Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

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Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/26/2014 - 22:31
Titolo Originale: No se Aceptan Devoluciones
Paese: MESSICO
Anno: 2013
Regia: Eugenio Derbez
Sceneggiatura: Guillermo Ríos, Leticia López Margalli, Eugenio Derbez
Produzione: ALEBRIJE CINE Y VIDEO, FULANO, MENGANO Y ASOCIADOS
Durata: 115
Interpreti: Eugenio Derbez,Loreto Peralta, Jessica Lindsey

Valentin vive ad Acapulco e di mestiere fa il playboy intrattenendo turiste desiderose di conservare bei ricordi delle vacanze trascorse in Messico. Un giorno bussa alla sua porta Julie, una ragazza che aveva conosciuto due anni prima e che gli presenta il “ricordo” della loro estate trascorsa insieme: una bimba di nome Maggie. Julie, con un pretesto, non si fa più vedere e a Valentin non resta che assumersi il ruolo di padre. Si trasferisce a Los Angeles, si inserisce nel mondo del cinema come stuntman e Maggie, che ormai ha 7 anni, vive con lui una vita serena, ma all’improvviso arriva Julie, che reclama per sè la bambina...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo scopre improvvisamente di esser diventato padre e per amore della bambina decide di mettere la testa a posto
Pubblico 
Adolescenti
Battaglie familiari sconsigliabili ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film costringe lo spettatore a seguire vistosi salti di stile fino a portarlo verso un finale da soap opera. Ben tratteggiati tutti i personaggi
Testo Breve:

Un playboy di Acapulco viene improvvisamente messo di fronte alla responsabilità di dover allevare una figlia da solo. Un elogio alla paternità anche quando non si riesce a formare una famiglia

Eugenio Derbez è un attore-regista messicano molto noto in patria che con questo film del 2013 ha ottenuto il maggior incasso U.S.A. finora registrato per un film in lingua spagnola.

In effetti, nella prima parte si ha modo di apprezzare la comicità di Eugenio nella parte di un giovane che non vuole crescere, seduttore di turiste ad Acapulco,  il quale di colpo si trova, tutto da solo,  a dover allevare una bambina. L’amore che progressivamente nasce in lui verso Maggie lo spinge a mettere la testa a posto e, trasferitosi a Los Angeles, trova un  lavoro come stuntman. Valentin ha anche la correttezza di non rivelare a Maggie che la mamma l’ha abbandonata. Riesce anzi a d alimentare la speranza di un incontro futuro  facendo in modo che possa ricevere ogni mese una lettera della mamma, troppo impegnata in giro per il mondo a salvare l'umanità o a proteggere qualche razza in via di estinzione. 

Il racconto cambia tono quando  Julie si rifà viva per reclamare la bambina per sè: la leggerezza iniziale si dissolve e il tema dominante diventa la battaglia legale fra i due genitori.

Il gran finale che non riveliamo trasforma ulteriormente il racconto ed ora ci troviamo in piena soap opera: i colpi di scena finali, che si susseguono a ritmo serrato, costringono a tener pronti i fazzoletti.

Potrebbe esser facile denigrare il film per l’eccesso di furbizia con la quale prepara, inaspettati, lacrimosi cambiamenti di prospettiva ma bisogna riconoscere che il film mostra anche vivaci squarci di umanità.

Il rapporto fra Valentin e  la coppia di Acapulco che lo aiuta ad allevare Maggie nei primissimi momenti; il simpatico camionista che aiuta Valentin ad attraversare il confine con gli Stati Uniti e il collega messicano che lo introduce nel mondo degli stuntmen; il rapporto fra Valentin e Maggie, una forma di complicità che li porta a vivere in un mondo di fantasia costruito solo per loro; il rapporto fra Valentin e suo padre, tema ricorrente nel film, che gli aveva insegnato ad affrontare la vita senza paura.

Non si può non notare, nello sviluppo della storia, un malcelato orgoglio nazionale,  la rivendicazione di un primato umano del Messico verso gli Stati Uniti. Se Valentin si mostra generoso a favore della bambina in ogni circostanza, veniamo a sapere che Julie, oltre ad aver abbandonato la figlia, aveva avuto in quell’estate fatidica altre relazioni amorose ed infine si ripresenta dopo sette  anni di assenza con una fidanzata lesbica.

Forse è la stessa motivazione che ha spinto l’autore a optare per un lacrimoso finale da soap-opera, indubbiamente poco sopportabile, ma quasi una orgogliosa rivendicazione dell’originalità dei sentimenti nazionali.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTE CONTRO LUI - The Other Woman

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/18/2014 - 18:43
Titolo Originale: The Other Woman
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Nick Cassavetes
Sceneggiatura: Melissa K. Stack
Produzione: LBI PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 110
Interpreti: Cameron Diaz, Leslie Mann, Kate Upton, Nikolaj Coster-Waldau

Carly, affermata avvocatessa sugli “anta” sta vivendo un’ appassionata storia d’amore con l’affascinante Mark. Ma proprio quando Carly cerca di fargli conoscere suo padre, Mark si eclissa misteriosamente. Il segreto sarà presto svelato: Mark è sposato con Kate, casalinga ingenuamente innamorata di suo marito. Dopo un primo momento di diffidenza, le due donne decidono di allearsi per scoprire i segreti della vita di Mark. Si accorgono così che l’uomo si incontra con una terza donna, la giovane Amber…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La logica del Woman Power suggerisce che ciò che ha valore è l’amicizia fra donne; gli uomini sono solo un piacevole passatempo
Pubblico 
Adolescenti
Frasi allusive e situazioni scurrili
Giudizio Tecnico 
 
Nell’ansia di far ridere, la regia carica i toni: il personaggio della moglie Kate è solo fastidiosamente isterica
Testo Breve:

Tre donne scoprono di esser state ingannate dallo stesso uomo e debbono decidere se contenderselo o allearsi. Una commedia dall’umorismo scollacciato molto prevedibile

Carly e Kate, ormai amiche e alleate, stanno pedinando Mark che si è concesso una giornata al mare con una misteriosa ragazza. Quest’utima  si alza dalla sedia a sdraio e appare in tutta la sua bellezza e giovinezza (interpretata dalla modella Kate  Upton, qui aspirante attrice) . Le due donne, che stanno sbirciando con i binocoli, non possono che rassegnarsi a tanta sleale competizione. E’ questa la guerra delle forme, della depilazione continua, della biancheria minima, che dà il tono a questo film che dispensa comicità in tutto ciò che appare e in ciò che si desidera e  decreta la sconfitta di qualunque intenzione che possa prendere la forma di un impegno sentimentale.

Cameron Diaz ha avuto una carriera singolare: dopo l’esordio a fianco di Jim Carrey nel film  The mask (1994) , ha trovato presto la sua chiave di ingresso al successo: con Tutti pazzi per Mary (1998) ha iniziato ad animare commedie romantiche caratterizzate da una comicità goliardicamente spregiudicata ed allusiva  anche se solo verbale.

Un esempio riuscito è stato Notte brava a las Vegas (2008), dove in mezzo a scurrilità varie, si arrivava alla fine a dare un messaggio positivo: due giovani riuscivano ad andare oltre l’intesa sessuale per scoprire qualcosa che li legava più profondamente e motivare così il loro matrimonio, già avvenuto in una notte pazza a Las Vegas.

Tutte contro lui, ripropone, oltre a una Cameron Diaz che non può più nascondere di aver superato i quarant’anni, lo stesso tipo di comicità senza freni ma questa volta l’elogio del matrimonio è rimasto nel cassetto. Il film, che si può far rientrare nell’ormai ampio filone del woman power (già visto in maleficent e The Brave), racconta come tre donne tradite dallo stesso uomo (la prima come moglie, le altre due come amanti) riescano a elaborare una vendetta, tremenda vendetta verso un uomo fedifrago, vanitoso e imbroglione.

Il racconto scorre quindi su un binario prevedibile e appena le tre donne smettono di vedersi come concorrenti scoprono che ciò che più conta è la loro amicizia; sanno di non poter fare a meno degli uomini ma si debbono rassegnare all’evidenza:  i rapporti uomo-donna non durano. ” Le persone egoiste sono quelle che durano più a lungo”: è la pillola di saggezza che viene ammannita nel film.

Kate, che è sempre stata innamorata del marito e che per lui si è “ridotta” a fare la casalinga e a rassegnarsi, secondo i suoi desideri, a non avere figli, ha la maggiore parabola di “crescita”: trova il coraggio di tradire, chiedere il divorzio e a realizzarsi con il lavoro. La giovane Amber al contrario è solo in cerca di sensazioni forti ed esotiche e le trova stando con un uomo che ha quarant’anni più di lei.

Solo Carly ha la fortuna di incontrare un uomo simpatico dal quale attenderà, alla fine del film,  perfino un figlio. Peccato che questa relazione è trattata dagli sceneggiatori molto sbrigativamente: i dialoghi fra lui e Carly sono fra i più noiosi e banali della storia. Non ci si può aspettare niente di più da un uomo che si comporta da galantuomo (non approfitta di certe situazioni) e che quando pensa a una ragazza lo fa nell’ottica di un matrimonio. Sembra quasi che Carly, con i suoi quarant’anni, abbia ceduto per stanchezza dopo tante avventure passate…

La morale del film è chiara e  le regole del Woman Pover risultano ben tracciate: far privilegiare l’amicizia femminile sulla competizione; mai rubare un uomo a una donna sposata; per il resto, la caccia è libera…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JERSEY BOYS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/18/2014 - 18:36
Titolo Originale: Jersey Boys
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: James J. Murakami
Produzione: MALPASO, GK FILMS, WARNER BROS., RATPAC ENTERTAINMENT
Durata: 134
Interpreti: John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda

Frankie Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi sono 4 ragazzi italo-americani di modeste origini che vivono nelle cittadina di Belleville, nel New Jersey. Se Frankie si prepara a diventare parrucchiere, gli altri arrotondano con qualche furtarello che li fa entrare e uscire di prigione. Ormai cresciuti, decidono di metter su una band: The Four Seasons. Il loro successo appare presto inarrestabile..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista Frankie, se si dimostra generoso nell’ aiutare i suoi compagni di band nei momenti di difficoltà, non riesce né ad essere fedele a sua moglie né a curare l’educazione delle sue tre figlie
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo ed esplicito. In USA il film è stato classificato Restricted
Giudizio Tecnico 
 
Accurata ricostruzione dell’ avventura musicale e umana dei Four Seasons negli anni ’60 ma questa volta Clint Eastwood si dimostra debole nei suoi punti di forza: nel raccontare avvincenti storie umane
Testo Breve:

Quattro ragazzi italo-americani si mettono insieme per costituire una delle più famose band degli anni ’60. Belle musiche per una storia priva del calore umano a cui ci hanno abituati i lavori di Cint Eastwood

Marina (2013) di Stijn Coninx  (prodotto dai fratelli Dardenne), ha portato di recente sugli schermi  la storia di Rocco Granata:  il successo internazionale della sua canzone  costitui  una forma di riscatto dall’emarginazione per tutti  minatori italiani che lavoravano in Belgio.  Ora Clint Eastwood ci presenta un'altra storia di  immigrati italiani: quattro ragazzi  del New Jersey che  con il loro successo riuscirono a diventare una delle band americane con più vendite della storia, prima che i Beatles arrivassero a rivoluzionare la musica pop.

Una storia interessante (nel 2004 era già uscito il musical omonimo) perché con  l’accompagnamento delle più belle canzoni del gruppo ( 'Sherry', 'Big Girls Don't Cry', 'Bye Bye Baby') racconta il percorso professionale e umano di quattro ragazzi di periferia che, destinati a vivere di furtarelli sotto la protezione della mafia locale, riescono ad ottenere successo e fama fino all’inevitabile scioglimento della banda. In loro restò sempre, nonostante  litigi e  incomprensioni, il senso forte di una solidarietà che scaturiva dalla loro comune origine.

Resta lecito domandarsi: cosa c’entra tutto questo con il solitario cowboy Clint Eastwood? Sappiamo quanto Clint sia appassionato di musica ( spesso è lui stesso autore della colonna sonora dei suoi film) ma come fare a ritrovare l’eroico Walter di Gran Torino, pronto a sacrificarsi per difendere la vicina famiglia coreana o l’abile Mandela di Invictus che riesce a portare saggezza ed equilibrio in una terra divisa  o il generale giapponese di Lettere da Iwo Jima che combatte eroicamente sapendo che la fine è inevitabile?

Alla fine, solo nella seconda parte del film, ritroviamo il Clint che conosciamo: Frankie Valli, il cantante del gruppo, quando viene a sapere a quale livello di debito è arrivata la band per la gestione dissennata del capogruppo Tommy DeVito, decide di assumersi l’onere di ripagare il creditore mafioso continuando a cantare  da solo fino all'estinzione del debito. Il rispetto della vecchia amicizia, l'onore del gruppo valevano questi anni di sacrificio.

Insolito invece il modo con cui racconta gli anni giovanili nella cittadina di Belleville: Clint adotta uno stile scanzonato, un racconto filtrato dalla nostalgia e da  apologetica accondiscendenza nei confronti di una comunità italo-americana (che si distingue per venerare in casa, in perfetta simmetria,  i ritratti di Pio XII e Frank Sinatra) che vive sotto la paterna protezione del capo-mafia locale. Walken, è il padrino di questi ragazzi nel vero senso della parola: si preoccupa di trarli dai pasticci quando è necessario,  si commuove ogni volta che sente cantare Frankie.

Non possiamo invece ritrovare il Clint che conosciamo,  regista ma non sceneggiatore di questo film, nella ricostruzione dei rapporti familiari di Frankie con la famiglia. Clint  ha sempre avuto un’ attenzione e una sensibilità particolari nel valorizzare rapporti umani profondi in tutti i suoi film. Le scene in cui Frankie, colpevole di trascurare la famiglia, litiga con la moglie ubriaca o i colloqui con la figlia Francine che scappa di casa con il primo ragazzo, sono trattati in modo sbrigativo, secondo schemi preconfezionati, degni di un serial televisivo di serie B.

La stessa lunghezza del film, che contrasta con lo stile asciutto e calibrato del regista, tradisce  una certa accondiscendenza nel privilegiare il tono celebrativo e nostalgico del film.  Anche quel continuo rivolgersi verso il pubblico dei quattro protagonisti per commentare quanto sta accadendo, di fatto disturba la fluidità del film.

Occorre infine aggiungere che, anche se è noto che a Clint non interessano le storie d’amore, in questo film le donne  sono leggere o stupide o ubriache.

Aspettiamo il prossimo film, che a quanto pare il nostro instancabile 84-enne sta  già completando.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GABRIELLE - UN AMORE FUORI DAL CORO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/13/2014 - 15:35
Titolo Originale: Gabrielle
Paese: CANADA
Anno: 2013
Regia: Louise Archambault
Sceneggiatura: Louise Archambault
Produzione: MICRO-SCOPE
Durata: 104
Interpreti: Gabrielle Marion-Rivard, Alexandre Landry, Mélissa Désormeaux-Poulin

Gabrielle ha ventidue anni ed è affetta dalla sindrome di Williams. Vive all’interno di un istituto specializzato, è dotata di un grande talento musicale che le consente di far parte del coro di Les Muses de Montréal e presto si esibirà in pubblico in un grande concerto. Molto legata alla sorella Sophie, si innamora, ricambiata, di Martin, anche lui affetto dalla stessa sindrome.
La madre di Martin è molto preoccupata per quello che potrebbe accadere e fa in modo che i due ragazzi non si incontrino più. Gabrielle è disperata e vuole provare a costruirsi una vita indipendente in città…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il pregio di portare alla ribalta e trattare con sensibilità il delicato tema della ricerca della normalità fra persone che non lo sono. Ha anche il difetto di non proporre soluzioni razionali, giocando sull’emotività della storia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di incontro amoroso con nudità parziale. Si tratta di un tema delicato adatto a persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Il regista approccia con tecniche da cinema-verità un racconto che si sviluppa con ritmi lenti e a volte ripetitivi
Testo Breve:

Il film tratta con sensibilità il delicato tema di un amore sbocciato fra due giovani affetti da sindrome di Williams. Un film adatto per dibattiti, che evita di prospettare  soluzioni 

Questo film coraggioso e sensibile  si svolge all’interno di un centro di assistenza per ragazzi affetti dalla sindrome di Down e dalla sindrome di Williams. Quest’ultima è una rara malattia genetica caratterizzata da difficoltà di apprendimento ma da un carattere socievole e estroverso. L’attrice che interpreta la protagonista Gabrielle è lei stessa affetta da questa sindrome e quando, fin dall’inizio, la vediamo cantare con una magnifica voce intonata nel coro della scuola, non possiamo percepire nulla di insolito. Lei infatti, assieme ad altri ragazzi del coro Les Muses de Montréal, si sta preparando per partecipare a un concerto regionaleale estivo dove dovranno accompagnare il cantante franco-canadese Robert Charlebois (lui stesso nel film). 

Il film si sviluppa con i modi  del cinema-verità: perennemente seguiti da una camera a mano,vediamo come  Gabrielle e i suoi compagni trascorrono le loro giornate all’interno del centro: degli assistenti sorvegliano con discrezione che tutti riescano a compiere le normali funzioni quotidiane (il vestirsi la mattina, il mangiare, fare ginnastica in piscina); molti di loro, ormai grandi, svolgono dei lavori anche all’esterno di tipo manuale, spesso escono tutti insieme per fare una  gita. Non mancano le difficoltà: Gabrielle è diabetica e deve essere tenuta sotto controllo;  il suo vicino di stanza soffre di frequenti attacchi epilettici. La situazione è solo apparentemente tranquilla e richiede l’impegno di tante persone che per affetto o per senso del dovere, cercano di gestire con normalità quello che normale non è. Lo ri vede nel rapporto di confidenza e tenerezza della sorella maggiore Sophie con Gabrielle: Sohie sa che la sorella conta sul suo sostegno e non trova il coraggio di lasciarla per raggiungere il suo fidanzato che si trova in India. Una coscienza scrupolosa che contrasta con quella della madre, contenta di aver delegato la gestione della figlia a un istituto esterno in modo da sentirsi libera di progredire nella sua carriera professionale.

La ricerca di normalità irrompe impetuosa nell’animo di Gabrielle quando si accorge di provare attrazione, ricambiata, per il suo compagnio di  coro, Martin, anch’egli affetto dalla stessa sindrome.   Gabrielle ha 22  anni, si avvede che fuori del suo istituto-mondo  vivono tante famiglie  normali e anche lei vuole poter amare Martin e avere dei figli con lui. La loro spontanea attrazione  li porta  a cercare l’intimità ma vengo fermati dagli assistenti, perché tutto sta avvenendo in un luogo pubblico.

Nel stanza del direttore della scuola si svolge il dibattito centrale del film, dove si fronteggiano varie ipotesi: per gli istruttori Gabrielle e Martin possono seguire la loro attrazione: l’importatnte è che lo facciano  in privato e non in pubblico (“Martin sa bene cosa è un preservativo”: dice uno di loro). Anche la sorella Sophie non vede nulla di male nella loro relazione. Solo la madre di Martin si oppone, consigliando la sterilizzazione della ragazza.  I due ragazzi vengono separati e ciò crea pesanti stati di ansia e depressione in Gabrielle che reagisce cercando di vivere da sola, anche se sotto la protezione della sorella ma dovrà, suo malgrado accorgersi di non esserne all’altezza. La vita potrà avere la sua pienezza solo accanto a Martin.

Il film ha due grandi pregi e un difetto:

Pone delle domande allo spettatore (come dovrebbe fare ogni film): ci chiede fino a che punto e in che modo può essere raggiunta la nostra naturale inclinazione alla felicità in una situazione dove non ci si può pienamente considerare responsabili dei propri atti. Il secondo pregio è quello di trattare il tema con sensibilità e realismo senza scadere nel sentimentalismo. Il suo difetto sta nel lanciare  il sasso senza proporre concretamente nulla: il fatto che i due giovani riescano comunque a unirsi di nascosto dei loro genitori e dei loro assistenti costituisce una trovata che serve a chiudere romanticamente il film, cercando di attirare la simpatia del pubblico con una storia che possa ricordare l’amore contrastato di  Romeo e Giulietta ma non   getta le basi per una soluzione generalizzata del problema.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE WEEK-END

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/13/2014 - 15:23
Titolo Originale: Le Week-End
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Roger Michell
Sceneggiatura: Hanif Kureishi
Produzione: FREE RANGE FILMS, FILM4, IN ASSOCIAZIONE CON LE BUREAU
Durata: 93
Interpreti: Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum

In occasione del loro trentesimo anniversario di matrimonio, Nick e Meg Burrows lasciano l’Inghilterra per trascorrere un week end a Parigi, dove hanno passato la loro luna di miele. Le loro buone intenzioni subiscono subito un duro impatto con la realtà: l’albergo dove avevano trascorso la luna di miele appare ai loro occhi squallido; i due giorni passati insieme non si rivelano come un romantico ricordo del passato, ma l’occasione per riflettere sulla solidità della loro unione..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nick riconosce che l’impegno più importante che si è assunto nella sua vita è stato quello di sposarsi e restare fedele e condanna l’instabilità coniugale dell’ex compagno di università Morgan
Pubblico 
Maggiorenni
Un linguaggio spesso crudo con riferimenti sessuali; alcune scene allusive. In USA il film è stato classificato come Restricted
Giudizio Tecnico 
 
Bravissimi Jim Broadbent e Lindsay Duncan; Roger Michell porta avanti con grande mestiere la regia per sostenere I dialoghi imbastiti da Hanif Kureishi che risultano particolarmente efficaci ma che a volte scivolano nell’artificio intellettuale
Testo Breve:

Due ottimi attori per la storia di una coppia di sessantenni che passa un week end a Parigi per festeggiare  trenta anni di matrimonio. Tante occasioni per bisticciare ma anche per confermare il valore della loro unione

Non sono pochi i film che di recente hanno trattato le relazioni all’interno di una coppia. Molto belli i racconti, ispirati a storie vere, sul forte sostegno di un coniuge verso l’altro in momenti di difficoltà: Danuta, la moglie di Lech Walesa, sostegno insostituibile durante i suoi molti periodi passati in prigione; Michael Aris, il marito inglese del premio Nobel  San Suu Kyii (The Lady) che la sostenne nei  suoi lunghi anni di prigionia.  Altre volte il film si focalizza su un intenso, continuo, a volte aspro  ma fertile dialogo di coppia nella trilogia di Jesse e Cèline (Before Midnight), mostrati dal regista Richard Linklater nell’evoluzione del loro rapporto nell’arco di venti anni.

Recentemente sono arrivati sullo schermo due film che colgono le coppie nel momento più delicato: quando i figli, ormai grandi, lasciano la casa e i genitori si ritrovano soli dopo tanto tempo. E’ successo in  Non dico altro, ultimo film dell’attore  James Gandolfini, dove due divorziati ritrovano il modo di unire le loro solitudini e succede ora anche in questo Le Week-End, dove Nick e Meg, una coppia inglese sposata da trent’anni, è in viaggio verso Parigi per festeggiare il loro anniversario negli stessi luoghi dove avevano trascorso la luna di miele: una parentesi di libertà dopo che i loro figli hanno definitivamente raggiunto l’indipendenza.

Sorvolando sulle sequenze dove vengono riproposti i luoghi più comuni intorno alla bellezza e alla singolarità di  Parigi, il week end, da romantica opportunità per ricordare quei momenti dove tutto ebbe inizio, si trasforma ben presto, nei periodi di riposo nella camera d’albergo o durante i pranzi al ristorante, in occasioni per riflettere su loro stessi e il loro rapporto. Nick e Meg non potrebbero essere più diversi. Lui si sente fragile e al tramonto: è stato da poco invitato ad andare in pensione chiudendo così una onorabile carriera di professore universitario; è in ansia costante nel timore di essersi perso qualcosa, ossessione che con il tempo si è formata in una dipendenza materiale dalla moglie; si sofferma a guardare le ragazze che passano per strada, a riflettere sulla distanza che esiste fra lui e quei giovani volti.  “Ti piacciono le cose costanti, troppo” osserva Meg che al contrario gli manifesta il desiderio di  un nuovo inizio: intraprendere una nuova attività (anche lei è insegnante) e trova il marito troppo “appiccicoso”, allontanandolo da se nelle sue espressioni affettuose.

Forse c’è qualcosa di più profondo che li separa: Nick, dopo  una giovinezza passata coltivare idee radicali, riflette sul fatto che fra le tante mode, tendenze, vissute nei suoi giovani anni, c’è una sola cosa importante che ha fatto: quella di sposarsi e aver fatto quelle rinuncie che sono state necessarie per farlo funzionare. Sono nobili idee che Meg semplifica come terrore di Nick per la solitudine.

L’incontro di Nick con un suo ex collega di università, un tempo suo grande ammiratore  ed ora scrittore famoso, viene ritratto in modo particolarmente crudele perché visto con gli occhi del suo vecchio mentore. Nick non perde tempo a congratularsi con lui ma lo fa riflettere sulla sua inconsistenza e la sua inguaribile vanità: ha abbandonato moglie e figli per una giovane donna che lo ammira intellettualmente. Si tratta di un incontro che all’inizio destabilizza la coppia, ma che poi li riunisce più profondamente, a dispetto dei loro diversi atteggiamenti nei confronti della vita, perché hanno scoperto di aver qualcosa in comune, qualcosa che vale, quel loro restare uniti nel tempo che rifulge per un effetto di confronto con gli altri.

La bravura di Jim  Broadbent e di Lindsay  Duncan allontanano con decisione dal film dal rischio di una tranquilla storia di serie B; la sceneggiatura  imbastisce molto efficacemente le dispute di coppia, con qualche tocco di sarcasmo inglese ma a volte si percepisce un eccesso di letteratura, una ricerca insistita della frase ad effetto

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROMPICAPO A NEW YORK

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/13/2014 - 15:10
Titolo Originale: Casse-tête chinois
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch
Produzione: CE QUI ME MEUT, STUDIOCANAL, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 118
Interpreti: Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile de France, Kelly Reilly

Il quarantenne Xavier convive da ormai dieci anni ed è diventato padre di due figli. Quando la sua donna, Wendy, lo saluta per andare a vivere a New York con il suo nuovo uomo, Xavier decide di raggiungerla per stare vicino ai ragazzi. Si fa ospitare dalla sua amica lesbica Isabelle e dalla sua compagna e alla fine acconsente a donar loro il seme per una fecondazione eterologa. Presto arriva a trovarlo anche l’amica divorziata Martine con i suoi due figli, ma la vita in America è complicata e l’unico modo che ha Xavier di ottenere la Green card è organizzare un matrimonio di comodo con una ragazza cinese…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è la summa di tutto ciò che è contrario al concetto di famiglia: infedeltà, inseminazioni eterologhe, famiglie con due madri e un padre.
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene di incontri sessuali con nudità, una sequenza di masturbazione per ottenere una inseminazione eterologa
Giudizio Tecnico 
 
L’autore cerca di stordire lo spettatore con un susseguirsi ininterrotto di eventi e di coppie che si uniscono e poi si separano in modo da coprire l’incredibile leggerezza della storia. Sconsigliato
Testo Breve:

L’autore di l’Appartamento spagnolo e Bambole Russe continua i suoi ritratti di amori fugaci e di uomini e donne irresponsabili con l’aggravante che ora i protagonisti hanno quarant’anni e sono padri e madri di figli che abbandonano con grande facilità

Xavier sta salutando all’aereoporto i suoi due figli che stanno accompagnando la madre a New York. Il distacco è doloroso ma Xavier, un po’ cinicamente, riesce a convincere suo figlio maggiore che New York è fantastica. Tempo dopo, quando tutti si trovano nella Grande Mela,  è lo stesso figlio che suggerisce a Xavier di non lasciar partire l’amica Martine ed i suoi figli: potrebbe essere una buona compagna per lui e in fondo New York è realmente fantastica.

In un  film come questo del regista e sceneggiatore Cédric  Klapisch, già autore di L’appartamento spagnolo e Bambole russe, la presenza di bambini remissivi e saggi risulta indispensabile perché in questo modo i loro genitori, questi adolescenti quarantenni, si sentono meno in colpa per la loro incapacità cronica di fermarsi a  costruire per loro uno stabile nido.

L’autore, con questa sua storia scombinata di uomini e donne mature solo anagraficamente conferma definitivamente la sua ideologia. Nei film precedenti, dove i protagonisti erano dei giovani, poteva sembrare che quella leggerezza del vivere, quel cogliere l’attimo fuggente per assaporare subito dopo quello successivo, fosse una espressione di giovanilismo: ora invece è diventata una condizione esistenziale dove nulla potrà interessare i protagonisti più dell’attimo in cui accade, senza alcuna responsabilità.

La leggerezza del racconto può esser sembrato all’autore un modo per divertire lo spettatore con le rocambolesche vicissitudini del protagonista: dopo aver salutato i suoi figli che debbono partire per New York assieme alla madre, anche Xavier raggiunge l’altra sponda dell’Atlantico e non esita ad andare in una clinica di fecondazione assistita per donare il suo seme a favore di Isabelle, la sua amica lesbica e della sua compagna Ju. La bimba è appena nata quando Isabelle si invaghisce di un’altra donna. Xavier ne resta scandalizzato ma Isabelle gli rinfaccia che è lui che non capisce perché è troppo tempo che non fa l’amore.  Intanto Xavier affronta e risolve un suo problema: per ottenere la Green Card trova una ragazza cinese compiacente che si presta a fare tutte le pratiche necessarie e a venir sottoposta, assieme a lui ai duri interrogatori dell’Ufficio Immigrazione. Alla fine sarà una quarta donna, la divorziata Martine a proporgli una convivenza con i suoi due figli del precedente matrimonio.

Non vogliamo dilungarci oltre con questo film ma spero che questa breve sintesi sia stata sufficiente per mostrare le sue due caratteristiche: una malcelata antipatia nei confronti degli Stati Uniti e della sue leggi, e una leggerezza nei confronti delle tematiche familiari che degenera in un cinismo che non fa più ridere.

Cédric Klapisch ha commesso un grave errore: ha scelto, per la parte del figlio di dieci anni di Xavier, un bambino (Pablo Mugnier-Jacob) che ha occhi dolcissimi ma molto tristi. Se ci si immerge in quegli occhi non si riesce più a ridere per le bravate dei suoi irresponsabili genitori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTA COLPA DEL VULCANO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/10/2014 - 19:09
Titolo Originale: Eyjafjallajökull
Paese: Francia
Anno: 2013
Regia: Alexandre Coffre
Sceneggiatura: Laurent Zeitoun, Yoann Gromb, Alexandre Coffre
Produzione: Quad Productions, TF1 Films Productions, Scope Pictures
Durata: 92
Interpreti: Valérie Bonneton, Dany Boon, Denis Ménochet, Albert Delpy, Bérangèere McNeese

Alan e Valérie, divorziati da anni, sono in viaggio sullo stesso aereo per recarsi in Grecia al matrimonio di Cécile, la figlia ventenne. L’eruzione del vulcano finlandese Eyjafjallajökull rende impossibile la circolazione aerea e li costringe ad atterrare in Germania. I due ex coniugi si ritrovano così a condividere un rocambolesco viaggio on the road, che riporterà a galla sentimenti passati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due ex coniugi riescono a fare alla loro figlia il più bel regalo di nozze: quello di rimettersi insieme
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, violenza, scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Una remarriage comedy (in voga negli anni ’30 e ’40) che finisce per sprecare in parte il proprio potenziale narrativo a favore di uno stile slapstick, divertente, ma un po’ superficiale.
Testo Breve:

L’eruzione del vulcano finlandese Eyjafjallajökull costringe una coppia divorziata a un viaggio avventuroso per cercare di raggiungere la loro figlia in procinto di sposarsi. 

La commedia francese diretta da Alexandre Coffre prende come spunto l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull, che nel 2010 costrinse a terra migliaia di persone, per esplorare il rapporto tra due ex coniugi il cui matrimonio si è concluso molto male, tra rancori e recriminazioni. Non ci vuole molto a capire che in realtà, nonostante le ostilità, i due provano ancora affetto e attrazione l’uno per l’altra.

Mentre Alan, dopo il divorzio, si è rifatto una famiglia, Valérie vive sola, anche se non ha mai avuto problemi a trovarsi un uomo. Se Alan è più composto ed educato, Valérie è esplosiva e provocatrice. Con due personaggi così (interpretati da due attori che insieme appaiono ben rodati), il divertimento è assicurato.

Acerrimi nemici, Alan e Valérie non possono fare a meno di rivangare il passato e accusarsi reciprocamente. Quando le circostanze li portano a condividere molto tempo insieme ma seppellire l’ascia di guerra, anche temporaneamente, diventa un’impresa impossibile. Le situazioni sono portate quasi al limite dell’assurdo tra ferimenti, auto distrutte, aerei e furgoni rubati. Dopo un susseguirsi di azioni distruttive, assurde e pericolose che li portano in realtà ad avvicinarsi, i due ritrovano la passione di un tempo in un hotel in Slovenia, dove hanno fatto sosta per la notte. Valérie indossa il suo vecchio abito da sposa, che avrebbe dovuto portare alla figlia, perché ha perso i vestiti durante una delle loro disavventure. Non si sa se sia l’abito a far riaffiorare i ricordi di quello che è stato il loro matrimonio, ma i due si riscoprono attratti l’uno dall’altra, e accantonano per qualche ora rancori e dissapori. Inseguiti dalla polizia di tutta Europa, i due riusciranno ad arrivare in Grecia, giusto in tempo per assistere al matrimonio della figlia. Alla cerimonia è presente anche la compagna di Alan, alla quale Valérie non manca di svelare che ha passato una notte con l’ex marito. Insomma, le ripicche in fondo non sono finite e, nonostante Alan e Valérie si siano riappacificati, Alan non è un uomo libero e il suo tradimento, svelato da Valérie, rischia di mettere in pericolo l’unità della sua attuale famiglia.

Sul finale i toni sono stemperati e l’obiettivo comune è raggiunto: non mancare al giorno più importante per Cécile, quell’unica figlia che li unisce ancora e che è frutto dell’amore che è stato. Cécile ha sofferto tutta la vita per il rapporto ostile tra i due genitori e il regalo più bello che loro possano farle è essere insieme lì, per lei. Alan canta una canzone alla figlia, dedicandogliela. Quando la voce gli si rompe per l’emozione, interviene Valérie, per cantare insieme a lui e supportarlo. Cécile non ha mai visto i genitori fare qualcosa insieme per lei e ne è commossa. Quello che rimane del matrimonio di Alan e Valérie, in fondo, è visibile agli occhi di tutti: l’amore per quella figlia e il bene che è stato in passato e che non si può cancellare.

Nonostante la buona prova degli attori e alcune scene divertenti, il rapporto tra i due ex coniugi è lasciato in sospeso: la compagna di Alan perdonerà il tradimento? Alan tornerà dall’ex moglie? Valérie vorrà stare davvero con Alan o la notta passata insieme ha rappresentato solo un revival nostalgico?

Tutta colpa del vulcano si presenta come una remarriage comedy (commedia hollywoodiana degli anni ’30 e ’40, che vede protagonisti due ex coniugi che ritornano insieme), ma finisce per sprecare in parte il proprio potenziale narrativo a favore di uno stile slapstick (tipo di comicità basata sul linguaggio del corpo) divertente, ma un po’ superficiale.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AMORE SENZA FINE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/30/2014 - 20:49
Titolo Originale: Endless Love
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Shana Feste
Sceneggiatura: Joshua Safran Shana Feste
Produzione: BLUEGRASS FILMS, FAKE EMPIRE, UNIVERSAL PICTURES
Interpreti: Alex Pettyfer, Gabriella Wilde, Bruce Greenwood, Joely Richardson

David e Jade hanno frequentato la stessa high school e si sono ormai diplomati: lei per seguire le orme del padre, un famoso chirurgo, lui per lavorare nell’officina meccanica della sua famiglia. David è da sempre innamorato di lei ma Jade è molto riservata perché ancora non si è ripresa dopo la morte del fratello maggiore. Alla fine, David riesce a frequentarla ed è subito amore. Hugh, il padre di Jade, è contrario a questa relazione: ha per lei grandi ambizioni. Ingaggia un investigatore privato e in effetti scopre qualcosa di oscuro nel passato del ragazzo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una forte passione scoppia fra due giovani, tanto più intensa quanto ostacolata. Il film esalta l’amore-istinto più che l’amore visto come progetto di vita in comune.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche incontro amoroso
Giudizio Tecnico 
 
L’iniziativa di trasferire ai nostri giorni un romanzo d’amore ambientato alla fine degli anni ’70 non ha successo, mancando di credibilità. Poco convincenti gli attori tranne la figura del padre interpretato da Bruce Greenwood
Testo Breve:

Lui e lei, terminato il liceo, si innamorano perdutamente.  Il padre di lei si oppone alla loro relazione. Una storia poco credibile di amore contrastato frutto di un tentativo non riuscito di trasferire ai tempi nostri, molto permissivi, un famoso romanzo degli anni ’70.

Il  romanzo di Scott Spencer “Endless Love” del 1979 che ha venduto nei soli Stati Uniti 2 milioni di copie, era stato già adattato per lo schermo da Franco Zeffirelli del 1981. Giudicato male dalla critica, il film del regista italiano era a dire il vero, molto più aderente allo spirito originale del libro nel descrivere una passione adolescenziale (la protagonista aveva quindici anni) che si trasforma in ossessione, in un desiderio inappagato che porta i due amanti a smarrire il senso della vita e della realtà.

Questa nuova versione del 2014 rivisita sostanzialmente il testo, modificandone il significato di fondo.

David e Jade sono ora due diplomati diciassettenni, la storia è stata portata  ai nostri giorni e si è evitata ogni possibile deriva verso una ossessione travolgente: il conflitto non è più interno ma è solo esterno, fra due ragazzi che si amano e un padre che ha un atteggiamento possessivo nei confronti della figlia. In questo modo il racconto si avvicina molto di più al filone dei film iper-romantici (Ho cercato il tuo nome, The last song, Dear john) ispirati ai romanzi di Nicholas Sparks.

In effetti sono molti gli ingredienti in comune con i lavori di Sparks: una storia d’amore fra young adult, la presenza di una sventura che ha lasciato nei protagonisti una profonda ferita (per Jade la morte del fratello maggiore), una situazione che contrasta il loro amore (la disapprovazione del padre di Jade) ma anche la ferma decisione di aspirare a un unico amore: quello che dura tutta la vita.

“Voglio trovare l’amore vero. Quello per cui combatti, che metti sempre al primo posto. Una volta trovata la ragazza giusta non voglio altro” declama, con un po’ di retorica, David al padre di Jade.

Il racconto originale di Scott Spencer è stato quindi stravolto: una decisione che in sé non sarebbe grave ma occorre domandarsi se la nuova storia che è stata imbastita può ritenersi ancora sostenibile perché ci sono troppi elementi stranianti che mettono a repentaglio  la credibilità del racconto.

I due  protagonisti mostrano di avere più dei diciassette anni richiesti e quindi appare poco credibile ipotizzarli alla loro prima esperienza amorosa; Gabriella Wilde, che interpreta Jade, ha un passato di modella e quel suo modo di apparire sempre composta e ordinata le impedisce di immedesimarsi pienamente nella parte. Nel rapporto fra sceneggiatura e regia c’è un troppo di dichiarato rispetto al visto: Anne, la moglie di Hugh, il padre di Jade, continua a esprimergli  il suo amore (nonostante i contrasti) ma si tratta di un sentimento che non viene motivato. Jade dichiara di esser riconoscente nei confronti del padre per aver tenuto unita la famiglia nel momento critico della morte del fratello ma non percepiamo nessuna traccia di questa precedente intesa. Alla fine,  come spesso succede, è proprio il padre, il cattivo di turno, a risultare meglio tratteggiato nel suo difficile equilibrio fra impulsi di gelosia protettiva nei confronti della figlia e la necessità di dare ai suoi istinti una copertura razionale.

Vi è però qualcos’altro che determina in modo definitivo un allontanamento dello spettatore dalla storia narrata. Il racconto è stato spostato ai giorni nostri e il padre Hugh sembra non avere problemi nel consentire, durante un soggiorno nella  sua villa al mare, la convivenza di suo figlio con la fidanzata e di Jade con David. Fin dai primi incontri, David e Jade non trovano ostacoli nel loro amore anche fisico, mentre i protagonisti del romanzo originale vedevano la loro passione trasformarsi in ossessione anche per le loro difficoltà d incontrarsi. Ma la storia era ambientata alla fine degli anni ’70 mentre in questa versione del 2014 si ha la sgradevole percezione di una incoerenza  narrativa: in un contesto moderno e permissivo come quello descritto nel film è difficile rendere credibili i tentativi di Hugh di ostacolare l’amore fra due ragazzi  ormai maggiorenni . Dovremo aspettarci altri  tentativi senza fine di portare sullo schermo il romanzo di Scott Spencer?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MALEFICENT

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/28/2014 - 20:05
Titolo Originale: Maleficent
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Robert Stromberg
Sceneggiatura: Linda Woolverton basata sulla fiaba di Charles Perrault
Produzione: Tim Burton, Don Hahn, Richard D. Zanuck per Walt Disney Pictures/Moving Picture Company/Roth Films
Durata: 97
Interpreti: Angelina Jolie, Sharlto Copley, Elle Fanning, Imelda Staunton, Lesley Manville, Juno Temple, Sam Riley

La giovane Malefica è la fata protettrice della Brughiera, il regno magico che difende appassionatamente dall’avidità umana. Un giorno, ancora ragazzina, incontra il giovane umano Stefano; presto i due diventano amici e poi si innamorano. Stefano, però, è attirato dalle lusinghe del potere e della ricchezza e compie un terribile tradimento verso Malefica pur di diventare re. Alla nascita della figlia di lui, Aurora, per vendicarsi Malefica scaglia contro la bambina un terribile incantesimo. Ma mentre Aurora cresce sotto i suoi occhi, la fata non può fare a meno di affezionarsi a lei e cominciare a sperare di poter disfare quanto ha fatto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film appare il segno di una tendenza pericolosa perché dopo Ribelle-the Brave è già il secondo film Disney che esalta the woman power mentre gli uomini sono solo o stupidi o rozzi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di combattimento impressionante nei limiti del genere.
Giudizio Tecnico 
 
Con un umorismo concentrato solo in poche sequenze, una storia d’amore (quella di Malefica) che appare insieme affrettata e forzata, per una rivisitazione della celebre fiaba poco convincente
Testo Breve:

Con un chiaro intento revisionista rispetto alla favola della Bella Addormentata, la strega cattiva diventa una fata disillusa dall’amore e circondata da uomini cattivi. Una rivisitazione discutibile

Maleficent è l’ennesima rivisitazione a marchio Disney delle fiabe tradizionali che abbiamo conosciuto in cartone animato (La bella addormentata originale, in un elegantissimo disegno bidimensionale e con musiche adattate da quelle del balletto di Ciajkovskij, uscì al cinema nel 1959, con incassi deludenti, ma vinse un Oscar per la colonna sonora, che resta in effetti indimenticabile). Operazione già iniziata con risultati contraddittori (ottimi al botteghino, un po’ meno dal punto di vista artistico) con Alice in Wonderland.

L’intento “revisionista” è qui ancora più pronunciato che nel caso precedente, come si intuisce fin dal titolo: trasformare una delle “cattive” più iconiche della storia dei cartoon nell’eroina femminista e ambientalista di una fiaba in cui, con l’eccezione di Fosco (l’aiutante della fata cattiva che però nasce come corvo), i personaggi maschili sono tutti cattivi, pazzi, traditori, violenti o semplicemente tonti.

Se resta (e come avremmo potuto farne a meno?) l’incantesimo che condanna al sonno eterno la povera Aurora (ma con una sorpresa sulla natura del bacio del vero amore che non dovrebbe lasciare del tutto “sorpresi” gli spettatori di Frozen), il resto della storia subisce un poderoso restyling che convince solo in parte.

Soprassedendo sulla scelta di Malefica come nome originale della protagonista (quantomeno curiosa, visto che si tratta di una fata dall’aspetto forse un po’ inquietante, viste le corna, ma gentile e benefica), tutta la backstory che ci racconta la storia d’amore interrotta tra lei e il futuro re Stefano appare insieme affrettata e forzata, a meno di non dare per scontato, appunto, che gli uomini siano per forza avidi e malvagi.

Privata delle sue ali e disillusa sul vero amore, Malefica può trasformarsi nella furia nerovestita che conosciamo (con tanto di corvo mutaforme al seguito) e scatenare la sua vendetta. Tanto né il fedifrago Stefano, né il terzetto di fate “buone” (qui ancora più inette e sciocche che nell’originale) hanno la statura per opporsi in qualche modo a lei. Come suona il detto, “non c’è furia all’inferno peggiore di una donna respinta…”, e fuoco e fiamme farà anche Malefica prima delle fine sella storia…

La storia e la sua protagonista Angelina Jolie convincono di più quando finalmente si permettono un po’ di umorismo (pericolosamente latitante altrove) nel momento in cui Malefica, decisa a tenere d’occhio la piccola, deve lottare contro il disarmante affetto della piccola e ignara Aurora (la “bestiolina”), che finisce per considerarla la sua fata madrina.

Una delle maggiori delusioni della storia è il principe Filippo, nell’originale un simpatico guascone che, insieme al suo cavallo, offriva alcuni dei momenti di alleggerimento più godibili della vicenda e che qui, invece, è poco più che un pupazzo di bell’aspetto senza alcuna vera iniziativa.

E, in effetti, il vero amore di cui si vuole parlare qui non è mai quello tra uomo e donna, che fa capolino solo come innamoramento adolescenziale e finisce per riservare unicamente tradimenti e delusioni, ma quello materno e riluttante di Malefica, che sarà la chiave della rinascita per il mondo magico e per quello umano in una rilettura molto women power che sa tanto di omaggio al mainstream corrente, ma che convince assai meno che nel recente Frozen.

Visivamente la pellicola è suggestiva (anche se il 3 D a volte appare la sola giustificazione di scene di battaglia non sempre narrativamente motivate) e la variazione sulle eleganti immagini del classico del ‘59 è fantasiosa (del resto il regista Stromberg viene dalla fotografia), ma  dalla sceneggiatrice di La bella e la bestia sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più di questo revisionismo sentimentale che in certi momenti è più vicino alla soap che alla fiaba e alla grande tragedia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MERAVIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/26/2014 - 09:41
Titolo Originale: Le meraviglie
Paese: Italia, Svizzera, Germania
Anno: 2014
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Produzione: TEMPESTA CON RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON AMKA FILMS PRODUCTIONS, POLA PANDORA FILM PRODUKTIONS, RSI, RADIOTELEVISIONE SVIZZERA SRG SSR, ZDF/DAS KLEINE FERNSEHSPIEL
Durata: 111
Interpreti: Maria Alexandra Lungu, Alba Rohrwacher, Sam Louwyck, Monica Bellucci

In un famiglia con quattro bambine tutti sono impegnati in un’attività privata di apicultura ma vicino a loro, sul lago Trasimeno. è stato attrezzato un set televisivo per bandire un concorso a premi fra gli agricoltori del luogo. La figlia maggiorenne Gelsomina vorrebbe partecipare ma il padre considera questa iniziativa una pura illusione consumistica.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fra utopia bucoliche e sogni televisivi, una famiglia ritrova la sua unità e la sua compattezza
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L a grande abilità della regista e la bravura degli attori, consentono di orchestrare una storia complessa, fatta di speranze, utopie e lavoro nei campi
Testo Breve:

Un padre, una madre e quattro figlie vivono in campagna,  impegnate in una attività di allevamento di api ma la primogenita è attratta dal mondo della televisione. Un elogio ben realizzato  del mondo agricolo e dell’unità familiare

All’interno di un casolare fatiscente isolato in mezzo alla campagna, in piena notte, una bambina, Marinella, si alza perché deve andare in bagno. La raggiunge dopo un po’ la sorella maggiore, Gelsomina,  perché è da troppo tempo che sta sul vaso: sembra un pretesto per qualcos’altro. Le loro discussioni fanno svegliare le altre due sorelle più piccole ed anche la mamma, che comprende il vero desiderio di Marinella: andare a dormire nel letto di mamma. Ormai in quella casa si sono svegliati tutti: arriva anche il padre Wolfgang e l’ospite di casa, Cocò. La regista-sceneggiatrice Alice Rohrwacher riesce, in questa sequenza iniziale, a presentarci tutti  e subito i protagonisti di questo racconto e la mattina seguente li troviamo di nuovo insieme  perché il padre è  l’apicultore e vuole che tutte le figlie lo aiutino, in funzione della loro età.

Nello sviluppo della storia la regista addensa interrogativi che non si cura di risolvere: Wolfgang parla tedesco ma come mai si trova in Italia e perché fa l’apicultore:? La madre delle bimbe, Angelica, è italiana ma perché interloquisce con Wolfgang in francese? Chi è Cocò e cosa ci fa in casa loro? E’ forse la sorella di Wolfgang? Le quattro bambine, spinte dal padre a lavorare con lui anche in mansioni pesanti vanno a scuola? 

E’ inutile in questo film, porsi troppe domande. Ognuno può darsi, sembra dirci l’autrice, la risposta che preferisce.

Non è alla logica che dobbiamo fare appello per leggere questo film ma farci condurre dal  fluire delle immagini e lasciare che i protagonisti esprimano compiutamente se stessi. Solo in questo modo si potranno percepire le verità più profonde che il film riesce a svelare.

Le immagini, realiste e dettagliate sul lavoro di allevamento delle api, sfatano da subito l’illusione di assistere a un film-nostalgia su di una civiltà contadina ormai scomparsa; vogliono trasmetterci piuttosto la determinazione di Wolfgang nel realizzare la sua utopia, che vede nell’apicultura e nel sostegno di una famiglia tenuta unita con la sua autorità, il modo di bastare a se se stessi, non aver bisogno né di soldi né degli altri, di restare indipendente dalle logiche del  consumo.

Le utopie sono sempre state molto allettanti perché semplici da seguire e perché dividono facilmente il mondo in buoni e  in cattivi ma hanno un grosso difetto: ci allontanano dalla realtà che è intrinsecamente complessa e contraddittoria. La realtà in questo film è rappresentata da Gelsomina,  che desidera più cose al contempo senza sapersi decidere:  è contenta di esser vista dal padre come suo braccio destro ma poi gli disubbidisce nell’iscrivere l’intera famiglia a un concorso sui prodotti più genuini indetto da una Tv locale, attratta da quel mondo di dive, luci e microfoni, a lei così estranea.

 La regista e sceneggiatrice Alice  Rohrwacher, al suo secondo film dopo Corpo celeste, manifesta una notevole bravura proprio nel raccontarci in modo vivo e naturale una storia che si sviluppa su più piani: : il duro lavoro da apicultore, l’utopia anticonsumista che Wolfgang cerca di mettere in atto, i miti che arrivano in casa attraverso lo schermo televisivo. Questi ultimi sono solo delle maschere, come mascherati da antichi etruschi arrivano i partecipanti del concorso e come ci appare la madrina del programma (Monica Bellucci), travestita da dea di popoli antichi, impegnata in una conduzione approssimativa come lo  erano quelle  che si facevano nella breve stagione delle Tv locali italiane.

Alla fine, fra difficoltà esterne (Wolfgang rischia di non poter più produrre il miele perché non rispetta le norme igieniche) e incomprensioni interne, ritroviamo tutta la famiglia riunita sullo stesso lettone come nella sequenza iniziale, la famiglia come unica roccia a cui ci si può sempre aggrappare,  camera di compensazione fra differenze generazionali, luogo di profonda intesa e solidarietà.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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