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MARIA DI NAZARETH

Giuseppe, che fa il carpentiere ed è arrivato da poco più di un anno a Nazareth, si reca nella casa di Maria, tornata da poco in seno alla sua famiglia dopo un lungo periodo di servizio al tempio per chiedere la sua mano. Maria accetta la proposta di questo giovane umile ed onesto ma un giorno, prima ancora delle nozze, riceve la visita dell’angelo Gabriele ...
La storia di Gesù rivissuta nell’intimità di Maria e di Giuseppe. Un’opera che pur mantenendo lo stile di un racconto popolare, raggiunge alti livelli di profondità sia umana che spirituale.
Maria riceve l’annuncio dell’angelo Gabriele e al suo “avvenga di me ciò che hai detto” l’angelo si mette in ginocchio davanti a lei perché ora, da quel momento, la madre del Messia è diventata regina di tutte le creature, degli uomini come degli angeli.
E’ questo uno dei tanti segni della cura e attenzione con cui è stata realizzata questa miniserie su Maria di Nazareth, andata in onda su Rai Uno nelle serate del 1° e 2 aprile , all’inizio della Settimana Santa.
Il fascino, ma al contempo il mistero, di Maria è stato più volte riproposto sul grande e sul piccolo schermo; a volte come espressione di una sincera riflessione sul significato della sua figura, a volte come mezzo per convogliare idee personali sulla falsariga di una storia nota ai più.
Per limitarci alla produzione più recente, Nativity (2006) diretto dall’americana Catherine Hardwicke, ha raccontato la storia di Maria, dall’annuncio all’arrivo dei re magi, quasi con i toni della favola natalizia; in Io sono con te (2010) il regista-sceneggiatore Guido Chiesa ha invece profondamente trasformato il significato dei Vangeli per esprimere alcune idee personali (una forma di spiritualismo naturalistico, una opposizione antistorica alle tradizioni del popolo ebraico).
In Maria di Nazareth gli sceneggiatori Francesco Arlanch e Giacomo Campiotti, hanno avuto un approccio più rigoroso: partendo dalle scarne notizie di cui disponiamo sulla Madre di Dio, hanno cercato di completare in modo verosimile il racconto con dialoghi ed eventi che hanno avuto il solo scopo di rendere più evidente lo spirito delle pagine del Vangelo.
I personaggi di Maria, Giuseppe e lo stesso Gesù risultano così ritratti in modo molto umano, ma al contempo pienamente coscienti della missione soprannaturale che è stata loro affidata.
“Potranno mai capire una famiglia come la nostra?” si domanda Giuseppe rivolto a Maria. “Si, lo capiranno”: è la risposta.
Tutti i passaggi principali della storia (l’annuncio dell’angelo , il matrimonio fra Giuseppe e Maria, la nascita di Gesù, la morte di Giuse
ppe, le nozze di Cana, l’inizio della predicazione) sono stati curati in tutti i risvolti umani che i protagonisti possono aver avuto e ne nascono colloqui intimi fra loro che costituiscono il grande valore della miniserie.
Maria è la donna della fede. E’ Gesù stesso che lo sottolinea, in un colloquio con lei prima della Passione: “stai vicino a Maddalena e a loro (i discepoli): avranno bisogno della tua fede”. Sarà proprio lei che rincuorerà Pietro dopo il triplice tradimento e sarà lei a sostenere la speranza dei discepoli nei giorni di incertezza prima della Resurrezione. Maria appare anche molto umana e dopo la previsione che le fa Simeone al tempio, pur nella salda fiducia in Colui che chiama “il mio Signore”, resta nell’intimo in uno stato di perenne, materna apprensione. Dopo il miracolo delle nozze di Cana si preoccupa di esser stata proprio lei ad invitarlo a esporsi davanti a tutti, forse prima del tempo dovuto. In cuor suo avrebbe preferito che fosse rimasto a fare il falegname o addirittura che fosse rimasto nel suo grembo per meglio proteggerlo. In un momento di preghiera chiede a Dio che possa lei soffrire al suo posto (durante la fustigazione il film suppone una com-passione mistica di Maria ai colpi inferti a Gesù).
Giuseppe è invece l’uomo della giustizia e dell’ umiltà. Alla scoperta che Maria è incinta per opera dello Spirito Santo, come lei stesa dichiara, lui risponde d’istinto: “Io ti credo Maria ma questo è troppo per me: io sono solo un uomo” . Al momento di morire gli sembra di non aver meritato di esser vissuto con il figlio dell’Altissimo e si domanda, lui che è sempre stato molto impegnato nel lavoro: “ a cosa sono servito io?”. E quando l‘ostilità e l’incomprensione nei confronti di Gesù cresce, è Maria che prega: “Signore ti ringrazio per Giuseppe. Fa che il nostro popolo capisca come aveva capito lui.”.
Anche il personaggio di Gesù , che ovviamente è il personaggio di riferimento ma che non è configurato come il protagonista della storia, riflette bene la dignità che deriva dalla sua missione ma al contempo è umanissimo nell’affetto verso la madre e il padre.
All’armonia, al flusso d’amore che si manifesta all’interno della Sacra Famiglia fa da contrasto il comportamento degli abitanti di Nazareth assurti a simbolo di chi pone a unica norma della propria esistenza l’osservanza formale della legge; significativa è la figura di Eleazar (il fratello di Giuseppe, che si prende cura di Maria) che è l’espressione tipica di una brava persona che però manifesta un buon senso di corto respiro, incapace di cogliere la grandezza della realtà rivoluzionaria che sta avvenendo davanti ai suoi occhi.
Le altre componenti della miniserie, come la storia di Maddalena, una storia di perdizione e conversione e gli intrighi di corte al palazzo di Erode costituiscono la parte più libera del racconto che resta pur sempre verosimile. In particolare Erodiade impersona la più fiera oppositrice al Messia ma è forse è qualcosa di più di un essere umano visto che ha del diabolico nel percepire prima degli altri le minaccia incombenti.
Nel complesso una miniserie destinata al pubblico più vasto, che non rinnega le regole dell’intrattenimento ma al contento manifesta grande impegno e profondità di analisi nel ricostruire gli aspetti più spirituali e umani del racconto. Solo verso la fine, a partire dalla domenica delle Palme, il racconto tende alla sintesi e l’aspetto più spettacolare del racconto viene privilegiato a discapito di quello intimistico fino a quel momento prevalente.
IL TREDICESIMO APOSTOLO - IL PRESCELTO

Gabriel Antinori è un sacerdote, professore di teologia all'Angelicum di Roma e fa parte della Congregazione della Verità, un'istituzione ecclesiastica che verifica eventi comunemente definiti come paranormali. Nelle indagini che viene chiamato a svolgere, Gabriel è affiancato dalla psichiatra Claudia Munari e fra i due, dietro una buona intesa professionale, inizia a intravvedersi qualcosa di più intimo...
La fiction cerca di attirare lo spettatore con il fascino del mistero ma i misteri sono forse troppi: fenomeni paranormali, organizzioni segrete che cospirano contro la Chiesa, poteri eccezionali sulla vita e sulla morte concessa agli eletti..
Nel 2011 Hereafter e The tree of life hanno portato sugli schermi delle serie riflessioni (a volte discutibili) sull’esistenza dell’aldilà; ora all’inizio del 2012, sembra che anche la televisione, proponendoci due serial dove i protagonisti sono una suora (Che Dio ci aiuti su RaiUno) e un sacerdote (Il tredicesimo apostolo su Canale 5) abbia ritenuto che i tempi sono adatti per proporre a un vasto pubblico tematiche di fede.
In realtà, mentre suor Angela di Che Dio ci aiuti , totalmente dedita al servizio degli altri, intenta a trovare la giusta ispirazione nella preghiera, ce lo conferma pienamente, non possiamo certo dire la stessa cosa della fiction su Canale 5.
C’è chi ha sostenuto che questa serie vuole affrontare i rapporti fra scienza è fede; in realtà la fede c’entra ben poco. Le varie puntate costituiscono una enciclopedia alquanto esaustiva di vari fenomeni paranormali: si va dalla levitazione, alla emolacria; poi la preveggenza, la reincarnazione, l’ autocombustione, l’esistenza di revenant (creature ritornanti dopo la morte), la possessione. Non mancano neanche gli extraterrestri .
L’intera serie è inoltre attraversata da una minaccia molto simile a quella apparsa in Angeli e demoni di Dan Brown: una organizzazione segreta vuole tenere in scacco la Chiesa perché dispone di un antivangelo scritto da Giordano Bruno (la cui statua a Campo dei fiori viene ripetutamente ripresa, forse monito perenne per certe forme di intolleranza). Lo stesso Gabriel dispone di capacità particolari, è un eletto (qui siamo dalle parti di Matrix).
In questa struttura alquanto complessa si muovono padre Gabriel, sacerdote e professore di teologia che cerca, scevro da pregiudizi, di dipanare i misteri che gli vengono sottoposti assieme alla psicologa Claudia Munari che insiste nel cercare una spiegazione di volta in volta psicologica, chimica o fisica di quanto accade. Alla fine di ogni puntata sia la scienza che la presunta “fede” di padre Gabriel risultano costantemente sconfitti: i vari fenomeni paranormali vengono confermati come reali e si svolgono secondo la più colorita letteratura del genere.
La Chiesa (nello specifico si tratta di una sedicente Congregazione della Verità che allude all’ordine dei gesuiti) viene ritratta secondo i canoni ormai consolidati nei film ispirati ai libri di Dan Brown: possenti auto scure che trasportano i prelati, lotta interna per il potere e applicazione dei paradigmi più conosciuti nei contesti anticlericali: come il cilicio sta all’ Opus Dei, così la delazione (una maschera deformata della correzione fraterna) sta ai gesuiti. Non manca, in una puntata, il caso di un prete pedofilo.
Padre Gabriel si può qualificare come un sacerdote? Difficile ipotizzarlo. Non lo si vede certo pregare, né ha bisog
no di ispirazione da Dio; è molto libero nei movimenti e può permettersi anche di andare a dormire a casa di Claudia (lo sceneggiato spinge abilmente sull’ambiguità del loro rapporto, a metà fra il professionale e l’innamoramento).
Non manca, nella ottava puntata, un predicozzo sull’interpretazione corretta da dare all’episodio biblico del sacrificio di Isacco: l’obbedienza completa di Abramo ai voleri di Dio non sarebbe segno di vera fede perché in questo modo lui si è sottratto a una scelta personale, l'unica che conti. Se di fede quindi dobbiamo parlare per Gabriel, si tratta di una fede nietzschiana nella volontà personale, prima ancora che nella volontà divina.1.
Occorre riconoscere che c’è dell’alchimia fra i due protagonisti, Interpretati da Claudio Gioè e Claudia Pandolfi, entrambi ben caratterizzati (tormentato e problematico lui, serena ma anche insicura lei) e il “come va a finire fra loro due” risulta essere l’asse portante della serie.
C’è una lunga tradizione, anche di grande successo, di serie televisive basate sul mistero, sull’occulto; potremmo risalire a Twin Peaks-1991 di David Linch, visionario,surreale, inquietante e per restare a casa nostra potremmo partire da Il segno del comando – 1971 per la regia di Daniele D’Anza, un horror gotico che superò i 14 milioni di spettatori, ma nel caso de Il tredicesimo apostolo si percepisce una forma di horror vacui: per esser sicuri di impressionare lo spettatore si affastellano i misteri, le sorprese non risolte e ciò a svantaggio della linearità del racconto e della fedeltà dello spettatore. Dopo un buon esordio di circa 7 milioni di spettatori, l’audience è scesa lentamente ma progressivamente fino ai 4,7 milioni del 25 gennaio. Che Dio ci aiuti , con una struttura più coerente, si mantiene stabile intorno ai 6 milioni di spettatori.
1Per un approfondimento sulle varie interpretazioni date all'episodio del sacrificio di Isacco vorremmo consigliare GIANFRANCO RAVASI - Il libro della Genesi - Città Nuova, p. 120-124
CHE DIO CI AIUTI

Suor Angela dimora nel convento degli Angeli a Modena, che rischia di chiudere per mancanza di vocazioni. L'unica soluzione è trasformare un'ala in un convitto studentesco femminile. Il convento si anima presto della presenza di Giulia, una ragazza madre, Azzurra, fanatica per la moda, mandata lì da suo padre perché non ha tempo di occuparsi di lei e Margherita, abituata da troppo tempo alle coccole dalla madre per abituarsi a vivere fuori casa. Come se non bastasse arriva anche un uomo, l'ispettore Marco Ferrari dal momento che la sua casa si è allagata...
Nella nuova fiction della Lux Vide, chi risolve il caso e mette pace nella comunità non è più don Matteo ma suor Angela; le somiglianze fra le due serie sono però solo in superficie; suor Angela è molto più impicciona e si avvale della collaborazione di ragazze particolarmente intraprendenti. I malvagi non hanno scampo...
Non si fa a tempo a vedere l’ultima puntata di Don Matteo l’8 dicembre che ecco, dal 15, parte Che Dio ci aiuti e parte subito bene con circa 7 milioni di spettatori (Don Matteo 8 ha oscillato fra i 5 e gli 8 milioni).
Chi è in attesa di Don Matteo 9 (già previsto) ha molti motivi per seguire questo nuovo serial prodotto dalla Lux Vide per Rai Fiction, che mostra, nei confronti del primo, molte somiglianze ma anche significative novità.
La struttura portante di ogni puntata è molto simile: si inizia con la scoperta di un omicidio e mentre i Carabinieri (Don Matteo) o la polizia (Che Dio ci aiuti) indagano, il protagonista (ora è suor Angela) che sa a leggere nei cuori e sa cogliere i rapporti veri fra le persone, risulta determinante per la soluzione del caso e, particolare non trascurabile, alla conclusione dell’episodio è in grado di riportare la pace nella comunità che da quell’evento è stata ferita.
I personaggi di entrambi i lavori possono venir raggruppati in tre categorie: le persone che sono coinvolte nel fatto delittuoso e che vivono per il tempo della puntata; il protagonista, un uomo/una donna di fede ed infine un gruppo di personaggi che potremmo definire intermedi le cui vicende si sviluppano lungo tutte le puntate della stagione.
E’ su queste due ultime tipologie che si concentrano le maggiori novità, oltre al cambiamento di location, dalle stradine di Gubbio a una vera e propria città come Modena.
Don Matteo è un sacerdote a tutto tondo, esprime pienamente il suo essere per il mondo ma non del mondo; non conta la sua vita privata, ciò che personalmente può provare (nell’ottava serie abbiamo comunque scoperto che è molto bravo a giocare a biliardo, forse un retaggio giovanile) ma si sente interamente dedito al bene del suo prossimo. Parla poco ma scruta con i suoi occhi profondi il suo interlocutore, che spesso finisce per confidarsi e confessare quando è colpevole.
Suor Angela è stata disegnata in modo diverso: ha una fede sincera e fiducia di fondo in ogni essere umano ma questa volta veniamo a conoscenza
delle sue debolezze umane (non le è congeniale alzarsi presto, secondo le esigenze del convento) ed ha un passato burrascoso (è stata perfino in carcere). Si reca spesso in cappella dove intrattiene un colloquio con il Divino Interlocutore (che però non risponde, a differenza di quanto accadeva nei film di Don Camillo e Peppone). La sua fede la pone accanto, con particolare sensibilità, alla persona che soffre o che ha bisogno di aiuto ma vi sono anche sequenze dove si parla esplicitamente di fede e lei svolge del vero e proprio apostolato.
Elena Sofia Ricci rende molto bene il personaggio.
L’atteggiamento di suor Angela nei confronti del caso poliziesco di turno è molto diverso rispetto a Don Matteo, sempre rispettoso del lavoro delle forze dell’ordine: lei si sente particolarmente coinvolta e autogiustificandosi con un “in fondo lo faccio a fin di bene”, mente spesso, sottrae temporaneamente carte di identità e portafogli o addirittura fa incursioni in case private. Fatto ancora più sconcertante, cerca di rimediare recitando molteplici Pater Noster, ben sapendo che ciò che ha fatto lo rifarà di nuovo.
Ma è nel confronto con i “personanggi intermedi” che si notano le maggiori differenze.
In Don Matteo 8 non è stato difficile appassionarsi alla storia dei promessi sposi Giulio e Patrizia: un amore sottoposto a molteplici sfide, dal desiderio di affermazione professionale di lei all’incapacità di Giulio di considerarla ormai una donna matura. Il tutto sotto lo sguardo vigile del padre di lei (interpretato da un ottimo Nino Frassica), combattuto fra il desiderio di vederla felice e l’istinto protettivo di un padre che la considera ancora troppo giovane.
Suor Angela ha aperto un’ala del convento a convitto universitario per ragazze ed è da questa svariata umanità che si incrociano storie e avvenimenti il più delle volte divertenti. Fatta eccezione per la figura di Giulia, la ragazza madre che è riuscita a organizzarsi una vita autonoma con sua figlia Cecilia, le altre ragazze hanno caratterizzazioni decisamente sopra le righe (probabile influenza di Tutti pazzi per amore?) e se Azzurra è esageratamente “in”, sempre preoccupata di essere alla moda e di frequentare le persone giuste, Margherita è assillante con il suo desiderio di recuperare, a spese di suor Angela, le attenzioni premurose che le concedeva sua madre. L’ispettore Marco Ferrari è un personaggio ancora nel limbo e per il momento si limita a fare da spalla alle battute di suor Angela mentre appena abbozzati sono i suoi colleghi di ufficio; non possono reggere il confronto con la ricchezza del personaggio interpretato da Nino Frassica.
Complessivamente ci si diverte ad ogni puntata, si affrontano in modo esplicito temi di fede, l’allegra brigata del convitto dà un piglio giovanile alla serie ma un numero non piccolo di personaggi attende ancora di esser messo a fuoco.
MODERN FAMILY - Seconda stagione

La serie televisiva ruota attorno a tre distinti nuclei familiari: Jay Pritchett non più giovane, sposato con la esuberante colombiana Gloria, entrambi al loro secondo matrimonio; Claire, sua figlia, è sposata con Phil ed hanno tre figli, fra cui due scatenate adolescenti. Infine ci sono Mitchell, il figlio di Jay e il suo compagno Cameron che convivono con Lily, la bambina vietnamita adottata.
Questa sit com americana si pone l'obiettivo di dimostrare sorridendo che le modern family (famiglie allargate, coppie di omosessuali) poco o nulla hanno da invidiare alla solidità e alla ricchezza di affetti di quelle clasiche. I comportamenti dei vari protagonisti non sono infatti visti nelle categorie del bene e del male, perchè sono come imprigionati nei loro aspetti caratteriali e l'interpretazione psicoanalitica sembra essere l'unico modo valido per giustificare i nostri atti.
Perché il titolo di Modern Family? In che cosa le tre famiglie di questa sit com della Twenty Century Fox sono moderne?
Se Claire e Phil con i loro tre figli appaiono assolutamente normali, Jay e la colombiana Gloria, più giovane di lui di più di dieci anni, sono entrambi al loro secondo matrimonio e infine Mitchell e Cameron sono una coppia gay che ha adottato una bambina vietnamita.
Si potrebbe pensare che queste “moderne particolarità” sono state inserite per avere spunti di tensione, alti e bassi utili per per trovare nuovi motivi di interesse puntata dopo puntata, ma niente di tutto questo.
Le tre famiglie sono colte nelle piccole cose di ogni giorno e gli eventi intorno ai quali si sviluppano le puntate fanno parte del più ordinario calendario familiare: la festa di Natale, il Thanks Giving day, Halloween, il primo ballo a scuola, il compleanno ora di Claire ora della piccola Lily, la vendita della vecchia macchina…
Con grande abilità, intorno a questi eventi, grazie anche alla bravura dei personaggi, si creano situazioni di tensione o di incomprensione iniziale (mai drammatiche, anzi piene di spunti comici) che poi si concludono a fine episodio con un abbraccio e con il rinnovo degli affetti familiari.
La dialettica fra i personaggi è costruita intorno a particolarità caratteriali ben definite. Phil è un uomo non particolarmente dotato, un insicuro maldestro che cerca sempre di farsi coraggio; Claire è una donna decisa e fattiva che ci tiene a dare un’educazione severa alle sue due figlie adolescenti, salvo poi scoprire che proprio lei da ragazza non si è comportata in modo particolarmente esemplare; Gloria è una colombiana dal sangue caliente, sempre pronta a prendere fuoco, mentre Jay suo marito, che è anche il padre di Claire e di Mitchell, ha la compostezza della sua età e fa del suo meglio per stare dietro all’esuberanza della giovane moglie.
In tutti gli episodi Freud la fa da padrone: ogni personaggio ha qualche insicurezza contratta nel periodo giovanile, qualche fragilità che riemerge periodicamente ma che poi si appiana solo grazie all’aiuto dei familiari.
L’obiettivo della serie, che ha vinto finora 11 Emmy Award su 31 candidature, sembra proprio quello di dimostrare che le modern family poco o nulla hanno da invidiare alla solidità e alla ricchezza di affetti di quelle passate.
In modo simile un’altra serie, Glee, attualmente pervenuta alla sua terza stagione, sta cercando di imporre un nuovo standard di comportamento familiare e adolescenziale ma la sua posizione è decisamente più ideologica e distruttiva.
Se Glee non mostra di credere al valore della fedeltà coniugale, Modern Family la difende espressamente: nell’ottava puntata Mitchel e Cameron aiutano ad avvicinare due anziani che sembrano desiderosi di incontrarsi ma quando scoprono che uno dei due è già sposato, desistono dall’iniziativa. Alla festa di Halloween (puntata 6) Claire e Phil si ritrovano dopo aver litigato e quando Claire gli esprime la certezza che resteranno sempre insieme, Phil domanda: “è una promessa?” Claire risponde: “lo lo voglio”, dando una bella dimostrazione dell’aspetto volitivo e progettuale dell’amore.
Un discorso specifico merita il tema dell’omosessualità: nei molteplici episodi in cui il tema è trattato, Glee si mostra infarcito della disumana teoria dei generi: in una puntata della seconda stagione di Modern Family, Mitchel confida al padre il dilemma che ha con il suo compagno: debbono decidere chi dei due continuerà a lavorare e chi resterà a casa, con funzioni più femminili, a badare alla bambina. Jay ricorda al figlio che qualunque sia la decisione che prenderanno, entrambi restano comunque degli uomini.
I due omosessuali sono ritratti nello loro piccole manie, a volte nevrastenie, probabilmente per rendere le situazioni più comiche ma ciò ha innescato le reazioni delle comunità gay americane che hanno considerato il personaggio di Cameron troppo caricaturalmente affettato. Si sono inoltre lamentate del fatto che Mitchel e Cameron non vengono mai ritratti mente si scambiamo affettuosità (ad essere onesti anche i baci fra gli etero sono molto rari in questa fiction): in seguito a queste polemiche è stata prodotta la seconda puntata della seconda stagione, intitolata appunto the kiss, dove tutti i parenti al completo invitano il timido Mitchel ad avere il coraggio a dare un bacio in pubblico al suo compagno.
Il tema della fede è trattato nella terza puntata: se Glee aveva una posizione apertamente atea, Modern Family ha un atteggiamento che potremmo definire bipartisan: Jay decide di non andare più in chiesa perché preferisce “pregare Dio nella natura” e invita il suo figliastro Manny a fare altrettanto. Il sodalizio dura poco perché alla dichiarazione di Jay: “l’inferno non esiste” il ragazzo lo incalza con estremo rigore logico e quando Jay si arrende confessando che la sua è solo una teoria, Manny ritorna dalla mamma ormai convinto che bisogna andare a messa.
I rapporti di Claire e Phil con Haley, la loro irrequieta figlia adolescente, sembrano al contrario improntati alla “modernità”: Phil sa che la figlia riceve il fidanzato di sera al piano di sopra in camera sua ma preferisce non intervenire.
Possiamo concludere che la rassicurante proposta di riconoscimento delle nuove forme di unione familiare risulta valida e convincente?
Andando un po’ indietro nel tempo torniamo per un momento a un’altra famiglia televisiva, quella dei Cunningham di Happy Days (iniziata nel 1974): si parlava, soprattutto nelle prime serie, della progressiva maturazione dell’adolescente Richie. Fra molti errori e ingenuità ma sempre con il sostegno della famiglia e la solidarietà dei compagni, Richie, puntata dopo puntata, scopriva valori importanti: a volta imparava che bisogna sempre dire la verità, a volte che ha la forza di rinunziare al sabato sera per dare una mano al padre in negozio…
Anche Happy days ci proponeva una famiglia ritratta nei piccoli avvenimenti di ogni giorno ma venivano posti in evidenza alcuni valori oggettivi, essenziali per la maturazione di un adolescente.
In Modern Family ci viene invece presentata una umanità sostanzialmente fragile, sempre pronta ad andare su lettino dello psicanalista; dove ognuno cerca non il bene ma quello che ritiene sia il proprio bene secondo criteri personali; non ci sono valori assoluti da condividere se non il rispetto degli altri verso il proprio comportamento e la vicinanza affettuosa e acritica dei propri familiari. Non ci sono comportamenti giusti o sbagliati perchè ogni nostro atto trova giustificazione nella psicoanalisi.
HIGH SCHOOL MUSICAL

Prodotto di culto tra gli under15, High School Musical apre una nuova era dei teen drama. Facendo piazza pulita degli stereotipi, cinicamente emancipati, alla Beverly Hills 90210.
Primo original movie targato Disney Channel, High school musicalracconta, a ritmo di hip hop, la storia di Troy Bolton e Gabriella Montez. Due matricole della East High che scoprono di avere in comune il talento per il canto. Una passione che scoppia inaspettata e che deve scontrarsi con diverse difficoltà: agli occhi di amici e parenti, Troy e Gabriella sono, rispettivamente, il capitano della squadra di basket e un futuro genio delle materie scientifiche. Due ruoli ai quali i ragazzini sembrano non poter abdicare. A dispetto delle resistenze e di questa loro immagine preconfezionata, Troy e Gabriella scommettono sul loro nuovo talento e si iscrivono alle audizioni indette per il musical scolastico.
A differenza dei triti film a base di ballo e musica, High school musical non incensa il mondo dello spettacolo, descrivendolo come un paradiso promesso agli ultimi sognatori, incompreso dai comuni mortali. L’approccio è radicalmente diverso: nel musical Disney, l’insistenza sul canto è semplicemente una strategia narrativa che, facendo leva sulle attuali mode dei ragazzi, riesce a instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo di High School Musical, come di gran parte dei successivi original movie di Disney, è quella di raccontare una storia di speranza. Dove l’accento è sul desiderio e sull’amicizia. Non a caso, Troy e Gabriella riescono a partecipare alle audizioni, vincendole, proprio grazie all’aiuto di quegli stessi amici che avevano contestato la loro vena canora. L’intero intreccio narrativo pone l’accento su questa crescita collegiale e dialettica, dove non c’è un eroe che si erge contro tutto e tutti. A emergere, semmai, è il reciproco confronto e il coraggio di prendere sul serio i propri sogni. In questo senso, un altro particolare emblematico è il finale: pur vincendo le audizioni, Troy e Gabriella non accantonano i loro primi talenti in nome del canto. Semplicemente, la nuova passione diventa complementare alle altre.
Così strutturata, la morale non scade nel buonismo e risulta più credibile della diffusa mentalità pro individualismo ed emancipazione.
La Disney ha inoltre sfruttato a 360° le potenzialità di un prodotto come il musical. Oltre a cavalcarne l’appeal che riscontra tra i giovani, la major americana ha usato le canzoni-tormentone per ribadire la morale del film. La canzone Star of something news per esempio, recita: «Prima non credevo a ciò che non era visibile agli occhi, non aprivo il mio cuore a tutte le possibilità. Sento che qualcosa sta cambiando […] sta iniziando qualcosa di nuovo e io mi sento davvero bene […] Con te a fianco, stasera, il mondo sembra molto più brillante». Infine le coreografie danno al prodotto una qualità cinematografica, valorizzandolo. Da segnalare anche l’aggressiva, quanto inusuale, campagna commerciale decisa da Disney Channel: in Italia, il musical ha sovvertito il classico iter di distribuzione, uscendo su tutti i mercati audiovisivi nel giro di pochi mesi. Dopo aver debuttato su Sky il 30 settembre, il film è uscito in versione dvd l’11 ottobre 2006 e, dopo una sola settimana, è stato trasmesso in chiaro su RaiDue. Il pubblico ha apprezzato: vincitore di due emmy awards (Miglior programma per ragazzi e migliore coreografia), High School Musical ha primeggiato anche ai Teen Choice Awards. Sei delle 12 canzoni della colonna sonora hanno ottenuto il disco d’oro. E ancora: il dvd del musical ha registrato un totale di 2,5mln di copie vendute.
Un successo che la Disney spera di replicare con l’uscita del sequel High school musical 2.
EVERWOOD

Non è oro tutto ciò che luccica. Nemmeno un telefilm che rispolvera il rapporto tra genitori e figli è necessariamente buona televisione. Per questo, non bastano la tematica familiare né il recupero dei buoni sentimenti a fare di Everwood quello che la critica, compatta, vi ha visto: una serie americana scritta come si deve, per grandi e per piccini, da trasmettere prima del telegiornale.
Uno dei neurochirurghi più quotati del globo vive a New York con moglie, figlio quindicenne e figlia in età elementare. Un incidente, nel primo episodio, priva tragicamente il dottor Brown della moglie e lo induce a mettere in discussione il modo assenteista con cui egli ha fino ad allora interpretato il suo ruolo di padre, esclusivamente dedito alla professione. Lacerato dal dolore, rimpiangendo, ora che non è più possibile, il tempo che avrebbe potuto dedicare alla donna che amava, il luminare abbandona per sempre la carriera e si trasferisce con i figli in una scenografica cittadina sulle montagne del Colorado, Everwood, dalla quale lo show prende il titolo.
Paesaggi montani incontaminati e contesto sociale che ignora l’anonimato della metropoli, foreste e usanze da piccolo mondo antico, preparano allo spettatore atmosfere accoglienti. La serie spaccia la villeggiatura per vita di tutti i giorni e ciò mette di buon umore il pubblico: chi segue la fiction, infatti, sa in cuor suo che per il Mandrake del bisturi, tornato nel frattempo a credere nel rapporto umano con il paziente, il nuovo impiego da medico condotto di Everwood è una passeggiata. Messo a fianco di Brown, cioè, lo spettatore è invitato a godersi il bello del contatto con la gente in una località che non conosce traffico né stress. Aggiunge brio alla vicenda la concorrenza tra Brown e il collega che da anni esercita in loco.
Sono le premesse ideali per una serie cosiddetta “familiare” ed Everwood per metà lo è: ci sono le scene in cucina, il medico alle prese con i fornelli mentre i figli attendono scettici la cena; ci sono le scene di buon vicinato, con la dirimpettaia che prende in custodia la piccola Brown quando il padre è chiamato a curare una pertosse; ci sono le riunioni domenicali in chiesa, la comunità raccolta in ascolto del sermone del reverendo.
Venti anni fa Everwood sarebbe stato solo questo, ma oggi non è più sufficiente. L’arte della sceneggiatura ha fatto il suo corso, affinandosi su altri generi (la comicità alla Woody Allen di Friends, l’eroismo a fil di depressione in E.R.) e il racconto della famiglia paga oggi un grave ritardo in fatto di soluzioni di scrittura. Per questo, i networks americani cominciano oggi a sperimentare nuove strade per rinvigorire il genere. Everwood rientra in questa logica, dato che, per vivacizzare il versante familiare della trama, il telefilm la completa con una parte di dramma adolescenziale il cui perno è Ephram Brown, il figlio del dottore. Detto in altre parole, il telefilm per teenagers alla Dawson’s Creek, che descrive mondi giovanilistici da cui il punto di vista adulto è esiliato, inEverwood si mescola con il telefilm per famiglie alla Settimo cielo, costruito, invece, sulla prospettiva dei genitori. Ecco allora, accanto alle atmosfere domestiche, l’irruzione di soap operas tra liceali, di struggimenti amorosi ginnasiali, di gergalità e sarcasmi generazionali.
In Everwood il mondo adulto e quello adolescente sono tenuti insieme per contrasto. Tutto ruota attorno al rapporto conflittuale tra il dottor Brown e il suo primogenito Ephram, che fatica a perdonargli la latitanza da casa negli anni newyorchesi. Poco conta che il neurochirurgo abbia cambiato vita; poco conta che si lasci sorprendere, affranto, a parlare con la moglie quando, ancora perdutamente innamorato di lei, il medico la sogna ad occhi aperti. Inarginabile, il biasimo di Ephram ciclicamente torna ad esplodere, generando discussioni con il padre di violenza verbale inusitata per il piccolo schermo. Lo spettatore vede che il dottor Brown ce la mette tutta per diventare un buon genitore, e tifa per lui. Tuttavia, il pubblico è contemporaneamente esposto al fascino tragico del giovane Gregory Smith, l’interprete di Ephram. Gli autori dichiarano di aver costruito il personaggio come un principe nero, un giovane Amleto cui Smith presta una maschera tragica indimenticabile. Il ragazzo ha un fascino magnetico; è il rovello fatto a persona; diafano, è come se ogni primo piano lo fotografasse con gli occhi ancora umidi di un pianto disperato. L’effetto è acuito dal fatto che il suo genitore, per oculata scelta di casting, è l’esatto opposto, dato che Treat Williams (l’interprete del dottor Brown), barbuto e in abiti da boscaiolo, sguardo da orso buono e fisico aitante, è il ritratto della vita sana di montagna: sembra uscito da una pubblicità della Timberland.
Il significato della serie si gioca tutta nel progressivo recupero del rapporto tra i due protagonisti. A poco a poco il principe nero perdonerà il padre e capirà che ciò che li unisce è assai più di quanto li divide. E fino a qui, tutto bene. Il telefilm potrebbe essere anche oro: forse non oro zecchino, viste le troppo numerose litigate sopra il rigo, comunque una produzione ascrivibile al tentativo di rinsaldare con un’iniezione di dramma il genere familiare. Everwood, però, non è solo questo. E’ anche una serie di inconsueta forza pedagogica, considerato il fatto che essa poggia sulla figura di un padre il quale via via si impegna, si interroga e alla fine si dà risposte sul tipo di educazione da dare ai figli ritrovati. La serie, cioè, ha un personaggio costruito per agganciare il pubblico in un ragionamento morale e per portarlo, lungo il racconto, a determinate conclusioni. Ora, queste conclusioni, e tutta la pedagogia di Everwood, sono di stampo iper liberal.
La terza puntata della serie, per esempio, è già tutta un programma. Nina, la summenzionata vicina di casa dei Brown, sta per partorire e chiede al protagonista neurochirurgo di seguirla negli ultimi giorni, fino al parto. Lo informa anche che trattasi di una maternità su commissione: di un caso, cioè, di utero in affitto. Il marito di Nina gira gli States per vendere software ed è lontano otto mesi all’anno. La donna ha perciò pensato bene di fare una buona azione che le fruttasse anche un po’di quattrini in vista di un più stabile futuro per il suo matrimonio: grazie alla tecnica, si è fatta ingravidare per conto terzi. Le immagini rivelano che la destinataria di quello che il dottor Brown definisce “un grande regalo”, vale a dire la single che ha affittato il ventre di Nina, sarà, con tutta evidenza, una mamma-nonna incanutita. Ebbene, durante l’episodio, il medico di Manhattan si fa paladino della scelta di Nina e, levandosi in mezzo alla affollata tavola calda di Everwood, a spada tratta, perora la bontà della causa della sua paziente. Le riserve morali dei numerosi astanti, figli di una cultura tradizionale di montagna, subiscono l’urto retorico dello scienziato che inneggia alla procreazione secondo progresso e al relativismo etico. Il finale di puntata torna sulla delicata questione con un intenso confronto tra padre e figlio: il giovane Ephram, da par suo, obietta al padre che tutta la vicenda è inaccettabile, ma il genitore lo sbaraglia ricordandogli che, nonostante gli anni, quella donna potrebbe godere più a lungo del figlio di quanto non sia accaduto alla sua defunta madre.
Un altro buon esempio è la quarta puntata, in cui il nostro dottore si trova a fronteggiare un epidemia al liceo di Everwood: gonorrea alla gola. Anche in questa vertenza il protagonista si lancia in una battaglia di “modernizzazione”: sesso sicuro per i quindicenni.
Di esempi come questi nel telefilm se ne trovano tanti: dal reverendo che, durante la predica, dopo aver annunciato il suo divorzio dalla moglie, asserisce che tanto ciò che conta è l’affetto della comunità, ai vecchietti della casa di riposo di Everwood che mendicano Viagra al dottor Brown.
Dietro la maggior parte delle serie statunitensi c’è una consapevole ideologia relativistica. Ne sono animati soprattutto gli autori di titoli pensati per il target giovanile. Uno di questi è proprio il creatore di Everwood, Greg Berlanti. Stimato dalla comunità omosessuale americana per il suo film Il club dei cuori infranti, fu notato per questo da Kevin Williamson che lo chiamò al suo fianco nello staff di Dawson’s Creek, serie di culto, ispirata ad un sessocentrismo piuttosto morboso. Approdato con Everwood al genere familiare sul canale della Warner, Berlanti ne ha fatto un cavallo di Troia per le sue tesi radicali. In un’intervista rilasciata nell’ottobre del 2002 al newsmagazine omosessuale The Advocate, Berlanti, quasi sentendo di doversi giustificare per essersi buttato in uno show per famiglie, spiega che “è importante piazzare una voce nella comunità televisiva” e che in Everwoodil rapporto tra la famiglia Brown e la cittadina di montagna è pensato come quello tra un nucleo domestico gay e il resto del villaggio, in modo che quest’ultimo, a poco a poco, si trasformi in una famiglia estesa.
Può accadere che un telefilm, affinché le reti televisive acquistino il titolo senza remore, presenti un episodio di apertura (in gergo, il “pilot”) ideologicamente prudente, salvo poi, appena più in là nella stagione, dare fuoco alle micce della contro cultura. Everwood è una serie engagée di questo tipo.


Nella provincia della North Carolina il basket riunisce i destini di due fratellastri che fino al liceo si sono accuratamente evitati. L’uno è Lucas Scott, nato da un errore di gioventù del padre Dan, ex cestista di belle speranze, che a suo tempo lo ha abbandonato per non mettere a repentaglio il proprio futuro da atleta al college. L’altro è Nathan, il figlio accettato, su cui Dan ha puntato tutto, una volta svaniti i suoi sogni di affermazione sportiva. Nathan è stato cresciuto da Dan a pane e basket, con metodo inflessibile – roba da fare impallidire Arrigo Sacchi – ed è l’arrogante star della squadra liceale dei Ravens, il vanto della cittadina di Tree Hill. Lucas, invece, è cresciuto con la madre, in ambiente modesto, ma più salutare, meno arrivista. Unico suo cruccio, il padre traditore e l’incomodo di poterlo incrociare per le vie di Tree Hill.
La serie Dawson’s Creek (prodotta dalla Columbia Tristar Television e trasmessa dal network della Warner Bros a partire dal gennaio 1998), ricorrentemente ospitata dal palinsesto di Italia 1, merita tutta l’attenzione di chi sia interessato alle pieghe dell’immaginario giovanile. Se Friends è il successo mondiale che ha imposto il mito dell’ilare compagnia di ragazzi dalla superficialità effervescente, impermeabili a qualsiasi interrogativo sul futuro, Dawson’s ne è la controparte notturna e sofferta: è la fiction interprete delle angosce di crescita delle generazioni in erba. La formula dei celeberrimi precedenti Beverly Hills 90210 e Melrose Place ha trovato in Dawson’s il suo supremo inveramento quanto ad intensità problematica e ad accattivante curiosità d’introspezione sui protagonisti.
La serie I liceali, iniziata nel 2008 e prodotta da TaoDue, è arrivata su Canale 5 alla sua terza stagione in prossimità delle ferie estive 2011; non c'è da stupirsi quindi che gli ascolti siano bassi.
La nostra risposta è negativa. Tranne alcune eccezioni che poi vedremo, la terza stagione ha tutta l'aria di esser stata costruita a tavolino in modo da distribuire equamente gli accadimenti fra le varie puntate presi da un ormai abusato repertorio tratto dalla più recente produzione di film per adolescenti.. Cosa può tenere alta l'attenzione dello spettatore (e spesso stimolare la sua curiosità morbosa?): inevitabilmente gli amori contrastati che si sviluppano lungo le varie puntate (Pannone verso la professoressa Scala che si sente ancora legata al marito, Mario verso Chiara che invece se la intende con Vasco, Alice e Camilla che si contendono Lorenzo). A queste tematiche trasversali se ne aggiungono altre che nascono e si chiudono all’interno di ogni singola puntata e che servono a tenere alta la curiosità.
I Liceali 3, così come le due precedenti stagioni, presentano una caratteristica di fondo: vengono raccontati fatti, anche situazioni morbose, nell'ottica del tutto scorre senza che vi siano riferimenti o regole da rispettare e i vari protagonisti si muovono sotto la spinta di pulsioni istintive, senza che possa esser condivisa alcuna verità se non quella di cercare di voler essere ciò che si desidera essere.


Significativo è l’episodio 14 (Per un bicchiere di troppo): Rachel è interessata a Blaine che fino a quel momento aveva ritenuto di essere un omosessuale: ha infatti una discussione con Kurt, altro ragazzo omosessuale, che si mostra scettico rispetto alle sue dichiarazioni: “mi sento alla ricerca. Vorrei tanto sapere chi sono”. Rachel bacia Blaine ma quest’ultimo la ringrazia per aver definitivamente scoperto di essere gay; anche Rachel è lieta per averlo portato a trovare la sua vera inclinazione.
E’ strano come un serial preparato così professionalmente esprima delle obiezioni alla fede così grossolane e ipotizzi una religione basata sul “tanto prego, tanto mi devi dare”: l’autore avrà pensato di trovarsi di fronte a persone a digiuno di qualsiasi riflessione religiosa quanto lui.