Commedia

100 METRI DAL PARADISO

Inviato da Anonymous il Sab, 05/12/2012 - 23:02
Titolo Originale: 100 metri dal paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Raffaele Verzillo
Sceneggiatura: Pier Francesco Corona, Salvatore De Mola, Raffaele Verzillo
Produzione: SCRIPTA SRL, RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Enzo Garinei, Gennaro Silvestro, Chiara Rosa,Humberto Josè Glaffo Miranda

La folle impresa di monsignor Angelo Paolini, profondamente convinto che la Chiesa debba 'aggiornare' il suo linguaggio per poter continuare a testimoniare la parola di Dio al mondo e del suo amico d'infanzia Mario Guarrazzi, un ex campione di atletica che nella vita ha ottenuto tanti successi tranne la vittoria alle Olimpiadi e che per questo cerca il proprio riscatto attraverso il figlio Tommaso. Per ragioni diverse e con mille difficoltà, i due decidono di mettere in piedi una Nazionale Olimpica del Vaticano per partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film riproduce in modo rispettoso la vita all’interno delle mura vaticane e manifesta sincero apprezzamento per le attività dei missionari impegnati in tante parti del mondo. Non si può dire lo stesso per le figure laiche perché per loro, quasi battezzati di serie B, è sufficiente una benevola comprensione delle loro debolezze, inclusa l'infedeltà coniugale
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film è caratterizzato da un frequente turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Film con molti spunti comici con una regia lineare, quasi scolasticamente diligente: la guida della recitazione lascia qualche perplessità: gli attori sono impegnati a sottolineare i loro passaggi di umore caricando le espressioni facciali.
Testo Breve:

Film divertente che trasmette ammirazione per la missione di tanti sacerdoti, suore e frati impegnati in attività missionarie nel mondo. La visione del ruolo dei laici non è ugualmente coerente perché per loro, quasi battezzati di serie B,  e sufficiente una forma di benevola comprensione delle loro debolezze, inclusa l’infedeltà coniugale  

"Guarda la Coca-Cola: è nata cento anni fa e  ogni anno rinnova la sua immagine pubblicitaria,  ma la formula è rimasta sempre la stessa” . “Quindi secondo te la Chiesa e la Coca Cola sono la stessa cosa?”  “No, siamo più in ritardo; perché la Coca-Cola ha saputo rinnovare la sua comunicazione, la Chiesa no”.

E’ questo il dialogo che si svolge a metà film fra monsignor Angelo Paolini che  lavora all'interno del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali del Vaticano e sua sorella: tutto preso nell’impegno di ringiovanire l’immagine della Chiesa, don Angelo ha avuto un’idea folgorante: far partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012 una squadra atletica con i colori del Vaticano.

 L’idea è bislacca ma non  malvagia: non c’è mai stato conflitto fra orientare l’anima alla fede e  curare il proprio  corpo coinvolgendolo in  attività sportive. Don Angelo non manca di citare  una frase presa da un discorso di Giovanni Paolo II a favore dello sport e dell’atletica.

Il racconto, pur avviato con i toni scherzosi della commedia e svolgendosi per un terzo all’interno delle mura del Vaticano, è oltremodo rispettoso delle gerarchie ecclesiastiche. Quando don Angelo  inizia il suo tour in giro per il mondo  (deve andare a reclutare ex atleti che hanno poi seguito la loro vocazione sacerdotale) il regista non nasconde una sincera ammirazione per l’attività missionaria ed i benefici che questa porta alla gente del posto.  “Gli oratori li abbiamo inventati noi” esclama a un certo punto don Angelo, giustamente orgoglioso, parlando dell’impegno della Chiesa nei confronti dei giovani.

Unica nota stridente è il sotterfugio che don Angelo adotta per convincere il  recalcitrante vescovo, suo superiore, ad approvare l’idea. Forse gli sceneggiatori potevano trovare qualche idea più raffinata e simpatica per portare il vescovo sulle idee di don Angelo, piuttosto che ipotizzare un sacerdote impegnato in attività da falsario.

L’idea brillante di don Angelo è scaturita dalla necessità di risolvere il problema di un suo vecchio compagno di scuola, Marco, poi diventato un campione sportivo che si è dato molto da fare per allenare alla corsa veloce Tommaso, suo figlio diciottenne ma questi ora sente la vocazione per una vita claustrale.

Anche questo risvolto è interessante, perché consente di sottolineare il valore di una vocazione monastica, abbastanza raro da trovare al cinema.

La regia del film è lineare, quasi scolasticamente diligente: sviluppa l’evoluzione degli eventi in modo ordinato, senza troppe sorprese. La guida della recitazione lascia qualche perplessità: gli attori sono impegnati a sottolineare i loro passaggi di umore caricando le espressioni facciali.

Si tratta comunque di quasi due ore divertenti che conducono, com’era prevedibile, a un lieto fine.

Il punto delicato del film sta nel confronto fra gli uomini di Chiesa e i laici. C’ è una forma di contrapposizione quasi manichea fra i due mondi: i primi sono dediti alla fede, beneficiano di una vita serena e senza troppi affanni (la vita dei missionari impegnati in terre lontane è da cartolina dimenticando quante difficoltà debbono superare ogni giorno) mentre le figure  laiche presenti nel film, oltre a venir tipizzate tramite  un pesante turpiloquio,  non si occupano di Dio e sono immersi nella cruda realtà quotidiana, fatta spesso di lotte vane e  di compromessi . Manca totalmente la figura intermedia del  laico che crede e che si impegna a essere coerente con la propria fede.

Marco vive una crisi coniugale (il tema è trattato brevemente all’inizio del film ma poi non viene più ripreso;  la sorella di don Angelo si è lasciata con suo marito quasi subito dopo il matrimonio e viene ospitata dal fratello  perché è stata sfrattata e non riesce a trovare un lavoro. Alla fine si mette insieme a Marco incurante del fatto che sia sposato con un figlio. Don Angelo, suo fratello, sa tutto ma non parla: si limita ad abbracciarla. E’ questo un passaggio del film che nella migliore delle ipotesi  può essere accusato di leggerezza; diversamente può essere inteso come volontà di manifestare l’esistenza di due realtà: quella delle persone di Chiesa che perseguono un loro cammino di perfezione e i battezzati di serie B, i laici appunto, a cui tale perfezione non  può essere richiesta ma per loro è sufficiente una affettuosa comprensione delle loro debolezze.  

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Data Trasmissione: Domenica, 1. Gennaio 2012 - 1:00


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TO ROME WITH LOVE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/22/2012 - 17:17
Titolo Originale: To Rome with Love
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: MEDIAPRO, MEDUSA FILM
Durata: 105
Interpreti: Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penélope Cruz

Il film interseca storie diverse ambientate a Roma. Ci sono i tormenti amorosi di una coppia di studenti american. Il ragazzo, Jack, resta stregato dal fascino di un’amica della fidanzata, attrice volubile e seduttrice irrefrenabile, che prima gli promette amore eterno, poi, sul più bello, lo pianta in asso per girare un film. C’è un famoso architetto, ben remunerato costruttore di sofisticati centri commerciali. Da giovane passò un periodo a Roma, e quando casualmente incontra Jack, rivede se stesso spensierato a passeggio nelle stradine di Trastevere. Prova a dissuadere il ragazzo: sta correndo appresso alle gonne della donna sbagliata. Ma con poca fortuna. Ci sono una giovane americana, innamorata persa di un giovane italiano. Il padre del ragazzo ha un’impresa di pompe funebri e una voce da non temere confronti con quella di Pavarotti, che riesce però a sprigionare alla massima potenza solo sotto la doccia...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il solito Woody Allen fatalista da seduta psichiatrica
Pubblico 
Adolescenti
Poche volgarità e nessuna situazione imbarazzante, ma Woody Allen è sempre a favore dell'amore libero da ogni vincolo
Giudizio Tecnico 
 
Un film brutto, inutile e noioso; una sceneggiatura scritta con i piedi, zeppa di situazioni e personaggi privi di credibilità, banale e stiracchiata.
Testo Breve:

Woody Allen continua la sua peregrinazione per le capitali europee e questa volta si sposta a Roma per realizzare un film inutile e noioso dove si sviluppano più storie in parallelo che risultano prive di credibilità, banali e stiracchiate con bravi attori assolutamente fuori ruolo

Era difficile realizzare un film così brutto, inutile e noioso. E invece Woody Allen ci è riuscito. Nella di grave, sin qui. Un film americano usa e getta. La questione però è un tantino più complicata, poiché “To Rome with Love” è tutt’altro fuorché un film americano. È un film italiano.
Nel senso che italiani sono buona parte degli attori. Italiane le maestranze. Italiana l’ambientazione nella città di Roma. Italiani parecchi capitali investiti. Woody Allen da qualche anno lavora in Europa. Ha girato vari film a Londra, poi a Barcellona e Parigi. Adesso è il turno della Città Eterna.
A Roma però ha rifilato l’opera peggiore. Sciatta, scritta con i piedi, zeppa di situazioni e personaggi privi di credibilità, banale e stiracchiata. Il settantasettenne regista (non dimentichiamolo, fra i maggiori talenti del cinema americano contemporaneo), ha così confezionato  l’ennesimo film per evitare il lettino dello psicanalista, e tenere lontani i pensieri sulla morte.
Eppure questo pastrocchio inspiegabile e sconsiderato, richiamerà in Italia, e in Europa (difficilmente lo stesso potrà accadere negli Stati Uniti), un pubblico numeroso (forse persino troppo numeroso) e festante. Stavolta la critica ha sparato a zero sul film. Così come aveva straveduto per il precedente “Midnight in Paris” (opera onesta e divertente, sulla quale era però difficile lasciarsi andare a giudizi entusiastici), adesso il coro ha cambiato decisamente registro, e in negativo. Dal sole splendente si è passati al temporale, all’acquazzone, alla tempesta.
Ormai Allen fa film decadenti per un’Europa decadente, la sola che riesca ad apprezzarli sino in fondo. Gli americani delle sue lagne tra l’ennesima paura di volare, l’ennesima citazione di Freud e l’ennesima battuta di Marx (naturalmente i comici fratelli Marx, non il filosofo tedesco), ne hanno le scatole piene. Gli europei, invece, hanno deciso di adottare Woody Allen, finanziandolo, incoronandolo artista e affollando le sale alla programmazione dei suoi film.
In “To Rome with Love”, nel tentativo di cavarsela, interseca storie diverse ambientate a Roma. Ci sono i tormenti amorosi di una coppia di studenti american. Il ragazzo, Jack (Jesse Eisenberg), resta stregato dal fascino di un’amica della fidanzata, attrice volubile e seduttrice irrefrenabile, che prima gli promette amore eterno, poi, sul più bello, lo pianta in asso per girare un film. C’è un famoso architetto (Alec Baldwin), ben remunerato costruttore di sofisticati centri commerciali. Da giovane passò un periodo a Roma, e quando casualmente incontra Jack, rivede se stesso spensierato a passeggio nelle stradine di Trastevere. Prova a dissuadere il ragazzo: sta correndo appresso alle gonne della donna sbagliata. Ma con poca fortuna. Ci sono una giovane americana, innamorata persa di un giovane italiano. Il padre del ragazzo ha un’impresa di pompe funebri e una voce da non temere confronti con quella di Pavarotti, che riesce però a sprigionare alla massima potenza solo sotto la doccia. Il padre della ragazza (Woody Allen) è un impresario e regista di opere liriche in pensione, sposato con una psicoanalista. C’è una coppia di giovani sposi provenienti da Pordenone, provinciali un po’ imbranati, stritolati e storditi dalla città. E, infine, c’è Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), anonimo impiegato che diventa, senza alcun motivo, una celebrità. Nel cast trovano spazio anche Penélope Cruz e Ellen Page, oltre a tanti, tantissimi attori italiani, giovani e meno giovani, da Claudio Scamarcio a Ornella Muti, da Antonio Albanese a Giuliano Gemma. Solo una conclusiva considerazione. Benigni nella mani di Woody Allen è la più totale delusione. Un talento esplosivo ingabbiato in un ruolo fiacco. Ma ne valeva la pena?   

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA SPIA NON BASTA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/20/2012 - 16:29
Titolo Originale: This means war
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: McG
Sceneggiatura: Timothy Dowling, Simon Kinberg
Produzione: Robert Simonds, James Lassiter, Simon Kinberg per Overbrook Entertainment/ Robert Simonds Company
Durata: 97
Interpreti: Reese Witherspoon, Tom Hardy, Chris Pine, Til Schweiger, Angela Basset

Tuck e Franklyn sono due agenti federali amanti delle azioni spericolate, ma soprattutto sono amici di lunga data. Tutto cambia all’improvviso quando Tuck, da tempo single, incontra la bella Lauren su un sito internet. I due escono, si piacciono, ma per caso anche Franklyn si imbatte in lei e ne viene affascinato. Ben presto tra i due (ex) amici scoppia una guerra combattuta facendo uso delle più sofisticate tecnologie. Lauren intanto non sa scegliere tra i due uomini meravigliosi entrati nella sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre personaggi alquanto rilassati nelle attitudini sentimentali in una commedia che non ha nessun particolare messaggio da trasmettere
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, allusioni sensuali, diverse scene sensuali e di nudo parziale.
Giudizio Tecnico 
 
La storia pesca a piene mani negli stereotipi di almeno tre generi diversi senza riuscire mai ad azzeccare il mix giusto e accumula un numero decisamente troppo alto di coincidenze e sospensioni di incredulità, lo spettatore perde in fretta l’interesse per il prevedibile esito finale
Testo Breve:

Due agenti federali si innamorano della stessa ragazza e lei non sa chi scegliere. Una sconclusionata romantic-action-comedy che non sa quale strada imboccare

Ci sono film brutti che fanno malinconia perché si intuisce che sarebbe bastato poco (un attore scelto meglio, un paio di idee in più, la regia giusta) per renderli qualcosa di diverso; e ci sono i film brutti e basta, che non si immagina avrebbero potuto essere salvati in nessun modo. Una spia non basta appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

In una sequenza del film, quando i due super agenti, decisi a conquistare la donna dei loro (comuni) sogni ad ogni costo, entrano di nascosto nella sua casa per riempirla di cimici e telecamere, sullo sfondo in tv scorrono le immagini dell’immortale Buch Cassidy e Sundance Kid. Uno sconsolante (ma tragicamente volontario) omaggio al tipo di pellicola che questa sconclusionata romantic-action-comedy vorrebbe essere e proprio non riesce a diventare.

Sarà che ai due protagonisti (Tom Hardy agente segreto ben altrimenti convincente ne La talpa e Chris Pine meglio utilizzato in Star Trek) si mostrano decisamente non all’altezza degli illustri predecessori, sarà che la storia accumula un numero decisamente troppo alto di coincidenze e sospensioni di incredulità, lo spettatore perde in fretta l’interesse per il prevedibile esito finale.

Ad aggravare le cose la chimica decisamente scarsa tra i due bellimbusti (uno solido e un po’ timido, con una ex moglie e un figlio che vede poco, l’altro viveur e sciupa femmine per morte precoce dei genitori) e la bella in questione, tanto che qualche critico, non senza ragione, ha fatto notare che la vera storia d’amore mancata sembra quella tra i due amiconi piuttosto che quella con la ragazza. Di sicuro un effetto collaterale non voluto in una storia che si vorrebbe romantica ma che dà ben poche emozioni e pesca a piene mani negli stereotipi di almeno tre generi diversi senza riuscire mai ad azzeccare il mix giusto.

Forse gli scrittori (tra cui si annovera anche l’autore di Mr & Mrs Smith, che mescolava con più successo commedia romantica e azione) avrebbero dovuto studiare meglio gli equilibri e soprattutto decidere cosa prendere sul serio: l’amore o l’azione. Il risultato è che lo spettatore non riesce a impegnarsi seriamente su nessuna delle due linee e si annoia per la maggior parte del tempo. Nel resto si imbarazza per i tre protagonisti impegnati nelle loro improbabili combinazioni sentimentali.

L’unica idea veramente interessante della pellicola è la scelta del lavoro di Lauren (che si rivelerà utile nello show down finale), che fatica a scegliere tra due uomini dalle qualità apparentemente equivalenti, ma che è a capo di una’azienda che testa le caratteristiche dei prodotti per darne una valutazione affidabile ai consumatori. L’analogia è voluta, ma al momento di passare dalla scelta tra due modelli di microonde con il grill a quella tra due uomini senza scrupoli (e apparentemente anche senza cervello) il meccanismo razionale di Lauren si inceppa quanto quello della commedia.

Autore: Laura Cotta ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 REGOLE PER FARE INNAMORARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/21/2012 - 20:32
Titolo Originale: 10 REGOLE PER FARE INNAMORARE
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Cristiano Bortone
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Pulsatilla, Cristiano Bortone
Produzione: Lucky Red
Durata: 96
Interpreti: Guglielmo Scilla, Vincenzo Salemme, Enrica Pintore, Giulio Berruti, Fatima Trotta, Pietro Masotti, Piero Cardano

Marco è un ragazzo un po’ impacciato, timido e riservato, che ha abbandonato una laurea in astrofisica per seguire la sua passione per i bambini, lavorando part-time in un asilo. Quando s’innamora di Stefania, studentessa di letteratura francese tanto bella quanto irraggiungibile, le proverà tutte per conquistarla, anche seguire i consigli di un padre latin lover.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’istituzione matrimoniale sembra uscire trionfante dal film e si scopre che le uniche regole dell'amore sono l’onestà, della verità e il coraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, uso di spinelli
Giudizio Tecnico 
 
Il film di Bortone non scade nella volgarità, ma a volte nel cliché, barcamenandosi tra commedia romantica giovanile e degli equivoci. Buone tuttavia le interpretazioni dei due protagonisti
Testo Breve:

Guglielmo Scilla (in arte willwoosh ) è giovane fenomeno della rete grazie ad alcuni video auto-prodotti : ora è protagonista di una commedia leggera leggera che almeno ha alcuni spunti di riflessione sull'amore e sui valori della famiglia

Il trailer non lascia ben sperare: il montaggio ha messo insieme i pezzi più superficiali e volgari del film. Sarà per questo che 10 regole per fare innamorare supera le aspettative, rivelandosi una commedia godibile, e che offre anche qualche spunto di riflessione.

Renato e Marco sono padre e figlio e sono diversissimi: l’uno è un chirurgo plastico affermato, sicuro di sé e che ci sa fare con le donne; l’altro un ragazzo poco più che ventenne che ha buttato al vento una laurea ambiziosa senza confessarlo al padre, e che è così insicuro da riuscire solo a rendersi ridicolo di fronte alla ragazza che gli piace. Vive con tre inquilini strampalati in una casa colorata e caotica: Mary, buona amica che si “consola” con uomini diversi di cui non le importa, perché non ha il coraggio di confessare il proprio amore all’unico ragazzo che le interessi veramente; Paolo, attore di fotoromanzi per ragazzine, che non riesce bene a simulare la gelosia nei confronti di Mary, ma che non si espone davvero con lei; infine Ivan, che non fa nulla nella vita se non suonare la chitarra per diletto e coltivare piantine di marijuana in casa. Gli ingredienti ci sono tutti, e senza troppe sorprese o variazioni sul genere: il ragazzo imbranato che si innamora della più bella; la famiglia biologica divisa, sostituita da quella “amicale”, più solidale e costituita dal gruppo dei pari; l’incertezza sul futuro, che accomuna un’intera generazione, intrappolata nelle insicurezze personali e lavorative.

Renato, giunto a Roma da Napoli per lavoro, vedendo il figlio afflitto per amore, decide di aiutarlo dispensando consigli nell’unica “arte” di cui si sente davvero maestro: quella della conquista amorosa e della seduzione. Certo, nella vita quest’“abilità” gli ha permesso di avere molte donne, ma di perdere anche l’unica che lui abbia davvero amato, e che gli ha dato un figlio: la moglie. Marco sente quindi che il padre non ha molto da insegnargli, ma si fa trasportare dall’entusiasmo degli amici che sembrano appoggiare l’iniziativa di quest’uomo originale, che ha stilato per il figlio le sue “10 regole” per conquistare una donna: l’amore per lui è infatti “una scienza con le sue leggi” ben precise. Il meccanismo si ripete uguale per tutto il film: Marco cerca di applicare una regola, ma l’esito è sempre fallimentare, un po’ per sfortuna, un po’ perché lui, seguendo queste “regole” da manuale, non è se stesso. Marco, per far colpo su Stefania, si mette in un gioco più grande di lui dove, oltre ad affrontare un rivale in amore, ovviamente bellissimo e palestrato, si ritrova a gestire la serie infinita di bugie nelle quali si è infilato, fino a comprendere che solo rivelandosi per come lui è davvero, può arrivare al cuore della ragazza che ama.
Il film di Bortone non scade nella volgarità, ma a volte nel cliché, barcamenandosi tra commedia romantica giovanile e degli equivoci. Il ruolo maestro-allievo viene ribaltato: alla fine è Renato, interpretato da un Salemme migliore nella sua vena malinconica che in quella comica, a prendere esempio dal figlio e a “redimersi”. L’istituzione matrimoniale sembra uscire trionfante dal film: sia in Renato, che capisce di amare ancora la moglie e di avere sbagliato con lei, sia nella figura del barista, per il quale la consorte è la persona più importante della vita. Alcune situazioni sfiorano il limite dell’assurdità, ma risultano divertenti e rientrano nei topoi della commedia. Il film s’incentra più sulla storia dell’infatuazione di Marco, che sul rapporto padre-figlio, anche se sono proprio i momenti d’interazione tra i due a rimanere più impressi e per questo avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Buone tuttavia le interpretazioni dei due attori: Salemme, che riesce con pochi sguardi a restituirci la realtà di un padre che tenta di recuperare il rapporto con un figlio che ha sempre voluto crescere a modo suo, senza rendersi conto che il giovane aveva per sé altre aspettative, e Willwosh (Guglielmo Scilla), giovane fenomeno della rete grazie ad alcuni video auto-prodotti e ai suoi bizzarri travestimenti. Bortone e Brizzi riprendono la tendenza del cinema d’oltre oceano a ispirarsi ai manuali che, con il solito pragmatismo americano, avrebbero l’ambizione di trovare soluzioni in qualsiasi campo, anche in quello sentimentale. L’amore però si sa, non può essere chiuso in un libro. È un terreno dove non esistono regole, se non quelle dell’onestà, della verità e del coraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti: questo è il messaggio che sembra suggerire il film nel finale, un po’ scontato, ma anche atteso.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAGNIFICA PRESENZA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/17/2012 - 20:53
Titolo Originale: Magnifica presenza
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Federica Pontremoli, Ferzan Özpetek
Produzione: FANDANGO E FAROS FILM CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Elio Germano, Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini,Cem Yilmaz, Claudia Potenza

Il giovane catanese Pietro Ponte è “salito” a Roma per fare l’attore. Intanto si accontenta di infornare cornetti la notte. Trova ad un prezzo abbordabile un vecchio appartamento in una tranquilla zona di Roma ma questa risulta popolata da misteriose presenze: dei fantasmi che chiedono a Pietro di aiutarli e liberarli finalmente dalla prigione del tempo privo di tempo nel quale sono rinchiusi..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è fatto di languide suggestioni dove non ci sono valori espressi, se non la forza consolatoria dell’amicizia e la nostalgia del calore familiare
Pubblico 
Adolescenti
Per la presenza di un personaggio che si prostituisce
Giudizio Tecnico 
 
Elegante, curato, intellettualmente evoluto, formalmente ineccepibile. È l’ennesimo giro a vuoto di un percorso intellettualistico
Testo Breve:

Ferzan Ozpetek conferma la sua bravura nel costruire storie pieni di suggestioni, formalmente ineccepibili. Questa volta però c’è molto compiacimento intellettualistico e il film resta senza un messaggio portante

Cosa dire del nuovo film di Ferzan Özpetek “Magnifica presenza”?
A leggere quanto si è scritto c’è da rimanere intimoriti. Sono stati scomodati cineasti di ieri e di oggi, del calibro di Fellini, Buñuel, Almodóvar. E il teatro metafisico di Pirandello (“Sei personaggi in cerca di autore”), quello meno metafisico di Eduardo (“Questi fantasmi”), e la drammaticità esistenziale dell’americano Tennessee Williams (“Un tram chiamato desiderio”).

Noi preferiamo rimanere con i piedi in terra, e ci sforziamo di fissare più modestamente quello che di concreto si vede e non quello a cui di grandioso potrebbe eventualmente rimandare. “Magnifica presenza” è un film davvero poco italiano.
Elegante, curato, intellettualmente evoluto, formalmente ineccepibile. La storia raccontata è per nulla facile da maneggiare, poiché come recita il film protagonisti sono appunto i fantasmi.

Il giovane catanese Pietro Ponte (Elio Germano) è “salito” a Roma per fare l’attore. Intanto si accontenta di infornare cornetti la notte. Trova ad un prezzo abbordabile un vecchio appartamento in una tranquilla e fin troppo borghese zona di Roma, la parte vecchia di Monteverde. Si dedica anima e corpo a restaurare l’appartamento. Ha bisogno di una dimora che gli assomigli, nella quale fare finalmente i conti con se stesso e la propria identità sessuale. In ogni film di Ferzan Özpetek che si rispetti, l’omosessualità maschile è l’asse portante, sulla quale tutto ruota. Quindi Pietro è l’ennesimo gay del repertorio di celluloide, tanto per non distaccarsi dalla dominante tematica del regista-esteta, cantore dell’omosessualità. Ma il ragazzo è un gay ancora confuso, solitario, educato, lavoratore, rispettoso, che ha vissuto una sola notte d’amore con un uomo, e ci ha capito davvero poco.
Ovviamente nel corso del film, come d’abitudine, altri gay appaiono. Appaiono però di sfuggita e rappresentano più che altro figure metafisiche. In una specie di sogno a metà strada tra l’onirismo del Fellini di “Otto e ½” e gli incubi sanguinari in maschera del Kubrick di “Eyes Wide Shut”, Özpetek disegna il ritratto di un grande sapiente, o veggente, signore del passato e del futuro, incarnato da Maurizio Coruzzi, al quale è stata tolta la maschera di Platinette. In “Magnifica presenza” Özpetek intende soffermarsi sul labile confine esistente tra realtà e fantasia, nella vita come sul palcoscenico artistico.
Pietro si trova a vivere proprio questa dimensione bipolare, giacché l’appartamento che per la prima volta nella vita gli fa assaporare libertà e felicità, è abitato da una compagnia di fantasmi, attori rimasti bloccati nel tempo del 1943. In quell’anno una compagnia di teatranti è misteriosamente scomparsa. Fantasmi di un tempo antico, pettinati, vestiti e truccati come una commedia teatrale di Vittorio De Sica (“Una dozzina di rose scarlatte”) o una sofisticata commedia americana con Katharine Hepburn. E i fantasmi chiedono a Pietro di aiutarli, e liberarli finalmente dalla prigione del tempo privo di tempo nel quale sono rinchiusi.
 Quindi “Magnifica presenza” è anche un viaggio nella memoria storica (il fascismo e l’antifascismo), nel mistero della recitazione elevata a gran teatro della vita, dove vanno in scena il bello o l’orribile delle passioni umane.
Altre (troppe!) strade si intrecciano nel film. Non è facile seguirle tutte, poiché in “Magnifica presenza” il tempo va e viene. Ci sono momenti davvero divertenti di comicità; momenti di grande emozione; momenti di odiosa cattiveria. Un inquietante ruolo (quanto splendido nella recitazione) è affidato ad Anna Proclemer, il cui volto ancora è capace di attrarre e spaventare.
Il commento musicale, poi, è una specialità di Özpetek, quanto mai sofisticato. In conclusione, a chi piace nei film non capire niente del significato, con un finale ambiguo, troverà in “Magnifica presenza” l’opera perfetta.
A nostro avviso è l’ennesimo giro a vuoto di un percorso intellettualistico e omosessualista che accompagna il cinema italiano verso una processo di ulteriore disumanizzazione, del quale non si avverte nessun bisogno.   

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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POSTI IN PIEDI IN PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/03/2012 - 18:12
Titolo Originale: Posti in piedi in paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Maruska Albertazzi
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS
Durata: 119
Interpreti: Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff

Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre mariti e padri separati che per di più hanno fallito nelle loro carriere.
L'impegno di erogare mensilmente gli alimenti alla famiglia, le magre entrate li convincono a condividere lo stesso appartamento. Al terzetto si unisce una cardiologa un po' svampita e infelice in amore. Ogni giorno sono costretti a inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario ma per fortuna ogni tanto riescono a vedere i loro figli...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I tre protagonisti, poveri materialmente e moralmente, fanno fatica a riscattarsi dalle loro debolezze ma stabiliscono almeno una complice solidarietà
Pubblico 
Maggiorenni
Un nudo femminile, un paio di scene sgradevoli a fondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Verdone, nell'ambito di un panorama cinematografico italiano molto povero, conferma il suo mestiere. Molto brava la Micaela Ramazzotti.
Testo Breve:

Nell'attuale, fragile panorama della commedia italiana, il lavoro di Verdone appare meno peggio degli altri ma se non fosse per l'allegria che sprigiona dal personaggio di Micaela Ramazzotti, il film risulterebbe molto triste per la povertà anche morale dei personaggi.
Recensioni di Claudio Siniscalchi e Franco Olearo

E' ormai chiaro, dopo tanti film alle spalle, che a Carlo Verdone i personaggi positivi non piacciono: o sono dei deboli viziosi o sono dei perdenti.

Nel suo penultimo "Io, loro e Lara" aveva ritratto una famiglia che sembrava un campionario di vizi e vizietti: il padre che ingaggiava badanti solo per farle diventare le sue donne, il fratello che condivideva con la sua convivente il vizio dello sniffo mentre  Lara non disdegnava di esibire le sue grazie  a pagamento  su Internet. Alla fine nessuno si scuote  dalle proprie debolezze e al Verdone-sacerdote non restava altro che salutarli affettuosamente mentre ritornava nella sua più genuina Africa.

In questo "Posti in piedi in Paradiso" Verdone rincara la dose: ora i protagonisti sono al contempo viziosi e perdenti. Veramente insopportabile il personaggio di Domenico (Marco  Giallini): tradisce la moglie dalla quale ha avuto due  figli e mette incinta la sua amante; non paga gli alimenti nè all'una nè all'altra; ha il vizio del gioco e per sbarcare il lunario esercita il mestiere di gigolò a beneficio di  alcune tardone.

Fulvio ha tradito la moglie,  non disdegna di fare un favore interessato a un'attricetta in cerca di notorietà e si dimostra  disponibile a partecipare a un furto in base al  principio che è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri (lui).
Solo Ulisse (Carlo Verdone) non è responsabile del suo divorzio (la sua ex-moglie ritiene che sia stata una disgrazia avere avuto una figlia a diciott'anni perché in questo modo ha stroncato la sua - ipotetica - carriera come cantante). Ma l'animo di Ulisse si è impoverito e quando viene a sapere che sua figlia diciassettenne sta aspettando un figlio non esita a proporgli l'aborto (salvo poi cambiare idea, colpito dal fatto che la famiglia del futuro padre è disponibile ad accogliere in casa i due ragazzi).

Le nuove generazioni non solo migliori: la figlia adolescente di Domenico è una fatua cleptomane supertatuata (meno male che il fratello maggiore ha la testa a posto); Gaia, la giovane attricetta in cerca di successo sa come utilizzare le sue grazie per il proprio tornaconto.

Ci sono spesso situazioni comiche e viene anche l'istinto di ridere ma la miseria anche morale dei personaggi pesa come un macino sul racconto. Per fortuna c'è Micaela Ramazzotti che con la sua bravura costruisce un personaggio molto fresco che risolleva il tono plumbeo della narrazione. Pierfrancesco  Favino appare fuori parte mentre Carlo Verdone si ritaglia un personaggio appiattito sulla melanconia.

Il finale cerca di essere conciliatorio e consolante ma in realtà, come era successo in "Io, loro e Lara" più che un riscatto dalle proprie debolezze, i protagonisti sembrano, come minore dei mali, cercare almeno di restare uniti e solidali fra di loro, in una forma di complice perdono reciproco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUASI AMICI - Intouchables

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/24/2012 - 17:06
 
Titolo Originale: Intouchables
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Eric Toledano, Olivier Nakache
Sceneggiatura: Eric Toledano, Olivier Nakache tratto dal romanzo "Il diavolo custode" di Philippe Pozzo di Borgo (ed. Ponte alle Grazie)
Produzione: QUAD PRODUCTIONS, CHAOCORP, GAUMONT, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 112
Interpreti: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny

Philippe è un ricco parigino che è divenuto paraplegico a seguito di un incidente di parapendio. Decide di assumere come badante Driss, un senegalese della banlieu con recenti problemi con la giustizia. Ben presto però, nonostante la grande diversità di origine, di cultura e di carattere, si accorgeranno che ognuno dei due può fare un gran bene all'altro..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film propone una limpida soluzione al problema dell'infermità grave: trattare l'infermo per quello che è: una persona umana con desideri e volontà, con cui chiacchierare, ridere e scherzare.
Pubblico 
Adolescenti
Per qualche uso di spinello e un incontro con prostitute
Giudizio Tecnico 
 
I registi Olivier Nakache e Eric Toledano sviluppano il rapporto di amicizia e solidarietà fra i due uomini con rara intensità. Il tono è leggero, molto bravo Omar Sy e ben tratteggiati anche i personaggi secondari
Testo Breve:

Campione d'incassi in Francia, il film racconta in allegria e con rara lucidità, il rapporto fra un paraplegico e il suo badante: un rapporto dove i due uomini si completano umanamente e ognuno riesce ad arricchire l'altro

Philippe, miliardario tetraplegico, ha da poco assunto in prova il senegalese Driss come badante. Un suo parente, in un incontro confidenziale, lo mette in guardia: Driss viene dalla banlieu, ha la fedina penale sporca, è pericoloso tenersi in casa persone come lui e conclude: “questa gente non ha nessuna pietà”.

“E’ esattamente questo che voglio: nessuna pietà” risponde pronto Philippe. In questo dialogo  penso ci sia il cuore del film e il segreto del suo enorme successo. Il rozzo ma simpatico ed estroverso Driss tratta Philippe esattamente per quello che è: una persona umana con desideri e volontà, con cui chiacchierare, ridere e scherzare. Se poi Philippe ha qualche problema in più, ci pensa Driss ad aiutarlo con la sua energia, la sua forza e  il suo entusiasmo per la vita.

In fondo Philippe è pienamente in grado di intendere e di volere anche se è bloccato dal collo in giù e ciò di cui i due parlano, anzi litigano vivacemente, non riguarda il tema dell’infermità, ma ha a che fare con i loro gusti diversissimi: Philippe è un ricco e colto parigino, ama la musica classica, la pittura astratta; Driss, inutile dirlo, non sa niente di cultura, ama soprattutto e la musica ritmica e guidare veloce.

Nonostante queste enormi diversità, ognuno dei due ha bisogno dell’altro. La vitalità contagiosa di Driss fa bene a Philippe il quale, soprattutto nello stato in cui si trova,  tenderebbe a rinunciare e a riflettere troppo sulle decisioni da prendere (sarà Driss a combinare un incontro con una ragazza con cui Philippe da tempo mantiene un rapporto epistolare). Driss, dal canto suo, apprende molto dal suo amico-paziente: da troppo tempo abituato a vivere di espedienti, scopre, prendendosi cura di lui, cosa vuol dire impegnarsi a fondo e con dedizione a un compito spesso sgradevole.

Qualcuno ha osservato che le condizioni in cui il film affronta il problema dell’infermità sono del tutto particolari (ma si tratta comunque di un racconto è ispirato a una storia vera): Philippe è molto ricco è ciò lo facilita nel suo stato; Driss viene dalla banlieu parigina ma le  difficili condizioni di vita di questi ambienti vengono appena accennate; il felice rapporto che si instaura fra un bianco e un uomo di colore sembrano una troppo conciliante soluzione  per un problema che nella realtà in Francia fatica a trovare una soluzione.

Possiamo anche riconoscere che il film di Olivier Nakache e Eric Toledano non approfondisce i risvolti sociali del racconto (non erano tenuti a farlo), ma il modo con cui hanno sviluppato il rapporto di amicizia e solidarietà fra i due uomini è di rara intensità.

In nessun momento il film assume toni pietistici o cerca di sedurre lo spettatore agendo su facili corde emotive. In un momento in cui Driss fa la barba a Philippe con il rasoio a mano, quest’ultimo commenta: ”basterebbe un taglio netto..”. “Ho piacere di vedere che questa mattina ti sei svegliato spiritoso” risponde Driss. E tutto finisce: la canzonatura come mezzo per scongiurare  la malinconia.

 Il film, pur trattando temi seri, non trascura le esigenze dello spettacolo e il racconto scivola via leggero fra molte battute spiritose e situazioni divertenti, merito anche della bravura del protagonista, la cui scanzonata ed irriverente comicità ricorda molto da vicino il nostro Checco Zalone nonché l’ottima caratterizzazione dei personaggi secondari.

Il film trasmette valori molto importanti, anche se qualche sequenza, frutto dell'eccesso di goliardia di Driss (uso di spinelli, un incontro con prostitute per lui e il suo amico) rischia di degradarne il livello. Abbiamo comunque, pur riconoscendo questi limiti, attributo al film la qualifica di FilmOro.

Vorrei chiudere con un’ultima osservazione. Il cinema francese ci ha regalato negli anni recenti film come Giù al nord, Le nevi del Kilimangiaro, Miracolo a Le Havre, Welcome, Il mio migliore amico e ora Quasi amici. Film a basso budget che sanno trasmetterci messaggi importanti, spesso con allegria e ironia.

E il cinema italiano? Con i film-panettone, con le sue commedie giovaniliste (tutto iniziò con Notte prima degli esami ) o pecorecce (tipo l’ultimo Come è bello far l’amore) per i quali riferirsi alla classica commedia all’italiana è puramente offensivo, penso che da anni si è toccato il fondo in termini di vuoto culturale e mancanza di idee. Ma come si sa, dal fondo è più facile riuscire a  risalire

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COM'E' BELLO FAR L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/18/2012 - 15:42
Titolo Originale: Com'è bello far l'amore
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Andrea Agnello
Produzione: Wildside, Medusa
Durata: 100
Interpreti: Claudia Gerini, Fabio De Luigi, Filippo Timi, Giorgia Wurth, Alessandro Sperduti

Andrea e Giulia sono due quarantenni sposati da anni che vivono con Simone, il loro figlio diciottenne. Hanno una coppia di amici che riunisce una festa non per il loro anniversario di matrimonio ma per la loro decisione di divorziare. Gli amici chiedono ad Andrea e Giulia: “Da quanto tempo voi due, invece, non fate desso?” Così il problema del sesso non consumato tra Giulia e Andrea diventa il monocorde dilemma del film...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fate sesso che starete meglio. Suggerimento valido sia per quarantenni che adolescenti La filosofia del film è tutta qui. La riduzione di ogni dimensione umana al fattore sesso non poteva essere più esplicita.
Pubblico 
Sconsigliato
Continui riferimenti e banalizzazione sul sesso e sull’intimità tra i coniugi. Alcune brevi scene di film porno. Il film è stato sconsigliato perché la voglia di distrarsi e ridere al cinema deve trovare un limite nella propria dignità di spettatore
Giudizio Tecnico 
 
Il film è quasi privo di risate , sia per i “soliti” sketch, sia per la monotonia con cui viene affrontato il tema
Testo Breve:

Attraverso battutacce e volgarità di vario genere, la filosofia del film è molto semplice: la dimensione umana si riduce a quella sessuale   

Il primo titolo di questo film sarebbe dovuto essere Sex in 3D. Fausto Brizzi, il regista considerato il golden boy della commedia italiana popolare per le sue idee vincenti di marketing, aveva scelto questo tema per girare il suo primo film in 3D. Poi Brizzi, considerando il pubblico al quale voleva puntare, ovvero tutta la famiglia, ha cambiato il titolo. Meglio Com’è bello far l’amore, riprendendo la canzone popolare di Raffaella Carrà, ma sempre in 3D per conquistare la vetta del botteghino. Il risultato finale sia per il 3D che per gli incassi è stato deludente. Un 3D che funziona solo per i primi minuti iniziali e che delude per il risultato finale dell’unico vero 3D (una scena dove dovrebbero arrivare al pubblico le patatine, lanciate da un piatto).

La storia è semplice. Andrea (Fabio De Luigi) e Giulia (Claudia Gerini) sono due quarantenni sposati da anni che vivono con Simone, il loro figlio diciottenne. Hanno una coppia di amici (interpretati da Michele Foresta e Gabriella Andreozzi) che riunisce una festa non per il loro anniversario di matrimonio ma per la loro decisione di divorziare. È una festa per loro che hanno scelto, però, nonostante la separazione, di vedersi, almeno una volta a settimana, per “fare sesso”. Da questa confessione fatta da Daniela a Giulia parte la domanda: “Da quanto tempo voi due, invece, non lo fate?” E il problema del sesso non consumato tra Giulia e Andrea diventa il monocorde dilemma del film. Per fortuna che è in arrivo direttamente da Los Angeles Max (Filippo Timi), amico di scuola di Claudia e di professione pornodivo. Deve dirigere un film porno tra le rovine nella città eterna, ma deve anche  aprire un locale (l’Inferno è il nome scelto) a Roma. Andrea, ignaro della professione di Max, risponde alla moglie che vuole invitare Max a cena: “Abbiamo una mansarda, perché non lo ospitiamo?”. E così l’arrivo dello storico amico di Giulia in casa darà inizio a numerosi consigli e conseguenti regali a tema sessuale. Previa visione di come vivono un rapporto per poter dare loro le giuste dritte. E da lì poi dovrebbero iniziare i momenti comici, ovvero scene in cui Max spiega come farlo durare di più, in quale posto farlo, quale sono gli stratagemmi da utilizzare, quali i preservativi perfetti (il product placement di questo film è naturalmente una nota marca di condom)

Alla fine tra suggerimenti, visioni e altri arrivi (la pornostar Vanessa interpretata da Giorgia Wurth) Max aiuta anche Simone a conquistare Alice (Eleonora Bolla), la ragazza di cui è innamorato ma che vuole che lui sia il suo “trombo amico” (espressione di basso tono con cui si indica un amico con il quale andare a letto e fare esperienza senza alcun coinvolgimento emotivo). Si potrebbero continuare a elencare dei passaggi narrativi, ma alla fine quello che rimane è un’ulteriore banalizzazione della vita di coppia e dei problemi che scaturiscono dalla mancanza di intimità sessuale di una coppia di quarantenni. Ridere sul sesso è la trovata marketing di Brizzi che dopo il successo di Notte prima degli esami ha continuato a cavalcare l’onda di quello che potrebbe piacere alla gente, facendo un sequel di Notte prima degli esami, puntando agli Ex (“nella vita tutti hanno un ex”) e poi allo storico conflitto Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, creando un dittico di film di valore diseguale ma di omogeneo risultato al botteghino.

Ma di risate questo film è quasi privo, sia per i “soliti” sketch, sia per la monotonia con cui viene affrontato il tema. Quello che infatti colpisce è che il regista Brizzi (per la prima volta prodotto da Wildside, la casa di produzione creata dal regista e da Martani insieme a Mario Gianani, che ha invece una storia di produzione di film come Vincere di Marco Bellocchio, Private e La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo) abbia ipotizzato che questo sarebbe potuto essere un film adatto anche ai bambini di 10 anni. Il buon gusto sembra aver perso tutta la dignità in questo film che finisce con una domanda che sembra puntare al desiderio di una vita diversa. Ma la pone Max pornodivo a Vanessa altra pornodiva: “Vanessa hai mai pensato di farti una famiglia?”. “Si. Una volta mi è capitato. Mi sono fatta lo zio, il fratello, il padre”. Insomma la risposta che riassume tutta l’anima (se di anima si può parlare) del film è: fate sesso che starete meglio. La riduzione di ogni dimensione umana, affettiva, sentimentale, relazionale a una pura questione di “scambio di fluidi” (come brutalmente si esprimeva il John Nash misantropo dei primi minuti di A Beatufiul Mind) non poteva essere più esplicita.  “Sarete meno nervosi mettendo in pratica quello che il film suggerisce”: questa la ottimistica parola finale di Brizzi lasciata ai giornalisti durante la conferenza stampa di lancio del film.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BENVENUTI AL NORD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/19/2012 - 11:05
 
Titolo Originale: Benvenuti al Nord
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero, Fabio Bonifacci
Produzione: MEDUSA FILM IN COLLABORAZIONE CON CATTLEYA
Durata: 110
Interpreti: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Paolo Rossi

Mattia vive a Castellabate ancora da sua madre con la moglie Maria e suo figlio perché non "tiene il coraggio" di aprire un mutuo. Alberto è tornato a Milano ma l'eccesso di lavoro (deve avviare alle Poste un ambizioso programma di miglioramento dell'efficienza) fanno indispettire sua moglie Silvia. Abbandonati dalle loro mogli, Mattia (che è stato trasferito a Milano) e Alberto debbono affrontare la dura realtà della solitudine e di un lavoro stressante....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La solida amicizia fra i due protagonisti, il sincero affetto familiare e un po' di amor patrio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film non ambizioso che non cerca altro che di far ridere (in modo pulito) con una serie di shetch pseudo-televisivi ma la simpatia dei personaggi è innegabile
Testo Breve:

Dopo il successo di Benvenuti al Sud, questo sequel punta tutto sulla simpatia dei personaggi e  sulla comicità di sketch in formato televisivo. Peccato che evapori subito  come una bolla di sapone

Eccoci dunque al terzo film della serie. Dopo Giù al Nord del francese Dany Boon, l'originale, l'irripetibile, il format è stato diligentemente trasformato per il contesto italiano con Benvenuti al Sud ed infine, dopo il successo di quest'ultimo, non poteva mancare il sequel capovolto dove è Mattia di Castellabate a dover raggiungere a Milano l'amico Alberto.
I luoghi comuni fra Nord e Sud si trovano rovesciati su tutti i fronti: da quello culinario (come  Checco Zalone, il pugliese di Cado dalle Nubi scopre sgomento  che le sue adorate orecchiette sono buttate nella spazzatura, ora Mattia è costretto a far finta di apprezzare il piatto di  sushi  di Silvia), al comportamento stradale (a Milano non solo i motociclisti ma perfino i ciclisti portano il casco) fino all'immancabile paradigma del milanese che lavora e non perde tempo. Non manca neanche una incursione pericolosissima di Mattia in una sede della Lega Nord (ancora una volta il rimando a Zalone è d'obbligo).

Da quando ci si siede in sala fino all'accendersi delle luci, è facile prevedere come si avvia il film (un Mattia desolato che parte per il Nord con valigie piene di prosciutti e mozzarelle), il suo sviluppo che gioca sui soliti stereotipati         contrasti regionali e la sua conclusione (Mattia scopre che anche i milanesi hanno un cuore).

Si potrebbe stroncare facilmente il film proprio per la sua prevedibilità eppure non si ha il coraggio di arrivare a questo punto, perché il film ha l'onestà di essere quello che è: puro intrattenimento senza molte ambizioni se non quella di cercar di far ridere (in modo pulito) con una serie di gag (di impostazione molto televisiva).

Gli autori hanno capito qual è il vero successo del film precedente: la simpatia dei personaggi, sia quelli principali (Claudio  Bisio, Alessandro  Siani, Angela  Finocchiaro ) che quelli secondari (i compagni di lavoro di Mattia, la mamma di Silvia, una seconda, divertente interpretazione della Finocchiaro, il signor Capete dall'eloquio incomprensibile). Al pubblico piace rivederli insieme e poco importa se le battute siano state già ascoltate in un film o in altro. Occorre aggiungere che una brezzolina di originalità viene portata dall'efficientista direttore delle Poste, interpretato da Paolo Rossi in pieno stile Marchionne.

Alla fine i buoni sentimenti ci sono tutti: dall'amicizia di ferro fra Alberto e Mattia, alla riconciliazione delle coppie senza trascurare un po' di amor patrio con buona pace dei contrasti Nord-Sud: tutti riuniti a festeggiare gli alpini con una rigeneramte nevicata che tutto copre e tutti riunisce.

Se stiamo per assolvere il film, siamo costretti lo stesso tempo a rammaricarci di come la ricerca della risata per se stessa abbia totalmente smarrito l'originalità della versione francese: gli scontatissimmi, anche oltralpe, contrasti regionali erano un pretesto per raccontarci la storia di personaggi con  problemi molto umani e la loro  progressiva maturazione interiore: ora è rimasto solo un apprezzabile guscio vuoto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALMANYA - La mia famiglia va in Germana

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/06/2011 - 10:46
 
Titolo Originale: Almanya
Paese: GERMANIA
Anno: 2011
Regia: Yasemin Samdereli
Sceneggiatura: Yasemin Samdereli, Nesrin Sandereli
Produzione: da Roxy Film/Infa Film/Concorde Filmverleih
Durata: 97
Interpreti: Fahri Ögün Yardim, Demet Gül, Vedat Erincin

Per Hüseyin Yilmaz, emigrato in Germania dalla Turchia nel periodo del boom economico, ricevere quando è ormai anziano il passaporto tedesco, più che un privilegio sembra l’inizio della fine…La sua famiglia, un quasi perfetto esempio di integrazione, non capisce le ragioni di tanto disagio né la necessità di partecipare al viaggio in patria in cui l’anziano signore sembra deciso a coinvolgere tutti quanti. L’unico veramente interessato alla storia di famiglia è il piccolo Cenck a cui la cugina Canan (che nasconde il segreto di una gravidanza fuori dal matrimonio) racconta la “saga” della vita del nonno in un colorito amarcord dai toni surreali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film profondo, capace di mettere a confronto culture e generazioni diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un ottimo esempio di commedia intelligente e non banale capace di raccontare l’oggi senza scadere nell’ideologia, ma senza nemmeno eludere le sfide del presente
Testo Breve:

Hüseyin, emigrato in Germania dalla Turchia nel periodo del boom economico , non ha nessuna intenzione di lasciare che la sua famiglia perda i contatti con la sua storia e così obbliga figli e nipoti a seguirlo in vacanza nella terra natia.  Film divertente, ma anche profondo,  un ottimo esempio di commedia intelligente e non banale

Se l’accesso nel club europeo si giocasse a colpi di simpatia la famiglia Yilmaz avrebbe già guadagnato alla Turchia quel posto che i rischi dell’autoritarismo e di una nuova deriva fondamentalista le hanno fino ad ora precluso.

La scoppiettante pellicola delle sorelle Samdereli (una lunga e felice esperienza televisiva alle spalle per rodare la penna e la macchina da presa)  è infatti di quelle capaci di strappare molte risate e una sincera emozione.

Sulla scia di commedie etniche come East is East, ma anche Sognando Beckham o Soul Kitchen, Almanya viaggia avanti e indietro tra l’oggi di una Germania in cui il multiculturalismo sembra morto, e gli anni ’60 “quando tutto è cominciato”.

“Abbiamo voluto fare un film che mostri in modo del tutto soggettivo il perché della presenza turca in Germania, ma anche cosa significa essere stranieri in un paese. Per farlo abbiamo lavorato con una troupe mista turco-tedesca tra la Germania e la Turchia, usando all’occorrenza l’inglese come lingua franca”. Un’esperienza non solo professionale, ma di vita, basata in buona parte su materiale autobiografico…

Raccontata nella chiave di una favola colorita e umoristica, ma non priva di verità, dalla nipote Canan (che ha il suo piccolo segreto da nascondere, aspetta un figlio dal fidanzato inglese di cui la famiglia non sa nulla), la saga del testardo Hüseyin, della sua coraggiosa consorte Fatma e dei loro figli parte dall’Anatolia rurale per arrivare in una Germania all’alba del boom economico.

Lo sguardo curioso e stupito dei turchi nei confronti dei tedeschi e delle loro bizzarre abitudini (tra cui portare a spasso dei grossi topi al guinzaglio – trattasi di bassotti…) è reso ancora più gustoso dall’invenzione di una lingua immaginaria che rende la comunicazione tra stranieri e autoctoni ancora più complicata.

E arrivando all’oggi non pare che l’integrazione sia diventata poi tanto più semplice. Il vecchio Hüseyin, che ha gli incubi al pensiero di ricevere il passaporto tedesco (ed essere di conseguenza costretto a mangiare maiale, bere birra e ascoltare terribili Lieder), non ha nessuna intenzione di lasciare che la sua famiglia perda i contatti con la sua storia e così obbliga figli e nipoti a seguirlo in vacanza nella terra natia.

L’unico a dargli veramente retta è il nipotino Cenk (padre turco e biondissima mamma tedesca), che a scuola è stufo di rimanere fuori sia dalla squadra dei locali che da quella degli stranieri e sogna di accompagnare il nonno a pronunciare il suo discorso di immigrato esemplare di fronte alla cancelliera Angela Merkel. Del resto Hüseyin, messa da parte l’iniziale ritrosia, è ben pronto a far sentire la sua voce senza nemmeno un briciolo di paura; e tutto sommato ha pure le sue ragioni: in fondo sia lui che la cancelliera vengono dall’Est…

Divertente, ma anche profondo, capace di mettere a confronto culture e generazioni diverse, il film delle sorelle Samdereli è un ottimo esempio di commedia intelligente e non banale capace di raccontare l’oggi senza scadere nell’ideologia, ma senza nemmeno eludere le sfide del presente 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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