Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

ALL IS LOST - TUTTO E' PERDUTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/05/2014 - 18:31
Titolo Originale: All is Lost
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura: J.C. Chandor
Produzione: Before The Doors Pictures/Washington Square Films
Durata: 106
Interpreti: Robert Redford

Robert Redford è un uomo senza nome capace di sopravvivere per otto giorni sperduto nell’oceano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo riesce a sopravvivere da solo, sperduto nell’oceano, combattendo la disperazione.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e numerosi momenti di tensione.
Giudizio Tecnico 
 
Un “One man show” con Robert Redford che non riesce a supplire alla mancanza di una tematica narrativa
Testo Breve:

Robert Redford da solo su una barca nell’oceano. I critici lo lodano ma il pubblico si addormenta

I critici lo lodano, il pubblico si addormenta. All Is Lost è l’audace tentativo di J.C. Chandor e Robert Redford di raccontare una storia di sopravvivenza e solitudine tramite il solo uso di immagini di “straordinaria quotidianità”.

“Il Nostro Uomo”, pseudonimo utilizzato nei titoli di coda per identificare un Redford senza nome, non è un Seal o un marinaio dalle capacità fuori dall’ordinario, ma un uomo con un’irrefrenabile voglia di vivere. J.C. Chandor non comunica alcun dettaglio sulla vita personale del suo protagonista, se non nella lettura iniziale di una lettera dal contenuto alquanto vago, e non ha alcuna pretesa (sarebbe stata legittima peraltro) di produrre un arco narrativo. Redford non incarna tanto l’uomo comune quanto un’umanità generica e forse proprio per questo (paradossalmente) priva di punti d’identificazione.

Film che vedono come fulcro narrativo la battaglia dell’uomo contro fenomeni naturali sono interessanti per il loro aspetto visivo, ma si elevano artisticamente e acquistano significato quando il vero conflitto è quello del protagonista contro se stesso. La lotta interiore e personale di un uomo contro le sue debolezze è ciò che emoziona un pubblico. Un uomo che vuole vivere nonostante gli innumerevoli nubifragi è ammirevole, ma non colpisce il cuore come il personaggio che cade, si rialza e combatte.  

Vista la genericità narrativa, la conseguenza è un film episodico, quasi documentaristico, in cui si susseguono catastrofi naturali che Redford vive con una tranquillità stoica che lascia lentamente spazio ad una crescente disperazione. La mancanza di tessuto narrativo si fa sentire anche nella scelta delle inquadrature e del montaggio. L’attenzione ai dettagli della nave, dell’oceano e del cielo è quasi esasperata e spesso innecessaria.  

Ci troviamo di fronte ad un’ambientazione soffocante, dalla piccola imbarcazione iniziale alla scialuppa di salvataggio fino all’immensità oceanica. Gravity ha il pregio di suscitare ambivalenza nel pubblico: lo spazio diventa un luogo tanto terrificante quanto affascinante. Chandor sembra non amare l’oceano e ogni suo particolare è utilizzato per suscitare timore e claustrofobia.

 

“One man show” sembra il motto delle maggiori pellicole di questo 2013. Gravity vanta Sandra Bullock, Captain Phillips Tom Hanks e All Is Lost si appropria del mito americano Redford. Può un attore, pur dalle grandi capacità, supplire alla mancanza di una tematica narrativa? La risposta è no.

Un film deve essere una storia umana raccontata per immagini, non un esercizio visivo. 

Autore: Gaia Violo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SEGRETI DI OSAGE COUNTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/30/2014 - 20:07
Titolo Originale: August: Osage County
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Tracy Letts dalla sua pièce omonima
Produzione: Jean Doumanian/Smokehouse Pictures/Battle Mountain Films/Yucaipa Films
Durata: 119
Interpreti: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Margo Martindale, Benedict Cumberbatch, Abigal Breslin, Juliette Lewis, Julianne Nichols, Dermot Mulroney, Sam Shepard, Misty Upham

Poco dopo aver assunto una badante indiana per la moglie Violet, malata di cancro, Beverly Weston, poeta e padre di famiglia, scompare. Violet convoca le figlie giusto in tempo perché il corpo di Beverly venga ritrovato in fondo a un lago. Si scopre che l’uomo si è suicidato. Attorno alla vedova si stringono così Barbara, che torna da Denver con il marito professore universitario fedifrago e la figlia quattordicenne, Ivy, che è sempre rimasta vicino ai genitori e non ha una famiglia sua, e Karen, che arriva da Miami con l’ennesimo fidanzato. Ci sono anche la sorella di Violet, Mattie Fae, con il bonario marito Charlie e il timidissimo rampollo Charlie Jr. La celebrazione del funerale e i giorni che seguono sono l’occasione per far esplodere tensioni sopite e far emergere imbarazzanti segreti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’ennesimo deprimente ritratto di famiglia disfunzionale dove i suoi componenti non lasciano passare scena senza vomitarsi addosso giudizi senza misericordia, recriminazioni, insulti e allusioni offensive
Pubblico 
Maggiorenni
turpiloquio, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
La pellicola, costellata di interpretazioni intense e sublimi, soffre un po’ della sua origine teatrale
Testo Breve:

I Weston si riunicono a casa della nonna in occasione del funerale del nonno che si è suicidato. Una occasione propizia per scambiarsi insulti, recriminazioni, giudizi offensivi. Una Meryl Streep da Oscar.

Tratto da una pièce teatrale di grande successo e adattato per lo schermo dallo stesso autore, I segreti di Osage County è un dramma familiare che spingerebbe chiunque a riconsiderare in positivo i meriti del proprio parentado.

I Weston, infatti, non lasciano passare scena senza vomitarsi addosso, in più o meno bello stile, giudizi senza misericordia, recriminazioni, insulti e allusioni offensive. Maestra in questo è la matriarca Violet (Meryl Streep in una parte che sembrava fatta apposta per garantirle una nomination all’Oscar, puntualmente arrivata insieme a quella per Julia Roberts), bravissima a intrappolare i familiari in discussioni che finiscono sempre per rendere più profonde e dolorose le ferite che si infliggono da anni l’un l’altro. Ciascuno dei personaggi nasconde un segreto (ma, minaccia fin dall’inizio Violet, lei vede tutto) e ciascuno ha qualcosa da perdonare e farsi perdonare, anche se di perdono nessuno sembra avere la minima voglia.

Fin dall’inizio il matrimonio tra Violet e Berverly (è con la voce di quest’ultimo, che cita il poeta T.S. Eliot, che si apre la vicenda) è presentato come una prigione o un patto che è sopravvissuto al suo senso d’essere piuttosto che il rapporto vitale tra due coniugi. La casa in cui la famiglia si riunisce per la cena post-funerale (c’è anche lo Zeno di turno, un cugino timido e imbranatissimo, che arriva in ritardo al funerale perché non ha puntato la sveglia) è una magione d’epoca, piena di finestre e verande che si aprono sugli spazi sterminati delle grandi pianure dell’Oklahoma, ma che in realtà è un ambiente chiuso e soffocante a causa della malefica influenza di Violet.

Come un ragno al centro di una ragnatela Violet (che, trasparente metafora, ha un cancro alla bocca) sparge il suo veleno intorno a sé e le sue figlie sembrano potersi solo allontanare per sfuggire a questa nefasta influenza. Lo ha fatto Karen, ma condannandosi a una serie infinita di repliche di un copione di coppia sbagliato pur di non restare sola. Non ci è riuscita la triste Ivy, che ha in serbo la ribellione più inaspettata.

Il rapporto attorno a cui ruota tutta la storia, però, è quello tra Violet e la primogenita Barbara, un tempo aspirante scrittrice, preferita del padre defunto, a sua volta dotata di una famiglia in crisi. Per tutto l’arco della storia Barbara e Violet si confrontano come due spadaccini in attesa di colpirsi, e le parole, davvero, qui, tagliano come coltelli. I lamenti aggressivi e auto assolutori di Violet, la sua ansia di possesso (delle cose, dei soldi, delle sue stesse figlie) hanno radice in un passato doloroso da cui non riesce a liberarsi e che brandisce come un’arma e un ricatto verso tutti. Starà a Barbara, che inizialmente cerca di rimettere in sesto le cose e di farsi carico di un impossibile equilibrio familiare, scegliere se riprodurre gli errori materni o optare per la libertà, anche a costo della solitudine.

La pellicola, costellata di interpretazioni intense e sublimi, soffre un po’ della sua origine teatrale (l’azione si svolge quasi interamente nella casa dei Weston e nei suoi dintorni), tra lunghi monologhi e scene di gruppo dove tutti attaccano tutti, in cui dall’umorismo si passa al sarcasmo e alla violenza. Il tutto sotto gli occhi silenziosi e imperscrutabili della badante indiana (o “nativa americana”, secondo l’imperante politically correctness denunciata da Violet).

L’ennesimo deprimente ritratto di famiglia disfunzionale sullo sfondo di quell’America rurale poeticamente cantata da Norman Rockwell, dove, invece, l’unico passaporto se non per la felicità, almeno per la libertà, sembra essere la fuga. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DALLAS BUYERS CLUB

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/30/2014 - 19:04
Titolo Originale: Dallas Buyers Club
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura: Craig Borten, Melisa Wallack
Produzione: TRUTH ENTERTAINMENT, VOLTAGE PICTURES, EVOLUTION INDEPENDENT, R2 FILMS
Durata: 117
Interpreti: Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Denis O'Hare

Dallas. 1985. In un mondo pieno di pregiudizi, in cui l’AIDS è sia la malattia-vergogna sia una piaga umana e sociale, a un promiscuo e rude ranchero, Scott Woodroof, sono diagnosticati trenta giorni di vita. Dopo un breve periodo di sconforto, Scott inizia a sperimentare medicine alternative, non approvate dal sistema sanitario statunitense dell’epoca, e a notare miglioramenti. Grazie all’aiuto di un transessuale sieropositivo e successivamente di una giovane dottoressa, inizia un giro di vendite che non solo gli consentirà di sopravvivere molto più a lungo, ma di dare una speranza a molti malati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film interessante su uno spaccato di realtà che non ha buoni e cattivi, ma persone reali alle prese con un dramma che ha distrutto migliaia di vite. Eppure non emoziona quanto potrebbe perché il protagonista non attraversa alcun cambiamento sostanziale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di droghe e numerose scene a contenuto sessuale e di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Matthew McConaughey conferma di aver conquistato a pieni voti il suo posto tra i più efficaci interpreti del genere drammatico. La vera sorpresa e gemma del film, però, è Jared Leto, che regala una performance bellissima nella parte di Rayon
Testo Breve:

Scott, a cui sono stati diagnosticati 30 giorni prima di morire di AIDS. inizia a importare medicine illegali dal Messico. Una vicenda storica e umana dall’ambiguo spessore recitata benissimo

Ispirandosi a una storia vera, Vallée e i suoi sceneggiatori raccontano una vicenda storica e umana dall’ambiguo spessore. Scott Woodroof non è il tipico eroe hollywoodiano a cui siamo stati spesso abituati e il suo percorso è sicuramente verosimile, anche se spesso poco edificante. Inizialmente dipinto come un uomo pieno di pregiudizi, dal carattere scontroso e dedito alle donne, il personaggio interpretato da McConaughey progressivamente migliora, ma non attraversa alcun cambiamento sostanziale. Forse è questo il motivo per cui la sua storia, seppure drammatica, fallisce nel toccare fino in fondo il cuore dello spettatore. Scott rimane un uomo che pensa principalmente a se stesso e anche il suo modo di aiutare gli altri malati è, per un bel tratto, frutto di una manovra dettata dal denaro più che da una condivisione di un doloroso vissuto. 

Se non possiamo affezionarci al protagonista, non si può dire lo stesso di Rayon, il transessuale sieropositivo, che rappresenta l’anima del film. Impulsivo, dolce, autodistruttivo e destinato a soccombere a una malattia che non sa o non riesce ad affrontare. Mentre la platonica relazione tra Scott e la dottoressa ondeggia nell’incertezza tra amicizia e qualcosa di più, l’amicizia tra Rayon e Scott costituisce la colonna emotiva dell’intero film, in quanto consente al protagonista di diventare un uomo migliore, permettendogli di vedere la persona Rayon al di là del pregiudizio.

A questo punto è lecito però notare come anche questo sia un po’ frutto di uno stereotipo, in cui spesso il transessuale viene dipinto come il buono da contrapporre all’etero. Sarebbe stato interessante vedere Rayon affrontare un cammino umano simile in spessore a quello intrapreso da Scott.

Accanto alla parabola umana di Scott (a suo modo un self made man, capace di inventarsi il sistema ingegnosissimo del titolo per dribblare i divieti ottusi o platealmente pilotati della legislazione farmaceutica americana) il film segue, seppure ricamando un po’ sui fatti a favore del suo “eroe”, il percorso spesso ambiguo e contraddittorio della ricerca sulla cura dell’AIDS. Quello delle case farmaceutiche, più preoccupate di fare soldi con i brevetti che di migliorare realmente la vita di persone allora destinate a una morte più o meno veloce, è un mondo dipinto in toni ambigui e oscuri, in cui la buona fede di pochi singoli non sembra poter controbilanciare la mancanza di scrupoli di tanti altri.

Una considerazione a parte deve essere spesa nei confronti degli attori: Matthew McConaughey conferma ancora una volta, dopo la prova di successo in Mudd, di aver conquistato a pieni voti il suo posto tra i più efficaci interpreti del genere drammatico. La vera sorpresa e gemma del film, però, è Jared Leto, che regala una performance bellissima nella parte di Rayon – un’interpretazione che vale da sola il prezzo del biglietto.

Dallas Buyers Club è un film interessante su uno spaccato di realtà che non ha buoni e cattivi, ma persone reali alle prese con un dramma che ha distrutto migliaia di vite. Eppure non emoziona quanto potrebbe e neanche, dato l’argomento, offre tutti gli spunti che sarebbero necessari per riflettere maturando un giudizio completo. Peccato.

Autore: Gaia Violo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE WOLF OF WALL STREET

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/25/2014 - 22:03
Titolo Originale: The Wolf of Wall Street
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Terence Winter
Produzione: Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio, Riza Aziz, Joey Mcfarland, Emma Tillinger Koskoff per Appian Way/Emjag Productions/Red Granite Pictures/Sikelia Productions
Durata: 180
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Rob Rainer, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Jon Favreau, Jean Dujardin, Joanna Lumley

Jordan Belford arriva a Wall Street negli anni Ottanta e ci mette pochissimo a imparare la formula magica per portare il denaro degli investitori nelle sue tasche. Ci mette poco a fondare una sua compagnia con cui, circondandosi di una banda di collaboratori che condividono totalmente i suoi “ideali”, fa soldi a palate, per poi spenderli in droga, sesso, case e macchine di lusso in un’iperbole senza freni di vizi e illegalità. Le sue imprese poco pulite attirano l’attenzione della SEC (l’organismo di controllo della borsa) e dell’FBI e alla fine arriva il momento in cui bisogna pagare il conto… Ma sarà proprio la fine del lupo di Wall Street?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ci troviamo davanti ad una tragica storia di dipendenza, tanto più tragica perché né il suo protagonista né la società in cui si muove sembrano avere gli anticorpi per opporsi a una visione del mondo in cui la droga più potente è il denaro.
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di droga, nudo, sesso, orge e violenza
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto da interpretazioni eccezionali, la sceneggiatura gioca abilmente con le aspettative del pubblico, ma forse qualche taglio in sede di montaggio avrebbe fatto bene
Testo Breve:

La parabola di Belford, da aspirante broker a miliardario speculatore fino alla galera e alla reinvenzione come guru delle vendite. Un continuo succedersi di scene di eccessi per raccontare il mito della ricerca della felicità con il denaro

L’ultima fatica di Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio (protagonista, ma anche produttore) è un viaggio allucinato e sopra le righe nella vita di un uomo privo di ogni morale (a meno che si voglia considerare una morale la convinzione che essere ricchi è meglio di essere poveri…). Un viaggio che lo spettatore compie sotto la guida molto poco affidabile del protagonista medesimo.

Seguiamo la parabola di Belford, dal suo esordio come ingenuo aspirante broker negli anni Ottanta a miliardario speculatore fino alla galera e alla reinvenzione come guru delle vendite in giro per il mondo, guidati dalla sua onnipresente voce che ci “spiega” (o all’occorrenza, si rifiuta di spiegare, magari proprio guardando in macchina rivolto allo spettatore) le sue mirabolanti avventure.

Il tono della vicenda (e sostanzialmente anche tutto quello che di importante ha da dire sull’uomo in questione e sulla società in cui si muove) il film lo chiarisce nei primi quindici minuti. Il giovane Belford arriva a Wall Street con la “legittima” aspirazione ad arricchirsi (dopotutto l’America non è forse il paese del diritto alla ricerca della felicità?...dove la felicità è ridotta a una manciata di banconote) e subito riceve in regalo una bella lezioncina dal suo mentore in un ristorante con vista spettacolare su Manhattan (il riferimento alle tentazioni diaboliche è probabilmente voluto). La Borsa, ci viene spiegato, è solo una versione più sofisticata e meno comprensibile dell’illusionismo e del gioco d’azzardo, dove il banco (cioè loro) vince sempre e l’incauto investitore fa la parte del pollo. L’importante è tenerlo dentro il gioco per non rompere l’illusione: l’irruzione della realtà in questo mondo di inganni è la fine di tutto. Sesso e droghe sono il necessario complemento per mantenere in piedi questo mondo di illusioni per se stessi e per gli altri. Una lezione che Jordan apprende e applica ancor meglio del maestro.

Di lì in poi il facilmente corruttibile Jordan Belford da spettatore attonito si trasforma in quattro e quattr’otto in un imbonitore da fiera capace di mettere insieme un gruppetto di amici (privi di qualunque scrupolo quanto lui) e mettersi a vendere fumo all’America. Prima quella dei poveri che possono permettersi solo le azioni spazzatura, e poi anche quella dei ricchi, perché non c’è proprio nessuno che voglia rimanere fuori dal gioco.

Di qui in poi è un succedersi di scene di eccessi, tra sesso (mercenario, etero e omosessuale, plurimo e perverso, perché bisogna alzare sempre di più la posta), droghe di ogni tipo, violenza e abiezione. Il tutto girato e recitato ad altissimi livelli: la regia di Scorsese non si lascia mancare nulla, come se avendo perso la speranza di poterci far empatizzare con un protagonista così assurdo e senza inibizioni, ci chiedesse solamente di stupirci per i “vertici” dove riesce ad arrivare.

I rimandi cinefili (a partire, ovviamente, dalle proprie stesse opere, prima di tutto Casino e Quei bravi ragazzi, ma certa violenza farsesca ricorda pure Tarantino, e si tocca anche il cinema classico) sono numerosissimi, l’uso della macchina da presa sempre sapiente e anche la sceneggiatura (scritta non a caso da un autore de I Soprano e Boardwalk Empire) gioca abilmente con le aspettative del pubblico. Imprigionati nel discutibile punto di vista di Belford non ci viene concesso nemmeno un momento per considerare le vittime delle sue truffe: sono anonimi allocchi dall’altra parte di una linea telefonica, gli stessi allocchi che più avanti si faranno raccontare dall’ex squalo della finanza uscito di galera come vendere una penna… Pure all’agente dell’FBI che finisce per incastrarlo (quello che in un altro tipo di film sarebbe stato il nostro eroe) viene concessa, fuori dallo sguardo di Belford, solo un’ultima malinconica inquadratura mentre torna in metropolitana verso la sua squallida abitazione da uomo medio.

Inutile pretendere da Scorsese, come ha fatto certa critica americana, una qualche forma di inibizione nella rappresentazione del suo oggetto né un racconto morale; è abbastanza evidente che il regista non ha mai avuto l’intenzione di concederne (ma forse qualche taglio in sede di montaggio quello sì che avrebbe fatto bene). Ci troviamo, di fatto, davanti ad una tragica storia di dipendenza che richiama le tante che Scorsese ha già raccontato. Una parabola tanto più tragica perché né il suo protagonista (che non trova, a dispetto di quello che cerca di farci credere, alcuna forma di vera redenzione) né la società in cui si muove sembrano avere gli anticorpi per opporsi a una visione del mondo in cui la droga più potente è il denaro.

Il tutto è sorretto da interpretazioni eccezionali (primo tra tutti Leonardo di Caprio, che gigioneggia compiaciuto in ogni possibile forma di vizio, ma ha anche la faccia giusta per fingere una qualche forma di coscienza); eppure c’è da chiedersi se il successo di pubblico in America e in Italia non sia proprio l’ennesima prova dell’acutezza dell’assunto di fondo della pellicola. Di fronte a tanto luccicore siamo tutti pronti a trasformarci in polli che sperano di trasformarsi in lupi.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO SUA MADRE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2014 - 13:13
Titolo Originale: Les Garçons et Guillaume, à table!
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Guillaume Gallienne
Sceneggiatura: Guillaume Gallienne
Produzione: LGM CINÉMA, RECTANGLE PRODUCTIONS, DON'T BE SHY PRODUCTIONS, GAUMONT, FRANCE 3 CINÉMA
Durata: 85
Interpreti: Guillaume Gallienne, André Marcon, Diane Kruger

Guillaume vive in una famiglia agiata ma si sente molto diverso dai suoi fratelli: tanto sportivi e maneschi loro, quanto lui è sensibile e pieno di fobie. Si rifugia spesso da sua madre, che vede come modello perfetto da imitare. La stessa madre è contenta di questo, perché ha sempre desiderato avere una figlia femmina. Guillaume decide di accumulare viaggi all’estero, di frequentare ambienti diversi, per riuscire a scoprire chi veramente sia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film ha il pregio di essere una storia vera come è vera la felicità di una persona che ha scoprto la sua vera identità
Pubblico 
Maggiorenni
Un linguaggio esplicito con riferimenti sessuali e alcune scene di incontri sessuali fra uomini ma che non giungono a compimento
Giudizio Tecnico 
 
Guillaume è protagonista assoluto del film: bravo e divertente, avrebbe dovuto lasciare più spazio a un dialogo con gli altri personaggi per allentare quel senso di claustrofobia che si percepisce
Testo Breve:

Guillaume, sensibile e pieno di fobie, trova conforto solo confidandosi con la madre ma non riesce a convincersi di essere realmente omosessuale come sua madre, che ha sempre desiderato avere un figlia femmina, gli lascia credere

E’ difficile dire quante commedie francesi sono ambientate in ambienti alto borgesi; anche questo “tutto sua madre” non sfugge alla regola. Il giovane Guillaume si muove in una casa con mobilia del ‘700, quadri firmati e il suoi genitori non hanno problemi a mandarlo in collegi francesi e inglesi fra i più prestigiosi.

Cresce così Guillaume, totalmente diverso dai suoi fratelli molto sportivi che vanno a caccia e  fanno scalate con il padre, mentre lui, sensibile e gentile, affascinato dalla personalità della madre, vorrebbe essere soprattutto come lei o come Sissi, la giovane imperatrice. La stessa madre, in fondo, ha sempre desiderato una figlia femmina che le tenesse compagnia.

Ricavato da una piece teatrale dello stesso Guillaume Gallienne di grande successo a Parigi, un monologo dove l’attore recita tutte le parti, in questo film (da lui diretto e sceneggiato) , si “limita” a recitare se stesso e la parte della madre.

Si ride in molte scene, ma in un modo totalmente diverso rispetto a Quasi amici: in questo Omar Sy trasmetteva una rozza ma vitale energia mentre ora Guillaume fa ridere in modo più sottile, una autoironia che si estrinseca attraverso una continua sorpresa verso un mondo in cui non si sente a suo agio.

Tutto il film in fondo è la storia di un suo percorso interiore, della sua ricerca di se stesso, del suo continuo provare e riprovare.

E’ questa la parte più seria del film, dove il suo percorso risulta originale proprio perché vissuto realmente e non frutto di una sceneggiatura scritta a tavolino. Guillaume rifiuta di considerarsi omosessuale per il semplice motivo che si ritiene una donna. Se al collegio inglese prova interesse  per un collega, ciò è dovuto al fatto che è l’unico che non lo prende in giro. Prova anche a comprendere se frequentando locali gay potrà dire di aver trovato il suo mondo. Anche questo esperimento fallisce perché si accorge che in realtà ciò di cui ha timore è l’intrinseca violenza che comporta l’atto sessuale. Anche in questo caso il risvolto della storia è originale: una serie ininterrotta di psicoanalisti non riescono ad aiutarlo nel suo problema ma sarà più semplicemente una ippoterapia a dargli quella sicurezza di cui ha bisogno per affrontare la vita.

 Questo testo, scritto anni fa, prima dei momenti caldi dell’approvazione al Parlamento francese del matrimonio fra omosessuali,  non manca di una certa ironia non solo verso il mondo degli psicologi ma anche  nei confronti di tutte quelle ideologie che proclamano l’omosessualità, sempre e in ogni caso, come qualcosa di innato, intrinseco all’individuo. Un modo di affrontare il tema che ha un indubbio vantaggio: è il resoconto di qualcosa di realmente accaduto sulla pelle di chi lo racconta.

Un film interessante quindi ma che non appassiona completamente: c’è un eccesso di soliloqui e non aiuta l’inserimento periodico di riprese fatte durante la performance teatrale di Guillaume. Manca il calore di un interazione fra i protagonisti e il sapere che mamma e figlio sono lo stesso attore di certo non aiuta. Inoltre le ambientazioni, il modo di raccontare sono, diciamolo pure, irrimediabilmente snob

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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C'ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/18/2014 - 10:39
Titolo Originale: The Immigrant
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray, Richard Menello
Produzione: Keep Your Head/Kingsgate Films/Wild Bunch/Worldview Entertainment
Durata: 117
Interpreti: Marion Cotillard, Joaquin Phoeninx, Jeremy Renner

New York, anni 1921. La polacca Ewa Cybulski arriva a Ellis Island in cerca di fortuna con la sorella ma le due vengono separate: una tenuta in quarantena e l’altra lasciata andare. Ewa in cerca di aiuto viene abbordata dall'imbonitore Bruno che prima si offre di assisterla e poi la conduce su una strada di umiliazione e sofferenza... Bruno è affascinato dalla sua vittima ma a fargli concorrenza ci si mette l’illusionista Orlando, suo cugino…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è per molti versi crudele, ma non privo di aperture (anche espressamente al trascendente). E’ proprio la certezza della sua dignità di persona e la sua fede, per quanto messa alla prova, che permette alla protagonista di guardare l'altro superando l'odio
Pubblico 
Maggiorenni
Scene a contenuto sessuale e di nudo, turpiloquio, uso di droga.
Giudizio Tecnico 
 
Il film, un melò che pesca in atmosfere letterarie (un universo oscuro che la fotografia e la scenografia rendono con maestria), ha il suo pregio maggiore nella definizione dei caratteri
Testo Breve:

Un film crudo, dove la polacca Ewa  diventa il simbolo del tradimento di quel "sogno americano" che le affatto attraversare l’oceano ma è al contempo non privo di aperture (anche espressamente al trascendente)

Per molti versi crudele, ma non privo di aperture (anche espressamente al trascendente), il melò firmato da James Gray (che questo territorio aveva esplorato anche nel precedente Two Lovers) segue l'itinerario di (forzata) perdizione della sua protagonista Ewa facendolo diventare il simbolo del tradimento di quel "sogno americano" per il quale Ewa ha attraversato l'oceano.

Fermata all'arrivo nella presunta Terra Promessa per le macchinazioni di un personaggio ambiguo, Ewa è mossa da quella "ricerca della felicità" che è scritta nella dichiarazione di indipendenza americana, ma si scontra ben presto con le contraddizioni del Nuovo Mondo. A tenere in vita Ewa, oltre a un tenace istinto di sopravvivenza, l'amore per la sorella malata che è rimasta bloccata a Ellis Island e per la quale Ewa accetta di degradarsi fino alla prostituzione.

L'affresco d'epoca restituisce il senso di una miseria umana in cui lo sfruttamento è la regola, un'epica del negativo in cui soprattutto le donne sembrano avere pochissime opzioni per sopravvivere oltre a vendere se stesse. Il sottobosco dell’intrattenimento per i poveri, che mescola cabaret, illusionismo e spogliarelli mascherati da esibizione artistica (qui Ewa, ironicamente, viene costretta ad esibirsi nei, pochi, panni della Statua della Libertà pronta ad accogliere poveri e diseredati), rende bene l’atmosfera di confusione morale in cui si muovono i protagonisti.

Bruno (interpretato con dolente inquietudine da Joaquin Phoenix) in parte imbonitore, in parte gestore di prostitute, lui stesso vittima di altri delinquenti, anche se ammantati dalla legge, non è un semplice “cattivo”, ma un personaggio contraddittorio, capace di gentilezza, ma preda dei suoi demoni e forse per questo ancora più pericoloso.

In questo universo oscuro (che la fotografia e la scenografia della pellicola rendono con maestria), tuttavia, c'è ancora spazio per la bellezza e la speranza, sia essa incarnata da un illusionista venuto a portare sollievo ai "prigionieri" dell'isola degli emigranti (Jeremy Renner, una sorta di imperfetto angelo custode, a fare da contraltare solare al demoniaco Phoenix), da una processione religiosa contemplata da lontano o infine dallo spazio di un confessionale dove si sente pronunciare la parola "perdono".

Il film, un melò che pesca in atmosfere letterarie, ma non rinuncia a nessuno degli strumenti dell'arte cinematografica per agganciare lo spettatore, ha il suo pregio maggiore, più che nel ritmo della narrazione, nella definizione dei caratteri. Non solo la protagonista Ewa, una creatura che pur degradata continua a difendere la propria dignità e rifiuta di lasciarsi spezzare, ma soprattutto il suo "aguzzino", un personaggio in fondo tragico, diviso tra un’impossibile aspirazione al bene e il male che lo opprime, che si innamora di lei, ma che non la sa amare nel modo giusto.

E così la pellicola, pur senza risparmiare nulla dell'orrore attraverso cui Ewa è costretta a passare, si lascia aperta la strada per una pietas che investe anche i cattivi. "Io non sono niente" dichiara Ewa a chi la umilia, ma è proprio la certezza della sua dignità di persona e la sua fede, per quanto messa alla prova, che le permette di guardare l'altro superando l'odio.

Un viaggio che coinvolge e commuove fino ad una dolorosa catarsi e che, nell’apparente distruzione di un sogno di fuga, riporta Ewa all’origine del suo sacrificio (la sorella), e permette finalmente anche al suo ex aguzzino di sperimentare davvero la possibilità della redenzione.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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THE COUNSELOR - IL PROCURATORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/15/2014 - 18:46
Titolo Originale: The counselor
Paese: USA, UK
Anno: 2013
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Cormac McCarthy
Produzione: Chockstone Pictures/ Kanzaman/ Nick Wechsler Productions/ Scott Free Productions/ Translux
Durata: 117
Interpreti: Michael Fassbender, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Javier Barden e Brad Pitt

Un avvocato di successo e prossimo al matrimonio (Fassbender), il cui nome rimarrà sempre sconosciuto allo spettatore, si fa coinvolgere nel circolo della droga da due malavitosi. La sua vita e quella della persona a lui più cara entrano in una spirale di distruzione senza ritorno.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esplora un mondo marcio, in cui i buoni sono destinati a soccombere o a vivere nel dolore, mentre i cattivi godono della miseria altrui e non conoscono redenzione. È difficile trovare un film così degradante da un punto di vista umano, spirituale e narrativo
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene sessuali esplicite e di violenza. Numerosi momenti di tensione.
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha una sceneggiatura maldestra e poco rifinita che utilizza scene volutamente eccessive per rimediare a un’evidente mancanza di cuore e anima
Testo Breve:

The Counselor è la prova che anche talenti indiscussi come Ridley Scott e Cormac McCarthy possono sbagliare. È difficile trovare un film così degradante da un punto di vista umano, spirituale e narrativo

 The Counselor è la prova che anche talenti indiscussi come Ridley Scott e Cormac McCarthy (No Country For Old Men) possono sbagliare. È difficile trovare un film così degradante da un punto di vista umano, spirituale e narrativo ed è triste dover qualificare così quello che nasceva come impegno artistico; ma quando i titoli di coda scorrono, solo amarezza e confusione riempiono la mente dello spettatore.

Narrativamente e stilisticamente, The Counselor ha aspirazioni letterarie che rendono ancora più evidente il suo fallimento. Il film inizia con una scena di sesso orale e continua con prolungati momenti a contenuto romantico. Lo spettatore è così tratto in inganno sulla natura del film, che poi violentemente vira su un genere più duro e diventa un lento thriller. I dialoghi sono infiniti, spesso telefonici, e solo raramente concedono piccole perle di bellezza stilistica e umana.

Il film esplora un mondo marcio, in cui i buoni sono destinati a soccombere o a vivere nel dolore, mentre i cattivi godono della miseria altrui e non conoscono redenzione. Se un tale ritratto fosse frutto di un’ingenua sceneggiatura, il film sarebbe perdonabile. Ma così non è. Ridley Scott ha una visione ben precisa di ciò che vuole raccontare e dell’amarezza che intende trasmettere.

 La coppia Fassbender/Cruz è forse l’unico elemento che possiamo salvare. Credibile e di una dolcezza non scontata la loro interpretazione, da contrapporre a quella della cattiva di turno, una Cameron Diaz sopra le righe e fastidiosamente irreale nella sua disumanità.

The Counselor ha una sceneggiatura maldestra e poco rifinita che utilizza scene volutamente eccessive per rimediare a un’evidente mancanza di cuore e anima. In altre parole, per lo spettatore non esiste coinvolgimento emotivo né intellettuale. Ci troviamo purtroppo di fronte a un film che non merita redenzione, proprio come la storia di cui si fa portavoce. 

Autore: Gaia Violo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CAPITALE UMANO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/09/2014 - 19:07
Titolo Originale: Il capitale umano
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: INDIANA PRODUCTION COMPANY, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA E MANNY FILM
Durata: 109
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli

In un paese della Brianza un ciclista viene ucciso di notte da un pirata della strada. La polizia si reca nella sontuosa villa dell’imprenditore Giovanni Bernaschi perché la macchina incriminata appartiene a suo figlio Massimiliano. Interroga anche Serena, la fidanzata del ragazzo figlia di un piccolo immobiliarista che sfrutta la relazione di sua figlia per mettersi in affari con Bernaschi. Intanto Clara, la moglie di Berrnaschi, certa di restaurare il teatro cittadino, memore dei suoi successi giovanili sul palcoscenico e accetta le avance di un insegnate di teatro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa una critica sferzante nei confronti di un cinico capitalismo finanziario ma l’opportunismo e il proprio tornaconto coinvolgono tutti, senza che emerga alcun personaggio positivo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo e di amplessi. Turpiloquio continuo
Giudizio Tecnico 
 
Un film molto ben fatto con ottimi attori. Un thriller spregiudicato ma avvincente
Testo Breve:

Un Virzì molto serio si avventura nel campo del noir e della critica sociale. Molto ben realizzato ma con una visione alquanto pessimistica dell’Italia di oggi 

Il film è di Virzì ma non è di Virzì. O meglio, è di Virzì nel senso che lui è un grande regista e il film è fatto molto bene e altrettanto ben recitato.  Ma non c’è più l’ambientazione centro-meridionale e i toni della commedia  pungente a cui ci aveva abituato.  Questa volta ha scelto il Nord (un non specificato paese della Brianza) e in fondo si capisce perché: Virzì ha bisogno di odiare e gli sarebbe stato difficile farlo nella sua amata Toscana: il suo attacco a un certo spregiudicato capitalismo finanziario doveva essere netto e tagliente e doveva farlo in un territorio per lui “neutro”.

Fin dalle prime sequenze si comprende subito che da Virzì non ci dobbiamo aspettare nessuna sferzata ironica. Il tono è freddo, tagliente, i protagonisti sono ritagliati con addosso tutto il distaccato disprezzo dell’autore. Il campionario è molto ampio: c’è il viscido Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un piccolo immobiliarista che mente continuamente  e impegna tutti i suoi soldi (e anche quelli che non ha) perché attratto dal luccichio di promettenti investimenti finanziari;  Giovanni Bernaschi (il bravissimo Fabrizio Gifuni) un cinico giocatore dell’alta finanza che non comprende perché si debbano spender dei soldi per salvare un teatro; il losco zio di un ragazzo tossicodipendente che lo sfrutta come copertura per i suoi  traffici illeciti e c’è anche la fragile Carla Bernaschi (una Valeria Bruni Tedeschi qui nella versione italiana di quello che è stato il personaggio di Cate Blachett in Blue Jasmine) sulla quale Virzì scaglia i suoi strali più pungenti: in giro per il centro della città con l’autista, la signora non sa se andare a fare il massaggio shiatsu o vedere gli ultimi arrivi dall’antiquariato  o le ultime stoffe arrivate dall’India per le tende del salotto.

Il meccanismo del thriller è implacabile e ben sviluppato. Sembra quasi che i nostri registi migliori si prendano ogni tanto una pausa nel campo del thriller: anche Giuseppe Tornatore aveva abbandonato le sue ambientazioni siciliane per avventurarsi in un giallo mitteleuropeo come La migliore offerta, con ottimi risultati. Paolo Virzì sembra voler percorrere itinerari simili e si è ispirato al libro Il capitale umano dell’americano Stephen Amidon ma a differenza di Tornatore la trama investigativa è per lui solo un pretesto per fare della critica sociale al valore stordente del denaro: un tema già più volte battuto dal cinema statunitense dopo la crisi del 2008 (basti pensare all’ultimo La frode) ma poco in Italia. La vicenda ruota intorno  alla ricerca del pirata della strada che ha investito e ucciso in piena notte un uomo che tornava a casa in bicicletta ma alla fine Virzì non manca di far notare la modesta cifra che i familiari del defunto hanno ricevuto come risarcimento dall’assicurazione: le agenzie di assicurazione si sono riferite al suo salario medio di cameriere e in base ad esso hanno stimato “il capitale umano” che è stato perduto.

Il film ha ancora qualcos’altro da dire su una certo profilo umano che l’autore ritiene dominante nell’Italia di oggi:i protagonisti rsono tutte  vittime delle loro passioni compulsive (ci sono frequenti scene di perdita isterica del proprio autocontrollo), un tipo di denuncia che ricorda quella dei trentenni adolescenti presente dell’Ultimo bacio di Gabriele Muccino. Anche la giovane Serena (una molto promettente  Matilde Gioli) che dovrebbe interpretare la figura più positiva, in realtà è disposta ad ingannare pur di seguire le sue passioni.

Non è un caso che chi trionfi alla fine sia l’imprenditore Giovanni Bernaschi (come accadde al  personaggio di Richard Gere in La frode), odioso quanto si vuole, ma l’unico personaggio che in mezzo alle intemperie riesce a mantenere  il controllo completo di se stesso.

Eppure questo Virzì non è Virzì. Certo, è sempre il bravo regista che conosciamo e qui lo dimostra ancora una volta, ma noi siamo abituati ad avere da lui personaggi a tutto tondo, esseri molto umani  pieni di difetti ma anche con grandi virtù, come sono le persone nella realtà. Questa volta abbiamo visto un meccanismo, un meccanismo ben oliato con personaggi stereotipizzati. Ecco perché lo ha realizzato in un Nord a lui sconosciuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPITAN HARLOCK 3 D

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/04/2014 - 22:31
Titolo Originale: Space Pirate Captain Harlock
Paese: GIAPPONE
Anno: 2013
Regia: Shinji Aramaki
Sceneggiatura: Harutoshi Fukui tratta dal manga di Leiji Matsumoto
Produzione: Toei Animation Company, Capitan Harlock Production Committee
Durata: 115

Siamo in un lontano futuro, il genere umano ha colonizzato vari pianeti nell’universo ma quando ha cercato di tornare sulla terra ha scatenato una guerra alla fine della quale il pianeta natio è stato dichiarato un santuario inaccessibile per gli esseri umani dalla Coalizione di Gaia che con la sua potente flotta impedisce a chiunque di raggiungerla. Il misterioso pirata spaziale capitan Harlock con la sua nave Arcadia è l'unico a opporsi a Gaia e a cercare di riportare l’umanità sulla Terra. L’Arcadia si muove per l’universo, attacca le navi della flotta e persegue un piano misterioso. Il capo della flotta di Gaia, Ezra, manda suo fratello minore Yama a infiltrarsi sull'Arcadia per scoprirlo ed eliminare Harlock, ma il ragazzo rimane affascinato dal pirata e scopre che la sua missione potrebbe cambiare il destino dell’universo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta diversi ed evidenti rimandi cristologici anche se poi li frulla molto liberamente con una concezione filosofica profondamente orientale, fatta di cicli inevitabili di morte e rinascita,
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenta, una scena di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Il film è dotato di un eccezionale 3D che non deluderà gli appassionati La trama non è particolarmente originale ma presenta numerosi colpi di scena e si può dire che il versante avventuroso della vicenda è assolutamente riuscito.
Testo Breve:

Coloro che da ragazzi si sono appassionati al manga di Capitan Harlock possono ora accompagnare i loro figli a vedere questa rivisitazione della sua storia. Un ottimo 3D per delle avventure che non tradiscono le attese

Realizzato in un eccezionale 3D che non deluderà gli appassionati, Capitan Harlock porta sul grande schermo il personaggio protagonista di un manga e poi di diversi cartoni animati che negli Anni Settanta anche in Italia incantarono ed esaltarono un’intera generazione di ragazzini.

Il pirata spaziale con il mantello svolazzante, la benda sull’occhio e la cicatrice, che guida la sua astronave Arcadia contro i nemici del genere umano, diventa qui il protagonista di un’avventura nuova di zecca (il che, tra l’altro, rende il film fruibile anche a coloro che non sono familiari con la complicata e talvolta contraddittoria mitologia del personaggio), che gioca abilmente con modelli disparati del cinema di fantascienza internazionale ma anche delle Sacre Scritture.

È innegabile, infatti, che questo Harlock, pur conservando fino in fondo le caratteristiche originarie di eroe anarchico e solitario, presenta anche diversi ed evidenti rimandi cristologici, dalla citazione quasi letterale di frasi evangeliche alla costruzione di certi personaggi (la giovane spia, amico e traditore, i nemici, un sinedrio ipocrita disposto a sacrificare il singolo per un bene generale, ecc.), anche se poi li frulla molto liberamente con una concezione filosofica profondamente orientale, fatta di cicli inevitabili di morte e rinascita, in cui la vita del singolo, sia esso un fiore delicato o un essere umano, è definita innanzitutto per il proprio carattere effimero.

La trama non è particolarmente originale ma presenta numerosi colpi di scena (alcuni dei quali non sempre del tutto comprensibili) e cambi di fronte fatti per lasciare spiazzato lo spettatore, tra armi di distruzione di massa spaziali, apocalissi planetarie, bombe gravitazionali capaci di rivoltare tempo e spazio come un calzino e viaggi oltre la velocità della luce.

La Terra, pianeta natio cui la razza umana sull’orlo dell’estinzione anela a tornare (foss’anche solo trascorrevi gli ultimi anni della sua esistenza, come dice uno dei personaggi) è insieme il paradiso perduto e l’eterna illusione che spinge l’uomo ad andare avanti, e la contrapposizione tra illusione (più o meno necessaria) e dolorosa realtà, è uno dei temi ricorrenti della storia.

I personaggi (a sorpresa abbastanza espressivi, considerata la tecnica di realizzazione) sono pensati e resi con una certa complessità, a partire dall’eroe titolare, il paladino della libertà caratterizzato da una immortalità che pare più una condanna (per un “peccato” passato la cui rivelazione svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della storia), che un carattere divino, per continuare con il giovane Yama, spia recalcitrante e piena di dubbi, alla ricerca di una missione e di una ragione per vivere e morire. Il capitano è il simbolo contraddittorio e drammatico di una libertà che può anche diventare distruttiva, ma che è sempre e comunque preferibile a una pace fondata sull’illusione e il controllo, e in quanto tale non può mai davvero morire, ma è quasi “costretto” insieme alla sua ciurma di naufraghi spaziali ad andare avanti in nome di una ostinata speranza che è il tratto distintivo dell’uomo veramente tale.

Al di là del poderoso ancorché talvolta un poco contraddittorio portato filosofico della vicenda (un inno, comunque, alla speranza nell’uomo e nella realtà, e nel fondo, l’identificazione tra libertà e ricerca della verità), non c’è dubbio che il versante avventuroso della vicenda sia assolutamente riuscito.

Se per i fan del “vecchio” Harlock il film sarà lo spunto per ritrovare uno dei beniamini della loro giovinezza, per il pubblico a digiuno, infatti, è l’occasione di un’immersione fantastica in un universo che riecheggia da Star Wars all’ultimo Star Trek, ma che reinventa con grande fantasia ed efficacia visiva il design delle navi, dalla piratesca Arcadia con il vessillo con teschio e ossa incrociate che sventola anche nello spazio siderale (alla faccia dei puristi della fisica) alle imponenti corazzate della Flotta di Gaia, con battaglie navale, speronamenti e attacchi all’arma bianca come nei veri film di pirati. E alla fine il capitano, novella fenice dello spazio, continuerà a volare tra i pianeti con il mantello nero e il cuore bianco e il vessillo con il teschio “che vuol dire libertà”…

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMERICAN HUSTLE L’APPARENZA INGANNA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/03/2014 - 15:23
Titolo Originale: American Hustle
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Singer
Produzione: Annapurna Pictures/Atlas Entertainment
Durata: 135
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Jack Huston, Robert De Niro

New York, anni Settanta. Il truffatore Irving Rosenfeld e la sua partner (lavorativa e sentimentale) Sidney Prossert (che si spaccia per inglese con lo pseudonimo “Lady Edith”), vengono incastrati dall’agente dell’ FBI Richie Di Maso e costretti a impiegare le loro “arti” per incastrare altri delinquenti ma anche politici in odore di corruzione. Le cose si complicano quando Sidney inizia un gioco di seduzione con Richie e la gelosissima e instabile moglie di Irving, Rosalyn, viene coinvolta nella faccenda. Tra falsi sceicchi, politici corrotti e mafiosi dal grilletto facile, tutti cercano di fregare tutti e capire cosa è la verità e cosa l’apparenza diventa sempre più difficile…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante: l’inganno non è per loro solo un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale per costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo parziale e a contenuto sessuale, turpiloquio, uso di droga.
Giudizio Tecnico 
 
Il film è soprattutto una gran prova di ottimi attori e beneficia di una splendida colonna sonora ma la sceneggiatura mostra molte incertezze e fatica a riannodare i vari momenti della storia
Testo Breve:

Nella New York degli anni settanta un truffatore e la sua partener vengono incastrati da un agente dell’FBI e costretti a collaborare. Una grande prova di attori per una storia scombinata

Anarchico e folle quanto e più delle sue prove precedenti (la commedia romantica Il lato positivo e il dramma sportivo The boxer), l’ultimo film di David O. Russell (che firma anche la sceneggiatura) è innanzitutto una gran prova d’attori, cui il regista lascia spesso mano libera in una serie di scene madri, improvvisazioni quasi jazzistiche e numeri musicali (indimenticabili il ballo in discoteca tra Edith e Richie e la versione casalinga di Live and let die di Rosalyn) che ben giustificano l’inserimento della pellicola nella categoria “commedia e musical” ai Golden Globes di quest’anno.

Lo spunto della storia (ironicamente una didascalia iniziale ci informa che “alcuni degli avvenimenti rappresentati sono accaduti davvero”) è il caso “Abscam” (contrazione di “arab scam”, truffa araba, evidentemente all’epoca il politically correct non era tra le maggiori preoccupazioni dell’FBI), un’operazione che coinvolse agenti FBI e truffatori, volta ad incastrare politici corrotti tra New York e New Jersey. Ma la ricostruzione (per altro fantasiosa) del caso di cronaca non è di sicuro la priorità di Russell, che invece intreccia le vicende dei protagonisti per costruire un affresco in cui nessuno è mai quello che appare e  tutti lottano disperatamente per costruire una maschera adeguata ad affrontare il mondo, mentre quello di cui ognuno ha bisogno è trovare almeno una persona con cui essere se stesso senza paura.

Significativa la scena di apertura in cui Irving Rosenfeld (il truffatore ebreo che è il fulcro del complicato balletto di relazioni e imbrogli del film) sistema con assoluta concentrazione un complicato sistema di toupet e riporti, essenziale, evidentemente, all’immagine di sé che proietta sul mondo. Ma non si contano le scene in cui i protagonisti, uomini e donne, si “costruiscono” attraverso trucco, bigodini, vestiti e accessori. Di sicuro l’ambientazione anni Settanta, con il suo abbigliamento spregiudicato e a volte imbarazzante (basti pensare al ciuffo improbabile di Jeremy Renner nei panni del sindaco italoamericano Carmine Polito, ai ricci dell’agente Di Maso, ottenuti con dei mini bigodini rosa, o alle camice aperte su petti maschili villosi e ornati di monili d’oro…) si presta ad enfatizzare questa commedia di travestimenti in cui il gioco tra quello che si è e quello che si pretende di essere per sopravvivere è continuo e caotico. L’inganno non è solo, e sicuramente non principalmente, un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale in cui più o meno tutti i protagonisti si calano nell’impossibile compito di costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati, ma soprattutto, come dichiara a un certo punto Rosalyn con disarmante sincerità, di essere felici.

La confusione regna sovrana (specie nella prima parte, va detto, un po’ anche nella sceneggiatura, che si perde tra atmosfere e personaggi finché il plot non prende una direzione chiara), e i personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante. Irving è un uomo che ha scelto consapevolmente la “strada sbagliata” per darsi delle certezze, ma è anche lo stesso uomo che ha sposato una ragazza madre e fa da padre a suo figlio e proprio per amore di quel bambino si rifiuta di scappare dagli Stati Uniti quando viene incastrato, causando le ire della sua amante appassionata. Edith/Sidney è una seduttrice di professione, vendicativa e selvaggia, ma anche una donna fragile e intelligente, capace di slancio e sacrificio; la moglie tradita Rosalyn è anche una manipolatrice passivo-aggressiva e una mina vagante pericolosissima; il sindaco corrotto Polito si dimostra anche un uomo dal cuore grande. Anzi, la sincerità con cui si impegna per i suoi cittadini, la disponibilità con cui apre a Irving le porte del suo mondo, il regalo inaspettato di un microonde colpiscono anche lo sgamato truffatore e lo spingono ad un imprevisto cambio di rotta. E, a ben guardare, anche tutta l’operazione dell’FBI escogitata da De Maso più che colpire la corruzione esistente sembra puntare a creare il crimine per poi sanzionarlo e dare a Richie lo statuto di eroe che in casa gli è negato.

Nessuno è mai del tutto onesto, nessuno è mai, sospettiamo, del tutto mentalmente sano in questo mondo, ma c’è del metodo nella follia e il calore e l’energia che muove tutti quanti finisce per conquistare anche lo spettatore più recalcitrante (complice anche una splendida colonna sonora), rendendolo indulgente verso le incertezze della trama.

American Hustle ha il fascino delle vecchie commedie di imbrogli (quando gli imbrogli, in fondo, sembravano riguardare solo gli imbroglioni e gli avidi che ne diventavano le vittime, e per questo tutto sommato facevano simpatia), anche se non il loro impeccabile meccanismo ad orologeria, ma compensa con una buona dose di simpatia umana, che scatta, a sorpresa, anche quando i protagonisti compiono scelte inaspettate e talora davvero moralmente discutibili. Ma è proprio l’anelito sincero a uscire, almeno una volta, dalla finzione per toccare la verità ed esserne toccati, quello stesso anelito che li rende vulnerabili e li fa sbagliare, in modo eccessivo e plateale, a rendere impossibile non volergli bene almeno un po’.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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