amicizia, così come quello dei due protagonisti, che mena il can per l’aia per quasi un’ora e mezza e poi finisce in crescendo con un finale spiazzante che non delude ma che arriva troppo tardi.

Una curiosità: il paese in cui è ambientata la vicenda è una sorta di paradiso artificiale in cui confluiscono il meglio di Lecce, Otranto, Gallipoli, Bari e Trani, con più di una cattedrale romanica affacciata sul mare Benedice la Apulia Film Commission in vena di sprechi: troppa grazia…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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