Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

MA MA - TUTTO ANDRA' BENE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/10/2016 - 11:47
Titolo Originale: Ma Ma
Paese: Francia, Spagna
Anno: 2015
Regia: Julio Medem
Sceneggiatura: Julio Medem
Produzione: MORENA FILMS, MAMA PELÍCULAS AIE, MARE NOSTRUM
Durata: 110
Interpreti: Penelope Cruz, Luis Tosar, Asier Etxeandía

Magda vive da sola con il figlio Dani, di 10 anni: il marito li ha abbandonati. La sua situazione è decisamente difficile: non riesce più a trovare un lavoro come insegnante e le è stato diagnosticato un cancro al seno. La donna non si scoraggia; si sottopone alla chemio terapia con la speranza di una guarigione ed ha anche lo spirito di fare coraggio ad Arturo, un uomo, conosciuto mentre assisteva a una partita di calcio di suo figlio, a cui un incidente stradale ha sottratto la figlia e la moglie. La situazione sembra volgere al sereno, si crea un’intesa fra Magda e Arturo ma poi una brutta notizia si abbatte su Magda…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film propone una ideologia vitalista, dove la donna è una forza in grado da sola di vincere la morte e di dare il senso ultimo della nostra vita
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene post-operatorie potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Un film sopra le righe, nella recitazione e nella regia; la tesi che il film vuole proporre è sviluppata attraverso una sequenza incredibile di disgrazie.
Testo Breve:

Il film elogia la prerogativa femminile di dare la vita, vista come una forza naturale in grado di sovrastare ogni avversità: retorico e sopra le righe

Penelope Cruz è produttrice, oltre che protagonista di questo film e il regista è un suo amico: ciò spiega molte cose. Spiega la libertà che Penelope si è voluta concedere nell’interpretare la figura di Magda caricando le tinte senza controlli e seguendo una sceneggiatura sfacciatamente a tesi. Sotto questo aspetto Penelope ricorda Will Smith in Sette anime: anche in quel caso l’attore era produttore otre che protagonista e anche in Sette anime l’ideologia da portare avanti era molto precisa (quella di Scientology).

Per sostenerla, anche in quel caso a non si facevano sconti sulle disgrazie: Will Smith riusciva da solo, con un incidente d’auto a uccidere sua moglie e altre sei persone.

 In questo Ma Ma c’è poco da stare allegri: Magda, disoccupata e con un cancro al seno diagnosticato da poco, ha appena incontrato Arturo, un signore, interessato alle doti calcistiche di suo figlio. Mentre stanno parlando, l’uomo riceve una telefonata con la quale viene informato che in un incidente d’auto è morta sua figlia e la moglie è gravissima (morirà poco dopo). Sembra quasi che Magda porti proprio sfortuna. Se la chemio-terapia sembra vincere la battaglia contro il cancro al seno, ciò non è sufficiente: un altro cancro, più insidioso, fa la sua compara…

Questo film è frutto dell’incrocio di due personalità in un momento poco felice: Penelope Cruz che si esibisce senza controlli registici e il regista Julio Medem, barocco, eccessivo, stucchevole.

Non si può dire che sia Penelope a recitare ma piuttosto il suo corpo che esibisce ripetutamente senza timori: giovane e avvenente nel momento del test, per palpazione, al cancro al seno, pallida e senza trucco mentre perde i capelli durante la chemio, in contemplazione davanti a uno specchio dopo l’intervento di mastectomia (si tratta ovviamente di computer grafica ma la scena è ugualmente impressionante) e infine sulla spiaggia in bikini con il suo pancione da ottavo mese di gravidanza.

La sua ideologia è espressa chiaramente in una sequenza finale; lei non crede nell’esistenza di Dio ma crede nella vita; per questo cerca di concludere la sua gravidanza prima che il cancro finisca di compiere la sua opera. La morte si combatte con la vita. Magda è una sorta di ’icona della “santità” muliebre”, colei che è in grado di portare continuamente la vita su questa terra. Con una certa analogia, anche Will Smith in Sette Anime, moriva per donare i suoi organi a sei persone che ne avevano bisogno.

Il regista Medem conferma il suo stile surreale, di una ingenuità quasi infantile. Si canta di frequente in questo film (del tipo “cuore” e “amore”) fra l’annuncio di una tragedia e l’altra.

Non resta che esprimere una nota di comprensione nei confronti di Arturo: questo pover’uomo non fa a tempo a conoscere Magda che riceve la notizia della morte della moglie e della figlia; si avvicina a Magda più che altro per impostare  una forma di consolazione reciproca ma di fronte a questa donna così esuberante e si trova ben presto  a dover gestire, da solo, il precedente figlio di lei e la bambina nata dalla loro relazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NICE GUYS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/07/2016 - 17:54
Titolo Originale: THe Nice Guys
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Shane Black;
Sceneggiatura: Shane Black, Anthony Bagarozzi
Produzione: SILVER PICTURES, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 116
Interpreti: Russell Crowe, Ryan Gosling, Matt Bomer, Kim Basinger

Los Angeles, 1977. Le vite piuttosto complicate del detective privato Holland March (con il vizio dell’alcool e una figlia tredicenne fin troppo sveglia) e del “picchiatore” Jackson Healy si incrociano quando entrambi si mettono sulle tracce della misteriosa Amelia, la giovane figlia di un pezzo grosso della Giustizia che forse si è messa nei guai nel giro del porno. Dietro la scomparsa di Amelia c’è un intrigo più grosso e pericoloso…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Allo spettatore resta il sapore positivo di una amicizia maturata nelle improbabili avventure di questi due eroi così poco eroici, ma alla fine capaci di mettersi dalla parte dei buoni
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo e allusioni sessuali, numerose scene di violenza anche cruda.
Giudizio Tecnico 
 
Shane Black è rimasto un punto di riferimento per film d’azione ricchi di ironia e intrighi complottistici grazie anche a una coppia di interpreti davvero azzeccatissima che dà quella marcia in più in grado di creare un ottimo esempio di intrattenimento destinato a un pubblico adulto
Testo Breve:

Due affiatatisssimi Russell Crowe, Ryan Gosling sembrano fare il verso ai nostri Bud Spencer e Terence Hill per un film brioso e divertente ma solo per adulti

Sceneggiatore di lungo corso con una spiccata predilezione per la buddy comedy (ricordiamo un titolo tra tutti, Arma Letale), Shane Black ha rilanciato la sua carriera qualche anno fa con la regia di Iron Man 3 e da allora è rimasto un punto di riferimento per film d’azione ricchi di ironia e intrighi complottistici che sono in realtà soprattutto lo spunto per mettere in scena caratteri decisamente bigger than life.

Una formula che si adatta perfettamente a questo suo nuovo film, a cui una coppia di interpreti davvero azzeccatissima (per fisicità, stile di recitazione, capacità di interazione e chi più ne ha più ne metta) dà quella marcia in più in grado di creare un ottimo esempio di intrattenimento destinato a un pubblico non certo di giovanissimi (per la violenza esibita – pur se problematizzata – e la notevole dose di nudo e linguaggio crudo), ma capace di godersi un divertissement di livello.

L’affresco d’epoca (che si prende qualche libertà sia nella colonna sonora che nella messa in scena, ma del resto non si tratta certo di un film per puristi) è funzionale a raccontare due personaggi di “perdenti” molto diversi tra loro, che un mistero legato a una ragazza scomparsa e alla morte di una divetta del porno (e più avanti anche all’industria automobilistica) mette insieme in un’indagine dai tratti spesso surreali.

La coppia di opposti (che in molti, tra cui gli stessi attori protagonisti, hanno accostato non poi così a torto ai nostri Bud Spencer e Terence Hill) è di quelle non originalissime, ma riuscite grazie al tocco di verità che Russell Crowe, nei panni strabordanti di un picchiatore non privo di coscienza, e Ryan Gosling, detective da strapazzo con una figlia anche troppo saggia, sanno dare senza perdere in leggerezza.

Si potrà forse dire che la trama procede talvolta per scatti e semplificazioni magari eccessive, ma la verità è che il film di Black funziona nella misura in cui ci si appassiona ai destini bislacchi dei suoi protagonisti, che, a dispetto della profanità del contesto in cui si muovono e dei loro stessi numerosi difetti, alla fine, anche grazie allo sguardo di una ragazzina sono capaci di “fare la cosa giusta”. Se anche il loro impegno sembra scontrarsi con un nemico troppo forte (il senso di inutilità della loro battaglia è amplificato dall’astuto riferimento allo scandalo dei controlli sugli scarichi delle auto, che è tornato alla ribalta l’anno scorso con la vicenda di Volkswagen & C….), alla fine allo spettatore resta il sapore positivo di una amicizia maturata nelle improbabili avventure di questi due eroi così poco eroici, ma alla fine capaci di mettersi dalla parte dei buoni….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN NOME DI MIA FIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/06/2016 - 12:39
Titolo Originale: Au nom de ma fille
Paese: Francia, Germania
Anno: 2015
Regia: Vincent Garenq
Sceneggiatura: Julien Rappeneau, Vincent Garenq
Produzione: LGM CINÉMA, BLACK MASK PRODUCTIONS, STUDIOCANAL, TF1 FILMS PRODUCTION, IN COPRODUZIONE CON NEXUS FACTORY, UMEDIA, ARENA MULTIMEDIA GROUP
Durata: 87
Interpreti: Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Dany, Christelle Cornil, Lilas-Rose Gilberti

Nel 1982, André Bamberski viene informato della morte di Kalinka, sua figlia quattordicenne, mentre si trovava in Germania, ospite del dottor Krombach, il compagno della sua ex moglie. I risultati dell’autopsia generano in Andrè forti sospetti che sia stato proprio il dottor Krombach ad uccidere sua figlia con un’iniezione, dopo aver abusato di lei. L’inerzia della polizia, la lentezza della macchina giudiziaria, resa ancora più complessa dal fatto che sono coinvolte le corti della Francia e della Germania, non scoraggiano Andrè, che impiegherà 27 anni per vedere il dottore in prigione. Il film è ispirato a un fatto realmente accaduto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra come la virtù della tenacia di un padre si trasformi in un disumano desiderio di giustizia a qualsiasi costo
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è scabroso (atti di violenza su delle minorenni) con la descrizione di alcuni dettagli raccapriccianti
Giudizio Tecnico 
 
Molto bravo il protagonista Daniel Auteuil; puntigliosa e attenta la regia per una storia che gioca la sua attrattiva nell’impegno del protagonista nello scoprire sempre nuovi cavilli giuridici
Testo Breve:

Tratto da una storia vera, in film ricostruisce, passo passo, la cronaca dei 27 anni che furono necessari a un padre per assicurare alla giustizia l’assassino di suo figlia. 

Negli anni ’70 esisteva ancora in Francia il reato di adulterio. Andrè utilizza appieno questa legge, presentandosi a casa dell’amante di sua moglie con un ufficiale giudiziario.

Il personaggio di Andrè è in questo modo, già delineato: non si accalora, non si sfoga arrabbiandosi come sarebbe umanamente comprensibile, quando intuisce che la moglie lo sta tradendo, ma organizza una vendetta a freddo. Quando sua figlia muore, un referto poco chiaro dell’autopsia è sufficiente per accusare il nuovo compagno della sua ex-moglie di omicidio. Tutti, data l’esiguità degli indizi, anche la sua ex moglie, pensano che l’accusa sia solo un mezzo che ha escogitato Andrè per vendicarsi. 

Andrè invece, più difficoltà incontra e più si intestardisce. Ormai vive solo dell’impegno di fare giustizia per la morte di sua figlia ed è pronto a sacrificarvi tutte le sue energie, fino ad abbandonare Cécile la compagna che per molti anni ha cercato di sostenerlo ma alla fine si è arresa, cosciente del fatto che Andrè non riesce ad occuparsi d’altro.

Il film si sviluppa come un giornale di cronaca, raccontando, anno dopo anno, le iniziative che intraprende Andrè, man mano che accumula molte sconfitte e poche vittorie. Una scelta stilistica motivata dalla giusta conclusione che in questo caso la realtà è risultata superiore ad ogni possibile immaginazione. L’interesse che il regista riesce a sviluppare intorno a questo caso  sta nel seguire la storia di Andrè, che riesce a trovare continuamente nuovi cavilli giuridici che costringono a riaprire il caso ogni volta che questo appare definitivamente chiuso. Non manca il colpo di scena finale con il quale Andrè, con metodi illegali, secondo il principio di “il fine giustifica i mezzi”,  riuscirà finalmente a mandare il prigione il dottor Krombach.

Il film, ben recitato da un ossessionato Daniel Auteuil, non può che lasciare perplessi.

Altri film hanno esaltato la virtù della tenacia paterna. Vorrei citare L’olio di Lorenzo e Misure straordinarie: in entrambi i casi un padre e una madre si improvvisano ricercatori per trovare un farmaco che possa salvare il loro figlio da una grave malattia e alla fine avranno successo.

Il caso di Andrè si sviluppa in modo  diverso. Anche in questo caso si tratta di ostinazione e tenacia paterna e lo spettatore per buona parte del film non può che parteggiare per lui, di fronte alla lentezza e alla noncuranza della magistratura. 

Ma lentamente la virtù umana si trasforma in qualcosa di disumano. E’ significativo il colloquio di Andrè con suo padre, che lo invita a desistere, accontentandosi della vittoria morale conseguita (il dr Krombach era stato condannato ma gli era stato condonato il carcere). Andrè invece continua a ritenere che solo una condanna completa potrà appagare la sua sete di giustizia per la morte della figlia.

Lo spettatore, alla fine dello spettacolo proverà, più che la soddisfazione per una causa vinta, l’amarezza della perdita di umanità da parte del protagonista.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRA LA TERRA E IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/01/2016 - 10:17
Titolo Originale: Masaan
Paese: India, Francia
Anno: 2015
Regia: Neeraj Ghaywan
Sceneggiatura: Varun Grover
Produzione: RISHYAM FILMS, MACASSAR PRODUCTIONS, PHANTOM FILMS, SIKHYA ENTERTAINMENT, IN COPRODUZIONE CON PATHÉ, ARTE
Durata: 103
Interpreti: Richa Chadda, Vicky Kaushal, Sanjay Mishra, Shaalu Gupta

Benares (Varanasi) al giorno d’oggi. Devi ha un incontro con il suo fidanzato ma la polizia irrompe nell’appartamento dove si sono rifugiati: rischiano una denuncia per comportamento indecente. Il ragazzo si chiude in bagno e si suicida. Devi deve cambiare città e lavoro per evitare lo scandalo mentre il padre (la madre è morta da tempo) è costretto a pagare un’ingente somma a un poliziotto corrotto per evitare che la sua famiglia venga disonorata. Deepak è uno studente di ingegneria e si innamora di un’altra studentessa, Shaalu, che però appartiene a una casta elevata, mentre Deepak è un dom, membro cioè della casta che ha il compito di cremare i cadaveri. La famiglia di Shaalu non accetta che i due ragazzi si sposino, ma Shaalu gli promette sostegno e gli chiede solo di avere pazienza. Deepak accetta ma la loro relazione avrà un risvolto inaspettato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c’è una particolare tensione etica nel film (il poliziotto che corrompe appare nella norma) ma solo una dolente rassegnazione a un fato indecifrabile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida scena, senza nudità, di incontro amoroso
Giudizio Tecnico 
 
Stupenda fotografia per un racconto di storie parallele che sembrano procedere senza una logica che li unisca, se non per un destino che appare indecifrabile. Premio Fipresci a Cannes 2015
Testo Breve:

Due storie di amori giovanili  a Benares, la città santa degli indù. Un conflitto fra passato e presente, fra nuove e vecchie generazioni, una stupenda fotografia del Gange e della città santa

Si parla tanto di Bollywood e finalmente ecco una produzione indiano-francese che non cerca di imitare Hollywood ma che ci introduce in una realtà squisitamente indiana: come personaggi, come storia e come ambientazione. Il racconto si svolge a Benares (ora Varanasi), la città santa degli induisti e se c'è un livello di eccellenza in questo film lo troviamo proprio nella bellezza della fotografia, sopratutto nelle riprese notturne, quando il Gange si illumina dei mille riflessi dei falò che ancora restano accesi a bruciare i corpi dei morti (ogni induista desidera che vengano sparse le proprie ceneri nel Gange e il titolo originale del film, Masaam, vuol dire appunto crematorio).

Che si tratti di un film con sensibilità diversa da quella occidentale, lo si nota subito da alcune sequenze un piccolo orfano, particolarmente vivace, viene sgridato a suon di scappellotti. Credo che una scena di questo genere non si veda nel cinema occidentale almeno dagli anni '50. Anche la scommessa che ogni giorno fanno gli adulti sulle rive del Gange su quale dei tanti orfanelli che si cimentano riuscirà a prendere più monetine sul fondo del fiume, con il rischio di restare soffocati, è una sequenza che viene ripresa più volte in modo acritico, come una consuetudine di quella città.

Tre storie avanzano in parallelo: la giovane Davì, colta dalla polizia a letto con il suo ragazzo, deve trovare un nuovo lavoro per evitare i pettegolezzi; l'amore, tenero ma impossibile, fra i due studenti universitari Deepak e Shaalu, forse l’episodio più felice e luimnoso del film, che debbono gestire assieme il problema, che appare insormontabile, della loro differenza di classe; infine il padre stesso di Davì che viene catturato dal demone della scommessa e che non esita a sfruttare un piccolo orfanello perché lo faccia vincere durante le gare sulla ricerca delle monetine nel fiume.

Le tre storie si muovono in modo autonomo; saranno alcuni eventi fortuiti a riunirle verso la fine (in questo ricorda molto Babel del regista Alejandro Gonzàlez Inàrritu) ma tutte comunque sono attraversate da tragici eventi.

Al film si possono dare diverse chiavi di lettura.  Nei suoi risvolti sociali, il film può essere interpretato come una denuncia verso certe tradizioni radicate che soffocano la libertà dei giovani (le differenze di casta, le leggi contro le relaioni fuori del matrimonio). Una denuncia che viene aggravata dal fatto che chi detiene autorità, nella società indiana,  non costituisce un modello positivo: è il caso del padre di Davì e del polziotto corrotto. Si tratta comunque di una lettura che potrebbe risultare troppo occidentale: è noto infatti che le caste ci sono, in una visione induista, non per qualche ingiustizia compiuta dagli uomini ma perché esiste il samsara, la perenne incarnazione in nuove vite, in una casta superiore o minore a seconda del iudizio che viene dato al nostro comportamento.

Un’altra lettura, anch’essa squisitamente occidentale, può considerare eccessivo il livello di sventure in cui incorrono i nostri giovani, conseguenza di una debole sceneggiatura che vuole caricare il racconto di tinte particolarmente melodrammatiche.

La lettura giusta potrebbe essere un’altra: l’esistenza di un fato imperscrutabile al di sopra della comprensione umana, la vita come illusione (māyā), l’uomo afflitto da una sorta di ignoranza metafisica (avidyā), costretto a contemplare eventi che sembrano accadere accidentalmente e che l’uomo non è in grado di decifrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JULIETA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2016 - 16:39
Titolo Originale: Julieta
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: EL DESEO
Durata: 96
Interpreti: Emma Suárez, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta

Julieta è una giovane insegnate di letteratura classica che inizia una relazione con un pescatore dalla vita sentimentale complicata. Da lui ha una figlia. Una serie di circostanze sgradevoli e drammatiche, un tradimento e un tragico evento, rovineranno l’armonia e la felicità familiare di Julieta.  

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Almodovar propone un modello di donna molto bella, ma debole e depressa, incapace di reagire di fronte agli eventi. Julieta è completamente concentrata su se stessa e carica la propria figlia della responsabilità della propria felicità. La sua storia è assai articolata ma esasperata da una drammaticità eccessiva e poco realistica
Pubblico 
Maggiorenni
Adulti, a causa di una storia complessa e due scene erotiche
Giudizio Tecnico 
 
Una regia pregevole, ottime musiche e una fotografia ben composta per un soggetto inesistente. Bravissime le interpreti, Adriana Ugarte, nei panni della Julieta giovane, ed Emma Suarez, la Julieta più matura, alle quali viene applicato anche uno straordinario lavoro di trucco che le fa sembrare davvero la stessa persona in epoche diverse della vita
Testo Breve:

L'ultimo film di Pedro Almodovar conferma il suo stile: ottimo narratore e regista, in grado di dirigere efficacemente le protagoniste ma questa volta la sceneggiatura è inesistente

Pedro Almodovar sa raccontare storie e anche in questo suo ultimo lavoro si conferma un ottimo narratore e regista, soprattutto per aver saputo confezionare un film del tutto privo di sostanza che incredibilmente però non annoia il pubblico. Julieta è ispirato a tre diversi racconti di Alice Munro condensati in un’unica storia sul rapporto di una madre con sua figlia.

Il racconto procede attraverso lunghi flash-back, comincia da prima ancora che la bambina di Julieta nascesse, quando una giovane insegnante di letteratura classica durante un viaggio in treno conosce per caso l’uomo che diventerà il padre di sua figlia. A cominciare da questo primo incontro Almodovar si sforza di gettare una luce drammatica e triste su tutta la storia. Quasi come una sorta di maledizione, l’incontro dei due amanti infatti avviene sullo sfondo di un tragico evento. Tuttavia nel voler caricare di pathos la storia, anche laddove è difficile trovarne, si percepisce una forzatura narrativa che si protrae lungo tutto il corso del film. Ogni circostanza viene vissuta dalla protagonista e mostrata al pubblico con drammaticità esasperata ed eccessiva.

Julieta è certamente una donna provata da un grande dolore che si trova a perdere pian piano tutta la gioia dei suoi affetti più cari, ma al tempo stesso è anche un personaggio fragile, limitato e del tutto irresoluto, si fa carico di colpe che non ha, ma non prova mai a reagire e si lascia immobilizzare completamente dalle difficoltà della vita. Almodovar propone un interessante modello di donna: le due attrici che interpretano la Julieta giovane, Adriana Ugarte, e la Julieta più matura, Emma Suarez, sono due donne, ciascuna a modo suo, molto affascinanti esteriormente ma la protagonista resta un personaggio privo di vigore e di determinazione, il cui dolore è esageratamente esasperato.

La figlia di Julieta sembrerebbe, verso metà del film, l’unica che, da un punto di vista femminile, potrebbe risollevare le sorti della storia, ma purtroppo resta una presenza sfumata, distante e debole, quasi solo un pretesto. Mentre la presenza dei personaggi maschili è quasi del tutto inesistente. Gli uomini di Almodovar sono figure castrate, come la scultura che compare a più riprese nel film, sono personaggi o inaffidabili da un punto vista sentimentale o poco rilevanti da un punto di vista narrativo. Persino le scene erotiche, soprattutto la prima, risultano passaggi simbolici poco utili ai fini del racconto.

Tutto ruota intorno a Julieta e alla sua perduta felicità. Il vero problema di Julieta a ben vedere è proprio quello di aver riposto nei suoi cari, nella figlia in particolare, la sua ragione di vita e la sua sola fonte di gioia: una responsabilità e un carico eccessivo per chiunque e soprattutto per una ragazza.

Al termine della storia Almodovar chiude il cerchio, ma, sebbene rimanga la straordinaria abilità narrativa di un cineasta di grande esperienza, il finale arriva scontato e ancora una volta forzato e poco realistico.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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FIORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2016 - 16:36
Titolo Originale: Fiore
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Claudio Giovannesi, Filippo Gravino, Antonella Lattanzi
Produzione: PUPKIN PRODUCTION, IBC MOVIE, CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Valerio Mastandrea

Daphne e Josh sono due ragazzi reclusi in un carcere minorile, una nell’ala femminile e l’altro in quella maschile. I due si conoscono e cominciano a frequentarsi a distanza e nonostante la separazione a cui sono costretti ;tra loro nasce un sentimento d’amore forte e profondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fiore racconta la storia semplice di un amore genuino e fresco che nasce nel grigiore di un carcere e mostra come anche nel mezzo di una realtà dura e spietata creata da un modo incapace di prendersi cura dei sui figli, sia possibile ritrovare speranza e affetto. I due protagonisti si comportano con l’impulsività di due ragazzi che conoscono l’amore per la prima volta, ma il racconto mantiene la tenerezza e l’innocenza di un sentimento pulito e sincero. Gli addetti alla vigilanza e all'intrattenimento nel carcere sono persone attente e comprensive delle esigenze di questi ragazzi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di nudo femminile
Giudizio Tecnico 
 
Il film è stato realizzato ponendo grande attenzione agli aspetti più realistici della vicenda, sia dal punto di vista della costruzione dei personaggi che da quello della riproduzione degli ambienti. Gli interpreti sono ragazzi che, in un modo o nell’altro, veramente hanno vissuto la dura realtà criminale giovanile e il luogo in cui è stato girato il film è stato in passato un vero carcere minorile. Tutto ciò conferisce realismo e credibilità alla storia senza appesantirla indugiando troppo sugli aspetti sociologici della vicenda.
Testo Breve:

Daphne e Josh, due adolescenti dediti al furto, si trovano nello stesso carcere minorile. Una semplice e realistica storia d'amore non appesantita da analisi sociologiche

Una storia d’amore, né più né meno: questo è Fiore. Una storia antica come tutte ma attuale e assai moderna, semplice come un fiore, appunto, ma che coinvolge dall’inizio alla fine. Fiore è stato scelto per il programma della Quinzaine des Rèalisateurs, sezione parallela del Festival del Cinema di Cannes 2016, e in quell’occasione il giovane regista Claudio Giovannesi ha spiegato che il film è nato per raccontare la storia di un giovane amore che nasce e cresce nonostante distanze, ostacoli, separazioni e difficoltà.

Josh (Josciua Algeri) e Daphne (Daphne Bonori) sono i protagonisti: un Romeo e una Giuletta contemporanei immersi nel duro mondo della delinquenza minorile e separati dal rigore della detenzione, disperatamente desiderosi di libertà e di una vita normale. Daphne è un’adolescente introversa, con una famiglia problematica alle spalle, che finisce arrestata per rapina. È profondamente innamorata di suo padre Ascanio, anche lui ex- detenuto, che però non può occuparsi di lei, interpretato in modo autentico e convincente da Valerio Mastandrea.

Nel carcere minorile in cui è detenuta per scontare la sua pena, Daphne si ritrova per caso a conversare con un ragazzo, anche lui recluso nell’ala maschile per rapina. Tra le grate che separano i due cortili e le sbarre delle finestre, con sguardi in lontananza e biglietti clandestini, i due giovani coltivano il loro rapporto in modo sempre più profondo, anche a rischio di ricevere dure sanzioni.

Nonostante la durezza dei loro caratteri, tra i due protagonisti sboccia un sentimento intenso, delicato e sincero, che li aiuta a sopportare la pesantezza della loro condizione di vita, attuale e passata, e a trovare un loro speciale spazio di libertà.

Fiore riesce davvero a rappresentare in modo vivido e realistico il mondo di due adolescenti immersi in un qui e ora che non conosce futuro, ma solo la felicità del presente. Per questo sono anche capaci di non giudicare troppo gli altri e possono continuare a sperare ancora nel bene. Il regista, che per realizzare questo film ha visitato diversi carceri minorili per comprendere e rappresentare al meglio questa realtà, ha raccontato di aver scoperto con stupore che i ragazzi, anche quando hanno commesso dei reati, ancora mantengono un fondo di purezza e genuinità che li salva.

Fiore non nasconde i turbamenti adolescenziali e sessuali che i ragazzi continuano a vivere anche in mezzo al rigore della vita carceraria, eppure in questa storia ogni rapporto affettivo mantiene un fondo di tenerezza, innocenza e dolcezza proprio di quei giovani alla disperata ricerca di un affetto vero e disinteressato. Perché sono proprio l’amicizia e l’amore che alimentano la speranza in una vita migliore in questi ragazzi cresciuti in un mondo di adulti spietato e opportunista.

Nel cercare di vivere il loro amore Daphne e Joshua sono consapevoli di rischiare molto ma le loro scelte, sicuramente impulsive e incoscienti, sono dettate dal solo desiderio di condividere qualche istante di felicità con l’altro. Come due bambini in loro non c’è malizia ma solo il bisogno di un affetto mai conosciuto prima.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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LA PAZZA GIOIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/18/2016 - 17:00
Titolo Originale: La pazza gioia
Paese: Italia, Francia
Anno: 2016
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Paolo Virzì
Produzione: 01 Distribution
Durata: 116
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Anna Galiena, Valentina Carnelutti, Marco Messeri

Beatrice Morandini non alza un dito per aiutare le sue compagne nei lavori di giardinaggio che svolgono nella comunità di accoglienza e terapia in cui sono rinchiuse: il suo lignaggio non glielo consente ma in compenso le dirige tutte con competenza e autorità. Donatella Morelli è più giovane, ha un aspetto malfermo ed è sempre triste: si porta dentro la sofferenza di aver perso la custodia del figlio, che ora ha trovato una famiglia adottiva. Donatella non ama Beatrice, perché si sente troppo superiore alle altre ma quando entrambe si trovano di fronte alla possibilità di scappare, decidono di farlo insieme…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni protagonisti secondari del film (operatori sanitari, una coppia di genitori adottivi) mostrano di avere grande sensibilità umana ma la famiglia non è ben rappresentata: l’egoismo dei singoli impedisce loro di prendersi cura dei componenti più deboli.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena sgradevole di una madre che tenta il suicidio trascinando con se il proprio figlio
Giudizio Tecnico 
 
Il film si sostiene grazie alla poderosa bravura di Valeria Bruni Tedeschi e di Micaela Ramazzotti e a una sceneggiatura sensibile alle disabilità. La regia presenta alcune ripetizioni e alcune stanchezze
Testo Breve:

Due donne mentalmente instabili riescono a fuggire dalla comunità dove sono segregate. Un road movie senza meta con una magnifica Valeria Bruni Tedeschi. Una sceneggiatura sensibile e piena di comprensione nei confronti di chi non può esser padrone della propria vita

Il regista Paolo Virzì ha l’indubbia capacità di realizzare (con l’aiuto di ottimi attrici), personaggi che sembrano sprigionare una energia inesauribile: nei suoi film non è la storia che avanza ma sono i protagonisti che esternano se stessi e tutto ruota intorno a loro.

E’ il caso di Beatrice Morandini (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, mai così brava): una donna dell’alta borghesia, che ci tiene a essere tale, dai modi formalmente cortesi ma elegantemente distaccati, esuberante e curiosa, che ritiene di poter entrare nella vita degli altri perché lei, con le sue conoscenze, è in grado di risolvere ogni problema. Donatella Morelli (una magrissima e trasfigurata dai tatuaggi Micaela Ramazzotti) è molto diversa: ballerina di locali notturni dal passato tempestoso, è melanconica di natura e ha una pena nel cuore: aver perso la cura di suo figlio, affidato a una coppia di genitori adottivi. Entrambe le donne mentalmente labili e con queste due attrici il film avanza da solo, in un convulso on the road estivo per le città della Toscana. A metà film si percepisce che quello che è il pregio del film finisce per diventare anche il suo difetto: una volta che ci sono noti i caratteri delle due donne, queste replicano se stesse in tutte le circostanze insolite in cui si imbattono nel loro girovagare senza meta, senza che al racconto si aggiungano contributi di rilievo, se non il rispettivo scoprirsi sempre più amiche, unite da uno stesso destino di solitudine.

Il film è il frutto di uno stretto sodalizio fra due sceneggiatori: Francesca Archibugi e lo stesso Paolo Virzì. Il film non soffre di disarmonie ma sembra spesso di poter cogliere i momenti dove prevale la mano di Francesca piuttosto che quella di Paolo. Se al secondo sono facilmente attribuibili i caratteri esuberanti delle due protagoniste, c’è una varietà di personaggi secondari, tratteggiati con grande sensibilità umana nei quali non si può non scorgere la mano della sceneggiatrice. Gli operatori sanitari della casa di accoglienza sono particolarmente attenti e premurosi nei confronti delle loro pazienti ospiti e mostrano sincero affetto per loro; molto bella è anche la figura di una coppia di genitori adottivi, attenti a cercare di comportarsi sempre secondo quello che è il vero bene del bambino.

Il film potrebbe ricordare in qualche momento Thelma e Louise ma se le due donne del film di Ridley Scott fuggivano da pesanti condizionamenti sociali; Beatrice e Donatella non riescono a sfuggire dal disordine della loro mente; potrebbe anche ricordare Il sorpasso, altro film on the road dove i due protagonisti, così diversi come storia e come carattere, si riscoprono alla fine amici. Ma potrebbe anche ricordare l’Ottavo giorno espressione di sensibile attenzione e affetto per un’altra forma di handicap  (la sindrome di Down). Con quest’ultimo condivide certe sequenze di aspirazione alla libertà (anche ne L’ottavo giorno un gruppo di ragazzi down inizia a guidare un pulmino, procurando molti disastri) che per il loro scarso realismo finiscono per apparire delle licenze letterarie.

La regia di Virzì, questa volta non è eccezionale: c’è un po’ di stanchezza a metà film e il finale rappresenta, in eccesso, quanto lo spettatore aveva già compreso da tempo. Bisogna inoltre sottolineare l’esistenza di una scena sgradevole: il tentativo di suicidio di una madre assieme al suo bambino, raccontata in soggettiva dal punto di vista della madre, quasi in forma poetica, come il raggiungimento di una pace a lungo cercata. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PERICLE IL NERO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/14/2016 - 06:27
Titolo Originale: Pericle il nero
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Stefano Mordini
Produzione: Buena onda, Rai Cinem
Durata: 105
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Marina Foïs, Gigio Morra

Pericle Scalzone ha un lavoro semplice e brutale, deve intimorire i nemici del suo boss, Don Luigi, usando su di loro una violenza, più che fisica, morale. Un giorno però commette un errore grave: colpisce la persona sbagliata. Braccato, Pericle comincia la sua fuga disperata dal passato.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Pericle inizialmente sembra quasi un animale, ma lungo il percorso del film acquisisce una maggiore consapevolezza di sé. Eppure, sebbene nel corso della storia acquisisca una maggiore consapevolezza della sua individualità, gli atti violenti che continua ad usare non gli consentono di liberarsi veramente del peso del suo passato e delle sue colpe per ricominciare davvero come una persona nuova. L’ambientazione mafiosa non sembra avere alcuna finalità di denuncia ma piuttosto sembra solo un pretesto per giustificare la violenza.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scena di violenza fisica e a sfondo sessuale e scene di sesso anche pornografiche
Giudizio Tecnico 
 
Il film gode di un buon coordinamento tra fotografia, musica, recitazione e narrazione, che fanno di questo lavoro un buon noir dal sapore molto introspettivo, ma nel complesso risulta un po’ lento alla visione.
Testo Breve:

Pericle il nero ha un lavoro semplice e brutale: quello di intimorire i nemici del suo boss. Un racconto cupo e violento che sembra aprirsi a un cammino di redenzione  che in realtà resta incompiuto

Il mistero sulla professione di Pericle il nero è svelato già nelle prime scene di questo film di Stefano Moridini, interpretato da Riccardo Scamarcio, che ne è anche uno dei produttori. Pericle lavora per conto di un boss camorrista emigrato in Belgio, Don Luigi, dal quale viene inviato, più che per punire, per umiliare, fisicamente e moralmente, i suoi oppositori.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, ma Scamarcio e Moridini hanno apportato più di una modifica rispetto al libro. La storia infatti non è più ambientata a Napoli, ma in Belgio, in un cotesto del tutto spersonalizzato. Lo stesso protagonista appare assai diverso, soprattutto nell’aspetto, dal Pericle descritto nel romanzo, quest’ultimo è più anziano, truce e del tutto privo di fascino, mentre quello interpretato da Scamarcio risulta sicuramente più virile.

Pericle il nero è un uomo senza passato, bloccato in un presente grigio, triste e vuoto. Il film più che una storia delinea i contorni di un personaggio che si scopre diverso dall’immagine che le persone intorno a lui gli hanno sempre rimandato. Inizialmente è poco più che un animale, una bestia che risponde ai comandi del suo boss in modo quasi meccanico, ma è anche un uomo solo che anestetizza i propri sentimenti e i propri pensieri con forti dosi di stupefacenti. Questo terribile equilibrio viene spezzato da un errore. Per sbaglio l’uomo, durante una spedizione punitiva nei confronti del parroco del quartiere, che sembrava aver osato diffamare il boss, colpisce una donna innocente.

Pericle si scopre capace di uccidere e comincia così una fuga da se stesso e dal mondo violento in cui era sempre vissuto, il solo che lui conoscesse. Il protagonista compie un viaggio attraverso la propria oscurità interiore alla ricerca di un'umanità che lo tormenta ma non lo redime e non viene mai del tutto fuori.

Lungo il succedersi delle poche vicende del film, Pericle in realtà sprofonda sempre più verso il basso per scoprire la sua vera natura, ma, pur riuscendo ad affrancarsi da una realtà che lo affossa come persona nella sua dignità, non si riscatta mai veramente. Con una donna, che incontra per caso a Calais, scopre che dietro la sua brutalità vive il desiderio di costruire dei legami familiari fondati sull’affetto. Prende coscienza di se stesso come individuo autonomo, ma in realtà non riesce a trovare una strada per migliorarsi e per distaccarsi dalla violenza e disumana a cui è abituato.

Man mano che scopre la verità sul suo passato, sia recente che lontano, nasce in Pericle un desiderio di vendetta, contenuto e misurato, ma che lo trasporta in un nuovo tipo di oscurità.

Fotografia, regia e recitazione vanno di pari passo e si sviluppano sugli stessi toni grigi e mesti del mondo interiore del protagonista creando una indiscutibile armonia d’insieme. Meno apprezzabile è l’abuso un po’ ritrito del tema mafia e dintorni, che in questa, come in altre produzioni, sembra rivolto soprattutto a voler giustificare la narrazione di storie violente e crude, ricche di immagini e scene dal forte impatto dure da sostenere.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MONEY MONSTER - L'ALTRA FACCIA DEL DENARO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/13/2016 - 10:04
Titolo Originale: Money Monster
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jodie Foster
Sceneggiatura: Jamie Linden, Alan DiFiore, Jim Kouf
Produzione: SMOKEHOUSE PICTURES, ALLEGIANCE THEATER, SONY PICTURES ENTERTAINMENT (SPE), TRISTAR PICTURES, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Durata: 98
Interpreti: George Clooney, Julia Roberts

Il celebre presentatore televisivo finanziario, dalla vita agiata, Lee Gates e la regista del suo programma Patty si ritrovano improvvisamente catapultati in una situazione di pericolo quando il giovane Kyle Budwell,disperato per aver perso tutto a causa di un investimento sbagliato, suggerito dal programma , fa irruzione nello studio televisivo in cui è in corso la trasmissione, sequestrandoli con l’uso delle armi. In una lunghissima diretta al cardiopalmo, seguita da milioni di persone con il fiato sospeso, Lee e Patty sono costretti a lottare contro il tempo per dare risposte all’attentatore e per svelare cosa si nasconde dietro una cospirazione , cosa è accaduto davvero, e chi ne è responsabile.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film adatto ad un pubblico adulto (o comunque ragazzi accompagnati da adulti) per i temi trattati e la presenza di alcune scene di violenza.
Pubblico 
Maggiorenni
Film adatto ad un pubblico adulto per i temi trattati e la presenza di alcune scene di violenza.
Giudizio Tecnico 
 
Un prodotto ben fatto, con una regia dinamica, mai banale, dal ritmo serrato,.La sceneggiatura è scritta accuratamente. George Clooney rende magistralmente la parabola di un uomo che sembra concentrato solo su se stesso, se che invece si dimostra animato da un forte senso di giustizia, mentre Giulia Roberts è fin troppo perfetta nell’accompagnarlo in questa palpitante scoperta della verità.
Testo Breve:

Un altro film sullo strapotere della finanza e sull'impossibilità di dominarla, con la connivenza dei media. Un film appassionante ma pessimista nelle conclusioni

Il denaro, con il suo fascino ammaliatore, accentratore, manipolatore e vulnerabile,domina e muove le fila nel nuovo interessante film di Jodie Foster, “Money Monster”, presentato fuori concorso alla 69 edizione del Festival di Cannes.

Jodie Foster costruisce un affascinante thriller-inchiesta, in cui, attraverso l’abilità dell’intraprendente conduttore e la determinazione della sua regista, si riescono a svelare gli squallidi meccanismi che spesso si celano al di là di grandi società finanziarie ,il tutto davanti alle telecamere che seguono, tra primi piani e panoramiche, ogni passo verso la verità.

Un film quasi metacinematografico , o meglio in bilico sui meccanismi della televisione, sui suoi tempi, i suoi spazi, i suoi ruoli, che si compone proprio in tempo reale per il pubblico in sala e per il pubblico del programma, che segue in diretta gli eventi, divenendo a sua volta uno dei protagonisti.

Money Monster è un prodotto ben fatto, con una regia dinamica, mai banale, dal ritmo serrato, in grado di creare quella giusta tensione che consente di rimanere attratti dal vortice delle azioni e di instaurare inoltre una profonda riflessione. La sceneggiatura infatti è scritta accuratamente e tratta un tema fortemente attuale in una società completamente soggiogata dal dio denaro e succube di esso, delle sue manovre e di chi lo gestisce , mostrando gli ingiusti intrighi e le atroci imposture che si compiono ai danni dei più deboli ed ingenui, grazie soprattutto ai personaggi, dotatati di spessore e in costante evoluzione, e ai loro interpreti.

George Clooney rende magistralmente la parabola di un uomo che sembra concentrato solo su se stesso, sui suoi interessi e sulla sua immagine, e che invece si dimostra animato da un forte senso di giustizia, pronto con coraggio a tutto pur di ottenerla , mentre Giulia Roberts è perfetta , probabilmente pure troppo, nei panni della sua regista e spalla, costantemente precisa nell’accompagnarlo in questa palpitante scoperta della verità.

Interessante è anche il personaggio dell’attentatore, ragazzo fragile, disperato, all’apparenza spietato, eppure solo esasperato dalla perdita e dalla truffa perpetrata ai danni suoi e di tanti altri investitori, e desideroso di dare una risposta alle sue domande, a portare a galla la verità, e a fare giustizia, anche impugnando le armi, anche infrangendo la legge, anche sfociando nella stessa ingiustizia. .

“Money Monster” si rivela quindi un film efficace, entusiasmante, tutto d’un fiato, dominato da una sottile vena di cinismo, che silenziosamente lo pervade nel delineare l’immagine di un mondo perennemente ingannato, vittima degli interessi dell’economia, dei più forti, e in cui cercare di affermare il senso di lealtà e giustizia appare difficile, se non impossibile.

 

 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WHERE TO INVADE NEXT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/10/2016 - 15:26
Titolo Originale: Where to invade next
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Produzione: Dog Eat Dog Films, IMG Films
Durata: 119

Michael Moore simbolicamente invade una serie di nazioni per prenderne spunto e migliorare le prospettive degli USA e scopre che le soluzioni ai problemi più radicati in America esistono già in altri paesi del mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
l film parte dal principio apprezzabile del rispetto della dignità dell’uomo e del suo diritto alla felicità ma propone spesso idee e soluzioni forzate, a volte semplicistiche, non universalmente applicabili, sebbene ne abbia la pretesa, e soprattutto non sempre veramente rispettose della persona e della vita, come quella di ritenere che le leggi a favore dell'aborto favoriscono l'emancipazione della donna
Pubblico 
Adolescenti
Per la maturità necessaria per giudicare le tematiche affrontate
Giudizio Tecnico 
 
Michael Moore si conferma un ottimo comunicatore, riesce a trasmettere concetti a volte elaborati con semplicità sconcertante e con un ritmo brioso e accattivante che non annoia mai
Testo Breve:

Michael Moore in giro per l'Europa alla ricerca di buone idee per il suo paese. Un documentario ironico e divertente ma alquanto semplicistico su temi che meriterebbero un maggiore approfondimento

 

“Ho invaso il vostro grande paese per rubare le vostre idee migliori”: così il regista Michael Moore torna sul grande schermo dopo sei anni di assenza con una delle sue nuove inchieste scomode e divertenti. Questa volta però, dice il documentarista, la sua intenzione è quella di visitare una serie di nazioni europee per “raccogliere i fiori e non le erbacce”; in altre parole Moore intende prendere spunto dalle eccellenze degli altri paesi per migliorare gli USA.

La sfida era quella di fare un film sull’America senza girare un solo fotogramma in America. Così, provocatorio ed esilarante come sempre, Michael Moore, nella veste di “invasore” pacifico che gira il mondo in cerca di esempi virtuosi da importare nel proprio paese, è riuscito a conquistare il pubblico nelle sale americane.

Where to invade next è un film decisamente demagogico ma simpatico, attraverso il quale il famoso documentarista intende mostrare, non solo ai propri concittadini, che in realtà le soluzioni ai più comuni e radicati problemi politici e sociali, come l’occupazione, l’istruzione, le tasse, la sanità, il sistema carcerario e bancario, esistono già nei diversi paesi del mondo e, cosa ancor più sorprendente, nella maggior parte dei casi sono state concepite proprio ispirandosi ai principi e agli studi nati negli USA.

Moore parte per il suo viaggio di conquista dell’Europa proprio dall’Italia, dove apprezza il trattamento lavorativo offerto dalle grandi aziende che garantiscono ferie e maternità ai propri dipendenti. Passa poi in Francia, Finlandia, Slovenia, Germania, Portogallo, Norvegia, Islanda e arriva persino in Tunisia.

La sua ricerca parte da un principio lodevole e fortemente condivisibile, Moore sembra cercare soluzioni politiche che essenzialmente siano incentrate sul valore e sul rispetto della persona umana e sul suo diritto ad una esistenza dignitosa e felice. L’idea di sottolineare e raccogliere quanto di positivo le varie politiche dei diversi Paesi d’Europa offrono è originale e meritevole. Il film inoltre ha il ritmo brioso, allegro, semplice e ironico proprio di Moore.

Tutto ciò è apprezzabile però a patto di tener presente che, per quanto sia un abilissimo comunicatore, il regista di questo lavoro resta pur sempre un uomo di spettacolo, non una guida politica e ancor meno morale.

Con Where to invade next infatti Michael Moore arriva a dimostrare quasi che il sogno americano è vivo un po’ ovunque tranne che in America. Eppure sembra non tenere conto delle circostanze particolari in cui ciascun Paese vive, come l’estensione del territorio, il clima, il numero di abitanti, la storia e la cultura di ogni popolo, che favoriscono lo sviluppo di alcune idee politiche invece che altre. Ma, cosa ancor più importante, in più di un passaggio Moore propone al pubblico un salto logico non dimostrabile e decisamente forzato. Come quando afferma che in Tunisia la legge in favore della libertà di scelta sull’aborto avrebbe favorito l’emancipazione della donna e di conseguenza anche lo sviluppo della democrazia.

Nel trattare altri temi il film ha inoltre il difetto di non presentare in modo del tutto oggettivo i vari aspetti e le diverse conseguenze di alcune soluzioni presentate come eccellenti. Quando Moore ad esempio sostiene che l’educazione sessuale nelle scuole in Francia ha significativamente ridotto il numero delle gravidanze in età adolescenziale, non tiene in considerazione le ricadute che questo genere di educazione porta nello sviluppo delle capacità affettive e relazionali dei giovani.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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