Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

MAI COSI' VICINI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/10/2014 - 15:00
Titolo Originale: And So It Goes
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Mark Andrus
Produzione: CASTLE ROCK ENTERTAINMENT, FORESIGHT UNLIMITED
Durata: 94
Interpreti: Michael Douglas, Diane Keaton, Sterling Jerins

Oren Little, agente immobiliare di successo quasi in pensione, è vedovo e da tanti anni non vede suo figlio Kyle, un tossicodipendente segno vivente del suo fallimento come padre. Un giorno Kyle bussa alla sua porta: dovrà scontare nove mesi di prigione e gli chiede di prendersi cura di sua figlia Sarah di 10 anni, che non ha mai conosciuto sua madre. Oren dapprima dice di no ma poi spinto dalla vicina di casa Leah, vedova anche lei, finisce per accettare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre riesce ad avvicinare un figlio che considerava perduto. Elogio della natura e rispetto per le sue leggi
Pubblico 
Pre-adolescenti
L’uso di un linguaggio a volte esplicito e le fasi della nascita di un bambino potrebbero impressionare i più piccoli Tecnica
Giudizio Tecnico 
 
Michael Douglas e Diane Keaton sono pienamente all’altezza della loro fama e la regia è condotta con mestiere sicuro
Testo Breve:

Due vicini di casa, vedovi entrambi e che non si sopportano a vicenda, si trovano loro malgrado a fare il mestiere di nonni. Buona recitazione e buoni sentimenti

Se i protagonisti  sono Michael  Douglas e Diane  Keaton c’è da aspettarsi un film che affronti problemi tipici della terza età, fatto per un pubblico che si trova nelle stesse condizioni anagrafiche. La situazione in realtà non è così drammatica: Oren lavora ancora con successo come  agente immobiliare e Leah, che ha sempre fatto la cantante assieme a suo marito, continua a intrattenere il pubblico  in un bar di affezionati del sound melodico. I loro problemi non sono tanto fisici e la sceneggiatura evita di fare le solite battute sugli acciacchi dell’età (basterebbe ricordare Space Cowboys-2000) ma in loro pesa il rimorso di ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto e la nostalgia per la/il consorte che non c’è più. 

Oren ha fallito nell’educazione del suo unico figlio e non è riuscito a sottrarlo alla tossicodipendenza; Leah, troppo impegnata a occuparsi della carriera, ha perso l’opportunità di essere madre. L’arrivo della piccola Sarah sconvolge positivamente la traiettoria inerziale delle loro vite: Leah si prende cura di quella simil-nipotina che non ha potuto avere mentre Oren, dapprima riluttante, inizia a occuparsi di lei perché in questo modo riprende a occuparsi del figlio. E’ questo il tema portante del film; come ci si poteva aspettare, si sviluppa anche una storia romantico-sessuale fra i due neo-nonni ma questa,  più che il motore della storia, appare essere l’effetto indotto del loro nuovo modo di essere, dell’essere ormai in pace con il proprio passato.

In questo racconto c’è indubbiamente una prevalenza di buoni sentimenti e ciò è sempre stato molto pericoloso perché finisce per alzare il tasso di zuccheri ma per fortuna ci sono Michael  Douglas che immette una buona dose di cattiveria e qualche battuta riuscita mentre Diane  Keaton, forse da troppi film, si è specializzata nella figura di donna  instabile in cerca di affetto.

Fa piacere notare come il film sia portatore di un altro messaggio implicito ma ugualmente molto chiaro: lo fa parlandoci della metamorfosi del bruco in farfalla, della nascita improvvisa di un bambino, non in ospedale, ma su un divano del salotto mentre Oren si improvvisa ostetrico; nella scena finale dove tre famiglie si godono una giornata festiva con i loro bambini: la natura è una cosa meravigliosa, bisogna solo lasciare che segua il suo corso e  rispettarla senza alterarla.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA NOTTE IN GIALLO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/09/2014 - 19:12
Titolo Originale: Walk of Shame
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Steven Brill
Sceneggiatura: Steven Brill
Produzione: SIDNEY KIMMEL ENTERTAINMENT, FILMDISTRICT, LAKESHORE ENTERTAINMENT
Durata: 95
Interpreti: Elizabeth Banks, James Marsden, Gillian Jacobs, Sarah Wright

Meghan lavora come reporter in una rete televisiva di Los Angeles. Nello stesso giorno tutto il suo mondo crolla: il fidanzato decide di lasciarla e la sua candidatura a giornalista del telegiornale viene scartata. Per consolarla due amiche la portano in un locale notturno facendole indossare un seducente tubino giallo. La mattina dopo una telefonata sveglia Meghan: il posto da giornalista può essere ancora suo se si presenterà negli studi per le 17. La ragazza si accorge subito che la cosa non sarà facile: ha passato la notte, dopo una solenne ubriacatura, con il barista del locale e si accorge di trovarsi senza la macchina (è stata portata via dal carro attrezzi) senza un soldo e senza un documento di identità. Non le resta che avviarsi a piedi in cerca della sua auto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre ragazze disinvolte vanno in un locale per cercare degli uomini con cui trascorrere la notte
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio con continui riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Una regia senza fascino e una sceneggiatura incapace di spunti originali. Una occasione persa per Elizabeth Banks che qui è solo bella
Testo Breve:

Una ragazza attraversa a piedi i pericolosi sobborghi di Los Angeles senza soldi e senza cellulare, indossando solo un miniabito giallo. L’occasione di  realizzare una commedia divertente viene persa per le troppe ovvietà e una visione qualunquista dei pericoli delle grandi metropoli

Non occorre spendere molte parole su questo film, veramente indigesto.

Un provinciale a New York (1970) con Jack Lemmon affrontava una situazione molto simile: una serie incredibile di sfortunate circostanze rendevano la vita difficile a un provinciale che era arrivato a New York per un importante appuntamento. Ora è Meghan (Elizabeth  Banks) che si ritrova senza un soldo e una carta di identità a girare per i sobborghi di Los Angeles con indosso nient’altro che un miniabito color canarino che la fanno scambiare per una prostituta fuori orario. Spiace per Elisabeth Banks che ha avuto finalmente l’opportunità di recitare in un film come protagonista assoluta (dopo aver recitato, con molta ironia, la parte di Effie Trinket nella serie Hungher Games) ma in realtà viene soprattutto impiegata per la sua bellezza (per tutta la durata del film indossa il famoso abitino giallo) e non riesce a esprimere nessun’altro talento, a causa di una regia senza fascino  e una sceneggiatura senza originalità.

Si dovrebbe ridere per questa bionda che si aggira per i quartieri più malfamati di L.A. mentre dei poliziotti la scambiano per prostituta, una guidatrice di autobus per una spacciatrice di droga e di fatto nessuna la aiuta per eccesso di stupidità o per ottusità burocratica. 

Ciò che stride nel racconto è proprio quell’eccesso di sfortuna in cui Meghan incorre e che recide inesorabilmente il patto di credibilità con lo spettatore. La sceneggiatura tradisce inoltre non poco provincialismo nel collezionare tanti luoghi comuni sui pericoli delle grandi metropoli e sull’indifferenza della gente che le abita. 

Non poche incongruenze accrescono la sensazione di sgradevolezza: come mai a Meghan che all’inizio vediamo molto seria e dedita al lavoro, è sufficiente una serata un po’ triste per ubriacarsi e andare a letto con il primo (bel) ragazzo che ha incontrato (a dire il vero anche le sue amiche fanno lo stesso)? Come mai la sua concorrente per il posto di giornalista viene scartata per esser stata fotografata in intimità assieme a un’altra donna? Si tratta di un’insolita visione retrò rispetto ai tempi attuali dove una simile situazione sarebbe stato un motivo di interesse in più per la candidatura.

Un turpiloquio continuo e battute con riferimenti sessuali espliciti completano l’opera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOUSE OF CARDS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/07/2014 - 22:34
Titolo Originale: House of Cards
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: David Fincher, Eric Roth
Sceneggiatura: David Fincher, Eric Roth
Produzione: Media Rights Capital Trigger, Street Productions, Wade/Thomas Productions
Durata: 46
Interpreti: Kevin Spacey, Robin Wright, Kate Mara, Corey Stoll

Francis J. Underwood, portavoce del partito democratico, viene informato che il nuovo Presidente non lo ha selezionato per la carica di Segretario di Stato. Decide quindi di mettere in atto tutti i sotterfugi le manipolazioni mediatiche necessarie per screditare i suoi avversari e risalire in vetta. Sono sue indispensabili alleate la moglie Claire, che si aspetta anch’essa dei vantaggi dal successo del marito e la giornalista Zoe Barnes, disposta a pubblicare tutto ciò che lui vorrà, pur di far carriera con gli scoop che gli fornirà….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I protagonisti agiscono per motivazioni esclusivamente personali e non hanno scrupoli di utilizzare gli altri per raggiungere propri fini
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, espressioni esplicite su tematiche sessuali, uso di droga, qualche scena di nudo
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura, con una ricostruzione rigorosa dell’ambiente politico statunitense e con l’impiego di dialoghi particolarmente efficaci, fornisce un valido supporto all’ottima interpretazione di Kevin Spacey e Robin Wright
Testo Breve:

La conquista dl potere politico realizzata con il cinico presupposto che ognuno è ricattabile perché impegnato a soddisfare le proprie ambizioni. Un thriller politico molto ben realizzato che porta alle estreme conseguenze la non-etica della situazione  

 

C’erano una volta, un po’ di decenni fa, film di Hollywood e serial televisivi americani che parlavano soprattutto di amore. Il racconto poteva svolgersi nell’ambiente giornalistico o magari nel periodo della guerra di Corea ma alla fine il tema portante era una solo: un lui e un lei che si conoscevano e dopo varie vicissitudini scoprivano di essersi innamorati l’uno  dell’altra, pronti al matrimonio. In effetti, sembrava che non ci fosse nient’altro di più bello e attraente da raccontare.

Ora  arrivano sempre più spesso dagli Stati Uniti, fiction di contesto. Se si svolgono in ambiente ospedaliero come E.R , o all’interno di una rete televisiva come The News Room o nel mondo della politica come The West Wing o questo The House of Cards, ciò che viene portato in primo piano  è il lavoro professionale in sé, descritto nei suoi meccanismi con il massimo possibile dei dettagli. Certamente si sviluppano anche delle relazioni amorose fra colleghi ma in questa nuova single society, uomini e donne si realizzano soprattutto con il proprio lavoro; i rapporti amorosi servono per ottenere un po’ di compagnia, provare il piacere di stare insieme e non sono mai duraturi. In House of Cards il sesso è spesso usato come mero strumento di baratto per ottenere qualcosa in cambio. L’amore, quello che impegna e coinvolge per tutta la vita, deve essere stato dimenticato in qualche cassetto della scrivania.

Nella sesta puntata della prima stagione di House of Cards,  il presidente deve firmare la nuova legge sull’educazione. Nello stretto spazio della stanza ovale, i tecnici segnano sul tappeto la posizione esatta dove si dovranno posizionare le varie personalità: le più importanti accanto al Presidente, le altre più lontano. Sono provate le inquadrature delle telecamere: nessuno spettatore si accorgerà di questi segni fatti sul tappeto. Questo, come tanti altri particolari che si apprendono man mano che le puntate di House of Cards avanzano, come i retroscena prima degli incontri con il Presidente o le manovre delle lobby in occasione di importanti votazioni al congresso, conferiscono alla fiction un alto tasso di credibilità. E’ uno dei motivi del successo di questa serie  (tre Emmy Awards e  il Golden Globe a Robin Wright); gli altri sono costituiti dalla presenza di due bravissimi attori come Kevin Spacey nel ruolo del protagonista Frank Underwood e Robin Wright nella parte di sua moglie Claire e una sceneggiatura impeccabile, che episodio dopo episodio, mantiene alta la tensione puntando tutto su dialoghi raffinati e spesso manipolativi,  come ci si aspetta  da persone che non dicono mai la verità ma solo ciò che è più opportuno.

Alcune critiche americane hanno aggiunto un altro elemento, particolarmente significativo, che giustifica il successo della fiction:la serie piace perché, fatta la tara su certe situazioni sicuramente eccessive, lo spettatore è convinto che  il mondo della politica si muova proprio secondo le logiche descritte. Lo stesso ex-presidente Bill Clinton ha commentato: “Il 99% delle cose in quella fiction sono vere, l'1% è falso”

Tutto il racconto si regge su di un unico, fondamentale presupposto: ognuno, politico, imprenditore  o giornalista, brama di ottenere qualche cosa, quindi è ricattabile; in questo modo è possibile ottenere in cambio dei favori, garantirsi la fedeltà incondizionata di qualcuno oppure assicurarsi il silenzio di qualche scomodo testimone. Tutto il racconto ruota intorno a  Francis J. Underwood, portavoce del partito democratico che decide di tessere  una trama complessa e insidiosa per vendicarsi della mancata nomina a Segretario di Stato. E’ freddo e sempre lucido nella stesura delle sue trame e il suo cinismo senza limiti gli consente di sfruttare per i suoi scopi, tutte le persone che incrociano la sua strada. Sono molto istruttive le strette correlazioni che vengono evidenziate fra politica e informazione: anche i messaggi giornalistici debbono venir adeguatamente condizionati.

Si  badi bene che non ci troviamo di fronte a un’opera di denuncia: non viene  evidenziato ciò che è male per poi portare avanti l’azione di una persona onesta che riesce a stabilire la giustizia. Viene al contrario descritto un sistema omogeneo dove nessuno è interessato al bene comune (i politici) o alla verità (i giornalisti) ma ognuno agisce al solo scopo di avanzare nel successo personale e se poi solo alcuni vinceranno e tanti perderanno ciò è  l’effetto di una selvaggia  legge di selezione: sarà premiato solo chi saprà essere più spregiudicato e abile degli altri.

L’America è la patria del pragmatismo, ma qui ci troviamo di fronte a un ruthless pragmatism,un pragmatismo spietato. La soluzione di adottare per la messa in scena la quarta dimensione (a intervalli regolari Spacey parla direttamente al pubblico per spiegare le sue trame), se all’inizio può dare fastidio, in realtà è un altro metodo per guadagnarsi la complicità e quindi l’implicita approvazione da parte dello spettatore. 

SKY Atlantic ha terminato la trasmissione della prima serie. In autunno è stata programmata la seconda serie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME FARE SOLDI VENDENDO DROGA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/04/2014 - 19:01
Titolo Originale: How to Make Money Selling Drugs
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Matthew Cooke
Sceneggiatura: Matthew Cooke
Produzione: BERT MARCUS PRODUCTIONS IN ASSOCIAZIONE CON RECKLESS PRODUCTIONS
Durata: 96

Il film, con audace ironia, vuole essere una guida a come si possono fare tanti, tanti soldi vendendo droga. Con una corretta impostazione didattica, il film parte dal livello più basso della catena dello spaccio: i dealer di strada per arrivare agli importatori di grosse quantità, via mare o via terra. Il racconto è impreziosito da interviste a chi, lo spacciatore, lo ha fatto sul serio. Di fronte a questo business colossale dove i rischi non sono molti e a una guerra messa in atto dal governo degli Stati Uniti, che costa 25 miliardi di dollari ogni anno con modesti risultati, l’autore porta avanti una proposta scioccante….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non raggiunge l’obiettivo auspicato di indicare la pericolosità degli stupefacenti e mostra troppa simpatia nei confronti degli spacciatori
Pubblico 
Maggiorenni
Il film non raggiunge l’obiettivo auspicato di indicare la pericolosità degli stupefacenti e mostra troppa simpatia nei confronti degli spacciatori
Giudizio Tecnico 
 
Un sapiente montaggio mantiene alta l’attenzione durante tutta la durata del film ma il racconto appare teso solo a dimostrare la validità delle tesi dell’autore
Testo Breve:

Il documentario, insegnando  i trucchi del mestiere di uno spacciatore di droga, vuole mostrare  quanto sia facile fare soldi e quanto siano inutili le contromisure del governo americano. Un film ben fatto che sviluppa proposte molto discutibili

Mike Walzman è un  giovane che vive a Beverly Hills: come racconta lui stesso, quando frequentava l’high school si accorse che c’era fra i suoi coetanei una grande richiesta di cocaina. Decise quindi di vendere “pillole” ad amici e colleghi diventando ben presto il dealer più importante della zona.

Perché lo fece?  Per supportare il suo stile di vita, organizzare feste  all’Hermitage Hotel e chiudere la serata nella Penthouse Suite. I soldi gli conferivano un senso di potenza, davano sicurezza e il piacere di sentirsi circondato di rispetto e di attenzioni, sopratutto dalle ragazze.  

La sequenza che vi abbiamo raccontato evidenzia bene i pregi e i difetti di questo documentario.  

La sua originalità sta nel guardare il commercio della droga dal di dentro, nell’intimo della vita di persone che hanno vissuto questa esperienza. Ex-spacciatori raccontano davanti alla macchina da presa le motivazioni e i contesti nei quali hanno iniziato questo particolare commercio e in seguito lo  sviluppo esplosivo della loro "carriera”. Ma ascoltare direttamente delle persone coinvolte vuol dire, inevitabilmemte, trovarsi di fronte a dei racconti autogiustificatori. Ci vengono presentate situazioni e estrema povertà, di famiglie disgregate, spesso senza il padre, dove questi ragazzi si sono trovati molto presto a scoprire quanto fosse facile guadagnare tanto con poco impegno.

L’autore, Matthew Cooke,  cerca di spiegarci il fenomeno secondo le semplici ma inesorabili leggi di un mercato dove la domanda appare inesauribile: un mercato dal valore globale di 400 miliardi di dollari, dove  le coltivazioni della marjiuana e della cocaina risultano le più profittevoli del mondo. Fa più volte i conti in tasca agli spacciatori, mostrando come un ragazzo di 15 anni può guadagnare in un giorno più del salario di un operaio in un anno. Le controindicazioni ci sono ma a conti fatti appaiono gestibili: è bene avere sempre una pistola a portata di mano e quando qualcuno cerca di derubarti  è meglio uccidere che ferire, altrimenti tornerà per vendicarsi.  Non si può operare da soli è necessario far parte di una banda per aver la garanzia del territorio. Bisogna infine nascondere bene i soldi guadagnati perché se si va in prigione per 2-3 anni, si potrà dopo riprendere subito l’attività.

 In questo modo, di consiglio in consiglio, da una testimonianza all’altra, il documentario ci fa scalare la piramide della “catena di distribuzione”: dal semplice dealer all’ importatore dal Sud America di grandi quantità di coca via mare o via terra, fino a diventare membro dei cartelli internzionali. Nella seconda parte si sposta dall'altra parte della barricata: quella delle forze dell'ordine. Le critiche sono spietate: poliziotti che piazzano dosi di droga nelle abitazioni di chi vogliono incriminare, sostanziali discriminazioni di giudizio che portano a far si che il 90% delle persone in prigione per spaccio siano afroamericani o latini. Matthew Cooke punta il dito contro la DEA (Drug Enforcement Administration): inaugurata da Nixon negli anni ’70, ha avuto, con i presidenti successivi, sempre più soldi e potere con ben pochi, a suoi dire, risultati. La “guerra della droga” non avrà mai fine, secondo Mattew, perché ci sono troppi funzionari e poliziotti che dai soldi della DEA ricavano il loro sostentamento. Infine la sua proposta shock: porre fine alla guerra della droga non finanziando più la DEA e destinando questi soldi alla cura dei tossicodipendenti.  Inutile sottolineare quanto teorica sia questa ipotesi: non perseguire più gli spacciatori vuol dire far perdere il senso di ciò che è bene e ciò che è male, liberalizzare di fatto il consumo di sostanze stupefacenti e i soldi stanziati per la cura dei tossicodipendenti resterebbero nel cassetto perché non si comprenderebbe la necessità di curarsi da qualcosa che non viene più percepita più come dannosa. Una sostanziale attenuazione del fenomeno si avrà solamente quando Mike, il giovane che abbiamo presentato all'inizio della recensione, avrà capito che  i soldi "facili" non sono un metodo per realizzare se stessi.

Il documentario, anche se molto dettagliato e accurato in certe realtà dello  spaccio della droga, perviene a risultati molto parziali: il film è completamente sbilanciato dalla parte di chi spaccia e non c’è una sola immagine che mostri gli effetti deleteri sull’uso di queste sostanze. Non si presta quindi a venir utilizzato come documentario scolastico sul mondo dei narcotici.

Anche la sua pretesa di trovare motivazioni sociologiche (estrema povertà, famiglie disgregate) in grado di giustificare il  comportamento degli spacciatori ci lascia perplessi: guardando i volti che si alternano davanti alla cinepresa e che ci raccontano la loro storia, si percepisce una verità più sottile: si tratta di persone che in fondo non amano la normalità: preferiscono una vita senza regole, sopra le righe, incluso il brivido del rischio. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INSIEME PER FORZA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/03/2014 - 11:45
Titolo Originale: Blended
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Frank Coraci
Sceneggiatura: Ivan Menchell Clare Sera
Produzione: ULFSTREAM PICTURES, HAPPY MADISON PRODUCTIONS, KARZ ENTERTAINMENT, WARNER BROS.
Durata: 117
Interpreti: Adam Sandler, Drew Barrymore,

Lauren è divorziata con due figli pestiferi, Jim è vedovo con tre figlie alquanto problematiche. Entrambi si sentono totalmente assorbiti dai loro impegni familiari e il loro primo incontro, un blind date, si risolve in un disastro. Inaspettatamente si ritrovano a passare, con i loro figli, una settimana di vacanza in un resort africano e ciò li costringe, quasi controvoglia, a cercare di conoscersi meglio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film valorizza l'importanza di una educazione differenziata fra maschi e femmine. Nulla di nuovo né di originale riguardo al problema dei divorziati che cercano di ricostituirsi una nuova vita
Pubblico 
Adolescenti
Impiego di una comicità con crudi riferimenti a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Sceneggiatura discontinua, che si preoccupa di sviluppare la storia degli adulti, stereotipizzando i comportamenti degli adolescenti. Grossolana e quasi offensiva la descrizione dell’Africa
Testo Breve:

Due single con figli (uno vedovo, l’altra divorziata) fanno esercitazioni di famiglia allargata in un lussuoso resort africano. Racconto semiserio che si appoggia su una comicità scurrile

L’idea non è malvagia. Sono sempre esistiti degli alberghi specializzati nell’accogliere sposini in luna di miele: ambienti esotici, camere da letto lussuriose e bagni con vasca Jacuzzi. Ma i tempi e le esigenze si evolvono: perché allora non organizzare resort per famiglie blended (è il titolo originale del film, che potremmo tradurre con “allargate”)?

La parte centrale del film si sviluppa proprio in Sud Africa, in un resort a 5 stelle dove lui e lei non arrivano da soli ma accompagnati dai rispettivi figli e mentre si godono una cenetta sotto le stelle, i ragazzi hanno modo di scatenarsi nei vari intrattenimenti che sono stati organizzati per loro. E’ questa una delle note più originali del film,  interamente dedicato al tema delle famiglie allargate, in particolare quelle di Lauren (Drew Barrymore), divorziata con due pestiferi figli maschi e di Jim (Adam Sandler), vedovo con tre figlie.

Adam Sandler sembra ormai puntare in modo deciso sul filone dei film familiari: abbandonata, anche per limiti anagrafici, la comicità scurrile dei primi film adolescenziali, è poi approdato a storie romantiche (il migliore è stato 50 volte il primo bacio) o a goliardici racconti familiari come Un weekend per bamboccioni. Questa volta Adam si cimenta in una situazione mista: se il tema portante è la fatica di due adulti di trovare il coraggio di innamorarsi nuovamente, partecipiamo anche allo scomposto agitarsi di ragazzi e ragazze in piena crisi adolescenziale.

L’intreccio fra Lauren e Jim è la parte che la sceneggiatura ha meglio sviluppato: nel loro primo incontro (un blind date organizzato da amici comuni), si accorgono ben presto di esser fuori esercizio da troppi anni: non ricordano  più come si fa a provare interesse per una persona che non si conosce.  La cura dei figli è diventata un impegno totalizzante. Anche se galeotta sarà la settimana passata nel resort Sud Africano, l’affetto mai sopito per la  moglie e il ricordo vivo che di lei hanno ancora le sue figlie, sarà un pungolo per l’onesta coscienza di Jim che lo trattiene da creare turbative all’equilibrio già precario della sua famiglia. Ugualmente complessa la situazione di Lauren: il suo ex marito dichiara di voler mettere la testa a posto per tornare da lei. In questo caso la sceneggiatura risolve il problema in modo  sbrigativo: l’ex-marito si mostra presto incapace di prestare le attenzioni dovute ai suoi figli, semplificando la decisione di Lauren.

Particolarmente trascurate dalla sceneggiatura sono le figure dei 5 figli, ingabbiate nei più abusati stereotipi: un ragazzo scatenato che si mette sempre nei guai, un altro particolarmente dispettoso, una quindicenne al suo primo innamoramento, una bambina che coi sui vezzi e carinerie riesce ad ottenere dal papà tutto ciò che vuole.

Da lodare nel film l’importanza che è data a un’educazione differenziata fra i maschi e le femmine, con buona pace delle varie ideologie gender: alla fine le figlie di Jim avranno con Lauren quelle confidenze che ci si aspetta da una madre, mentre Jim saprà dare ai due discoli di Lauren utili consigli nelle competizioni sportive.

Una nota di demerito va data per come il film tratta l’Africa e gli africani: ciò che è natura libera e selvaggia è trasformato in un fasullo parco di divertimenti sullo stile dei più spettacolari alberghi di Las Vegas mentre i nativi vengono ridotti a figure da cabaret o ballerini da musical per il diletto dei ricchi turisti americani.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INSTRUCTIONS NOT INCLUDED

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/26/2014 - 23:31
Titolo Originale: No se Aceptan Devoluciones
Paese: MESSICO
Anno: 2013
Regia: Eugenio Derbez
Sceneggiatura: Guillermo Ríos, Leticia López Margalli, Eugenio Derbez
Produzione: ALEBRIJE CINE Y VIDEO, FULANO, MENGANO Y ASOCIADOS
Durata: 115
Interpreti: Eugenio Derbez,Loreto Peralta, Jessica Lindsey

Valentin vive ad Acapulco e di mestiere fa il playboy intrattenendo turiste desiderose di conservare bei ricordi delle vacanze trascorse in Messico. Un giorno bussa alla sua porta Julie, una ragazza che aveva conosciuto due anni prima e che gli presenta il “ricordo” della loro estate trascorsa insieme: una bimba di nome Maggie. Julie, con un pretesto, non si fa più vedere e a Valentin non resta che assumersi il ruolo di padre. Si trasferisce a Los Angeles, si inserisce nel mondo del cinema come stuntman e Maggie, che ormai ha 7 anni, vive con lui una vita serena, ma all’improvviso arriva Julie, che reclama per sè la bambina...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo scopre improvvisamente di esser diventato padre e per amore della bambina decide di mettere la testa a posto
Pubblico 
Adolescenti
Battaglie familiari sconsigliabili ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film costringe lo spettatore a seguire vistosi salti di stile fino a portarlo verso un finale da soap opera. Ben tratteggiati tutti i personaggi
Testo Breve:

Un playboy di Acapulco viene improvvisamente messo di fronte alla responsabilità di dover allevare una figlia da solo. Un elogio alla paternità anche quando non si riesce a formare una famiglia

Eugenio Derbez è un attore-regista messicano molto noto in patria che con questo film del 2013 ha ottenuto il maggior incasso U.S.A. finora registrato per un film in lingua spagnola.

In effetti, nella prima parte si ha modo di apprezzare la comicità di Eugenio nella parte di un giovane che non vuole crescere, seduttore di turiste ad Acapulco,  il quale di colpo si trova, tutto da solo,  a dover allevare una bambina. L’amore che progressivamente nasce in lui verso Maggie lo spinge a mettere la testa a posto e, trasferitosi a Los Angeles, trova un  lavoro come stuntman. Valentin ha anche la correttezza di non rivelare a Maggie che la mamma l’ha abbandonata. Riesce anzi a d alimentare la speranza di un incontro futuro  facendo in modo che possa ricevere ogni mese una lettera della mamma, troppo impegnata in giro per il mondo a salvare l'umanità o a proteggere qualche razza in via di estinzione. 

Il racconto cambia tono quando  Julie si rifà viva per reclamare la bambina per sè: la leggerezza iniziale si dissolve e il tema dominante diventa la battaglia legale fra i due genitori.

Il gran finale che non riveliamo trasforma ulteriormente il racconto ed ora ci troviamo in piena soap opera: i colpi di scena finali, che si susseguono a ritmo serrato, costringono a tener pronti i fazzoletti.

Potrebbe esser facile denigrare il film per l’eccesso di furbizia con la quale prepara, inaspettati, lacrimosi cambiamenti di prospettiva ma bisogna riconoscere che il film mostra anche vivaci squarci di umanità.

Il rapporto fra Valentin e  la coppia di Acapulco che lo aiuta ad allevare Maggie nei primissimi momenti; il simpatico camionista che aiuta Valentin ad attraversare il confine con gli Stati Uniti e il collega messicano che lo introduce nel mondo degli stuntmen; il rapporto fra Valentin e Maggie, una forma di complicità che li porta a vivere in un mondo di fantasia costruito solo per loro; il rapporto fra Valentin e suo padre, tema ricorrente nel film, che gli aveva insegnato ad affrontare la vita senza paura.

Non si può non notare, nello sviluppo della storia, un malcelato orgoglio nazionale,  la rivendicazione di un primato umano del Messico verso gli Stati Uniti. Se Valentin si mostra generoso a favore della bambina in ogni circostanza, veniamo a sapere che Julie, oltre ad aver abbandonato la figlia, aveva avuto in quell’estate fatidica altre relazioni amorose ed infine si ripresenta dopo sette  anni di assenza con una fidanzata lesbica.

Forse è la stessa motivazione che ha spinto l’autore a optare per un lacrimoso finale da soap-opera, indubbiamente poco sopportabile, ma quasi una orgogliosa rivendicazione dell’originalità dei sentimenti nazionali.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTE CONTRO LUI - The Other Woman

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/18/2014 - 19:43
Titolo Originale: The Other Woman
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Nick Cassavetes
Sceneggiatura: Melissa K. Stack
Produzione: LBI PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 110
Interpreti: Cameron Diaz, Leslie Mann, Kate Upton, Nikolaj Coster-Waldau

Carly, affermata avvocatessa sugli “anta” sta vivendo un’ appassionata storia d’amore con l’affascinante Mark. Ma proprio quando Carly cerca di fargli conoscere suo padre, Mark si eclissa misteriosamente. Il segreto sarà presto svelato: Mark è sposato con Kate, casalinga ingenuamente innamorata di suo marito. Dopo un primo momento di diffidenza, le due donne decidono di allearsi per scoprire i segreti della vita di Mark. Si accorgono così che l’uomo si incontra con una terza donna, la giovane Amber…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La logica del Woman Power suggerisce che ciò che ha valore è l’amicizia fra donne; gli uomini sono solo un piacevole passatempo
Pubblico 
Adolescenti
Frasi allusive e situazioni scurrili
Giudizio Tecnico 
 
Nell’ansia di far ridere, la regia carica i toni: il personaggio della moglie Kate è solo fastidiosamente isterica
Testo Breve:

Tre donne scoprono di esser state ingannate dallo stesso uomo e debbono decidere se contenderselo o allearsi. Una commedia dall’umorismo scollacciato molto prevedibile

Carly e Kate, ormai amiche e alleate, stanno pedinando Mark che si è concesso una giornata al mare con una misteriosa ragazza. Quest’utima  si alza dalla sedia a sdraio e appare in tutta la sua bellezza e giovinezza (interpretata dalla modella Kate  Upton, qui aspirante attrice) . Le due donne, che stanno sbirciando con i binocoli, non possono che rassegnarsi a tanta sleale competizione. E’ questa la guerra delle forme, della depilazione continua, della biancheria minima, che dà il tono a questo film che dispensa comicità in tutto ciò che appare e in ciò che si desidera e  decreta la sconfitta di qualunque intenzione che possa prendere la forma di un impegno sentimentale.

Cameron Diaz ha avuto una carriera singolare: dopo l’esordio a fianco di Jim Carrey nel film  The mask (1994) , ha trovato presto la sua chiave di ingresso al successo: con Tutti pazzi per Mary (1998) ha iniziato ad animare commedie romantiche caratterizzate da una comicità goliardicamente spregiudicata ed allusiva  anche se solo verbale.

Un esempio riuscito è stato Notte brava a las Vegas (2008), dove in mezzo a scurrilità varie, si arrivava alla fine a dare un messaggio positivo: due giovani riuscivano ad andare oltre l’intesa sessuale per scoprire qualcosa che li legava più profondamente e motivare così il loro matrimonio, già avvenuto in una notte pazza a Las Vegas.

Tutte contro lui, ripropone, oltre a una Cameron Diaz che non può più nascondere di aver superato i quarant’anni, lo stesso tipo di comicità senza freni ma questa volta l’elogio del matrimonio è rimasto nel cassetto. Il film, che si può far rientrare nell’ormai ampio filone del woman power (già visto in maleficent e The Brave), racconta come tre donne tradite dallo stesso uomo (la prima come moglie, le altre due come amanti) riescano a elaborare una vendetta, tremenda vendetta verso un uomo fedifrago, vanitoso e imbroglione.

Il racconto scorre quindi su un binario prevedibile e appena le tre donne smettono di vedersi come concorrenti scoprono che ciò che più conta è la loro amicizia; sanno di non poter fare a meno degli uomini ma si debbono rassegnare all’evidenza:  i rapporti uomo-donna non durano. ” Le persone egoiste sono quelle che durano più a lungo”: è la pillola di saggezza che viene ammannita nel film.

Kate, che è sempre stata innamorata del marito e che per lui si è “ridotta” a fare la casalinga e a rassegnarsi, secondo i suoi desideri, a non avere figli, ha la maggiore parabola di “crescita”: trova il coraggio di tradire, chiedere il divorzio e a realizzarsi con il lavoro. La giovane Amber al contrario è solo in cerca di sensazioni forti ed esotiche e le trova stando con un uomo che ha quarant’anni più di lei.

Solo Carly ha la fortuna di incontrare un uomo simpatico dal quale attenderà, alla fine del film,  perfino un figlio. Peccato che questa relazione è trattata dagli sceneggiatori molto sbrigativamente: i dialoghi fra lui e Carly sono fra i più noiosi e banali della storia. Non ci si può aspettare niente di più da un uomo che si comporta da galantuomo (non approfitta di certe situazioni) e che quando pensa a una ragazza lo fa nell’ottica di un matrimonio. Sembra quasi che Carly, con i suoi quarant’anni, abbia ceduto per stanchezza dopo tante avventure passate…

La morale del film è chiara e  le regole del Woman Pover risultano ben tracciate: far privilegiare l’amicizia femminile sulla competizione; mai rubare un uomo a una donna sposata; per il resto, la caccia è libera…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JERSEY BOYS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/18/2014 - 19:36
Titolo Originale: Jersey Boys
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: James J. Murakami
Produzione: MALPASO, GK FILMS, WARNER BROS., RATPAC ENTERTAINMENT
Durata: 134
Interpreti: John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda

Frankie Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi sono 4 ragazzi italo-americani di modeste origini che vivono nelle cittadina di Belleville, nel New Jersey. Se Frankie si prepara a diventare parrucchiere, gli altri arrotondano con qualche furtarello che li fa entrare e uscire di prigione. Ormai cresciuti, decidono di metter su una band: The Four Seasons. Il loro successo appare presto inarrestabile..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista Frankie, se si dimostra generoso nell’ aiutare i suoi compagni di band nei momenti di difficoltà, non riesce né ad essere fedele a sua moglie né a curare l’educazione delle sue tre figlie
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo ed esplicito. In USA il film è stato classificato Restricted
Giudizio Tecnico 
 
Accurata ricostruzione dell’ avventura musicale e umana dei Four Seasons negli anni ’60 ma questa volta Clint Eastwood si dimostra debole nei suoi punti di forza: nel raccontare avvincenti storie umane
Testo Breve:

Quattro ragazzi italo-americani si mettono insieme per costituire una delle più famose band degli anni ’60. Belle musiche per una storia priva del calore umano a cui ci hanno abituati i lavori di Cint Eastwood

Marina (2013) di Stijn Coninx  (prodotto dai fratelli Dardenne), ha portato di recente sugli schermi  la storia di Rocco Granata:  il successo internazionale della sua canzone  costitui  una forma di riscatto dall’emarginazione per tutti  minatori italiani che lavoravano in Belgio.  Ora Clint Eastwood ci presenta un'altra storia di  immigrati italiani: quattro ragazzi  del New Jersey che  con il loro successo riuscirono a diventare una delle band americane con più vendite della storia, prima che i Beatles arrivassero a rivoluzionare la musica pop.

Una storia interessante (nel 2004 era già uscito il musical omonimo) perché con  l’accompagnamento delle più belle canzoni del gruppo ( 'Sherry', 'Big Girls Don't Cry', 'Bye Bye Baby') racconta il percorso professionale e umano di quattro ragazzi di periferia che, destinati a vivere di furtarelli sotto la protezione della mafia locale, riescono ad ottenere successo e fama fino all’inevitabile scioglimento della banda. In loro restò sempre, nonostante  litigi e  incomprensioni, il senso forte di una solidarietà che scaturiva dalla loro comune origine.

Resta lecito domandarsi: cosa c’entra tutto questo con il solitario cowboy Clint Eastwood? Sappiamo quanto Clint sia appassionato di musica ( spesso è lui stesso autore della colonna sonora dei suoi film) ma come fare a ritrovare l’eroico Walter di Gran Torino, pronto a sacrificarsi per difendere la vicina famiglia coreana o l’abile Mandela di Invictus che riesce a portare saggezza ed equilibrio in una terra divisa  o il generale giapponese di Lettere da Iwo Jima che combatte eroicamente sapendo che la fine è inevitabile?

Alla fine, solo nella seconda parte del film, ritroviamo il Clint che conosciamo: Frankie Valli, il cantante del gruppo, quando viene a sapere a quale livello di debito è arrivata la band per la gestione dissennata del capogruppo Tommy DeVito, decide di assumersi l’onere di ripagare il creditore mafioso continuando a cantare  da solo fino all'estinzione del debito. Il rispetto della vecchia amicizia, l'onore del gruppo valevano questi anni di sacrificio.

Insolito invece il modo con cui racconta gli anni giovanili nella cittadina di Belleville: Clint adotta uno stile scanzonato, un racconto filtrato dalla nostalgia e da  apologetica accondiscendenza nei confronti di una comunità italo-americana (che si distingue per venerare in casa, in perfetta simmetria,  i ritratti di Pio XII e Frank Sinatra) che vive sotto la paterna protezione del capo-mafia locale. Walken, è il padrino di questi ragazzi nel vero senso della parola: si preoccupa di trarli dai pasticci quando è necessario,  si commuove ogni volta che sente cantare Frankie.

Non possiamo invece ritrovare il Clint che conosciamo,  regista ma non sceneggiatore di questo film, nella ricostruzione dei rapporti familiari di Frankie con la famiglia. Clint  ha sempre avuto un’ attenzione e una sensibilità particolari nel valorizzare rapporti umani profondi in tutti i suoi film. Le scene in cui Frankie, colpevole di trascurare la famiglia, litiga con la moglie ubriaca o i colloqui con la figlia Francine che scappa di casa con il primo ragazzo, sono trattati in modo sbrigativo, secondo schemi preconfezionati, degni di un serial televisivo di serie B.

La stessa lunghezza del film, che contrasta con lo stile asciutto e calibrato del regista, tradisce  una certa accondiscendenza nel privilegiare il tono celebrativo e nostalgico del film.  Anche quel continuo rivolgersi verso il pubblico dei quattro protagonisti per commentare quanto sta accadendo, di fatto disturba la fluidità del film.

Occorre infine aggiungere che, anche se è noto che a Clint non interessano le storie d’amore, in questo film le donne  sono leggere o stupide o ubriache.

Aspettiamo il prossimo film, che a quanto pare il nostro instancabile 84-enne sta  già completando.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GABRIELLE - UN AMORE FUORI DAL CORO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/13/2014 - 16:35
Titolo Originale: Gabrielle
Paese: CANADA
Anno: 2013
Regia: Louise Archambault
Sceneggiatura: Louise Archambault
Produzione: MICRO-SCOPE
Durata: 104
Interpreti: Gabrielle Marion-Rivard, Alexandre Landry, Mélissa Désormeaux-Poulin

Gabrielle ha ventidue anni ed è affetta dalla sindrome di Williams. Vive all’interno di un istituto specializzato, è dotata di un grande talento musicale che le consente di far parte del coro di Les Muses de Montréal e presto si esibirà in pubblico in un grande concerto. Molto legata alla sorella Sophie, si innamora, ricambiata, di Martin, anche lui affetto dalla stessa sindrome.
La madre di Martin è molto preoccupata per quello che potrebbe accadere e fa in modo che i due ragazzi non si incontrino più. Gabrielle è disperata e vuole provare a costruirsi una vita indipendente in città…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il pregio di portare alla ribalta e trattare con sensibilità il delicato tema della ricerca della normalità fra persone che non lo sono. Ha anche il difetto di non proporre soluzioni razionali, giocando sull’emotività della storia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di incontro amoroso con nudità parziale. Si tratta di un tema delicato adatto a persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Il regista approccia con tecniche da cinema-verità un racconto che si sviluppa con ritmi lenti e a volte ripetitivi
Testo Breve:

Il film tratta con sensibilità il delicato tema di un amore sbocciato fra due giovani affetti da sindrome di Williams. Un film adatto per dibattiti, che evita di prospettare  soluzioni 

Questo film coraggioso e sensibile  si svolge all’interno di un centro di assistenza per ragazzi affetti dalla sindrome di Down e dalla sindrome di Williams. Quest’ultima è una rara malattia genetica caratterizzata da difficoltà di apprendimento ma da un carattere socievole e estroverso. L’attrice che interpreta la protagonista Gabrielle è lei stessa affetta da questa sindrome e quando, fin dall’inizio, la vediamo cantare con una magnifica voce intonata nel coro della scuola, non possiamo percepire nulla di insolito. Lei infatti, assieme ad altri ragazzi del coro Les Muses de Montréal, si sta preparando per partecipare a un concerto regionaleale estivo dove dovranno accompagnare il cantante franco-canadese Robert Charlebois (lui stesso nel film). 

Il film si sviluppa con i modi  del cinema-verità: perennemente seguiti da una camera a mano,vediamo come  Gabrielle e i suoi compagni trascorrono le loro giornate all’interno del centro: degli assistenti sorvegliano con discrezione che tutti riescano a compiere le normali funzioni quotidiane (il vestirsi la mattina, il mangiare, fare ginnastica in piscina); molti di loro, ormai grandi, svolgono dei lavori anche all’esterno di tipo manuale, spesso escono tutti insieme per fare una  gita. Non mancano le difficoltà: Gabrielle è diabetica e deve essere tenuta sotto controllo;  il suo vicino di stanza soffre di frequenti attacchi epilettici. La situazione è solo apparentemente tranquilla e richiede l’impegno di tante persone che per affetto o per senso del dovere, cercano di gestire con normalità quello che normale non è. Lo ri vede nel rapporto di confidenza e tenerezza della sorella maggiore Sophie con Gabrielle: Sohie sa che la sorella conta sul suo sostegno e non trova il coraggio di lasciarla per raggiungere il suo fidanzato che si trova in India. Una coscienza scrupolosa che contrasta con quella della madre, contenta di aver delegato la gestione della figlia a un istituto esterno in modo da sentirsi libera di progredire nella sua carriera professionale.

La ricerca di normalità irrompe impetuosa nell’animo di Gabrielle quando si accorge di provare attrazione, ricambiata, per il suo compagnio di  coro, Martin, anch’egli affetto dalla stessa sindrome.   Gabrielle ha 22  anni, si avvede che fuori del suo istituto-mondo  vivono tante famiglie  normali e anche lei vuole poter amare Martin e avere dei figli con lui. La loro spontanea attrazione  li porta  a cercare l’intimità ma vengo fermati dagli assistenti, perché tutto sta avvenendo in un luogo pubblico.

Nel stanza del direttore della scuola si svolge il dibattito centrale del film, dove si fronteggiano varie ipotesi: per gli istruttori Gabrielle e Martin possono seguire la loro attrazione: l’importatnte è che lo facciano  in privato e non in pubblico (“Martin sa bene cosa è un preservativo”: dice uno di loro). Anche la sorella Sophie non vede nulla di male nella loro relazione. Solo la madre di Martin si oppone, consigliando la sterilizzazione della ragazza.  I due ragazzi vengono separati e ciò crea pesanti stati di ansia e depressione in Gabrielle che reagisce cercando di vivere da sola, anche se sotto la protezione della sorella ma dovrà, suo malgrado accorgersi di non esserne all’altezza. La vita potrà avere la sua pienezza solo accanto a Martin.

Il film ha due grandi pregi e un difetto:

Pone delle domande allo spettatore (come dovrebbe fare ogni film): ci chiede fino a che punto e in che modo può essere raggiunta la nostra naturale inclinazione alla felicità in una situazione dove non ci si può pienamente considerare responsabili dei propri atti. Il secondo pregio è quello di trattare il tema con sensibilità e realismo senza scadere nel sentimentalismo. Il suo difetto sta nel lanciare  il sasso senza proporre concretamente nulla: il fatto che i due giovani riescano comunque a unirsi di nascosto dei loro genitori e dei loro assistenti costituisce una trovata che serve a chiudere romanticamente il film, cercando di attirare la simpatia del pubblico con una storia che possa ricordare l’amore contrastato di  Romeo e Giulietta ma non   getta le basi per una soluzione generalizzata del problema.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE WEEK-END

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/13/2014 - 16:23
Titolo Originale: Le Week-End
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Roger Michell
Sceneggiatura: Hanif Kureishi
Produzione: FREE RANGE FILMS, FILM4, IN ASSOCIAZIONE CON LE BUREAU
Durata: 93
Interpreti: Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum

In occasione del loro trentesimo anniversario di matrimonio, Nick e Meg Burrows lasciano l’Inghilterra per trascorrere un week end a Parigi, dove hanno passato la loro luna di miele. Le loro buone intenzioni subiscono subito un duro impatto con la realtà: l’albergo dove avevano trascorso la luna di miele appare ai loro occhi squallido; i due giorni passati insieme non si rivelano come un romantico ricordo del passato, ma l’occasione per riflettere sulla solidità della loro unione..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nick riconosce che l’impegno più importante che si è assunto nella sua vita è stato quello di sposarsi e restare fedele e condanna l’instabilità coniugale dell’ex compagno di università Morgan
Pubblico 
Maggiorenni
Un linguaggio spesso crudo con riferimenti sessuali; alcune scene allusive. In USA il film è stato classificato come Restricted
Giudizio Tecnico 
 
Bravissimi Jim Broadbent e Lindsay Duncan; Roger Michell porta avanti con grande mestiere la regia per sostenere I dialoghi imbastiti da Hanif Kureishi che risultano particolarmente efficaci ma che a volte scivolano nell’artificio intellettuale
Testo Breve:

Due ottimi attori per la storia di una coppia di sessantenni che passa un week end a Parigi per festeggiare  trenta anni di matrimonio. Tante occasioni per bisticciare ma anche per confermare il valore della loro unione

Non sono pochi i film che di recente hanno trattato le relazioni all’interno di una coppia. Molto belli i racconti, ispirati a storie vere, sul forte sostegno di un coniuge verso l’altro in momenti di difficoltà: Danuta, la moglie di Lech Walesa, sostegno insostituibile durante i suoi molti periodi passati in prigione; Michael Aris, il marito inglese del premio Nobel  San Suu Kyii (The Lady) che la sostenne nei  suoi lunghi anni di prigionia.  Altre volte il film si focalizza su un intenso, continuo, a volte aspro  ma fertile dialogo di coppia nella trilogia di Jesse e Cèline (Before Midnight), mostrati dal regista Richard Linklater nell’evoluzione del loro rapporto nell’arco di venti anni.

Recentemente sono arrivati sullo schermo due film che colgono le coppie nel momento più delicato: quando i figli, ormai grandi, lasciano la casa e i genitori si ritrovano soli dopo tanto tempo. E’ successo in  Non dico altro, ultimo film dell’attore  James Gandolfini, dove due divorziati ritrovano il modo di unire le loro solitudini e succede ora anche in questo Le Week-End, dove Nick e Meg, una coppia inglese sposata da trent’anni, è in viaggio verso Parigi per festeggiare il loro anniversario negli stessi luoghi dove avevano trascorso la luna di miele: una parentesi di libertà dopo che i loro figli hanno definitivamente raggiunto l’indipendenza.

Sorvolando sulle sequenze dove vengono riproposti i luoghi più comuni intorno alla bellezza e alla singolarità di  Parigi, il week end, da romantica opportunità per ricordare quei momenti dove tutto ebbe inizio, si trasforma ben presto, nei periodi di riposo nella camera d’albergo o durante i pranzi al ristorante, in occasioni per riflettere su loro stessi e il loro rapporto. Nick e Meg non potrebbero essere più diversi. Lui si sente fragile e al tramonto: è stato da poco invitato ad andare in pensione chiudendo così una onorabile carriera di professore universitario; è in ansia costante nel timore di essersi perso qualcosa, ossessione che con il tempo si è formata in una dipendenza materiale dalla moglie; si sofferma a guardare le ragazze che passano per strada, a riflettere sulla distanza che esiste fra lui e quei giovani volti.  “Ti piacciono le cose costanti, troppo” osserva Meg che al contrario gli manifesta il desiderio di  un nuovo inizio: intraprendere una nuova attività (anche lei è insegnante) e trova il marito troppo “appiccicoso”, allontanandolo da se nelle sue espressioni affettuose.

Forse c’è qualcosa di più profondo che li separa: Nick, dopo  una giovinezza passata coltivare idee radicali, riflette sul fatto che fra le tante mode, tendenze, vissute nei suoi giovani anni, c’è una sola cosa importante che ha fatto: quella di sposarsi e aver fatto quelle rinuncie che sono state necessarie per farlo funzionare. Sono nobili idee che Meg semplifica come terrore di Nick per la solitudine.

L’incontro di Nick con un suo ex collega di università, un tempo suo grande ammiratore  ed ora scrittore famoso, viene ritratto in modo particolarmente crudele perché visto con gli occhi del suo vecchio mentore. Nick non perde tempo a congratularsi con lui ma lo fa riflettere sulla sua inconsistenza e la sua inguaribile vanità: ha abbandonato moglie e figli per una giovane donna che lo ammira intellettualmente. Si tratta di un incontro che all’inizio destabilizza la coppia, ma che poi li riunisce più profondamente, a dispetto dei loro diversi atteggiamenti nei confronti della vita, perché hanno scoperto di aver qualcosa in comune, qualcosa che vale, quel loro restare uniti nel tempo che rifulge per un effetto di confronto con gli altri.

La bravura di Jim  Broadbent e di Lindsay  Duncan allontanano con decisione dal film dal rischio di una tranquilla storia di serie B; la sceneggiatura  imbastisce molto efficacemente le dispute di coppia, con qualche tocco di sarcasmo inglese ma a volte si percepisce un eccesso di letteratura, una ricerca insistita della frase ad effetto

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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