Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/08/2015 - 15:59
Titolo Originale: Me and Earl and the Dying Girl
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: RHODE ISLAND AVE
Durata: 105
Interpreti: Thomas Mann (II), Olivia Cooke, RJ Cyler, Nick Offerman

Greg frequenta l’ultimo anno di high school. Ha talento creativo (realizza filmini che sono una parodia di altrettanti classici della celluloide) ma è incapace di relazionarsi con il prossimo. Il futuro lo spaventa e non si entusiasma all’idea di dover iniziare cercarsi un’università. Con molta riluttanza, finisce per ubbidire alla madre che lo spinge ad andare a trovare Rachel, una compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg inizia a frequentare Rachel e questo fatto lo spingerà, suo malgrado, a una maggiore coscienza di sé e degli altri…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane chiuso nel suo mondo di fantasia, riesce a uscire da se stesso, per dedicarsi a una sua amica malata. Non è presente alcuna riflessione sulla vita dopo la morte
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dialoghi con riferimenti sessuali; un singolo episodio con uso di stupefacenti; la tematica affrontata potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Buona la regia e bravi i giovani attori. La sceneggiatura è curata e solo verso la fine scivola nel patetismo. Gran premio della giuria e premio del pubblico al Sundance Festival 2015
Testo Breve:

Un giovane all’ultimo anno di high school, chiuso in un mondo tutto suo, non ama avere rapporti con gli altri, finché viene spinto dalla madre a tenere compagnia a una sua compagna malata. Un racconto di formazione che riscostruisce molto bene uno specifico mondo adolescenziale 

E’ nato prima questo film o Colpa delle stelle? E’ Bianca come il latte, rossa come il sangue che ha tratto ispirazione da questo Quel fantastico peggior anno della mia vita o viceversa oppure i due autori non conoscevano affatto l’opera dell’altro?

Sono domande legittime perché stanno diventando veramente molti i racconti che parlano della morte per cancro in età adolescenziale: la morte come dura scuola di formazione. Aggiungerei alla lista anche Città di carta dove, sebbene non sia presente alcun malato terminale, è sempre lei, con il suo comportamento (una fuga misteriosa) che innesca un percorso di crescita in lui (perché nei film le ragazze debbono sempre morire o fare qualcosa di strano per far maturare i ragazzi?).

Il Greg di questo film è diverso dal Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Quest’ultimo era un gigione un po’ guascone, simpatico ma con poca voglia di studiare; Greg è un nerd che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, che a scuola assume un atteggiamento di basso profilo, sperando di risultare trasparente agli occhi degli altri. La sua vera passione, da vero intellettuale, che condivide con il suo amico dall’infanzia, Eart, è quella di rifare, parafrasandoli, film famosi, in perfetto stile Be kind, rewind.

Il pregio maggiore del film sta proprio nel ricostruire il mondo di Greg, un adolescente che non ha trovato il suo posto fra i tanti gruppi di studenti che sono presenti nella sua scuola, non sente alcun entusiasmo per iscriversi ad una università, una realtà ancora più coinvolgente della scuola e le freddure spiritose e argute, che pronuncia di continuo, servono solo per tenersi a distanza di sicurezza dal resto mondo.

E’ comprensibile quindi che percepisca subito grande fastidio quando la madre lo invita ad andare a trovare Rachel, una sua compagna di scuola a cui è stata diagnosticata la leucemia. Greg si muove su un terreno inesplorato, il suo primo grande sforzo per uscire da se stesso per occuparsi di un’altra persona: balbetta e non sa cosa fare. Cerca comunque di essere spiritoso, non per distacco ma per far ridere (in questo il suo comportamento è identico a quello di Leo di Bianca come il latte, rossa come il sangue). E’ solo grazie alla pazienza affettuosa di lei, proprio lei che dovrebbe esser maggiormente consolata, che inizia fra loro un dialogo, nasce l’amicizia.  Il passo successivo è molto più difficile: Greg non è disposto a lasciare che venga distrutto tutto quel mondo di speranza che riteneva di aver costruito con Rachel, quando lei decide di sospendere la chemio, in segno di resa alla malattia. Non comprende ancora che l’amicizia può e deve sussistere proprio nel momento di maggior disaccordo, anzi, forse, dovrebbe mostrare la propria vitalità proprio in quelle circostanze.  Si tratta di un nuovo passo in avanti, più difficile del primo, che affronterà a modo suo, completando con l’amico un breve film proprio su Rachel.

Un tema forte come quello della morte, innesca inevitabilmente la domanda su cosa accadrà dopo. In questa prospettiva la riflessione più approfondita viene fatta in Colpa delle stelle, dove è proprio l’amore fra Hazel e Gus che costituisce una garanzia per l’esistenza dell’aldilà: il loro amore non può essere un “grido nel vuoto” ma ha un chiaro sapore di infinito; in Bianca come i latte e rossa come il sangue il tema è appena accennato, attraverso il diario che Beatrice scrive direttamente a Dio, mentre in questo Quel fantastico peggior anno della mia vita non c’è nessuna risposta e l’attenzione è concentrata più su chi resta che su chi sta per andarsene. I morti, con i ricordi che ci lasciano, spiega un simpatico professore a Greg, continuano a parlarci e a rivelarci qualcosa di loro anche quando non ci sono più: per questo bisogna frequentarli intensamente fino all’ultimo istante.

Alla fine questo film mostra comunque una sua interessante vitalità, mostrandoci il confronto fra due giovani, uno che deve riuscire a trovare il coraggio di affrontare la vita e l’altra che deve trovare il coraggio di affrontare la morte.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SAPORE DEL SUCCESSO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/30/2015 - 15:49
Titolo Originale: Burnt
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Steven Knight
Produzione: Shiny Penny, 3 Arts Entertainment, Battle Mountain Films
Durata: 101
Interpreti: Bradley Cooper, Sienna Miller, Omar Sy, Daniel Bruehl, Riccardo Scamarcio, Alicia Vikander, Uma Thurman, Emma Thompson, Lily James

La celebre massima del filosofo Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia” si trasforma in “siamo ciò che cuciniamo “ in questo film di John Wells. Così tra ricette gourmet, piatti elaborati e sofisticati, nouvelle cuisine, fornelli, coltelli, ingredienti, il film racconta la storia dello chef Adam Jones, rockstar dei fornelli da due stelle Michelin e dalle pessime abitudini. L’uomo aveva tutto, era famoso per essere l’ enfant terrible della ristorazione , il re dell’improvvisazione e della continua ricerca nella creazione di esplosioni di gusto, ma la sua dipendenza dall’alcool e droghe e il suo caratteraccio lo avevano portato a perdere tutto. Dopo essersi disintossicato e aver espiato le sue colpe pulendo un milione di ostriche nei ristoranti della Luisiana, decide di tornare a Londra per mettersi al timone di una cucina d’eccellenza e ottenere la tanto ambita terza stella Michelin. Per far ciò, si avvale di vecchi amici, e del miglior team di chef in circolazione, tra cui la bella Helen. Ma il passato non si può cancellare completamente e spesso ritorna ponendo degli ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi. Non sarà facile per Adam avere la prestigiosa stella, e forse alla fine nemmeno così fondamentale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film dal gusto dolce amaro che sottolinea l’importanza della seconda possibilità, che consente di trasformare il desiderio di rivincita in accettazione del fallimento.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, presenza di scene che potrebbero impressionare
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha una sceneggiatura semplice e una trama convenzionale ma, Bradley Cooper nel ruolo dell’affascinante chef convince, come anche Sienna Miller in quello della dolce Helen
Testo Breve:

Un cuoco famoso, che si è autodistrutto a causa della sua dipendenza dall’alcool e droghe, cerca la sua seconda possibilità. Un film positivo ma poco originale

Adam Jones è un personaggio complesso, un uomo affascinante che ha sempre ricercato la perfezione in ogni cosa, nella vita come nella cucina, perché cresciuto con la convinzione che il mondo e la vita fossero un ingranaggio impeccabile. Purtroppo la realtà non è così, pone di fronte difficoltà, imprevisti, situazioni umanamente imperfette, sconfitte, che l’uomo non è riuscito e non riesce ad accettare, e proprio il crollo dei suoi modelli e il mancato raggiungimento di tutti i suoi ideali lo hanno portato ad autodistruggersi con ogni dipendenza possibile, alcool, droga, sesso.  Una volta liberatosi da esse non può tuttavia liberarsi del suo carattere e del suo passato, e sebbene determinato a riprendersi il suo prestigio, non può farlo senza affrontare i suoi lati oscuri. Tornato a Londra vive per raggiungere il suo unico obiettivo: ottenere la terza stella Michelin, ma solo attraverso un percorso che lo pone di fronte a vecchie e nuove situazioni, amici, nemici, riesce a comprendere che la vera felicità non è data dalla ricerca e dal raggiungimento della perfezione, ma dalla condivisione della vita e dei sentimenti, apprezzando le cose più semplici ed essenziali.

Il sapore del successo è un film dal gusto dolce amaro, una storia divertente sulla passione per il cibo e la cucina raffinata, sui sentimenti, il potere di una seconda possibilità, la capacità di trasformare il desiderio di rivincita in accettazione del fallimento.

Tra piatti da sogno, zucchine affettate, carni rosolate, salse amalgamate, spezie, sapori e odori, emerge una realtà spesso sconosciuta: il lavoro frenetico che caratterizza la cucine dei ristoranti stellati, dove vere e proprie catene di montaggio umane si adoperano per dar vita a piccoli capolavori di gusto e dove naturalmente subentrano la vita, i sentimenti, gli asti, i rancori e gli amori.

Il film si colloca sicuramente nel filone del genere culinario, ultimamente molto in voga, con una sceneggiatura semplice e una trama convenzionale.

Il sistema dei personaggi e’ legato ai classici cliché della commedia americana con il bello e dannato, la bella e fragile, i nemici gangster, l’amico gay, inseriti in situazioni molto stereotipate.

Nonostante la mancanza di originalità gli attori risultano all’altezza della situazione, Bradley Cooper nel ruolo dell’affascinante chef convince, come anche Sienna Miller in quello della dolce Helen.

Il sapore del successo si rivela una portata ben servita, saporita, che stimola l’appetito, ma non sazia completamente, come se fosse una ricetta in cui viene a mancare qualche ingrediente, sicuramente un pizzico di novità. 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/27/2015 - 17:05
Titolo Originale: Le tout nouveau testament
Paese: BELGIO, FRANCIA, LUSSEMBURGO
Anno: 2015
Regia: Jaco van Dormael
Sceneggiatura: Thomas Gunzig, Jaco van Dormael
Produzione: JULIETTE FILMS, CAVIAR, ORANGE STUDIO, VOO ET BETV, RTBF (TÉLÉVISION BELGE), BNP PARIBAS FORTIS FILM FINANCE, BELGA PRODUCTIONS
Durata: 113
Interpreti: Benoît Poelvoorde, Pili Groyne, Catherine Deneuve, Yolande Moreau

Dio ha un aspetto alquanto trasandato: barba sfatta, si muove per casa ciabattando con indosso una misera vestaglia. E’ brusco con la moglie che, intimorita, non parla mai, e con la figlia Èa, di dieci anni, più ribelle, a cui Dio non lesina colpi di cintura per riportarla all’obbedienza. Dio si diverte (sadicamente) solo quando va nel suo studio dove, attraverso un PC antidiluviano, organizza disastri naturali e incidenti per tormentare quegli uomini che ha creato assieme alla terra. Dio ha avuto anche un figlio, JC, che però è uscito fuori di testa: quando lo aveva mandato sulla terra, si era messo a parlare di amore e fratellanza ed era finito crocifisso. Èa riesce un giorno a entrare nel suo studio: manda un sms a tutti gli uomini della terra indicando loro la data della loro morte e abbandona definitivamente la “casa paterna”, per vivere assieme a noi mortali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista non è in grado di conciliare il momento della creazione, che immagina essere frutto di un Dio sadico nei confronti degli uomini e la figura di Gesù Cristo, giudicata positiva perché ha insegnato l’amore fra gli uomini
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza familiare e alcuni nudi femminili. Le tematiche trattate richiedono maturità e una buona preparazione
Giudizio Tecnico 
 
Il racconto non è in grado di sviluppare i presupposti provocatori posti all’inizio. Ottima interpretazione di Benoît Poelvoorde
Testo Breve:

Dio è un padre e marito violento e scorbutico che dalla tastiera di un PC si diverte ad affliggere gli uomini che lui stesso ha creato. Si tratta di una provocazione potenzialmente interessante, a cui non segue uno sviluppo coerente ma solo qualche spunto di comicità surreale

Dio, nel suo sadismo, creò Bruxelles: cieli sempre scuri e pioggia a catinelle. L’inizio del film, con la creazione del mondo e dell’uomo, pur nella sua irriverenza, manifesta alcuni spunti di gelida comicità e quando, a tutti gli abitanti della terra, viene inviato un sms con l’indicazione della data di morte, si determina uno stimolante caso di “cosa succederebbe se…”. Anche l’obiettivo di cercare altri sei apostoli da parte di Èa (per il futile motivo che la dea sua madre preferisce guardare le partite di baseball, dove sono 18 i giocatori di ogni squadra) potrebbe costituire un altro percorso di “what if..”che scoprire come verrebbe scritto un vangelo al giorno d’oggi.

Con una tale provocazione e con stimoli così forti, lo spettatore si aspetta delle risposte, tanto più che ogni riferimento alla Bibbia è espressamente voluto (il film è suddiviso in capitoli come Genesi, Esodo…).

Al contrario il film si perde per strada, dando al più qualche spunto per un sorriso. La conoscenza della data di morte determina apatia e disinteresse per la vita ai più, mentre un giovane mattarello, che sa che potrà vivere altri sessant’anni, prova tutti i modi per suicidarsi ma non ci riesce. I famosi sei apostoli, cercati con cura, hanno ben poco di straordinario da scrivere ma sono più che altro impegnati a risolvere i loro problemi sentimentali, incluso il personaggio interpretato da Catherine Deneuve che lascia il marito per unirsi a un gorilla.   Anche la piccola dea Èa non sembra determinare molti cambiamenti nell’esistenza degli uomini, una volta discesa sulla terra, perché il suo paniere di doti soprannaturali è limitato: oltre a camminare sulle acque riesce a sentire la musica che ognuno si porta dentro e così i sei nuovi apostoli vengono allietati dalla musica che più a loro si addice, da Haendel a Trenet.

Alla fine le tante e troppo ambiziose provocazioni del regista  non trovano, né una intelligente contro-proposta culturale come il surrealismo anarchico di  Luis Buñuel , né una arguta presa in giro della fede come accadeva nei film dei Monty Python, ma soluzioni stranianti come quella della dea-moglie che, finalmente libera di agire, riempie il cielo di ornamenti floreali, né manca un po’ di ideologia gender, che non guasta mai, come il bambino che ha deciso di vestirsi da ragazza o la coppia in dolce attesa, dove chi è gravido è lui, non lei.

Woody Allen ci ha a abituati da tempo a sentire i suoi sermoni nichilisti attraverso i suoi film: secondo lui noi siamo in balia di un caso indifferente ai nostri destini e l’unico svago che resta è l’innamoramento e il sesso. Lo fa però almeno attraverso confezioni sempre eleganti e argute.

Jaco van Dormael perviene anche lui a conclusioni simili (per uomini e donne l’unica salvezza è amarsi) ma i presupposti sono diversi: il regista-sceneggiatore non crede in un fato anonimo ma in un Dio crudele che si diverte a farci soffrire, mentre suo figlio Gesù è stato buono ed è morto per noi (nel film compaiono anche le figure positive di un sacerdote e dei suoi parrocchiani che si occupano dei più poveri, in nome di Cristo).

In sostanza il regista percepisce una sostanziale incoerenza fra le due manifestazioni divine: la creazione e l’incarnazione di Gesù: speriamo per lui che, prima o poi, troverà un modo per conciliarle.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA FELICITA' E' UN SISTEMA COMPLESSO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/27/2015 - 16:44
Titolo Originale: La felicità è un sistema complesso
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Gianni Zanasi
Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrin, Lorenzo Favella
Produzione: Pupkin Production, IBC Movie, Rai Cinema
Durata: 117
Interpreti: Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston

Per lavoro Enrico Giusti convince dirigenti incompetenti e irresponsabili a dimettersi prima che mandino in rovina le imprese che gestiscono. Un giorno si trova costretto ad ospitare e aiutare la ex-fidanzata straniera di suo fratello. Intanto gli viene affidato il compito di impedire che due adolescenti, orfani di una coppia di imprenditori di alto livello, diventino dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film parte carico di buone intenzioni. Il protagonista sembra sul punto di voler cambiare vita, si avverte in lui la spinta a cercare un bene più vero e profondo e si aprono diverse prospettive di crescita anche per gli altri personaggi. Tuttavia in realtà non si può dire che questi raggiungano un vero significativo cambiamento
Pubblico 
Adolescenti
non sono presenti scene particolarmente problematiche per la visione, ma la struttura complicata e poco concludente del film rende la visione poco interessante per un pubblico giovane
Giudizio Tecnico 
 
Il film intraprende diverse linee narrative, tanto che inizialmente sembrerebbe addirittura adatto a diventare una serie televisiva, e in effetti, proprio come accade per molte fiction, l’intreccio rimane aperto e non conclude davvero il possibile percorso di crescita che si aspetterebbe soprattutto nel protagonista. Ottima interpretazione di Valerio Mastrandrea
Testo Breve:

Per lavoro il protagonista convince dirigenti incompetenti a dimettersi dalla loro azienda per evitare il peggio. Un racconto complesso che parte con le migliori intenzioni ma che non alla fine risulta inconcludente 

Quello della felicità è un tema di grande interesse, uno di quelli che si potrebbero dire universalmente validi per la maggior parte delle opere cinematografiche e non, anche perché si presta a numerose interessanti interpretazioni. Tuttavia in questo caso il titolo crea aspettative a cui la storia non riesce a rispondere. Per tutta la durata dei 117 minuti del film infatti ci si chiede quando e in che modo il discorso sulla felicità comincerà a svilupparsi, ma il momento non arriva mai. E questo non perché la storia sia eccessivamente triste o pesante o drammatica, ma semplicemente perché non è la felicità, ricercata, perduta, trovata o compresa, il concetto che sta alla base del film.

La storia ruota tutta intorno agli eventi che accadono al protagonista, Enrico Giusti -interpretato da un interessantissimo Valerio Mastandrea- in un momento in cui questi avverte l’esigenza di un cambiamento di senso nella sua vita. Ciò che è veramente complesso però in questo film è proprio la storia, articolata, ricca di materiale narrativo ma in definitiva poco concludente.

Enrico ha uno strano lavoro: convince alti dirigenti di grandi aziende ad abbandonare la propria carica prima che questi facciano fallire le società per cui lavorano a causa della loro incompetenza o per la loro dissolutezza. Per portare a termine la sua missione diventa amico di questi personaggi, li lascia parlare e li ascolta e alla fine sono essi stessi a convincersi da soli ad andare via prima che tutto sia distrutto. Eppure, nonostante il successo che egli ottiene nel proprio particolarissimo mestiere, percepisce che qualcosa non va nella sua vita. L’improvvisa irruzione in casa sua della fidanzata straniera abbandonata da suo fratello più piccolo mette in difficoltà il sistema di equilibri in cui Enrico vive e molte cose cominciano a cambiare. Intanto un’auto cade nel lago e Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori; Enrico viene quindi chiamato per impedire che i due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il suo caso più facile, ma in realtà l’intera situazione lo porta a mettersi in discussione e a rivedere le sue scelte sia professionali che personali.

Nonostante le tante strade che la narrazione intraprende e i diversi personaggi, oltre al protagonista, su cui viene posto l’accento, tutto in questo film resta insoluto, irrisolto. Se non fosse per la ricchezza e complessità che Valerio Mastandrea riesce ad infondere al suo personaggio, la storia in se stessa deluderebbe profondamente. Il film, attraverso i diversi personaggi che lo compongono, intraprende in effetti una buona quantità di discorsi: l’amore visto come forte spinta al cambiamento, l’etica del lavoro, l’inumana spietatezza che a volte assume il sistema economico, il valore dell’amicizia e il difficile confronto tra padre e figlio. Ma nessuno di questi trova una soluzione vera, una conclusione che offra allo spettatore un punto di vista o uno spunto di riflessione originale al di là della semplice rappresentazione del caso.

Questo perché in effetti nessuno dei personaggi giunge a concludere il proprio percorso di crescita. Enrico in realtà già dalle prime scene appare come un uomo desideroso di fare del bene. È gentile e accogliente tanto con il fratello quanto con la fidanzata di lui e i dubbi che nutre sin dall’inizio del film sul proprio lavoro fanno di lui una personalità positiva e piuttosto matura, capace di gestire bene le difficoltà anche con un certo senso dell’ironia. Per questo alla termine della storia si ha la sensazione che dopo tanto peregrinare, il percorso di crescita operato da Enrico sia ben poco. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LORO CHI?

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2015 - 18:12
Titolo Originale: Loro chi?
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Francesco Miccichè, Fabio Bonifacci
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: PICOMEDIA, WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
Durata: 95
Interpreti: Marco Giallini, Edoardo Leo, Catrinel Marlon, Bor Lisa

Un caleidoscopio di false identità, inganni, truffe, tante maschere e pochi volti, sempre i soliti, sempre i loro, ma “Loro chi? “, quesito che dà il titolo al nuovo film di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, “Loro chi?” è anche il titolo del manoscritto che il protagonista David, con un un sotterfugio, propone ad un editore per venderne i diritti e poter fuggire via, lontano da una storia che vuole dimenticare, una storia che ci viene raccontata dalle pagine di quel libro che lo stesso David legge ad alta voce. Le parole che descrivono la sua paradossale vicenda prendono corpo e vita, e così l’uomo, con un passato da giornalista e il sogno di diventare scrittore, si ritrova a gestire la comunicazione di una importante azienda nel nord Italia. Finalmente la sua occasione sembra arrivata: dovrà presentare un brevetto rivoluzionario che gli garantirà la gloria e l'apprezzamento inseguiti da sempre. Ma in una sola notte l'incontro con Marcello, un abile truffatore aiutato da due avvenenti socie, cambierà il corso della sua vita. David perde tutto: fidanzata, casa e lavoro. Per recuperare e’ deciso a vendicarsi, ma si troverà invischiato nella vita del truffatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nulla è completamente, chiaro, nulla è mai definito, né nei personaggi né nelle situazioni. In questo relativismo dominante vincono solo i più furbi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Marco Giallini ed Edoardo Leo dimostrano ancora una volta tutta la loro verve comica, il loro eclettismo. Miccichè e Bonifacci danno vita a una regia scoppiettante e dinamica
Testo Breve:

Imbrogliare è un’arte che sfrutta i sogni e le aspettative degli altri. Un film divertente ma anche triste perché sottolinea che nulla è come appare e che i più furbi vincono

Marcello e’ un uomo che vive di inganni, di false identità, imbroglia, ruba, però lo fa con grande abilità, senza creare apparentemente dolori, senza violenza o danni. È un compositore della realtà, crea nella realtà quelle storie che David vorrebbe scrivere sulle pagine bianche dei suoi romanzi. Sovvertendo la legge e i principi morali, l’uomo regala emozioni, che seppur finte e create a tavolino, sono sempre vere per chi le prova. È come se truffando riuscisse comunque a donare felicità e a realizzare i sogni della persona a cui sottrae qualcosa.

Così David, affascinato dallo scrittore di storie reali, desiste dai suoi intenti di vendetta e decide di seguirlo, diventando una sorta di suo allievo. David che da sempre e’ stato un uomo debole, incapace di imporsi, di lottare per ottenere ciò che gli spetta e ha sempre sognato, decide che è arrivato il momento di agire, e chiede a Marcello di mettere in atto un piano ai danni dell’azienda per la quale lavorava, per prendersi la sua personale rivalsa, e anche un bel quantitativo di denaro. Il truffatore accetta, e i due, con l’aiuto delle solite socie, danno il via ad una farsa che, tra scambi di ruoli, falsi poliziotti, gag, divertenti intrighi, battute e travestimenti, porterà a raggiungere l’obiettivo prefissato. Ma nulla è come sembra..

Loro Chi?” è un film divertente e ben fatto che rimanda alle commedie all’italiana di Monicelli e Risi; non a caso i due protagonisti ricordano Gassman e Trintignant del celebre” Il sorpasso”. Marcello / Giallini a bordo della sua Maserati, rigorosamente rubata,  ricorda Bruno / Gassman che,  a bordo della sua Lancia Sport  compressa, con il suo carisma, trascina con se l’insicuro  Roberto  che ha molto dell’ingenuo David.

Marco Giallini ed Edoardo Leo, protagonisti indiscussi, sebben affiancati da altri personaggi caratteristici, dimostrano ancora una volta tutta la loro verve comica, il loro eclettismo, affermandosi come una coppia che riesce, convince, diverte e affascina.

Miccichè e Bonifacci danno vita a una regia scoppiettante, dinamica, grazie ad un montaggio veloce, tipico dei road movie, e a una sceneggiatura ricca, imprevedibile, coinvolgente, divertente, che va a costruire un film in cui si ride tanto, ma è una risata che lascia l’amaro in bocca. È presente una comicità mai fine a se stessa, una comicità che stupisce, fa riflettere e pone degli interrogativi nella mente degli spettatori. A partire dai personaggi, mai completamente negativi anche se sovvertono la legge, per arrivare alle situazioni, mai completamente chiare e definite. Una realtà in cui tutti illudono tutti, tutti ingannano tutti, discernere la verità diventa difficile, se non impossibile. Forse allora la domanda “Loro chi?” rimarrà sempre senza risposta, anche dopo il finale.

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOBBIAMO PARLARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/17/2015 - 19:47
Titolo Originale: Dobbiamo parlare
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Carla Cavalluzzi, Diego De Silva, Sergio Rubini
Produzione: Palomar, Nuovo Teatro, Rai Cinema
Durata: 98
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese, Sergio Rubini

Una sera, nell’attico nel pieno centro di Roma in cui convivono Vanni, cinquantenne scrittore di successo, e Linda, giovane ghost writer, mentre i due si preparano ad uscire, irrompe Costanza. Costanza è una dermatologa, amica di Linda, sposata in seconde nozze con Alfredo, chirurgo romano di successo, ed ha appena scoperto di essere stata tradita dal marito. Nel corso della serata si aggiunge pure Alfredo, anche lui amico di Linda e Vanni. I quattro trascorrono insieme nel salotto di casa una lunga nottata in cui si alternano liti e conversazioni più amene, discussioni accese e momenti divertenti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
All’apparenza il film sembrerebbe voler affrontare il tema della famiglia e del matrimonio, ma in realtà si tratta di 4 persone singole che non riescono a trovare la generosità per uscire da se stessi e stanno assieme solo per convenienza personale. Il matrimonio è visto come “contratto” finché c’è beneficio. L’amore, inteso come donazione di se stessi all’altro, non c’è, come non c’è fusione in un organismo superiore che è la famiglia.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa dei dialoghi che spesso rimandano a situazioni complesse e difficili da comprendere, con un linguaggio a volte un po’ triviale, il film è più adatto ad un pubblico adulto
Giudizio Tecnico 
 
Più che un film una pièce teatrale per il grande schermo, un progetto in cui convergono teatro, letteratura e cinema.
Testo Breve:

Da un'opera teatrale, i litigi in una stessa stanza di due coppie. Ottima interpretazione di tutti ma invece di amore c'è solo la ricerca individuale del proprio tornconto

La storia è semplice e si sviluppa, proprio come potrebbe accadere per una commedia teatrale, in un arco di tempo assai limitato, dalla sera alla mattina, in un unico ambiente, l’attico in cui Vanni (Sergio Rubini), scrittore affermato, convive con la sua compagna Linda (Isabella Ragonesi), di 20 anni più giovane, che lo aiuta nel comporre i suoi romanzi. I loro programmi per la serata vengono prepotentemente interrotti dall’arrivo di Costanza (Maria Pia Calzone), dermatologa e amica di Elisa, che cerca conforto dopo aver scoperto la relazione extraconiugale di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), suo marito, chirurgo romano di successo. La vicenda a questo punto procede per ellissi, tra il comico e il drammatico, proponendo uno spaccato della società che si muove tra il mondo della piccola borghesia e quello radical chic. I quattro cominciano a parlare tra loro, di loro e delle relazioni che li legano. Recriminazioni, offese, accuse e tradimenti reciproci, ma anche improvvise complicità frutto di un’intima frequentazione, cominciano a saltare fuori alternando momenti dolorosi a situazioni piacevoli e divertenti.

Sergio Rubini, che in questo film fa da attore, regista e sceneggiatore, dimostra di sapersi muovere con disinvoltura dal teatro al cinema. La sua idea per questo progetto era di mostrare la forza delle parole, tanto di quelle dette quanto di quelle non dette, e per farlo ha chiesto l’aiuto a due scrittori veri, Diego De Silva e Carla Cavallucci. Il risultato, dal punto di vista dell’intrattenimento, è abbastanza divertente e coinvolgente ma in quanto a contenuti e valori sui temi scelti, matrimonio, convivenza e famiglia, manca di ordine.

L’alternanza tra serio e faceto della sceneggiatura è ben riuscita, raramente i dialoghi risultano pesanti. Tuttavia il tema irrinunciabile della felicità e dell’amore sono affrontati da una prospettiva tristemente individualista. Da un lato c’è il matrimonio di Alfredo e Costanza visto quasi come un accordo, una sorta di alleanza fatta di compromessi, a volte anche dolorosi, ma funzionali ad un equilibrio che offre reciproca convenienza, sia da un punto di vista materiale che umano. Dall’altro c’è la convivenza di Linda e Vanni, tutta fondata su sentimenti ed emozioni, sui quali però non è possibile investire e lo dimostra anche il fatto che, mentre lei non desidera avere figli, lui non riesce a tagliare definitivamente con il suo precedente matrimonio.

L’appartamento in cui la storia si sviluppa finisce col diventare una sorta di campo di battaglia in cui restano solo i vinti, vittime di un amore percepito come un affetto problematico e non come una straordinaria sfida da intraprendere per la vita.

In questa prospettiva un po’ drammatica e triste, fatta di equilibri affettivi precari e legami instabili fondati sulla convenienza, il “parlare” diventa addirittura rischioso, perché fondamentalmente significa rivelare a se stessi e all’altro il proprio egoismo, la propria chiusura, e fare i conti prima di tutto con la propria incapacità di volersi donare in modo disinteressato. Così in definitiva anche il discorso del film non si chiude davvero e il titolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in una amara domanda: Dobbiamo parlare?

"Dobbiamo parlare" è indubbiamente un'opera strana: sembra che parli di famiglia e di matrimonio, invece non ne parla affatto. In realtà si tratta della triste storia di quattro persone che non hanno la generosità di uscire da se stessi. Solo il personaggio di Rubini pare orientato alla conciliazione e alla pace, ma manca del coraggio delle decisioni. Sono delle finte coppie, perché sono 4 singoli che cercano i propri interessi e stanno assieme solo per una momentanea convenienza personale. L’amore non è percepito come un’occasione di fusione tra due persone che si scelgono e si uniscono per creare un organismo superiore quale è la famiglia. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ULTIMI SARANNO ULTIMI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/13/2015 - 11:00
Titolo Originale: Gli ultimi saranno ultimi
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Massimiliano Bruno
Sceneggiatura: Paola Cortellesi, Massimiliano Bruno, Furio Andreotti, Gianni Corsi
Produzione: IIF-ITALIAN INTERNATIONAL FILM CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Paola Cortellesi, Alessandro Gassmann, Fabrizio Bentivoglio

Luciana è un’operaia che vive ad Anguilllara; è sposata con Stefano, un uomo simpatico che Luciana ama ma che ha una riluttanza cronica a lavorare sotto padrone e preferisce inseguire opportunità di affari che puntualmente non si realizzano. La coppia ha un sogno: avere quel figlio che ancora tarda ad arrivare. Alla fine la lieta notizia: Luciana è incinta ma la situazione precipita: il personale della fabbrica le comunica che il suo contratto non verrà rinnovato (si è sparsa la voce della sua gravidanza) e suo marito continua a infilarsi in affari senza prospettive…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giusta battaglia per i diritti delle lavoratrici madri sembra alludere all’unica soluzione possibile: quella del gesto violento
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene cariche di tensione. Una scena sensuale senza nudità
Giudizio Tecnico 
 
Gli attori, tutti bravi, fanno del loro meglio per sostenere una sceneggiatura approssimativa
Testo Breve:

All’operaia Luciana viene a mancare il rinnovo del contratto di lavoro perché incinta. Il film ha il giusto obiettivo di denunciare il mancato rispetto dei diritti delle lavoratrici madri ma la sceneggiatura è debole e il racconto è affetto da un semplicistico manicheismo 

Il film inizia subito male. Luciana viene convocata dalla direzione del personale di fabbrica per venire informata che il suo contratto non verrà rinnovato. Nel colloquio il funzionario lascia trapelare il fatto che l’azienda è stata informata (da qualche malalingua interessata) della gravidanza della donna e che è stato questo il motivo del mancato rinnovo. Come se non bastasse il responsabile delle risorse umane allude al fatto che se avesse abortito…

Neanche il più maldestro e il più inesperto degli uomini del personale potrà mai impostare un colloquio così delicato in questo modo: già questa sequenza serve a rendere manifesto lo scarso impegno degli sceneggiatori a impostare un racconto che abbia un minimo di realismo e a predisporre lo spettatore ad assistere a un racconto che prende la facile via del mostrare quanto sono bravi i protagonisti perché sono vittima di un “sistema cattivo”.   Tutto il racconto è in effetti disseminato di battute polemiche, dette di passaggio, come se fossero tante punture di spillo. Ecco che c’è il vecchio professore antisindacale che ridicolizza le battaglie dell’autunno caldo, l’amica di Luciana che lascia trapelare il suo razzismo, le emissioni delle antenne della vicina stazione trasmittente di Radio Vaticana alle quali vengono attribuite malattie e morti avvenute fra la popolazione, fino all’immancabile omofobo redento che prima denigra un travestito e poi ne diviene amico. Nei tanti scivoloni della sceneggiatura incappa anche il pur bravo Alessandro Gassmann, nella parte di Stefano: di fronte al collasso finanziario della coppia, aggravato dal prossimo arrivo del figlio, non trova altra soluzione, per farsi perdonare dalla moglie per il suo scarso impegno nel lavoro, che impiegare i pochi soldi rimasti per comperarle un anello…

Il finale drammatico, quando lei sceglie di attuare un gesto estremo contro gli insensibili padroni che l’hanno licenziata, non fa che enfatizzare il manicheismo che pervade tutto il racconto.

La buona causa che anima tutto il film, di evidenziare le troppo frequenti violazioni dei diritti sul lavoro delle donne in stato di gravidanza, soffre proprio della mancanza di un contesto realistico in cui il messaggio possa venir valorizzato.

Fa sicuramente male fare dei confronti con altri recenti prodotti d’oltralpe, sulla condizione della classe operaia, come Due giorni, una notte, terzo classificato come FilmOro 2015 e La legge del mercato: due lavori che sviluppano un racconto crudo ed essenziale, quasi espressione di un cinema-verità.

Paola Cortellesi interpreta una convincente e intensa Luciana, anche se rischia spesso di togliere la parte agli altri. Alla fine i personaggi più riusciti sono quelli di contorno: Irma Carolina di Monte nei panni del travestito Simona e Stefano Fresi nei panni di Antonio, la bonaria guardia giurata. Difficilmente comprensibile, in una logica di economia del racconto, il plot parallelo del poliziotto che non vuole sparare, interpretato, per quel che può, da un Fabrizio Bentivoglio in tono minore. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO COPERTURA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/03/2015 - 17:16
Titolo Originale: Sotto copertura
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Salvatore Basile, Francesco Arlanch
Produzione: Lux Vide
Durata: Miniserie di due puntate, 2 3 novembre 2015 su Rai 1
Interpreti: Claudio Gioè, Guido Caprino, Filippo Scicchitano, Dalila Pasquariello, Simone Montedoro, Antonio Gerardi,Raffaella Rea

Nel novembre del 2010 una squadra appositamente costituita dal capo della Squadra Mobile di Napoli Vittorio Pisani (nella fiction, l’attore Claudio Gioè, che lo impersona, assume il nome di Michele Romano), riesce a catturare il boss del clan dei Casalesi Antonio Iovine dopo 14 anni di latitanza. La miniserie ricostruisce, romanzandola ma conservando i fatti essenziali, il lungo e meticoloso lavoro degli inquirenti fatto di intercettazioni e di pedinamenti. Hanno individuato in Anna, un possibile tramite per raggiungere il boss: si tratta di una ragazza che periodicamente va a trovarlo nel suo rifugio. La pista sta per dare i suoi frutti quando Anna si innamora di un bravo ragazzo, Emilio, che gli prospetta una vita normale e felice. Anna ha il coraggio di rifiutarsi di continuare a incontrare Iovine: per la squadra investigativa ciò comporta la perdita di una pista importante. Nel frattempo il boss non ha gradito affatto il comportamento della ragazza.. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La ferma volontà di ristabilire la giustizia consente a una squadra di poliziotti di conseguire brillanti risultati; la forza semplice ma seducente del bene riesce a penetrare anche nei contesti più difficili. Presenza di rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Alcune sequenze di rapporti amorosi con nudità. Scene di sparatorie e di un pestaggio nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Un racconto che rende bene l’umanità dei protagonisti, che non vivono del solo lavoro ma amano, soffrono e hanno le loro debolezze. Qualche incertezza sul fronte del realismo di certi passaggi.
Testo Breve:

La miniserie racconta, in modo in parte romanzato, la cattura di Antonio Iovine, boss del clan dei casalesi. Un poliziesco che evidenzia l’umanità dei protagonisti e la forza semplice ma seducente del bene che riesce a penetrare anche nei contesti più difficili

Gli spettatori, vedendo la miniserie Sotto copertura, avranno potuto emettere un sospiro di sollievo. Dopo il film Gomorra e la serie omonima, finalmente hanno potuto godersi il racconto (vero) di come anche nel napoletano la polizia sia riuscita a conseguire importanti successi. Nella fiction non mancano riferimenti al sacrificio di don Giuseppe Diana, anche lui ucciso per mano del clan dei casalesi e ci sono anche alcuni cenni patriottici come non se ne sentivano da tempo: l’importanza di non emigrare ma di restare nel proprio paese per renderlo migliore. Risalta in particolare la figura del commissario Michele Romano che mostra bene come il conseguire un successo di questo genere non sia frutto solo dell’impiego di impiego di sofisticati meccanismi di intercettazione e di elevata professionalità ma di ferma, irremovibile volontà di raggiungere l’obiettivo, a costo di molti sacrifici. Il pubblico ha risposto in modo particolarmente positivo: le due puntate, trasmesse su Rai1 lunedì 2 e 3 novembre in prima serata, hanno guadagnato il primo posto come indice di ascolto.

La cattura di Antonio Iovine, boss del clan de Casalesi, latitante da 14 anni è risultata un’operazione complessa, che ha comportato mesi di intercettazioni e di pedinamenti da parte di una squadra appositamente costituita dal capo della squadra Mobile di Napoli. La miniserie sviluppa il racconto in due percorsi sempre molto intrecciati: il meticoloso lavoro di intercettazione e i molteplici tentativi di catturare il camorrista da parte della squadra mobile, dall’altra il racconto dei non pochi problemi personali dei suoi componenti. Se il commissario Romano non riesce ad accettare la partenza della figlia maggiorenne che ha deciso di andare a studiare a Dublino, i due agenti Arturo e Salvo hanno seri problemi con le loro mogli (Salvo è già divorziato) a causa delle loro continue assenze da casa.  L’agente Rossana, ha avuto il fidanzato ucciso dagli uomini di Iovine e il giovane Antonio ha voluto caparbiamente entrare nella squadra perché aveva conosciuto da vicino don Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra.

Siamo quindi profondamente lontani dai polizieschi hard boiled a cui ci siamo assuefatti sia al cinema che alla televisione: racconti con uomini e donne duri e cinici, sia sul fronte dei delinquenti che fra i poliziotti, ormai rassegnati all’esistenza del male. Potremmo parlare, per questa miniserie, di un genere poliziesco dal volto umano.

Il racconto si sviluppa ponendo uguale attenzione anche alla figura del capo camorrista (ottimamente interpretato da Guido Caprino) e agli uomini e donne che ruotano intorno a lui. E’ proprio nel contesto dei “cattivi” che lo sceneggiato introduce un’altra importante linea narrativa: la capacità seduttiva, la forza disarmante del bene. Viene impersonato nella figura di Emilio, un ragazzo terribilmente lineare ed onesto, che cerca “solo” di costruirsi un lavoro dignitoso e sposare la ragazza che ama. Una forza seduttiva che finisce per far breccia nel cuore di Anna, che fino a quel momento non era stata insensibile ai gioielli e alla vita agiata che gli concedeva Antonio Iovine. Sarà proprio la crisi che attraversa Anna a portare a soluzione anche l’operazione della polizia.

Se un racconto di questo genere non ha nessun obbligo di adeguarsi allo stile duro e violento ora in voga, è importante però che mostri di far riferimento a contesti reali. Si tratta di un dettaglio importante perché in questo modo risulta aumentata l’efficacia dei valori che si vogliono rappresentare, che altrimenti finirebbero relegati nel contesto di un racconto favolistico. Indubbiamente le più recenti fiction americane ci hanno abituato a un alto grado di realismo (per il genere poliziesco citerei solo The Wire). Non mancano invece, in questa miniserie, alcuni punti che destano perplessità.
Il commissario Romano aveva avuto l'autorizzazione per allestire un centro per le intercettazioni secondo criteri di massima riservatezza: stranamente vediamo sua figlia entrare e uscire da quell’ambiente molto naturalmente, senza dover bussare a nessuna porta: semplicemente aveva chiesto l’indirizzo alla segretaria del padre.
Non è particolarmente sviluppato, nel racconto (ad eccezione di un breve episodio che si svolge in un bar), il contesto di omertà diffusa che purtroppo protegge i camorristi; sappiamo che, nella realtà, gli abitanti del paesino dove fu catturato Iovine, non furono affatto contenti dell’accaduto: il boss garantiva sicurezza, lavoro e tranquillità a tutti.

La figura di Anna desta la perplessità maggiore: presentata ufficialmente come la donna che si “prende cura” del boss, del tipo preparargli da mangiare, si stenta a non concludere che fosse anche la sua amante (accetta il suo invito a passare un weekend in America, cosi come non disdegna i tanti preziosi regali che riceve) eppure  lo sceneggiato mostra chiaramente in due scene, i  rapporti amorosi fra Anna ed Emilio mentre sorvola su quelli fra Anna e Iovine,  forse per  “preservare” visivamente la sua reputazione.

La miniserie resta comunque un’operazione importante nel contesto della corrente produzione televisiva, perché è in grado di riorientare positivamente un pubblico ormai rassegnato alla supremazia della corruzione e della delinquenza. La realtà non è solo quella raccontata in Suburra.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SPECTRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/03/2015 - 12:08
Titolo Originale: Spectre
Paese: Usa/Gran Bretagna
Anno: 2015
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: John Logan, Neal Purvis, Robert Wade
Durata: 148
Interpreti: Daniel Craig, Léa Seydoux, Monica Bellucci, Ralph Fiennes, Naomie Harris, Ben Whishaw, Christoph Waltz

Dopo la sua morte (alla fine di Skyfall), M ha lasciato a 007 un incarico, uccidere un uomo e al suo funerale mettersi sulle tracce di una misteriosa organizzazione criminale. Isolato dai Servizi Segreti britannici e sempre più determinato a conoscere la verità e avere vendetta, Bond incrocia sul suo cammino la bella Madeline Swann, figlia di un vecchio nemico e forse chiave per raggiungere il cuore dell’organizzazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I cattivi alla fine verranno sconfitti e, cosa più importante, Bond inizia a provare disprezzo per il proprio lavoro: vorrebbe non uccidere
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene di violenza, una scena di tortura, qualche scena sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Dal punto di vista strettamente tecnico il film non delude, anzi inanella una serie di sequenze spettacolari ma la trama decolla per davvero solo nella seconda parte
Testo Breve:

Ultimo (forse) capitolo della quadrilogia di 007 interpretato da Daniel Craig. Sequenze molto spettacolari ma il racconto è meno avvincente dei film precedenti

Ultimo (a quanto pare) capitolo della quadrilogia in cui Daniel Craig ha ridisegnato la figura e la mitologia dell'agente segreto più famoso al mondo, Spectre si gioca la partita mettendo in campo fin dal titolo il nemico dei nemici, l'organizzazione che nei decenni tanto filo ha dato da torcere a James Bond, cercando di tirare le fila di quanto seminato nell’arco delle varie pellicole.

Dal punto di vista strettamente tecnico il film non delude, anzi inanella una serie di sequenze spettacolari (dall’apertura a Città del Messico durante il Giorno dei Morti, alla sequenza di inseguimento in automobile per le vie di Roma) degne della migliore tradizione della serie, che viene omaggiata nei suoi momenti ed elementi più topici, dalla Aston Martin al famoso Martini agitato non mescolato (che in epoca di salutismo Bond si vede negare).

La trama decolla per davvero, però, solo nella seconda parte (il ruolo di Monica Bellucci vedova poco afflitta di un assassino dell’organizzazione è dimenticabile), quando nelle ricerche del suo nemico inafferrabile, simili a una specie di caccia al tesoro dove ogni tappa nasconde un indizio, Bond viene affiancato da Madeline Swann, una donna che ha a lungo cercato di sfuggire l’eredità di un padre assassino e criminale, che per salvare la vita a sé e al suo compagno dovrà almeno in parte riappropriarsene.

Questo in un momento in cui Bond ha perso la sua “licenza di uccidere” (quella che, come ricorda M, è anche una “licenza di non uccidere”, perché l’istinto umano resta sempre giudice migliore dei semplici dati), ma, cosa ancora più grave, inizia a provare disprezzo per il proprio lavoro, o, semplicemente, a invecchiare.

Il grande inganno, del resto, ricorda curiosamente quello che sta dietro la trama dell’ultimo Mission Impossible, dove pure terrorismo e intrighi miravano alla creazione di una multinazionale del crimine capace di combattere e controllare gli Stati e non solo le persone.

Laddove Tom Cruise supplisce all’assurdo di certe situazioni con l’esibizione di uno sforzo fisico al limite del superomistico, Bond fedele alla tradizione affronta nemici sempre in impeccabili completi e alterna lo scontro fisico con l’immancabile amoreggiare. La love story di questo capitolo, per altro, si può senz’altro annoverare tra i punti di maggior interesse della storia, e proprio l’impossibilità di approfondirla come avrebbe potuto impedisce a Madeline Swann di diventare un personaggio indimenticabile come la Vesper Lynd di Casino Royale.

Il passato continua a perseguitare James Bond (dal passato viene anche il suo acerrimo avversario, un Christoph Waltz a suo agio nel solito ruolo sopra le righe), ma l’atmosfera in cui ci troviamo immersi resta meno avvincente del capitolo precedente, alcune situazioni sono sì citazioni colte ma restano al livello di piacevoli divertissement e non scavano nel profondo della psiche del protagonista.

Potrebbe sembrare insensato pretendere tutto questo da una saga d’azione con ascendenze decisamente politically incorrect  ma se allo spettatore, per quanto sazio di spettacolo, resta in bocca un po’ di insoddisfazione è per l’eccellenza a cui almeno il primo e il terzo capitolo del Bond di Craig ci aveva abituato. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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45 ANNI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/02/2015 - 16:18
Titolo Originale: 45 Years
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2015
Regia: Andrew Haigh
Sceneggiatura: Andrew Haigh
Produzione: THE BUREAU, IN ASSOCIAZIONE CON CREATIVE ENGLAND
Durata: 93
Interpreti: Charlotte Rampling, Tom Courtney

Kate e Geoff sono da 45 anni una coppia praticamente perfetta; vivono nella loro bella casa nella campagna inglese nei pressi di Norfolk, con la compagnia di un cane lupo e molti amici che non fanno sentire più di tanto l’assenza dei figli. A una settimana dalla festa per l’anniversario, però, la routine è rotta da una lettera che annuncia il ritrovamento sulle alpi svizzere del corpo di Katia, il primo amore di Geoff, morta 50 anni prima in un tragico incidente. Una notizia che sconvolge la vita dei due e mette in discussione tutta la loro vita insieme…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un momento difficile in una coppia ormai anziana, senza che vengano date risposte risolutive o consolatorie ma dove viene lasciato spazio alla speranza e al reciproco perdono
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di tensione, una scena sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Magistrali interpretazioni di Charlotte Rampling e Tom Courtenay (entrambi premiati con l’Orso d’Argento come migliori interpreti all’ultima berlinale) guidati dalla regia di Andrew Haigh, discreta e coinvolgente.
Testo Breve:

Il racconto cerca di mettere a confronto le scelte della giovinezza con quelle dell’età matura, dove sembra che la libertà abbia uno spazio di azione ridotto e i due protagonisti si trovano “costretti” a riprovare a conoscersi e “scegliersi”.

Tratto da un racconto di David Costantine il film di Andrew Haigh (che nel suo precedente film, Weekend, aveva raccontato la nascita di un amore) ha conquistato critica e pubblico alla Berlinale, anche grazie alle magistrali interpretazioni di Charlotte Rampling e Tom Courtenay (entrambi premiati con l’Orso d’Argento come migliori interpreti), capaci di infondere nei loro personaggi spessore ed emozione senza mai perdere in verità.

La regia di Haigh (che ha in curriculum la serie HBO Looking), discreta e coinvolgente, non disdegna qua e là di sorprendere lo spettatore con l’uso di stilemi da cinema «horror» per sottolineare il senso di crescente instabilità  che porta i due protagonisti fino al limite della rottura.

La pellicola è costruita su una routine messa alla prova da una notizia in se stessa non sconvolgente, ma che diventa a poco a poco dirompente perché costringe entrambi i coniugi a rivedere le proprie scelte di una vita, quelle di tanto tempo prima come quelle del presente. L’idea esplorata dal regista è proprio quella di mettere a confronto le scelte della giovinezza (spesso decisive rispetto alla vita successiva) con quelle dell’età matura, dove sembra che la libertà abbia uno spazio di azione ridotto e dove invece i due protagonisti si trovano “costretti” a riprovare a conoscersi e “scegliersi”.

Il film accompagna in questo percorso, doloroso e senza sconti, nel corso del quale si riesce ad emozionarsi anche solo riconoscendo la verità e l’onestà con cui è raccontata la quotidianità di due persone avanti con gli anni e costrette a misurarsi con limiti e fatiche che non è sempre facile accettare.

Aiuta nel rendere credibile questo percorso il fatto che soprattutto la Rampling lascia che la macchina da presa indugi su rughe e imperfezioni dando al suo personaggio una forza che non si può fare a meno di ammirare.

Senza pretendere di dare risposte risolutive o consolatorie, ma anche lasciando spazio alla speranza e al reciproco perdono, il film affida la sua (non risposta) a tante domande agli occhi della Rampling e alle note di una canzone d’amore ambigua come Smoke gets in your eyes …

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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